Il problema di Okinawa

POGROM Vol. 1 - N. 2-3 (27-30) - 1995

di Silvio Calzolari

Lo stupro di una studentessa dodicenne ad opera di tre marines ha scatenato violente reazioni popolari contro la presenza delle basi americane. In questo modo è tornato d'attualità il problema dell'arcipelago dove sembra che la Seconda Guerra Mondiale non sia mai finita

Okinawa è il nome dell'isola ed al tempo stesso della prefettura giapponese che abbraccia la maggior pane dell'arcipelago delle Ryukyu, che si estende per 1300 chilometri tra le isole del Kyushu (Giappone meridionale) e Taiwan.

Dal punto di vista antropologico il popolo delle isole Ryukyu ha stretti legami con i Giapponesi pur presentando molti elementi culturali diversi. Secondo le tesi dell'antropologo Kanazeki Takeo esisterebbero tra i due popoli delle vere e proprie radici comuni: in epoche protostoriche, nel corso di antiche migrazioni, alcune etnie provenienti dal sud-est asiatico e dalla futura Indonesia avrebbero infatti raggiunto il Giappone passando per Okinawa.

La lingua isolana può caratterizzarsi come un dialetto particolare del giapponese (Shiro Hattori), anche se il tempo le ha rese incomprensibili fra loro. Si avanza così l'ipotesi di un unico ceppo linguistico che si sarebbe scisso in due tra il terzo ed il sesto secolo.

Recenti ritrovamenti di ceramiche caratteristiche del periodo Kofun (terzo-quinto secolo) hanno fornito ulteriori riprove di queste influenze. Col tempo, tuttavia, le comunicazioni fra i due paesi divennero sempre più rare. L'evoluzione della società di Okinawa, chiusa in sé stessa, fu molto lenta fino al dodicesimo secolo, quando nelle isole furono introdotti il buddhismo e la scrittura ideografica cinese.

Nel secolo quattordicesimo, in seguito a vari conflitti ed alleanze fra i capi locali, sorsero tre stati, chiamati le Tre Montagne (Sanzan), vere e proprie federazioni di comunità tribali. Fu proprio in questo periodo che Okinawa entrò nell'orbita di influenza cinese e stabilì relazioni di vassallaggio con la dinastia Ming. A partire dal 1372 fu così l'imperatore cinese a conferire il titolo ai re delle isole.

Nel secolo successivo la potente famiglia Sho, dopo aver annientato gli altri clan, estese il proprio dominio sulle quattro isole maggiori, creando lo stato unificato di Okinawa. Secondo una tradizione, peraltro molto vaga anche se sempre citata nei libri di storia giapponesi, il mitico fondatore della nuova entità politica sarebbe stato figlio dell'eroe Minamoto no Tametomo, bandito dalla famiglia dei Taira attorno al 1156. La leggenda vuole forse evidenziare antichi legami fra il Giappone e le isole Ryukyu.

Nel 1609 la signoria giapponese degli Shimazu di Satsuma conquistò le isole, che divennero uno stato vassallo pur mantenendo la propria famiglia reale ed un'indipendenza formale.

Il regno venne così a trovarsi sotto una doppia sovranità, in quanto continuava ad inviare missioni di tributo anche alla Cina. Ci troviamo di fronte ad un'anomalia politica sconcertante: basti pensare che un re poteva salire al trono solo dopo l'approvazione del clan degli Shimazu, anche se la validità della successione era condizionata dall'investitura che veniva presieduta da ufficiali cinesi.

Il clan degli Shimazu permetteva questo rapporto di vassallaggio con la Cina perché in tal modo poteva beneficiare di una relazione mercantile diretta col continente, mentre il regime shogunale giapponese vietava ogni contatto con gli stranieri. Gli Shimazu sfruttavano anche la produzione di zucchero di Okinawa, che poi vendevano, con lauti guadagni, sul mercato di Osaka.

Nel diciannovesimo secolo il nuovo governo centralizzato che si installò dopo il rinnovamento Meiji, impaziente di mettere fine a questa doppia sovranità, ordinò al sovrano delle isole di rompere i legami con il continente. Fu così che nel 1871 le Ryukyu furono annesse alla prefettura di Kagoshima. L’11 marzo del 1879, dopo alcuni contrasti con la Cina, le isole vennero inglobate nell'impero e divennero una nuova prefettura.

