Alchimia cinese e sincronicità

di Silvio Calzolari

Prima di tutto vorrei fare alcune considerazioni sul diverso modo di pensare di Occidente ed Oriente: il primo è analitico, individualista e lineare; l’altro è circolare, oggi potremmo definirlo: “olistico”. I cinesi credono nel mutamento costante e, dall’osservazione degli eventi, cercano i nessi tra le cose, perché ritengono che sia impossibile capire la singola parte senza considerare il tutto. In altre parole, prestano attenzione, non solo agli oggetti, alle singole cose, ma anche a tutto ciò che li circonda e alle loro relazioni. La comprensione della realtà presuppone l’analisi di numerosi fattori che interagiscono tra loro in maniera complessa; Oriente e Occidente hanno sistemi di pensiero diversi e utilizzano sistemi differenti per interpretare il mondo. L’esistenza di modi alternativi di pensare apre la strada a numerose domande. Da dove si originano questi diversi codici interpretativi? Nel linguaggio? Nei sistemi sociali? O in cosa altro? E cosa continua a farli funzionare ancora oggi, in un mondo sempre più globalizzato? Sono domande che ci porterebbero assai lontano e che esulano da questa nostra trattazione. Ma ci aiutano a capire quanto possa essere difficile cercare di interpretare il pensiero cinese alla luce dei sistema logico occidentale. Ancora più difficile è cercare di trasmettere i concetti cinesi in codici linguistici diversi. Quando utilizziamo termini come: ”Logos”, “Spirito”, “anima”, “santo”, “religione”, solo per citarne alcuni, facciamo accostamenti ampiamente soggettivi e arbitrari.

