Antonino Pierozzi, santo domenicano nella Firenze dell’Umanesimo. Una figura da riscoprire.

Copertina Antonino Pirozzi

di Alessandro Santini — Quelli del Museo di San Marco, 14 maggio 2017

“Chi dice Sant’Antonino Pierozzi, dice Convento di San Marco; e chi dice Convento di San Marco dice Firenze e destino, grandezza e responsabilità di Firenze…”, così scriveva Giorgio La Pira nel 1958, quando la fama di Sant’Antonino era ancora ben viva nella memoria dei fiorentini, che, con gran concorso, prendevano parte alle celebrazioni annuali in suo onore, il 10 di maggio, in San Marco.

L’anno seguente, nel ’59, papa Roncalli lo avrebbe addirittura proclamato patrono della diocesi di Firenze, assieme a San Zanobi. Una fama, quella di Antonino, testimoniata da una miriade di angoli fiorentini: le facciate, con lapidi, busti e statue; le chiese e i musei, con decine di dipinti, affreschi e sculture; le biblioteche, con i suoi manoscritti originali, le edizioni a stampa e le tante pubblicazioni dedicate; dietro San Lorenzo, una via popolare e (un tempo) bellissima porta ancora il suo nome. Basti solo ricordare che è l’unico uomo di chiesa ad esser stato scolpito nella galleria dei fiorentini illustri, agli Uffizi, nelle nicchie del loggiato.

Eppure, ai giorni nostri, il nome di Antonino Pierozzi, ed è un triste paradosso, pare quasi dimenticato. Lo rammenta chi, per sua fortuna, è ancora appassionato di questa città, della sua arte e della sua storia. Se ne ricorda, soprattutto, chi è innamorato di San Marco, della sua piazza, del convento domenicano e del museo statale, che, dal 1869 (tra poco saranno 150 anni!), conserva i tesori del Beato Angelico e le memorie di Savonarola.

Sicuramente, sono innamorati di Firenze e di San Marco anche Silvio Calzolari e Nino Giordano, gli autori del nuovissimo testo intitolato: Antonino Pierozzi. Un santo domenicano nella Firenze del Quattrocento, edito da Polistampa, con il contributo della Cassa di Risparmio di Firenze.

Un libretto agile, di circa 100 pagine, con capitoli brevi e immagini a colori, che intende riproporre la figura di Sant’Antonino non solo nella sua veste tradizionale e agiografica (che è utile riscoprire), ma anche in quegli aspetti di concretezza storica, sociale e umana che, inaspettatamente, risultano ancora molto attuali.

Non si tratta di un’opera per specialisti, né vuole esserlo. Lo studioso, e chi voglia approfondire, potrà ben affidarsi agli atti dell’importante convegno di qualche anno fa: Antonino Pierozzi, la figura e l’opera di un santo arcivescovo nell’Europa del Quattrocento (Firenze, 25-28 novembre 2009), a cura di Luciano Cinelli e Maria Pia Paoli.

Questo libro, ma non è un difetto, è un esempio di buona divulgazione culturale: seria, ben informata e scorrevole, cosa rara in Italia. E anche l’insolita forma letteraria, già sperimentata dal coautore Nino Giordano per la biografia di La Pira, sembra pensata per farsi leggere. Introdotti da una voce narrante (una terziaria domenicana), i capitoli biografici presentano un’alternanza di descrizioni storiche, dialoghi (fra Antonino, Beato Angelico, papa Eugenio IV) e brani tratti da opere dello stesso Antonino, citati alla lettera o riadattati (spiccano, per freschezza, quelli de La Nave spirituale, scritta per le donne della comunità  “di Annalena”).

È un viaggio che comincia, tra storia e leggenda, quando Antonino, poco più che quindicenne, riuscì a convincere Giovanni Dominici, padre dell’Osservanza domenicana, ad ammetterlo nell’Ordine, dopo avergli recitato, parola per parola, le norme canoniche del ponderoso Decreto di Graziano (e nacque il mito della prodigiosa memoria di Antonino!). Seguono gli episodi salienti, noti e meno noti, della vita del santo.

