Burakumin: l'apartheid invisibile

POGROM Vol. 1 - N. 2-1 (15-22) - 1995

di Silvio Calzolari

In Giappone due, forse tre milioni di persone vivono discriminate e ghettizate. Non sono una minoranza etnica, ma giapponesi come un qualunque abitante di Tokyo o di Osaka. Sono i Burakumin, gli "abitanti dei ghetti" vittime di un razzismo anomalo che non farà mai notizia

Secondo l'antropologa Nakane Chie, oggi in Giappone non esistono classi nel senso europeo del termine. Anche se l'80- 90% dei Giapponesi si considera appartenente alla "classe media", esistono comunque sottili e silenziose stratificazioni sociali: basta osservare la cura con cui si combinano ancora moltissimi matrimoni, basta conoscere un poco il mondo esclusivo dei clubs, o quei segni, quegli status symbols, dati da automobili, indirizzi, vestiti, scuole frequentate e via dicendo.

D'altra parte Nakane Chie ha ragione se considera soltanto il lato economico: nello strato medio dlle retribuzioni e degli introiti navigano infatti otto-nove decimi del paese. Uno strato medio che fino a pochi anni fa ha costantemente aumentato il proprio tenore di vita. Naturalmente esistono, come in ogni altro paese, punte di benessere fuori dal comune, nonché sacche limitate di miseria e sottosviluppo, ma il limite della povertà è varcato da poche persone; le istituzioni sociali pubbliche e le iniziative private si prendono cura di tutti i bisognosi.

Il sottosviluppo ed il degrado sono generalmente associati ai Burakumin (letteralmente, "abitanti del villaggio-ghetto"), un gruppo che ancora oggi viene discriminato e del quale si conosce ben poco fuori dal Giappone. A differenza degli Ainu, i Burakumin non sembrano essere una minoranza definibile in base ad una diversa origine etnica; la loro discriminazione non dovrebbe avere quindi alcuna base razziale. Infatti essi non presentano alcuna differenza fisica dal resto dei Giapponesi: non i capelli, non gli occhi, non la statura, il colore della pelle, il credo religioso o la lingua.

Chi sono dunque i Burakumin? Da dove nasce l'apartheid che fino a pochi decenni fa li obbligava a vivere in quartieri ghettizzati, in piccoli mondi chiusi e poco visibili dal di fuori?

La loro storia ha origini nelle vicende degli Eta (letteralmente, "molta impurità") e degli Hinin ("non uomini"), due gruppi di fuori-casta o paria dell'antica società giapponese, circondati da secoli di pregiudizi e destinatari del medesimo disprezzo.

È opportuno ricordare che uno dei nomi dispregiativi che i Giapponesi usavano per gli Eta era kokonotsu (nove), cioè "non dieci" e quindi "incompleto", "mezzo uomo". Un altro era yotsu (quattro), accompagnato dal gesto che mostrava quattro dita di una mano, alludendo alle zampe degli animali.

Sull'origine degli Eta, anticamente considerati discendenti di ceppi non giapponesi, i sociologi dell'arcipelago nipponico discutono da lungo tempo. Alcuni, come Kita Takeichi, ritengono che originariamente fossero un gruppo particolare di persone destinate a lavori considerati impuri, contaminanti o bollati per empietà religiosa. Per altri, come Kikuchi Sanya, il nucleo principale degli Eta sarebbe stato costituito dagli aborigeni isolani sottomessi dalla razza di Yamato (gli attuali Giapponesi). Molti altri, fra cui Brinkley, sostengono infine che fossero prigionieri di guerra o immigrati clandestini provenienti dalla Corea o da altri paesi asiatici. Qualunque sia la loro origine, fino dagli albori della storia giapponese si hanno chiari riferimenti ad un gruppo di persone fuori o al di sotto della legge, su cui ricadevano i lavori ritenuti più degradanti o sgradevoli. Queste persone erano costrette a svolgere mansioni indispensabili ma considerate "impure": seppellire i morti, fare da giustizieri, macellare gli animali, conciare le pelli, scavare i pozzi nelle fogne. Probabilmente fu proprio da questi lavori, più che su fondamenti biologici, razziali o storici, che in nome di tabù religiosi e sociali nacque la discriminazione degli Eta.