Da sempre i pensatori cinesi si sono occupati delle relazioni tra le cose esaminandole all’interno di un campo armonico e complesso. Tutte le cose esistono ed hanno un senso soltanto se sono viste come interdipendenti, come parte di un tutto; per capire le cose è necessario studiarne il contesto. Ogni evento è collegato ad un altro evento e, come per le corde di uno strumento musicale, se si strappa una corda si produce un effetto di risonanza sulle altre. Questo modo di pensare, anticamente, permeava ogni aspetto della vita: la comprensione del sé, i rapporti sociali, l’attenzione al mondo naturale ,la filosofia, la politica, la riflessione scientifica, la religione e la spiritualità .Basti pensare al feng shui, una forma di geomanzia, ancora praticata, che non ha equivalenti in Occidente, o alla medicina. Anche il rifiuto ,in Cina, nell’antichità, di praticare la chirurgia, si può spiegare alla luce del concetto di armonia e di relazione tra le singole parti del corpo. Si riteneva ( e lo si ritiene ancora oggi) che il benessere fisico dipendesse dall’equilibrio delle energie del corpo e dalle relazioni tra le sue parti .Per capire meglio questa rete di interconnessioni si pensi all’agopuntura o alle teoria delle relazioni tra l’orecchio e gli organi interni. Per un medico cinese tradizionale risultava piuttosto difficile credere che la rimozione di una parte del corpo non funzionante ,trascurando la relazione con le altre, avrebbe potuto rivelarsi salutare.
La convinzione che tutte le cose siano profondamente correlate tra di loro è alla base del Taoismo sia filosofico che religioso e anche dell’alchimia cinese. Prima di affrontare il tema della mia relazione, sarà bene introdurre brevemente qualche riflessione sulla natura del Tao, il Principio ( ma anche :”Legge Naturale”, ”Cammino” ,”Ordine”, ”Via”, ”Sistema”, ”Essere infinito”, ecc. ) che determina e regola tutte le cose, le loro interconnessioni ed i mutamenti. I Padri del Taoismo intuirono l’esistenza di questo Principio, fonte di vita, fin da tempi immemorabili, dall’osservazione delle infinite cose del mondo e dalle loro interconnessioni e risonanze. Per questo parlarono del Tao del cielo, della terra e dell’uomo ( i “ Tre Poteri”: San Cai; o : San Ji i “ tre Estremi”, tra loro connessi).
Il fine ultimo del Taoismo è l’unione con la realtà suprema, il Tao; la fusione dei “ tre Estremi” con l’Eterno ,l’assoluto, la fonte di vita, l’essenza di tutte le cose che trascende il tempo e lo spazio. Il metodo proposto è regressivo e mira al recupero della “ Virtù” originaria che ogni uomo, potenzialmente, possiede. In nome della teoria della ciclicità degli eventi, per cui quando si è raggiunto un estremo si deve tornare da capo al punto di partenza ,gli adepti del Tao propongono la dottrina del “ ritorno” alla sorgente, alla Causa Prima, da cui sarebbero originati tutti gli esseri. Lo stato potenziale dell’Universo ,prima che prenda forma e struttura, è chiamato “Cielo Anteriore” (Hsien T’ien) .La sua dimensione è pienezza dell’essere, la perfetta latenza, la libertà assoluta da qualsiasi limite formale. È la sfera dell’essenza. Il Tao è un mistero con due aspetti. Quando non ha forma, né nome, è il Principio potenziale di tutte le cose; ma quando ha forma e nome è la “madre” di tutto ciò che esiste ( Tao Te Ching, cap.1; Chuang Tzu, cap.22). Il Tao da così vita alle creature, le fa crescere, le fa maturare, le sostiene proprio come una madre alleva un figlio ( Tao te Ching, cap.51, vv.10-11).È la dimensione del “Cielo Posteriore” (Hou T’ien) ,la sfera dell’esistenza ,ciclica, dominata dal tempo e dallo spazio .Il “Cielo Posteriore” esprime e differenzia. Lao Tzu ,il padre del Taoismo filosofico, non parla teologicamente del Tao , in quanto inesprimibile, ma cerca di comprenderlo partendo dall’osservazione della natura e dei suoi aspetti funzionali concreti : lo Yin ( femminile, passivo, ombra ,freddo, pesante, duro, inverno ,ecc.) e lo Yang (maschile, attivo, luce, caldo, leggero, morbido ,estate ,ecc.). Dal movimento ciclico di questi due principi si liberano i “ Soffi” ( Ch’i) ,l’energia cosmica originaria ,la cui condensazione da origine alla vita in tutte le sue forme. In altre parole, quando il Tao lascia il suo stato immobile per manifestarsi nella polarità maschile e femminile, si muove spontaneamente mediante la forza vitale e misteriosa del Ch’i ,da cui ogni cosa del mondo è impregnata e a cui deve ritornare alla fine della sua esistenza, perché ogni creazione, nel tempo, degenera e muore .Il Ch’i (“ soffio”, “aria”, “soffio”,” spirito vitale”, “respiro”, ”vapore”, simile al greco “pneuma” ed al termine sanscrito “prana”) è la sostanza della manifestazione, un flusso perpetuo di trasformazione ,una “ corrente elettrica” universale, che si attua grazie alla propria natura polare. Per Lao Tzu, il Tao, nella sua qualità di “ madre”, è ovunque, in cielo (Yang) ed in terra (Yin) e dispensando il Ch’i, tutto comprende e compenetra. Le modalità del Ch’i sono determinate dall’alternanza del principi Yin e Yang, dalle continue evoluzioni delle “ Cinque Fasi”( Wu Hsing ,le cinque sostanze costitutive della manifestazione ed il loro costante cambiamento) e da complessi mutamenti descritti dagli “ Otto Trigrammi”( Bagua ,in relazione con i punti cardinali, gli elementi della natura, le stagioni, le relazioni familiari e sociali, ecc.) e dai Sessantaquattro Esagrammi ( la combinazione a coppie degli Otto Trigrammi, che sta alla base dello I Ching, il “Classico dei Mutamenti”). Ogni entità nell’universo può essere ricondotta nell’ambito di questi sistemi di correlazioni, corrispondenze e consonanze. Per il pensiero cinese niente avviene per caso e ogni singolo movimento comporta conseguenze su ogni singolo piano dell’esistenza; da ciò deriva l’identificazione del corpo (microcosmo) con il macrocosmo. Il Tao, come madre, nutre la vitalità delle sue creature e dispensa i suoi doni senza voler niente in cambio. (Tao Te Ching, cap.6). Il Ch’i, che è nell’uomo respiro e fluidi corporei ,nella sua forma più pura e quintessenziale, forma lo Shen (“Spirito”, un quid sublime ed eletto che lo accomuna al Tao); per questo, il saggio, secondo l’antropologia medica cinese, per vivere a lungo ed in condizioni ottimali, deve alimentare, “nutrire”, il proprio Ch’i, l’essenza vitale. Per arrivare a questo stato l’uomo deve coltivare, sia nel corpo che nello spirito due qualità Yin: la morbidezza e la tenerezza ,le ”qualità della vita”. Invece rigidità e durezza sono le “ figlie della morte”. Perché: “ciò che è duro e rigido è posto in basso, mentre ciò che è tenero e debole ,in alto” (Tao Te Ching, cap.76). In quest’ottica devono essere inquadrati anche gli ideali etici del Taoismo. La “ Bontà”, per esempio, non ha alcun significato morale, ma indica le qualità Yin (tenerezza, morbidezza e umiltà) che permettono di seguire il Tao. L’uomo ,dalla nascita, ha in sé l’armonia, la vitalità e la forza vitale originaria. Per questo un neonato è morbido e tenero; poi, col passare del tempo e degli anni, quando la forza cosmica (Ch’i) si esaurisce, il corpo inizia a diventare sempre più duro e rigido. Così Lao Tzu invita a tornare come neonati: “ Chi è pieno di bontà è come un neonato.. le sue ossa sono tenere ed i suoi muscoli deboli, ma la sua presa è ferma… non conosce ancora l’unione tra maschio e femmina ma i suoi organi sono pieni di vitalità…può gridare tutto il giorno senza diventare roco, tanto è perfetta la sua armonia. Conoscere l’armonia è conoscere l’eterno, conoscere l’eterno è essere illuminati.”. (Tao Te Ching, cap.55). Troviamo qui una delle idee chiave del Taoismo, il pien-hua, ossia: la “trasformazione”, il “cambiamento”, la “metamorfosi” che sottintende il “ritorno”, la “regressione” allo stato originario, per ritrovare il Tao, invisibile e inesprimibile. Nel testo di Lao Tzu, probabilmente, non si vuol fare riferimento alla teoria del ritorno embrionario, caratteristica dei filosofi, definiti neo-taoisti, delle età posteriori. Lao Tzu indica la condizione del neonato (il “fanciullino”, direbbe, con un azzardato paragone, Giovanni Pascoli) come lo stato ideale della spontaneità della natura al quale il saggio dovrebbe aspirare. Secondo il pensiero taoista più antico la sapienza e la “ santità” dell’uomo sono radicate nel controllo del Ch’i e nell’adattarsi al fluire naturale delle cose secondo i movimenti universali. La “santità” e la perfezione derivano dal Tao che si manifesta come “forma”( Te, cioè: Virtù”) nell’uomo e nella natura. Per seguire lo spirito del Tao il saggio deve svuotarsi da ogni intenzionalità o egoismo ,deve liberarsi dall’attaccamento alle cose; deve abbandonarsi alla flessibilità ,alla spontaneità e al non- egoismo. Deve lasciare scorrere il Tao dentro il proprio essere. Da qui l’ideale del Wu-Wei (“Non Agire”). È dallo svuotamento totale ( la Kenosis degli antichi filosofi greci, che non è nichilismo) che può nascere l’unione mistica con l’Assoluto, con Dio. Nei secoli successivi alla morte di Lao Tzu (probabilmente, anche, sotto l’influenza del Tantrismo indù, giunto nel Celeste Impero nel secondo secolo dopo Cristo) il nucleo originale del pensiero taoista si dispiegò in una serie di pratiche e di tecniche di carattere alchemico-magico miranti ad assicurare all’adepto la lunga vita ed un corpo d’immortalità. Il problema dei contatti storici e delle influenze reciproche avvenute tra Cina ed India rimane aperto. Il “corpo d’immortalità” del Taoismo, come essenza adamantina e sostanziale, trova un quasi perfetto corrispettivo nel simbolismo del “corpo di resurrezione” presente nelle dottrine alchemiche dei Siddha ,nell’India medievale. Anche se, tali convergenze postulano diversissimi punti di partenza epistemologici. Per i taoisti cinesi il nostro corpo è un coagulo di energie, o “ soffi” (Ch’i), che obbedisce ad una dinamica di trasformazione involutiva iscritta nel tempo; è una movimento lineare, maschile , che con lo sviluppo e la crescita ci fa avanzare in modo ineluttabile verso il basso, verso la rigidità e l’esaurimento delle energie, sul cammino della morte .La regressione allo stato neonatale, embrionale , obbedisce invece ad una logica ciclica, femminile, e conduce verso la vita. Da qui il famoso adagio taoista: “Sun wei ssu, ni wei sheng”, ossia: “Seguire la corrente significa morire, risalire la corrente significa vita”. L’adepto del Tao ,calcola il tempo in cicli a ritroso e, con particolari tecniche meditative e respiratorie cerca di invertire la circolazione normale delle energie (Ch’i) nell’organismo, per “nutrire”, rafforzare, la propria essenza energetica così da sfuggire al processo di degenerazione ed invecchiamento e ritrovare la” Virtù” (Te) originaria del Tao. Coloro che riescono ad ultimare questo processo, chiamato del “Custodire l’Uno”, possono fondersi nell’indifferenziato, ossia nel Tao, con un corpo virtualmente immortale. Così, i neo-taoisti interpretarono una celebre frase di Lao Tzu: “la dinamica del Tao, è il ritorno” (fan che Tao chih tung”; sta in: Tao te Ching, cap.40).”