Il governo cinese protestò per l'atto di forza, e fu soltanto con la mediazione degli Stati Uniti che si riuscì a comporre la vertenza ed a riconoscere la definitiva sovranità giapponese. Le isole persero così la propria autonomia senza neppure il compenso di benefici economici; anzi, dovettero pagare al governo centrale delle tasse estremamente gravose. Contemporaneamente iniziò una politica assimilazionista e discriminatoria. Le riforme politiche furono introdotte con notevole ritardo rispetto al resto del paese: Okinawa divenne una prefettura nove anni dopo l'istituzione di tutte le altre. La coscrizione obbligatoria fu istituita soltanto nel 1898, e il diritto di partecipare direttamente alla vita politica nazionale fu rinviato fino al 1919: trenta anni di ritardo rispetto alle elezioni tenute nelle altre isole dell'arcipelago nipponico.

Fino alla riforma del 1920, la rappresentanza prefetturale di Okinawa fu indiretta, ed il governatore esercitava poteri più ampi che nelle altre prefetture.

Ad Okinawa, fra l'altro, la bandiera giapponese e le foto della coppia imperiale da esporre nelle scuole furono imposte prima che in tutto il paese (1873). Nel 1879 il governo dichiarò che il giapponese era la lingua ufficiale, sebbene i dialetti persistessero nell'uso comune.

Ovviamente la politica di assimilazione, attuata attraverso l'educazione scolastica, fu mal digerita dagli abitanti di Okinawa, anche perché favoriva un forte senso di inferiorità culturale, di estraneità e di sostanziale diversità.

Nel periodo prebellico, a causa dell'estrema povertà, molti abitanti delle Ryukyu emigrarono verso le principali città giapponesi o si trasferirono all'estero. In Giappone però non furono ben accolti, anzi vennero considerati cittadini di seconda categoria.

Nel 1939 l'addestramento militare divenne parte integrante del programma di studi secondari ad Okinawa; gli studenti delle scuole superiori, oltre ad essere arruolati, furono mobilitati per costruire fortificazioni e basi aeree.

Nel luglio ciel 1944 le forze alleate attaccarono le isole Ryukyu: migliaia di civili furono evacuati nella regione di Kyushu ed a Taiwan, mentre 100.000 soldati raggiungevano Okinawa per farne un estremo bastione di difesa. In ottobre un'incursione aerea devastò la città di Naha, ed il 1 ° aprile del 1945 Okinawa fu invasa dall'esercito americano. Fu l'unica isola giapponese nella quale ebbero luogo combattimenti terrestri, che furono assai cruenti e si protrassero per quasi tre mesi. Il bilancio fu spaventoso: 100.000 morti fra soldati e civili, la fragile economia annientata, i centri urbani distrutti.

Negli abitanti dell'isola cominciò quindi a crescere il risentimento nei confronti dell'imperatore, che veniva ritenuto la causa di tutte le sventure: se egli avesse ascoltato chi lo avvertiva che la sconfitta sarebbe stata inevitabile e lo consigliava di intraprendere negoziati di pace, molti morti sarebbero stati risparmiati ed il Giappone avrebbe anche evitato l'orrore di Hiroshima e Nagasaki.

L'ostilità si acuì dopo la sconfitta, quando le isole passarono sotto l'amministrazione statunitense (sebbene nel 1951 il trattato di pace di San Francisco avesse riconosciuto la "sovranità residua" del Giappone). Questi anni trasformarono a poco a poco l'atteggiamento parzialmente antinipponico degli isolani, ed il problema del ritorno alla madrepatria venne sollevato in modo piuttosto deciso. La restituzione di Okinawa avvenne soltanto nel 1972, ma anche successivamente il Giappone ha lasciato che gli Stati Uniti continuassero a disporre di vaste aree per motivi strategici, determinando una situazione di sovranità limitata i cui effetti negativi ricadono ancor oggi sugli abitanti dell'arcipelago.

Lo sdegno degli Okinawani, già esasperati da una lunga storia di povertà e discriminazione, esplose finalmente nel 1979, quando uno studioso giapponese scoprì negli archivi statunitensi un messaggio segreto che l'imperatore Hirohito aveva inviato a William Sebald, consigliere politico del generale Douglas MacArthur, nel settembre 1947. L'imperatore approvava con entusiasmo un controllo militare statunitense a lungo termine su Okinawa: riteneva che un'occupazione americana prolungata avrebbe tenuto lontano Russi e Cinesi dopo la firma del trattato di pace e sperava che l'occupazione durasse dai 25 ai 50 anni, ed anche più. Il monarca suggeriva un contratto d'affitto che avrebbe assicurato la sovranità giapponese sulle isole.