Fin dai documenti più antichi, lo Shintoismo (la religione autoctona del Giappone, una delle più arcaiche del mondo) ha manifestato infatti un'autentica ossessione nei riguardi della purezza rituale e nel rifiuto di ogni forma d'impurità (kegare). Sporco, peccato, crimine e morte appaiono uniti e confusi in un rifiuto irrazionale. Settimane, mesi di abluzioni, astinenze e digiuni erano imposte ai celebranti dei riti maggiori per renderli degni di quel contatto diretto con i Kami (le divinità) che caratterizzava e tuttora caratterizza i matsuri, i banchetti mistici nei quali gli dei venivano invitati a convito con gli uomini. Questo culto della purezza investe tutto l'orizzonte dello Shintoismo. Le persone che rimanevano esposte alle "contaminazioni" dovevano purificarsi con bagni ed abluzioni rituali (misogi), e talvolta anche con particolari esorcismi.

Gli Eta, considerati perciò portatori di impurità, furono ben presto emarginati, costretti a vivere in ghetti ai margini dei villaggi ed esclusi da ogni contatto. Nel sesto secolo, con l'avvento del Buddhismo, che insegnava a non togliere la vita ad alcun essere vivente e quindi proscriveva l'uccisione degli animali, il sentimento di discriminazione nei confronti degli Eta crebbe e trovò anche una ulteriore legittimazione religiosa.

Il destino degli Eta appare talvolta congiunto a quello degli Hinin, l'altro gruppo di fuoricasta. Il termine Hinin fu usato per la prima volta durante l'epoca di Nara (710-784) per designare i fuorilegge, i ricercati, coloro che si erano macchiati di colpe nei confronti della famiglia reale. In epoche successive vi vennero annoverati anche gli indovini, i vagabondi, i menestrelli erranti, certe prostitute e gli emarginati in genere.

La discriminazione contro gli Eta e gli Hinin raggiunse il culmine nei due secoli e mezzo che videro il predominio dei governanti ereditari (Shogun) di casa Tokugawa, dal 1603 al 1868. In quest'epoca di pace quasi ininterrotta la società, eccetto il clero buddhista e shintoista, fu suddivisa in quattro classi: nobiltà (quella cortigiana e quella militare dei samurai), contadini, artigiani e commercianti. Almeno in teoria le quattro classi erano rigidamente separate fra di loro. Fuori casta rimasero gli Eta, autentici paria, gli impuri, e gli Hinin, ormai per lo più mendicanti.

Lega degli Eguali

Questa rara foto del 1924 ritrae i rappresentanti della Lega degli Eguali, il primo movimento politico contro la distriminazione del Burakumin. In prima fila, con barba e occhiali, il presidente Jichiro Matsumoto.
Foto: Burakumin Liberation Research Institute.

I Tokugawa adottarono la filosofia confuciana come ideologia di stato e mirarono a creare una società statica, immobile, in cui ogni cosa era prevista e prevedibile. L'isolamento del Giappone fece sì che, almeno in parte questo ideale si potesse avverare. Perfino la popolazione, dopo un aumento iniziale da 18 a 25 milioni, restò quasi stazionaria per un secolo e mezzo.

Durante questo periodo si sviluppò un'organizzazione sociale totalitaria: forti limitazioni della libertà personale, clima di sospetto, censura, stato di polizia. Il controllo capillare della popolazione veniva esercitato con l'assegnazione di un villaggio di residenza e l'obbligo della registrazione presso il tempio locale. Gli Eta vennero segregati in zone speciali, o per meglio dire in villaggi-ghetto; furono costretti a portare marchi di riconoscimento (un pezzo di cuoio cucito sul kimono) ed a non avere contatti con le altre classi sociali. Furono costretti ad esercitare mestieri particolari: macellaio, boia, becchino, conciatore di pelli e fabbricanti di tamburi. Venne loro proibita la pesca e talvolta anche la coltivazione a scopo commerciale. Avevano leggi proprie, con un capo che esercitava su di loro diritto di vita o di morte; non potevano entrare nelle città, se non per acquisti o vendita delle loro merci. Il denaro con cui venivano pagati non poteva però essere consegnato loro in mano, ma veniva gettato per terra al fine di evitare anche il minimo contatto fisico. Gli Eta non erano considerati giapponesi e neppure uomini, tant'è vero che venivano contati con gli aggettivi numerali usati per gli animali o per le cose. L'uccisione di uno di loro non era considerata omicidio, ma veniva punita con una semplice ammenda. Erano discriminati anche dal punto di vista religioso: in molti distretti non potevano frequentare templi né santuari diversi da quelli loro assegnati e definiti Eji ("templi contaminati").