Con il passare del tempo, il Taoismo di Lao Tzu (VI-V secolo a .Cr.) e di Chuang Tzu (Il “Maestro Chuang”, IV-III sec. a. Cr.) si trasformò in Taoismo filosofico (la cosiddetta: “Scuola dei Misteri”) e religioso che si divise in numerose sette e si organizzò in culto popolare dotato di un proprio Canone, di un Pantheon di dèi, di monasteri e templi, di sacerdoti e liturgisti, di Spiriti protettori e di “ Santi”( l’Imperatore Giallo, i Maestri Celesti, gli Otto Immortali ,ecc.). Lo stesso Lao Tzu fu deificato come manifestazione dell’Uomo primigenio, dell’“Autentico Uno”. Questa nuova realtà religiosa è stata chiamata, dagli storici delle religioni occidentali: “Neo-Taoismo”. In quest’ambito, la “santità” non fu più intesa solo in senso spirituale, divenne, in senso concreto, una vera e propria ricerca dell’immortalità fisica. Alcune indicazioni in questo senso erano già contenuti nella raccolta degli scritti di Chuan Tzu (369-286 a. Cr. circa). Nel primo capitolo di quest’opera, dal titolo: “Libertà Assoluta”, e nel capitolo 21,viene infatti descritto l’uomo “vero” (“Chen-jen”). “Vero” nel senso di reintegrato, purificato, liberato dalle scorie che la materia deposita con il passare del tempo. L’uomo “Vero”, divino e sovrannaturale, che può elevarsi al rango di genio celeste (Hsien) e condividere la propria vita con il Tutto, è il culmine, per il Taoismo, della realizzazione spirituale. Gli Hsien sono coloro che: “gioiscono di gioia assoluta nel cosmo infinito, non conoscono distinzione fra passato, presente e futuro, dominano la sostanza dell’universo, utilizzano la potenza dei sei Soffi, si spostano cavalcando il vento…. La loro pelle è simile a neve scintillante; sono delicati come vergini. Non mangiano i cinque cereali, ma respirano il vento e bevono la rugiada. Salgono sulle nubi e cavalcano draghi volanti per andare al di là dei quattro mari. Con il loro spirito guariscono le malattie degli esseri, portano a maturazione i raccolti…. e vivono in eterno mantenendo il proprio corpo fisico; non dipendono da nessuno e non si interessano degli affari del mondo”. Il carattere peculiare dell’uomo divino, sta nel vivere la stessa vita del Tao, cioè la sua atemporalità. L’immortalità intesa in termini di realizzazione fisica e spirituale era, in realtà, un antico sogno dei mistici cinesi. Questo ideale era, infatti, all’origine della tradizione dei cosiddetti Fa-Shi, o “Uomini dei Metodi”, cioè: “delle Arti Segrete”, attivi a partire dal IV secolo avanti Cristo. I Fa-Shi, erano maghi, astrologi ed astrologhi al servizio di sovrani (come l’imperatore Shi Huan Ti, 221-210 a. Cr., e Han Wu Ti, 104-86 a.Cr.) che li reclutavano nella speranza di ottenere il segreto della lunga vita .I Fa-Shi sono considerati i precursori della ricerca alchemica taoista sorta tra il secondo ed il quinto secolo dopo Cristo. In quel periodo emersero ,infatti, importanti figure di cercatori d’immortalità, come: Ko Hung ( circa 283-343) noto anche con il nome di Pao P’u Tzu (“Il Maestro che abbraccia la Semplicità”), grande studioso e filosofo della Cina del sud. Il tema principale del trattato alchemico-esoterico che porta il suo nome è che l’immortalità può essere ottenuta da tutti. Perché allora non provare? Molti presero il suo invito alla lettera e fiorirono le tecniche ( farmaci e pillole alchemiche, pozioni magiche, esercizi respiratori, pratiche ginniche e sessuali, diete, e anche amuleti ed esorcismi) che si riteneva potessero garantire il prolungamento della vita e la “libertà assoluta” dell’immortalità. Tutto questo, spesso, a scapito di una vera e propria trasformazione interiore. Gli adepti del Tao si dedicarono, così, alle misteriose pratiche dell’alchimia per ottenere la perfetta sostanza (Tan,cioè: “ cinabro”, ma per estensione di significato anche: “Elixir”, “pillola”, “farmaco”) che, se ingerita, si riteneva potesse sviluppare all’interno del corpo mortale, una dimensione sottile, eterica, dell’essere; uno stato nel quale le ossa e la carne potessero superare i limiti della corruttibilità fisiologica.

Anticamente, in Cina, si faceva una precisa distinzione fra alchimia “ esterna”, esoterica ( Wai Tan; Wai significa: “esterno” e Tan: ”elixir”) e quella “interna, esoterica (Nei Tan) che usava il linguaggio alchemico per esprimere concetti fisiologici, mistici e spirituali. La prima faceva uso di minerali e piante e preparava gli elixir con operazioni di chimica sperimentale; l’altra, con esercizi respiratori, simili a quelli dello Yoga indiano, con pratiche dietetiche (es: l’abolizione dei cinque cereali),ginniche e particolari forme meditative, cercava di operare all’interno del corpo e dello spirito, per far raggiungere all’uomo la perfezione e l’immortalità. Con il tempo, le due forme, “interna” ed “ esterna” dell’alchimia, divennero talmente complementari che, già dall’XI secolo, fu assolutamente impossibile distinguere una operazione dall’altra.

L’alchimia “ esterna” ,cercava di riprodurre in laboratorio l’opera del tempo, indagava sui segreti della vita, voleva ottenere attraverso la raffinazione delle sostanze che si trovano in natura ,la materia “ prima”, non più riducibile ,ossia allo stato indifferenziato all’origine della manifestazione. Il procedimento alchemico consisteva nel percorrere a ritroso ed in un tempo contratto, ma in accordo con le corrispondenze cosmogoniche, le varie fasi dello” sviluppo” di minerali e metalli. Gli antichi alchimisti cinesi credevano, infatti, che tutti i minerali e metalli fossero formati dalla medesima essenza ma in differenti stati di sviluppo; credevano alla loro “maturazione” naturale nel grembo della terra e ritenevano, con i loro procedimenti, di poter accelerare, a ritroso, questa metamorfosi, per riportare le sostanze al loro stato originale C’era una perfetta analogia con la crescita e lo sviluppo fisico e spirituale dell’uomo. Il procedimento più comune consisteva nella sublimazione del cinabro (Yang; solfuro di mercurio) in mercurio (Yin); la sostanza così ottenuta veniva poi nuovamente sottoposta a processi di trasmutazione e raffinazione, nel tentativo di ottenere la materia “ prima”. Per Ko Hung il mutamento del cinabro in mercurio e viceversa, e le sue successive raffinazioni, costituivano il fondamento di ogni seria ricerca alchemica: “…Se un’erba viene messa sul fuoco si trasforma in cenere .Ma il cinabro riscaldato si muta in argento vivo e, con nuove ripetute raffinazioni ,diventa nuovamente cinabro. Questa sostanza è dunque superiore ad ogni altra e può conferire la lunga vita agli esseri umani. Solo di divini Immortali ( Hsien) possono capire questi principi…gli uomini di questo mondo sanno solo poche cose e si meravigliano di molte altre…”( cit. in: Joseph Needham, Science and Civilisation in China, Cambridge University Press, Cambridge, vol .V cap.,3,pag.216). Ko Hung, nella sua opera, ci rivela anche le varie fasi della trasmutazione del cinabro nel calderone alchemico. È il metodo della fusione del cinabro “ nove volte ritornato”; attraverso queste nove fasi ,il minerale grezzo si sarebbe purificato e spiritualizzato. Anche l’oro, l’argento ed il piombo erano ingredienti molto utilizzati nei procedimenti alchemici. I vasi alchemici dove avvenivano le trasformazioni erano perfettamente costruiti ad immagine dell’universo : erano reattori tondi posti su fornaci quadrate- metafore del Cielo e della terra-in laboratori orientati secondo i punti cardinali del compasso geomantico. La temperatura di riscaldamento del vaso di reazione doveva corrispondere a quella dei cicli stagionali ed ai ventiquattro periodi del calendario, e alla crescita e decrescita suggerita dalle mutazioni dei 64 esagrammi de I King. La reazione, all’interno del vaso alchemico, variava e si modificava secondo le “fasi del fuoco” (huo hou), un processo di incremento e di decrescita dell’intensità del calore della fornace. Tutto il processo doveva essere costantemente tenuto sotto controllo; l’esatta quantità di carbone da utilizzare nella fornace era ottenuta con un complesso sistema di pesature. Le “fasi del fuoco” scandivano il trascorrere del tempo e condizionavano tutte le varie operazioni del processo alchemico, che mirava a riprodurre nel crogiuolo l’intera opera cosmica. Nella trasmutazione dei metalli, la fornace della stufa alchemica doveva bruciare per quaranta settimane, un periodo che ci ricorda la gestazione dell’embrione umano nel grembo della madre che, secondo l’antica medicina cinese, durava dieci mesi. L’alchimia divenne così un gran gioco di allusione e metafore, un mezzo simbolico per percorre in pochi mesi un processo che naturalmente si riteneva necessitasse di cicli di miriadi di anni. Il risultato dell’opera era chiamato Huandan, cioè: “Elixir invertito / di ritorno”.