Prima di tutto, la ricostruzione del convento di San Marco, finanziata da Cosimo de’ Medici su richiesta di papa Eugenio IV. Una vicenda in cui il radicale anelito alla povertà dell’Osservanza, a contatto con la ricchezza e il potere mediceo, fu messo a dura prova. Da qui i due atteggiamenti, in apparente contrasto, di Beato Angelico e di Antonino, con il primo che preferì l’ascetica spiritualità del conventino di Fiesole, mentre il secondo, pur coltivando una rigida povertà personale, rimase in città a confrontarsi con la società mercantile, come priore di San Marco e Vicario dell’Osservanza.

Per obbedienza, nonostante una forte repulsione personale (che lo portò quasi alla fuga), Antonino si sottomise alla volontà del papa, accettando, nel 1446, la nomina ad arcivescovo di Firenze.

La sua fama è legata alla fervente attività di pastore, intransigente con i chierici infedeli e immorali, caritatevole con gli indigenti e i malati, soprattutto al tempo della peste (a cavallo di un ronzino, preso in prestito, visitava i quartieri più poveri, distribuendo denari, viveri e i medicamenti della farmacia di San Marco).

Nella Summa Moralis, condannò perentoriamente l’usura, ma, nell’analisi minuta delle diverse attività bancarie e commerciali (utilissima per lo studio dell’economia del tempo), non escluse, pragmaticamente, che in certi casi potesse essere applicato un minimo (e onesto) tasso di interesse. Anche se, nella sua visione, è sempre l’etica, e mai il guadagno, il fine di ogni impresa.

E l’etica, spesso, impone scelte coraggiose. Quando, una volta, lo stesso Cosimo de’ Medici intendeva alterare i meccanismi elettorali, abolendo la segretezza del voto, per condizionare in suo favore il governo della città, fu Antonino ad opporsi apertamente, in nome della libertà e degli statuti repubblicani.

E che dire dei suoi interessi culturali? Non solo teologia e testi sacri, ma anche storia, scienza e geografia. Elaborò, persino, una curiosa e felice intuizione: che i continenti del globo non fossero tre (come si credeva), ma che ve ne fosse anche un quarto, oltre l’Oceano. Un’ intuizione che avrebbe trovato conferma, di lì a pochi anni, nei viaggi di Colombo e del fiorentino Vespucci. Già, Amerigo Vespucci, il cui coltissimo zio, Giorgio Antonio, del vescovo Antonino fu grande amico (e si farà anche domenicano, con Savonarola).

Alla fine del libro, gli autori si chiedono: “Molti studiosi hanno descritto Sant’Antonino come un severo oppositore dell’Umanesimo. Ma lo fu davvero?”. La risposta emerge chiaramente dalla biografia e dalle opere. Antonino, a buon diritto, può essere definito un umanista per la sua poliedricità, per i suoi studi e per lo “stare nel mondo”. Antonino partecipò, eccome, al rinnovamento sociale, culturale e spirituale della prima metà del ‘400, cercando un nobile equilibrio (mai compromissorio) fra tradizione e novità, fra la dimensione dello spirito e quella, incarnata, del mondo reale, in un’epoca di grandi cambiamenti storici e sociali. Un umanista cristiano, non c’è dubbio, come lo fu Beato Angelico e come saranno Fra Girolamo Savonarola (nonostante la leggenda nera) e, ai giorni nostri, il sindaco “santo” Giorgio La Pira. Tutti “figli di San Marco”, verrebbe da dire.

Il piacevole testo di Silvio Calzolari e Nino Giordano è, dunque, un’occasione preziosa, un invito sincero a riscoprire la storia e le opere di Antonino Pierozzi. Un santo domenicano nella Firenze del Quattrocento. Ma anche, sorprendentemente, una figura ancora attuale per gli uomini e per il mondo di oggi.

Fonte: https://quellidelmuseodisanmarco.blog/2017/05/14/antonino-pierozzi-santo...