Perché la Legge del Buddha, così illuminata sul piano spirituale, tollerava una simile ingiustizia sociale? Una delle dottrine fondamentali del Buddhismo è la Legge della Concatenazione Causale (Pratitya Samutpada), che spiega le modalità dell'asservimento al ciclo delle nascite e delle morti. Il Buddhismo pone l'uomo al centro di uno sconfinato dramma cosmico: il male e la sofferenza sono l'effetto di colpe passate. La Legge del Karma giustifica così una certa attitudine passiva di fronte alle ingiustizie sociali.

Nel 1868, con la fine dello shogunato, l'abolizione del sistema feudale fece cadere le barriere fra le classi e sancì l'uguaglianza legale di tutti i cittadini. Inizialmente il nuovo ordinamento sociale semplificò la vecchia divisione in quattro classi: i cortigiani ed i signori feudali furono nominati nobili (kazoku), i samurai vennero classificati come esponenti della piccola nobiltà (shizoku) o soldati (sotsuzoku), mentre gli appartenenti alle altre classi vennero considerati comuni cittadini (heimin). Due anni più tardi ai cittadini venne permesso di assumere cognomi e fu consentita la libertà d'impiego e di residenza.

Il 28 agosto 1871 un editto del Consiglio di Stato abolì l'uso dei termini Eta e Hinin. Gli appartenenti a queste categorie divennnero anch'essi cittadini o per meglio dire shin-heimin, cioè "nuovi cittadini": il marchio distintivo, in pratica, continuava ad esistere.

Fu proprio in questo periodo che gli ex-Eta/Hinin cominciarono ad essere chiamati Burakumin, cioè "abitanti dei ghetti", dal nome dei sobborghi separati, adiacenti alle città, in cui vivevano (tokushu buraku significa appunto "villaggi speciali").

LE MINORANZE IN GIAPPONE

AINU

30.000 (1)

BURAKUMIN

3.000.000 (2)

COREANI

700.000

OKINAWANI

1.000.000 (3)

Note

Per avere un'idea delle percentuali, il Giappone conta oggi 125.000.000 di abitanti.

  1. Media dei dati fomiti dalle varie fonti.
  2. I Burakumin come si legge in questo articolo non sono una minoranza etnica, ma sociale.
  3. Il termine, pur privilegiando l'isola più grande delle Ryukyu, è solitamente impiegato per designare tutti gli indigeni dell'arcipelago.

Nonostante l'emancipazione legale, le cose cambiarono ben poco: l'opinione pubblica è sempre comunque lentissima a modificarsi, e alla liberazione disposta dalla legge non corrispose una liberazione effettiva. Contro la parificazione scoppiarono addirittura delle sommosse.

Pochi mesi più tardi, il governo Meiji rese obbligatorio il servizio militare, con grande malumore dei samurai che in tal modo venivano a perdere i propri privilegi. Nel 1872, per regolamentare la chiamata alle armi, fu introdotto un sistema di registrazione basato sulle origini genealogiche delle famiglie (koseki). I registri, facilmente consultabili, permettevano l'identificazione dei Burakumin anche nel caso di cambiamento di residenza.

La discriminazione continuava. Inoltre, le ditte e le aziende compivano accuratissime indagini presso i registri per controllare l'origine degli impiegati, ed ancora più minuziosamente si documentavano i parenti del promesso sposo o della sposa alla vigilia di un matrimonio.

I Burakumin, formalmente uguali a tutti gli altri giapponesi davanti alla legge, continuarono così a sposarsi fra di loro, a commerciare fra di loro ed a vivere in comunità appartate, senza barriere o delimitazioni visibili, ma pur sempre riservate esclusivamente a loro. Si formarono così nuove sacche di emarginazione. Chi riusciva a far perdere le proprie tracce, magari cambiando residenza e creandosi una buona posizione, viveva sempre nel terrore che qualcuno potesse prima o poi scoprire la verità.

Nel 1903 fu organizzato un movimento filantropico, il Dai Nippon Dobo Yuwa Kai (Associazione del grande Giappone per la riconciliazione fraterna). Commercianti e borghesi benpensanti si riunirono ad Osaka con l'intenzione di fare qualcosa per migliorare le condizioni di vita dei Burakumin, ma la situazione di emergenza determinata dalla guerra con la Russia (1905) pose ben presto fine alla loro iniziativa.