Ko Hung, nel suo Pao P’u-tzu, affermò che la trasformazione alchemica è solo un aspetto “forzato” della trasformazione universale della natura: “ È chiaro che la trasformazione è insita nella natura. Perché dunque dovremmo esitare di fronte alla possibilità di ricavare l’argento e l’oro dagli elementi? Guardate il fuoco ottenuto dal cielo con lo specchio ustorio e l’acqua (rugiada) ottenuta di notte dallo “ specchio della luna”; sono differenti dal fuoco e dall’acqua naturali?”( cit.in: Joseph Needham, pagg.216-217).

Sono centinaia le ricette per l’elixir contenute nei trattati cinesi di alchimia, e anche se le formule sono ben specificate, spesso offrono difficoltà quasi insormontabili per venire interpretate correttamente. Uno degli ostacoli consiste nell’identificare le sostanze da adoperare, quindi le medicine o pozioni, spesso risultano di composizione approssimativa o, addirittura, pericolosa. Altre volte, sono invece trascurate le proporzioni degli ingredienti. Il linguaggio di queste trattazioni è oscuro, allegorico ,ricco di metafore e di simboli criptici, di termini esoterici e fuorvianti. La stessa trasmissione dell'insegnamento alchemico richiedeva uno specifico rituale ed un patto tra il maestro ed il discepolo, senza il quale ogni pratica sarebbe stata resa inutile. I segreti dei nomi e le proporzioni tra gli ingredienti da utilizzare per la preparazione degli elixir erano trasmessi soltanto oralmente. L’alchimia operativa declinò gradualmente, fino quasi ad estinguersi durante la dinastia dei Ming (1368-1644 d.Cr.). La scomparsa è da attribuirsi a varie cause ,non ultime l’alto costo dei materiali e l’uso di sostanze tossiche e addirittura velenose, che si dice ,abbiano causato la morte di molti alchimisti e almeno di due imperatori nel corso del IX secolo.

I metodi dell’alchimia “ interiore” (Nei Tan) si presentano come una interiorizzazione delle pratiche “ esteriori” con l’aggiunta di tecniche meditative, di visualizzazioni e di particolari esercizi respiratori. L’obiettivo è analogo, il ricongiungimento con il Tao, ottenuto con un procedimento di reintegrazione, di “ ritorno” allo stato originario .Come nell’alchimia “ esterna” ,in quella “interna” si cercava di produrre l’elixir d’immortalità con la raffinazione (lian) di alcuni elementi, o energie sottili, che si riteneva fossero collocati negli organi del corpo umano ed in corrispondenza dei cosiddetti “ Campi di Cinabro”( Tan T’ien). Ma cosa proponevano esattamente questi mistici ricercatori? Ritenevano che il corpo immortale potesse essere fatto crescere nel corpo fisico, come un embrione; si cercava di sviluppare un “doppio” fluidico, ma sostanziale, che nel tempo potesse assumere le stesse sembianze del corpo mortale. Il segreto del metodo taoista era quello di conservare , il più a lungo possibile, il corpo reale, in modo da poter realizzare in esso la “germinazione” spirituale. Come abbiamo visto il corpo è un microcosmo; è uno spazio sacro come la fornace dell’alchimia e l’altare dei rituali; il corpo costituisce la base su cui operare per la reintegrazione nel Tao. Per questo va preservato e mantenuto integro ed in armonia con le corrispondenze della natura. Da qui derivano le innumerevoli tecniche dirette al “nutrimento” del principio vitale. Alla fine del procedimento, l’adepto poteva liberarsi dell’ormai inutile involucro fisico, uscendo dal corpo come da una crisalide, per volare in Cielo, nel Paradiso degli Immortali. Ma con quale procedimento? Talvolta, questi esseri leggendari, sparivano dal mondo senza lasciare traccia. Altre volte, invece, conoscevano una morte apparente, per poi “ evadere” dall’involucro fisico. Spesso, nelle leggende cinesi sugli Immortali, si racconta di cadaveri di asceti del Tao, che dopo essere stati depositati nella bara, scomparivano misteriosamente, come disciolti nell’aria. Secondo la concezione taoista questa era la miglior prova, che il corpo materiale si fosse trasformato in corpo eterico e se ne fosse fuggito via ,immortale e libero. Nel sepolcro restavano soltanto alcune reliquie: qualche capo di vestiario, un sudario, il copricapo, una spada e così via. Tale accesso all’immortalità, veniva definito nella terminologia alchemica taoista : “ Shih Chieh” (in giapponese: Kabaneto), ossia: “ Liberazione del Cadavere” .Cerchiamo, ora, di delineare, in modo estremamente sintetico, alcuni fondamenti dell’alchimia “ interna”. Il Taoismo condivide le tecniche di longevità con le teorie della medicina tradizionale cinese che mirano alla preservazione dell’equilibrio psicofisico in armonia con le leggi del cosmo. Dal momento che il Ch’i è l’energia universale che tutto pervade, le energie vitali possono essere riequilibrate ( ad esempio , con l’agopuntura) e anche reintegrate dall’esterno con la respirazione, per mezzo  “dell’ingestione” del Ch’i ,del suo “ trattenimento”  e con la sua messa in  circolazione. Esistono molti tipi di respirazione, ma quella più comune è quella “ addominale”, che comprende inalazioni che giungono sino al basso addome ed esalazioni che partono dalla zona sotto l’ombelico. All’esalazione, il basso addome , si deve contrarre, spingendo su il diaframma e comprimendo il torace; all’inalazione, invece, quando l’aria riempie i polmoni, l’aria va spinta in giù, deglutendo più volte e trattenendo il respiro. in questo caso la parte inferiore dell’addome si dilata. Questa è la fase dell’ “ ingestione del Ch’i”. Le inalazioni e le esalazioni devono essere lente, continue e sottili. Un secondo tipo di respirazione è detta “ inversa “; anche in questo caso l’aria deve raggiungere l’addome , ma con i movimenti contrari di dilazione e contrazione. Di solito, dopo una lunga pratica, grazie al processo di contrazione ed espansione del basso ventre, che agisce come il mantice usato per la fornace alchemica, l’adepto avverte come una vibrazione nella zona sotto l’ombelico. È il sintomo che  l’addome inferiore ( chiamato anche: “ Stanza dell’acqua”) si sta riempiendo di forza psichica. In senso metaforico e spirituale con il termine  “ Stanza dell’acqua” ci si riferisce alla reale conoscenza nascosta all’interno del condizionamento temporale .L’acqua nell’alchimia taoista  simboleggia, infatti, l’assoluto celato all’interno del temporale. La vibrazione è seguita da una sensazione di calore. A questo punto, l’adepto del Tao deve condurre questo calore psichico ,coscientemente, lungo un dato percorso attraverso il corpo. Il meditante deve immaginarsi la forza calda e luminosa che scende dal “ Campo di Cinabro” inferiore ,attraversa il coccige, e poi, salendo per la spina dorsale, in uno dei cosiddetti “ meridiani curiosi” ( Ch’i Ching Pa Mo), il “ Canale centrale posteriore” ( Tu Mo), raggiunge e attraversa la sommità del capo; da dove, scendendo giù per la faccia e la zona toracica, attraverso il “ Canale centrale anteriore” ( Jen Mo), ritorna nell’addome, sotto l’ombelico. Questa tecnica è chiamata la “ messa in orbita” del Ch’i , ed è stata da sempre utilizzata , anche, per attivare la “ respirazione fetale”, di cui parleremo in seguito. I testi alchemici cinesi descrivono nei più piccoli particolari la “ Circolazione del Soffio” (definita :“ Piccola Rivoluzione Celeste”) all’interno dei due canali.