In seguito alla diffusione della notizia riemersero i ricordi della guerra e si rinvigorirono le polemiche sulle responsabilità dell'imperatore. Hirohito, ritenuto la causa di tante sofferenze, sembrava quindi responsabile anche dell'occupazione e dell'amministrazione straniera contro le quali il popolo aveva lottato dal 1945 al 1972.

È quindi facile comprendere l'opposizione con cui fu accolta nel 1987 la programmazione di una visita dell'imperatore ad Okinawa. L'Asahi Shinbun, uno dei più diffusi quotidiani giapponesi, in un articolo del 25 agosto 1987 riferì che un centinaio di persone di varia estrazione -avvocati, religiosi, casalinghe, studenti, pacifisti e perfino un esponente dell'associazione degli ex-nobili isolani - avevano diffuso un appello contro la visita imperiale.

Il fatto che l'imperatore non avesse potuto recarsi ad Okinawa per gravi motivi di salute e fosse stato sostituito dal principe ereditario Akihito e dalla moglie Michiko non eliminò le resistenze e le polemiche.

Non è facile dimenticare il passato, soprattutto se il presente si ripropone con le stesse forme. Infatti, già nel 1977 il Ministero dell'Educazione aveva imposto anche ad Okinawa il Kimigayo, l'inno che glorifica l'istituzione imperiale. Nel 1985, lo stesso ministero aveva condotto un'indagine sull'uso della bandiera nazionale e del Kimigayo durante le cerimonie che venivano tenute all'inizio dell'anno accademico e per il conferimento dei diplomi. Dopo aver verificato che le scuole di Okinawa erano particolarmente negligenti nell'osservanza dei rituali patriottici, aveva dato istruzioni affinché le autorità scolastiche li facessero rispettare nel modo più rigoroso. La direttiva ministeriale aveva ferito profondamente il popolo di Okinawa, che in entrambe le cerimonie aveva rivisto i simboli dello sciovinismo nipponico. Per tutta risposta studenti e professori avevano ammainato la bandiera alle cerimonie di apertura e chiusura dell'anno scolastico. Nessuno aveva voluto intonare l'inno nazionale, che col suo verso "per mille generazioni, per miriadi di generazioni" (chiyo ni yayo ni) suonava offensivo nei confronti dei parenti morti in guerra.

Ancora oggi la situazione rimane tesa e non si intravedono soluzioni a questo rapporto problematico fra gli indigeni e la casa imperiale. Il risentimento di amore-odio che gli isolani (oggi quasi 1.000.000) provano nei confronti del Giappone fu ben sintetizzato nel 1987 dal professor Tanigawa, che esaminando le relazioni fra i due paesi scrisse acutamente che "per Okinawa è cagione di sofferenza essere assimilati al Giappone, così come si accompagna al dolore venirne separati. Giappone ed Okinawa hanno in comune un popolo come madre, la storia, cioè il padre, è del tutto diversa".

Della stessa opinione è lo storico Aniya Masaaki dell'Università statale di Okinawa. Il Giappone, secondo lui, è sempre stato dispotico e accentratore, e la politica adottata dal governo Meiji in poi  ha sempre cercato di assimilare gli isolani, il "popolo fuori dal cambiamento" (kagai no tami) ai Giapponesi, il "popolo imperiale" (Kominka).

Oggi gli abitanti dell'arcipelago, mai del tutto integrati col resto dei Giapponesi, continuano la loro battaglia in difesa della propria identità culturale. Un'identità culturale che la massiccia invasione di capitali giapponesi ed il forzato sviluppo turistico e industriale rischiano di distruggere per sempre.

Bibliografia consigliata

De Vos, George e William O. Wetherall, Japan’s Minorities. Burakumin, Koreans, Ainu and Okinawans, Minority Rights Group, London 1983 (Report 3).
Moriaki, Araki, "Okinawa, Hiroshima, Nagasaki wa sakerareta?" (Si potevano evitare Okinawa, Hiroshima e Nagasaki?), in Asahi Journal, 24 luglio 1987, p. 17.
Pons, Philippe, "Les stigmates d’Okinawa", in Le Monde, 23 juin 1995, p. 13.
Schmitt, Jean-Christophe, "Okinawa se rebelle contre les bases US", in Libération, 23 octobre 1995, p. 8.
Seiko, Ohashi, “Okinawa's Search for a Different Future", in AMPO - Japan-Asia Quarterly Review, XIV, n. 4, pp. 5-15.
Wamer, Gordon, The Okinawa War, Ikemiya Shokai, Naha (Okinawa) 19872