Shimazaki Toson (1872-1943), uno dei primi maîtres à penser giapponesi, pubblicò nel 1906 un romanzo che fece grande scalpore, Hakai ("Il comandamento infranto"), dove affrontava con coraggio il problema dei paria della società. Nel romanzo, che è ambientato in prevalenza fra le montagne di Nagano, un Eta particolarmente laborioso riesce a far dimenticare le proprie origini ed a mettere da parte il denaro sufficiente per far studiare il figlio. Quest'ultimo diviene maestro e si avvia ad una felice carriera, ormai pienamente integrato nella società giapponese "normale". Ma gli studi, le letture e le amicizie intellettuali risvegliano la coscienza del giovane maestro, al punto che un giorno non riesce più a vivere col proprio segreto, e durante una lezione dichiara apertamente di appartenere alla classe maledetta. Da quel momento ciò che prima era per lui una vergogna diviene quasi un motivo di orgoglio, e dedica ogni sua energia alla liberazione degli Eta. Il romanzo ebbe successo. La discriminazione era però talmente radicata nell'opinione pubblica che non venne minimamente scalfita da questi primi tentativi miranti a modificare sostanzialmente le condizioni dei Burakumin. Lo stesso Fukuzawa Yukichi (1835-1901), una delle figure più significative della letteratura giapponese e fautore entusiasta di radicali rinnovamenti sociali, racconta nella sua autobiografia di aver raccomandato ai suoi studenti "di non andare in giro vestiti in modo trascurato per non essere scambiati per Eta". Nel 1922 sorse un nuovo movimento, questa volta animato dai Burakumin, che si proponeva di portare il problema all'attenzione del paese ed abolire ogni discriminazione. Si trattava del Suihei Undo (noto anche come Suiheisha), il "Movimento per livellare le acque" o "degli Eguali". Il 3 marzo di quell'anno oltre 2000 Burakumin si radunarono a Kyoto e sottoscrissero una solenne dichiarazione di autoliberazione che si richiamava ad ideali cristiani (il martirio, e da qui la corona di spina assunta a simbolo del movimento) e buddhisti (la compassione e la remunerazione). I legami con certi gruppi di orientamento comunista resero il movimento inviso ai militaristi, forti fin dal 1925 e trionfanti dal 1936 in poi. Il Movimento degli Eguali fu costretto alla clandestinità.

In un volume edito dal governo in quegli armi, i Burakumin venivano descritti come "esseri inferiori, del tutto simili agli animali". Ancora nel 1933 il sociologo Ninomiya Shigeaki scriveva: "Gli Eta soffrono discriminazioni in ogni campo ed in ogni relazione col resto della società". L'avversione per i Burakumin rimase immutata anche durante la Seconda Guerra Mondiale.

Nell'immediato dopoguerra il movimento Suihei Undo riprese la sua attività. Le forze di occupazione americane abrogarono i vecchi registri contenenti i dati genealogici delle famiglie ed introdussero un nuovo sistema di registrazione non discriminatorio.

Nel 1946 fu costituito il Burakumin Kaiho Zenkoku Inkai (Lega per la liberazione dei Burakumin, in inglese Buraku Liberation League), il cui presidente Jichiro Matsumoto, senatore del Partito Socialista, fu persino eletto vicepresidente del Senato. Matsumoto incontrò comunque grandi ostilità per le sue idee antiimperiali, venne accusato di collusione con i militaristi ed infine espulso dal Parlamento.

Negli anni Cinquanta l'associazione cambiò il proprio nome in Buraku Kaiho Domei (Lega per fa liberazione dei Burakumin) e nel 1960 dichiarò di essere "parte integrante di un unico fronte delle sinistre per la pace, l'indipendenza e la democrazia”.

Oggi vivono in Giappone circa 2.000.000 di Burakumin (secondo altre stime il loro numero arriverebbe ai 3.000.000). La maggior parte risiede in zone particolari dette Dowa-chiku ("dell'Eguaglianza") e distribuite nelle città dell'area occidentale, sulle coste del Mare Interno: Kyoto, Osaka, Kobe. A Tokyo vivono circa 35.000 Burakumin. La congiura del silenzio attorno a loro è quasi totale, i giornali e la televisione raramente parlano dei loro problemi. Solo la Lega si batte con vigore organizzando conferenze, dibattiti, cicli di lezioni, cercando di strappare finanziamenti, assunzioni ed una concreta modifica del loro status. Fra le varie attività dell'Associazione val la pena di ricordare anche la solidarietà con gli Ainu, con le minoranze di altri paesi e la pubblicazione del giornale Buraku Liberation News.