Tutte le pratiche respiratorie,  oltre che a “ nutrire la vita”( Yang Sheng) servivano anche a favorire il flusso armonico dei “ Soffi” nei canali energetici. La pratica dell’alchimia “ interna” si fondava su questi presupposti , sulla natura” spirituale” dei metalli (oro ,cinabro, piombo ,ecc.) e sulle loro corrispondenze con le varie parti e gli organi del corpo  ( ad esempio, il cinabro, nell’uomo,  si riteneva fosse localizzato, principalmente, nel fluido spermatico)  .Nella maggior parte delle scuole di alchimia interna, sviluppatesi a partire dalla dinastia  Sung ( 960-1279 d. Cr.) gli elementi da raffinare erano identificati nei “ Soffi” (Ch’i),nell’Essenza (Ching ,che fisiologicamente designa il midollo delle ossa ,lo sperma ed il sangue mestruale e  risiederebbe nei reni) e nello Spirito ( Shen), la più pura delle energie celesti ,che risiederebbe,invece, nel cuore .I cosiddetti “Campi di Cinabro” ( inferiore, mediano e superiore) erano localizzati ,invece, in certi luoghi segreti  del basso ventre, del cuore e del cervello. L’espressione di “ Campi di Cinabro”, compare per la prima volta in testi taoisti della dinastia Han ( 202 a.Cr.-220 d. Cr.), ma è soltanto verso il III secolo dopo Cristo che si cominciò a parlare dei tre  “ Campi ”come realtà ben distinte. Il più conosciuto ,era quello situato nel basso ventre, tre pollici al di sotto dell’ombelico, legato alle funzioni generatrici. Un testo della Sesta Dinastia ,il “ Libro del Centro di Lao Tzu” ( Lao Tzu Chung Ching) , lo descrive in questi termini: “ Questo Campo è la radice dell’uomo ed è il luogo dove viene custodito il suo spirito vitale. I Cinque Soffi hanno origine in esso. È la dimora dell’embrione .Gli uomini vi custodiscono la loro essenza spermatica e le donne il loro sangue mestruale. Esso presiede alla nascita, vi si trova la porta dell’unione armoniosa dello Yin e dello Yang. Situato tre pollici sotto l’ombelico ,accanto alla colonna vertebrale, si trova alla radice dei reni. È rosso all’interno, verde a sinistra, giallo a destra, bianco in alto e nero in basso… si modella sui Cinque Elementi ed è questo il motivo dei cinque colori..”. Per quanto riguarda i colori, questi sono propri solo al testo citato sopra; la loro distribuzione non corrisponde affatto a quella comunemente in uso, che vuole il giallo al centro, il rosso a sud, il nero al nord, il bianco ad ovest e il verde ad est .I “ Campi di Cinabro” , come il crogiuolo dell’alchimista, erano la sede della trasformazione dell’essenza, e dell’energia spirituale .Il corpo dell’adepto e non più il laboratorio alchemico, divenne la sede della sublimazione .Altri elementi fondamentali per l’intera pratica  alchemica  riguardavano l’essenza seminale che era spesso messa in rapporto al tema del ”ritorno” ( cioè: l’inversione del corso dei fluidi spermatici) ed un particolare tipo di respirazione definita “ embrionale”. La medicina cinese insiste spesso sulla quantità limitata di essenza spermatica che il corpo umano può produrre .Il celebre trattato Huang Ti Nei Ching ( “ Domande Semplici dell’Imperatore Giallo”) dedica un intero capitolo all’economia dell’energia sessuale. Se l’uomo segue l’istinto, distrugge le sue preziose riserve e avanza in modo ineluttabile verso la morte .Ma come abbiamo avuto già modo di sottolineare ,il  “movimento del Tao è il ritorno”, ciò che salva l’essere è l’inversione del movimento verso il basso che conduce al decadimento .Incrementare  il proprio ciclo energetico significava ,innanzitutto, invertire artificiosamente il corso dell’essenza spermatica che, anziché scorrere verso “ il basso” e fuoriuscire ,doveva essere sublimata ,resa eterea ,per farla risalire attraverso i vari “ Campi” di trasformazione del corpo. Un antico testo di alchimia interiore taoista così recita:” Ciò che fa nascere l’essere umano è il cinabro (qui inteso come essenza spermatica), ma ciò che lo salva è il ritorno”,  cioè: l’inversione e la sublimazione dei fluidi. Questo “ ritorno” e le sue modalità furono oggetto di molte teorie e dettero vita a speculazioni di ogni tipo. Fra l’altro , si diffusero molti manuali  che consigliavano tecniche che avrebbero aiutato l’uomo a bloccare l’emissione del seme durante il rapporto sessuale.  Si giunse a raccomandare agli adepti di  utilizzare “ l’arte della camera da letto” per cercare di impadronirsi del liquido seminale femminile. Per “ nutrire lo Yang” (essenza maschile) con lo Yin (essenza femminile)” furono utilizzate ricette segrete e tecniche associate con l’aspirazione uretrale; i fluidi sessuali combinati  dovevano poi essere fatti risalire nei” campi di trasformazione” da dove, come “ essenza fluidica”, potevano essere diretti lungo il  “canale mediano” del corpo “ sottile” fino alla sommità del capo per essere messi in circolazione. Nella maggior parte dei casi ,questa letteratura, spesso strampalata e morbosa, devia completamente dall’autentico spirito del Taoismo . Lasciamo da parte queste derive  medico-religiose ( ben conosciute anche dal Tantrismo indiano), per tornare alle fasi dell’operazione alchemica interiore.  Le fasi erano tre ed ognuna era collegata ad uno specifico “ Campo del Cinabro” . La prima delle tre fasi prevedeva la  sublimazione dell’Essenza  in” Soffio”. In questo contesto  era essenziale la tecnica della cosiddetta “ ritenzione del seme”( o il blocco del ciclo mestruale, per le donne).La seconda, con particolari tecniche di concentrazione mentale e visualizzazioni, procedeva a raffinare il “Soffio” in essenza eterea e spirituale. Infine, nella terza, utilizzando altre tecniche meditative e respiratorie, si aveva la  progressiva e definitiva  trasformazione in Spirito Puro. Lo Shen avrebbe così potuto reintegrarsi nel Tao, nell’ Indifferenziato .Gli elementi del corpo, nel processo alchemico trasmutativo, venivano purificati, resi eterei, per poter ritornare alla materia prima dell’universo. Ma non si sarebbe trattato di un’unione trascendentale senza più differenziazione. L’immortale taoista pur integrato nel Tutto avrebbe mantenuto la mente cosciente; le facoltà del  pensiero, dell’immaginazione, del sogno e dell’emozione non sarebbe state annullate. Nelle scuole di alchimia “ interna” la pratica trasmutativa comportava ,come abbiamo già  accennato, la creazione di un “ embrione” fluidico, spirituale, nel quale l’adepto doveva identificarsi per ritrovare l’esistenza nel grembo della madre. Si parlava, così, di “Embrione del Soffio” e della sua successiva sublimazione in “ Embrione dello Spirito”.  Sono molte le teorie e complesse le interpretazioni. Per alcuni ricercatori l’esistenza di quest’embrione doveva  essere interpretata  in chiave simbolica, era il punto dove l’energia originale si sarebbe coagulata in elemento spirituale. In questo caso ,la” formazione dell’embrione”  avrebbe rappresentato il risveglio della mente allo Spirito. Il termine, con questo significato, era in uso anche nei testi del Buddhismo Ch’an, durante le dinastie T’ang ( 618-907 d .Cr.) e Sung ( 960- 1279 d .Cr.). Questa complementarietà di termini fra Taoismo e Buddhismo non deve sorprenderci . In Cina, dopo la disgregazione dell’Impero degli Han( 260 a .Cr.- 220 d. Cr.) e la frantumazione in mille staterelli, la tradizione taoista, quella confuciana e le dottrine buddhiste contribuirono, pur se in diversa misura, alla formazione di un unico, straordinario, tesoro di sapere spirituale e d’esperienze. Nacquero così ardite similitudini terminologiche, in un rapporto di complementarietà e di funzionalità che ha del sorprendente. Anche l’espressione: “ nutrire l’embrione”, per i buddhisti della scuola Ch’an , si sarebbe riferita al processo di maturazione e di sviluppo spirituale conseguente al risveglio. Per  quanto riguardava ,invece, la reintegrazione finale nel Tao, l’espressione taoista: “ embrione che lascia l’involucro” avrebbe significato la rinascita, attraverso una metamorfosi spirituale,  nel mondo dell’Illuminazione che trascende  il mondo ordinario . Analogamente, il “ Cielo anteriore ” del Taoismo- il campo indifferenziato, la dimensione che tutto contiene pur non posandosi su nulla- nel Buddhismo Ch’an fu fatto corrispondere al “ Campo della Mente”, alla “ Mente Buddha”.   Il , controverso, ritorno allo stato embrionale  era uno dei punti più importanti nella pratica dell’alchimia interna taoista, come afferma anche Lao Tzu nel Tao Te Ching (cap.28):” ..chi possiede la pienezza del Tao è come un bambino; egli tornerà nello stato   dell’embrione”.  E questo ci riporta  alla cosiddetta: “respirazione embrionale” ( t’ai-hsi) che mirava a ripristinare il respiro originario ,simile a quello dell’embrione nel ventre materno.  Si riteneva che l’embrione, senza usare naso o bocca, respirasse come in stato di Wu Wei ( in pratica non agendo ma interagendo ,nella sua naturalezza, con la madre), assorbendo il “ Soffio” attraverso l’ombelico. Per questo i medici taoisti chiamavano l’ombelico: “ Porta del Destino” ( ming men; da dove si svilupperanno i primi quattro  meridiani” straordinari” che gestiscono le energie del corpo) ed erano convinti che il principio vitale del feto, nell’utero, circolasse, salendo su per la colonna vertebrale fino alla testa , per poi scendere fino alla zona ombelicale.  Con questo tipo di respirazione ,l’embrione sarebbe stato unito al Tao, che è madre di tutto, dimorando nel ventre materno che era,  non solo simbolicamente, identificato con la matrice della vitalità cosmica. Alla nascita, con il taglio del cordone  ombelicale, questa respirazione sarebbe cessata per essere sostituita da quella con le narici.  In verità, i testi canonici che descrivono la pratica della “ respirazione embrionale” non sono molto chiari nell’identificazione  del “ Soffio” che avrebbe dovuto essere utilizzato per la pratica respiratoria. La domanda era: quale è la natura del   “ Soffio” assorbito dall’adepto per essere messo in circolazione nei centri vitali all’interno del corpo? Le opinioni erano molteplici. Nei libri più antichi, il “ Soffio” che doveva circolare era il Ch’i  inspirato con l’aria; durante la dinastia T’ang si diffuse invece l’opinione che vi fossero due tipi di “ Soffi” : quello “ esterno” e quello “interno”.  Secondo i seguaci di questa seconda tradizione ,nella pratica della “ respirazione embrionale” doveva essere utilizzato soltanto il secondo, chiamato anche: “ Soffio Originario” (Yuan Ch’i; identificato,  nell’esplicazione finale del metodo, al seme, cioè allo sperma) corrispondente ai “ Soffi” che all’origine avrebbero creato il Cielo e la Terra. Nell’uomo avrebbe  avuto origine e sede nei reni, che corrispondono all’elemento acqua ed al nord. Con particolari tecniche di meditazione e di visualizzazione , questo “ Soffio”  doveva  occupare il “ Campo di Cinabro”  fino a riempirlo. In altre parole , il “Soffio interno” sarebbe esistito naturalmente nel corpo; non c’era bisogno di accumularlo con l’inspirazione. La  respirazione ordinaria avrebbe avuto soltanto una funzione complementare, se non addirittura secondaria, nei meccanismi della messa in orbita. Questo perché, si ipotizzò, che i due “ Soffi” effettuassero  i loro movimenti di “circolazione” in perfetta corrispondenza: quando il “ Soffio” esterno  saliva con l’espirazione ,il “Soffio” interno, contenuto nel “ Campo di Cinabro” inferiore, a sua volta, ascendeva; quando invece, il” Soffio“ esterno scendeva ,con l’inspirazione, il “Soffio” interno tornava nel “ Campo di Cinabro”. I manuali dell’epoca T’ang  descrivono  molti modi di fare circolare il “Soffio” originario. Si poteva, per esempio, dirigerlo ( con la visualizzazione, i massaggi e particolari esercizi fisici) dove si voleva che andasse - ad esempio in un punto del corpo malato, per guarirlo- oppure, nel caso della “ respirazione embrionale” ,nel Niwan ( la: “ Pallina di Fango”), corrispondente al punto situato tra le sopracciglia. Altri consigliavano di lasciarlo andare  per proprio conto attraverso il corpo, senza preoccuparsi di dirigerlo. Questi sono soltanto alcuni dei procedimenti, perché vi era un gran numero di varianti, spesso anche individuali .Gli adepti, giunti ad un certo grado di sviluppo coltivavano ciascuno il loro metodo personale, ricevuto direttamente da un maestro. Tutti i metodi , però, con l’integrazione dei “ Soffi” interni con quelli esterni, erano ripartiti in modo di approfittare della corrispondenza delle stagioni con gli elementi e gli organi del corpo. Gli esercizi erano fortemente strutturati dal tempo ciclico e la pratica quotidiana si svolgeva in armonia con i movimenti cosmici .Si riteneva infatti che il Ch’i circolasse nei canali del corpo (identificati ,spesso, nei “Vasi” -in cin:” Mai”- che trasportano anche il sangue) e negli organi interni in consonanza con la dottrina dello Yin e dello Yang, le “ Cinque Fasi” ( Wu Hsing) ed i movimenti dell’energia cosmica . Di fondamentale importanza era anche il  ciclo astronomico dei “60 giorni”( che si fondava sulla combinazione di 10 “ tronchi” celesti e 12 “ rami terrestri”, alla base del calendario tradizionale).Il ciclo dei 12 “rami terrestri” si applicava anche alla designazione delle ore, tradizionalmente suddivise in 120 minuti, prima che sotto l’influenza occidentale fosse introdotta quella di 60. I ricercatori taoisti dividevano, inoltre, la giornata  in due parti: quella del  “soffio vivente” e quella del “soffio morto”. Le ore della giorno corrispondevano, agli orientamenti dello spazio e l’assorbimento dei “ Soffi” negli organi interni doveva essere messo in rapporto  a momenti precisi ( il mattino per il fegato, il mezzogiorno per il cuore, e così via) .Molti altri elementi dovevano essere considerati: le divisioni dell’anno in 24 stagioni, o periodi del Ch’i, la direzione in cui era rivolta la costellazione dell’Orsa Maggiore ( che indica, con la sua rotazione il ciclo delle stagioni) e perfino i mutamenti dei 64 esagrammi dei I Ching.  Così, gli esoterici cercatori taoisti dell’immortalità cercavano ( sia in senso spirituale che  fisico) di far maturare nel loro crogiuolo interiore ,la loro stessa essenza, il “ Soffio” interno, per generare, con la fusione dello Yin e dello Yang, un embrione immortale  e si servivano della circolazione del principio vitale per ripristinare la respirazione fetale .In questo modo, trasformati nella personalità dal piombo all’oro e con il corpo immortale,  avrebbero partecipato al Tao, come nutrimento e anima stessa dell’universo.

Il Taoismo e le pratiche dell’alchimia “ esterna” ed “ interna” si fondano sulla cosmologia correlativa che ha caratterizzato per millenni la vita della società cinese. Tutte le cose sono profondamente legate tra di loro. L’universo fisico è una vasta rete di interconnessioni. Ogni evento è collegato ad un altro evento. L’universo, il cielo, la terra e l’uomo creano delle risonanze gli uni sugli altri. La mente logica occidentale conosce attraverso coordinate ben precise( lo spazio, il tempo e la causa), la mentalità taoista cinese era invece fondata sull’unità (Tao) e sulle correlazioni. A questo proposito, lo storico e filosofo della scienza Joseph Needham ha affermato: “ Il loro universo era una sostanza continua o una matrice all’interno della quale avevano luogo le interazioni tra le cose ,non attraverso lo scontro di atomi, bensì la trasmissione di influssi”. (Joseph Needham, Science and Civilisation in China: Physics and Physica Technology, vol.4, Cambridge University Press, Cambridge, 1962, pag.14). Per questo fin dall’antichità, le arti divinatorie - come la consultazione del “ Classico dei Mutamenti” ( I King),la geomanzia ( feg shui),l’interpretazione dei sogni, l’astrologia e l’astronomia- entrarono  a far parte della pratica dei Maestri del Tao. Erano due le tecniche divinatorie più antiche: la prima consisteva nel formulare previsioni in base alla risposte ottenute dal lancio di un determinato numero di bastoncini di achillea ,la seconda nell’iscrivere su un carapace di tartaruga o ossa scapolari  di ovini messaggi la cui risposta era ottenuta dalla screpolature prodotte dalla loro esposizione al fuoco. Con questi e altri metodi (oggi si ricorre, più pragmaticamente, al lancio di tre monete) si cercava di indagare sulle interconnessioni tra gli eventi, tra realtà che spesso la mente logica percepisce e ritiene come separate; si indagava sulle  relazioni tra le cose e le loro influenze nella nostra vita. Come abbiamo visto si postulò l’esistenza di un sistema di tipo informativo, universale ,senza tempo ,immobile ed aprioristico  che fu chiamato: “Cielo Anteriore”, una sfera dell’Essenza con capacità di manifestarsi e di “imprimersi” nello specifico. In maniera speculare si parlò di un “Cielo Posteriore”, la sfera dell’esistenza, il  mondo della manifestazione ( o forse, sarebbe meglio dire dell’espressione), ciclico, mobile, immerso nel continuum spazio-temporale .Analogamente, nella medicina tradizionale, con il “Cielo Anteriore” si esprimevano i fattori innati della costituzione dell’individuo, mentre con il “ Cielo Posteriore” a quelli legati all’ambiente.