Uno dei problemi più gravi che la Lega ha dovuto affrontare è stato quello dei cosiddetti "registri-ombra". Dopo la guerra, infatti, i vecchi registri con le genealogie familiari non furono distrutti; anzi, rimasero accessibili al pubblico fino al 1976. Le principali ditte utilizzarono (ed in parte ancora oggi utilizzano) questi documenti per evitare l'assunzione di Burakumin. Uno di questi registri, diffuso sottobanco in tutto il Giappone, fu scoperto nel 1975.

Un'altra questione molto importante è quello dell'istruzione scolastica: a questo proposito, la Lega si è sempre battuta per l'introduzione di programmi che educhino alla tolleranza ed al rispetto reciproco.

Il problema dei Burakumin è tutt'ora attuale, anche se la maggior parte dei Giapponesi si vergogna di ammetterlo. Purtroppo è difficile sradicare un sentimento che per quanto assurdo ed ingiusto è comunque radicato da secoli. Occorre però ammettere che negli anni Ottanta si è risvegliata in Giapone una certa sensibilità ai diritti delle minoranze. Sono sorti così numerosi movimenti contro la discriminazione sociale, fra i quali il Dowa (o Torimaku), un gruppo interreligioso al quale aderisce anche la Chiesa cattolica, impegnato soprattutto in favore dei Burakumin.

I cristiani, cattolici e protestanti, sono molto attivi nelle due principali sacche di povertà, il quartiere di Sanya ad Osaka e quello di Kamagasaki a Tokyo. La Caritas locale ed il movimento Seigi to Heiwa (Giustizia e Pace) sono all'avanguardia in questa attività di aiuto e di assistenza. Anche in campo buddhista sono nate iniziative atte a promuovere una maggior sensibilità nei confronti dei diritti umani. Fra l'altro, presso l'Università buddhista Hanazono di Kyoto è stata fondata recentemente (1993) una rivista specializzata, Jinken Kyoiku Kenkyu che si propone di far nascere un nuovo movimento di "coscienza e di intervento".

Nel 1985 la Lega per la liberazione dei Burakumin presentò un Manifesto che conteneva anche una proposta di legge per l'eliminazione di ogni discriminazion sociale. Fu anche pubblicato un Libro Bianco sui diritti umani in Giappone, dove si prendevano in esame i problemi di tutti gli emarginati: Ainu, Burakumin, Coreani, portatori di handicap, abitanti delle Ryukyu (la spinosa questione di Okinawa), donne vittime della bomba atomica e giapponesi nati all'estero (prevalentemente negli Stati Uniti).

Nell'ottobre del 1993, durante il ventisettesimo congresso del movimento, che si tenne a Nagoya, il presidente della Commissione Centrale Saichiro Uesugi illustrò i punti che avrebbero dovuto caratterizzare un vero impegno del governo in senso antidiscriminatorio:

  1. Far approvare una legge mirante all'effettiva parificazione sociale di tutti i gruppi discriminati (Burakumin, Ainu, etc.).
  2. Creare un Ministero per la difesa dei diritti umani.
  3. Creare una Commissione per i diritti umani indipendente dal governo in grado di supervisionare le iniziative ministeriali.
  4. Promuovere un'organizzazione per la difesa dei diritti umani nell'area del Pacifico sotto l'egida delle Nazioni Unite.
  5. Prendere parte alle iniziative sui diritti umani promosse dalle Nazioni Unite.

Bibliografia consigliata

Beretta, Giorgio, "I Burakumin, i fuoricasta del Giappone'', in Missione oggi, n. 7, agosto-settembre 1993 pp. 40-45.
Buraku Liberation News, n. 75, November 1993. Chie, Nakane, Japanese Society, Weidenfeld & Nicholson, London 1970.
De Vos, George e Hiroshi Wagatsuma, ]apan's lnvisible Race: Caste in Culture and Personality University of California Press, Berkeley (California) 1972.
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Murakoshi, Sueo (a cura di), Discrimination against Buraku Today, Buraku Liberation Research Institute, Osaka 1987.
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Yoshino, I. Roger e Sueo Murakoshi, The lnvisible Minoriy: Japan's burakumin, Buraku Liberation Research Institute, Osaka 1977.

Indirizzi utili

  • AMPO - Japan-Asia Quarterly Review
    Pacific Asia Concerns Center
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