Quando in Cina penetrò il Buddhismo, i taoisti assimilarono gli aspetti di quella dottrina a loro più congeniali, soprattutto l’epistemologia, o teoria della conoscenza. Tra le due scuole c’erano molte cose in comune: i temi dell’armonia ,l’olismo  e la dottrina che lega o condizione ogni cosa alle altre. Si pensi alla legge della concatenazione/cooproduzione causale :Pratitya Samutpada), che concepisce l’universo come un sistema coerente nel quale i cambiamenti e gli episodi della nostra vita non costituiscono episodi isolati, bensì esercitano ripercussioni su noi stessi ( sul nostro karma) e sull’intera trama dell’esistenza. In Cina  il Buddhismo ,dopo una prima fase di avversione, fu rapidamente assimilato e divenne il fondamento di numerose scuole e correnti filosofiche. Fra queste la scuola buddhista Hua-yen  ( in Giappone: Kegon; cioè: “Ghirlanda di Fiori” fondata da Tu-Shun (557-640). La scuola insegna che tutti i fenomeni si compenetrano ( da qui il nome: “ghirlanda”, ”serto”; ma “Hua-ye” è anche il nome cinese di un Sutra Mahayana: il ponderoso Avatamksaka Sutra),ognuno permea tutti gli altri ,e tutti gli altri sono contenuti in ognuno. La scuola della “Ghirlanda di Fiori” accentua ,in primo luogo, le corrispondenze tra i fenomeni. L’universo, nell’Avatamksaka Sutra, viene chiamato Dharmadhatu ,il “ Regno del Dharma”. È una dimensione sfuggente,  priva di rigidi confini, dove tutto nasce dalla Mente  del Buddha. È il Principio universale (cinese: Li; giapponese: Ri)) la cui dinamica costituisce la manifestazione dei fenomeni (cinese: shi; giapponese: shiki). Tutti i fenomeni appaiono simultaneamente in questo spazio primigenio; ma gli esseri, ingannati dall’illusione hanno una visione frammentaria di questo insieme e vivono in un universo (lokadhatu) che sembra loro indipendente ed esistente: “… Una azione infinita nasce dalla mente, e dall’azione nasce il variegato mondo. Avendo compreso che il mondo ,per sua vera natura è mente, tu manifesti i tuoi corpi in armonia con il mondo. Avendo intuito che questo mondo è come un sogno, e che tutti i Buddha sono come semplici riflessi, e tutti i principi come un riverbero, nel mondo ti muovi libero da impedimenti…”.  (Avatamsaka Sutra: sezione: Gandavyuha, cap.81). Il Dharmadhatu è il mondo dell’infinita compenetrazione reciproca; ogni singolo e pur minimo aspetto della realtà si riflette con tutti gli altri esistenti nell’universo, formando una immensa rete, in cui ogni nodo (o intersezione dell’ordito con la trama) è relazionato a tutti gli altri, riflettendoli ed essendone il riflesso, senza alcun ostacolo. Tutta la materia e i fenomeni sono collegati ai fili di questa immensa rete cosmica ,al centro della quale si trova il Buddha che riflette ovunque il suo potere spirituale. È una invisibile trama che collega l’esistenza, simile alla rete spirituale di causalità gettata sul mondo dal dio vedico Indra. Inoltre, ogni fenomeno specifico dell’universo porta in sé il principio del Dharmadhatu al completo. Da cui l’espressione del Gandavyuha: “Tutte le immagini del Principio Primo/della Mente di Buddha si manifestano in un solo granello di polvere”…o ancora: “la Natura di Buddha ha il potere di rivelare in un solo poro della sua pelle tutta la storia di tutti i mondi nelle dieci regioni, dalla loro comparsa alla distruzione finale”. Questa visione, che sembra anticipare l’ologramma-dove ogni parte contiene l’intera informazione- si conciliò felicemente con il tradizionale orientamento cinese favorevole a considerare la realtà come un complesso armonico di  relazioni e corrispondenze. Lo stesso termine (Li) utilizzato dalla scuola Hua-yen, per designare il Principio universale formativo e normativo, il noumeno, come sinonimo di “Natura di Buddha”, appartiene alla terminologia filosofica confuciana e neo-confuciana. La parola “Li” che anticamente designava le “venature” della giada e delle cose naturali, per i filosofi confuciani era sinonimo di “ Legge di Natura”; era il modello di ordine e di equilibrio anche nell’apparentemente asimmetrico.

Alla luce del quadro fin’ora esposto per i taoisti (filosofi, alchimisti, medici, geomanti ecc.) e per le scuole buddhiste cinesi ( merita un cenno anche la tradizione T’ien T’ai, in giapp.: Tendai, che insiste sulla mutua inclusività della mente e di tutti i fenomeni), l’energia spirituale e la materia sono essenzialmente indistinguibili l’una dall’altra .il mondo dei fenomeni fisici è  collegato alla sfera invisibile di una forza organizzativa che ne costituisce le fondamenta. Dal momento che l’Universale (Cielo Anteriore, Tao, L’Uno, la Mente Buddha, ecc.) si riflette  e si imprime, sia pur con modalità diverse, nel “Cielo Posteriore” è possibile, osservando i legami tra le cose  e gli eventi,  tirare conclusioni riguardo alle vicende terrene. Dietro ogni fenomeno, anche il più illogico, si cela un ordine che va oltre la logica. Lo stesso, e a maggior ragione, vale anche per le coincidenze più significative, quelle che Gustav Jung chiamava: “eventi simili per significato che si manifestano nello stesso tempo” (sincronicità). Il fine ultimo di questo esercizio di analisi è quello di capire i principi cui ogni essere soggiace e di attingere ad una sorgente senza fine di intuizione, creatività, ispirazione e anche di catarsi spirituale ed Illuminazione. Quelle che a noi, il più delle volte, potrebbero sembrare coincidenze misteriose ed inspiegabili, sarebbero in realtà indicazioni della Mente infinita, segni nella trama dell’universo. Nel mondo occidentale, in genere, si presta scarsa attenzione a questi eventi; spesso non hanno diritto all’esistenza perché sembrano contraddire le teorie della scienza “ufficiale”. Il pensiero cinese insegna che le coincidenze significative non nascono, da un qualche bisogno subconscio che interpreta o addirittura influenza l’ambiente esterno; sono, invece, collegate e fanno parte di un Disegno Universale .Arrivare a percepirlo e studiarne i codici di interpretazione ( per esempio con I King) è paragonabile ad una vera e propria esperienza spirituale. Anche se la mente razionale si sforza di scoprire i significati delle corrispondenze e degli eventi sincronici, è solo il pensiero intuitivo o un lampo di coscienza mistica che possono guidarci nella giusta prospettiva. Si tratta di percezioni che talvolta si sviluppano durante la meditazione ,il sogno, la trance o altre esperienze di trasformazione e di profondo coinvolgimento o negli stati alterati di coscienza .Questi momenti possono aprirci a nuovi significati e a diverse comprensioni. Intuire il Disegno universale ci può aiutare a capire chi siamo, quale è il nostro ruolo nell’universo, in quale direzione dobbiamo muoverci, cosa dobbiamo fare, e perché.

Bibliografia:

Per un primo approccio consigliamo di leggere:

Bianchi,Ester, Taoismo, Electa, Milano,2009

Despeux, Catherine, Traité d’Alchimie et de Physiologie Taoiste, Paris, Les Deux Océans,1979 (trad.it. incompleta: Trattato di Alchimia e di Fisiologia Taoista, Mediterranee, Roma, 1982
Duyvendak ,Jan Julius Lodevijk, (trad. A cura di) Tao te Ching. Il Libro della Via e della Virtù, Adelphi, Milano,1973
Esposito, Monica, L’Alchimia del Soffio. La pratica della Visione Interiore nell’Alchimia Taoista, Ubaldini ,Roma, 1997
Granet, Marcel, La Pensée Chinoise, Paris ,Albin Michel,1950 (trad. it.: Il Pensiero Cinese, Adelphi, Milano,1971
Robinet, Isabelle, Méditation Taoiste, Paris, Dervy Livres, 1979 ( trad. It. : Meditazione Taoista, Meditazione Taoista, Ubaldini, Roma,1984
Schipper, Kristofer, Le Corps Taoiste Corps Physique- Corps social, Libraire Arthème Fayard, 1982 ( trad.it. : Il Corpo Taoista, Ubaldini, Roma, 1983)
Sivin, Nathan, Chinese Alchemy: Preliminary Studies, Harvard University Press, Harvard, 1968

Silvio Calzolari
Storico delle Religioni
Istituto Superiore di Scienze Religiose - Firenze