Il tatuaggio giapponese

di Silvio Calzolari

La prima macchina fotografica che giunse in Giappone fu un apparecchio per ottenere immagini con il procedimento di Daguerre, importato a Nagasaki, nel 1848, da un ricco mercante del luogo. Dello stesso periodo, o di poco successive, sono le prime lastre argentate sviluppate da fotografi stranieri, giunti al seguito della flotta del Commodoro Perry (1853) quando il Giappone si aprì al commercio internazionale. Grande importanza hanno anche le lastre all’albumina di Antonio Felice Beato (1834/35-1907), un veneto in seguito naturalizzato inglese, che aprì a Yokohama (zona portuale di Edo, l’antico nome di Tokyo), un atelier fotografico. I tatuaggi giapponesi,allora molto in voga in alcune classi sociali,corporazioni e gruppi,divennero uno dei soggetti più amati e rappresentati dei fotografi occidentali. Alcune fra le più belle foto di Felice Beato, colorate a mano, con personaggi giapponesi tatuati, sono conservate a Firenze, presso l’Archivio fotografico dell’Istituto Geografico Militare, e in Francia (album conservato presso il Museo Nicèphore Nièpce de Chalon-sur-Saone). Queste immagini raffigurano individui, quasi completamente nudi,con un panno bianco (happi) avvolto attorno ai fianchi,che mostrano con legittimo orgoglio l’intricato abito artistico tatuato sulla loro pelle. I negozianti europei di Yokohama e i marinai occidentali che sbarcavano in quel porto, affascinati da ogni forma di esotismo, apprezzarono subito quella forma d’arte e spesso si fecero anche tatuare. Fu grazie a loro che il tatuaggio giapponese cominciò a diffondersi nel mondo e raggiunse anche la ricca società borghese occidentale e addirittura l’aristocrazia. Nel 1882, Horicho,un famoso maestro di Kobe, tatuò un dragone su un braccio del duca di York (futuro re Giorgio V°) e di suo fratello, il duca di Clarence. Lo stesso artista tatuò anche il futuro Zar Nicola II di Russia. Se l’occidente si entusiasmò per le opere di questi maestri tatuatori tanto da prenderle a modello per rielaborarle secondo il proprio gusto, l’atteggiamento dei giapponesi nei confronti del tatuaggio è sempre stato piuttosto contraddittorio. Questo perché nel corso delle varie epoche storiche,in Giappone,l’arte del tatuaggio non ebbe mai il pieno consenso da parte delle autorità,anzi fu spesso soggetta a divieti. La storia del maestro Horicho è emblematica. L’artista accusato di aver tatuato un nobile samurai fu condannato dal governo e costretto a pagare una multa. Horicho per l’offesa ricevuta decise di lasciare il Giappone e si trasferì a New York, ospite del miliardario americano Max Bandel che si era fatto tatuare a Yokohama. Horicho fu uno dei primi maestri tatuatori giapponesi ad insegnare la propria arte in Occidente. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale,nel 1945,il tatuaggio fu legalizzato,in Giappone, dalle forze di occupazione anglo-americane ed iniziò ad essere più tollerato. Ma gli antichi pregiudizi sono difficili da superare. Nel tempo,in Giappone, l’uso di farsi tatuare era stato spesso associato alla criminalità e al mondo degli Yakuza e fra le persone anziane è ancora ben vivo il pregiudizio secondo il quale un uomo tatuato non può che essere potenzialmente pericoloso. Così la maggior parte dei giapponesi, ancora oggi, non pensa al tatuaggio come ad una forma d’arte ma come ad un segno di appartenenza ad un qualche gruppo legato al mondo dell’illegalità. Nonostante in Occidente si moltiplichino tattoo-convention, riviste specializzate sul tatuaggio giapponese e addirittura pubblicazioni scientifiche sull’argomento, nella società nipponica se ne parla con disagio. In Giappone il tatuaggio è relegato alla sfera del privato. E’ un argomento da trattare con riservatezza e chi ne ha difficilmente desidera ostentarlo perché potrebbe produrre imbarazzo. Per questo motivo, ancora oggi, in Giappone, continua ad esistere il divieto di accesso alle persone con tatuaggi in molte saune, palestre, bagni pubblici, stazioni termali (onsen) ed addirittura in alcune spiagge. Per via di questi divieti chi frequenta questi luoghi è costretto ad indossare maglie e magliette a maniche lunghe anche durante l’estate. La regola è applicata rigidamente e se qualcuno la trasgredisce può intervenire anche la polizia. D’altra parte questi luoghi destinati alla ricerca del benessere permettono ai giapponesi di evadere dallo stress della quotidianità in una atmosfera rilassata e familiare, finalmente libera dalle restrizioni formali che caratterizzano la società; la presenza di persone con tatuaggi potrebbe turbare ed addirittura impaurire. Naturalmente esistono anche delle strutture (bagni, tattoo-club,onsen ed altro) riservate e frequentate solo da persone tatuate. In verità, oggi in Giappone, specialmente fra i giovani, le cose stanno un po’ cambiando, tuttavia il tatuaggio ostentato è ancora socialmente imbarazzante. Per questo la presenza pubblica del tatuaggio è un fatto quasi inesistente, anche se, talvolta, in occasione di alcuni matsuri (Festival religiosi), come per esempio quello che si tiene il terzo fine settimana di maggio a Tokyo (Sanja matsuri del quartiere di Asakusa, che richiama centinaia di migliaia di persone), i partecipanti ai vari cortei, appaiono quasi nudi mostrando corpi interamente ricoperti di tatuaggi e arabeschi.

In giapponese si utilizzano generalmente due parole per definire il tatuaggio: “irezumi” (da: “iru” che significa “inserire, mettere dentro” e “sumi” cioè inchiostro) e “horimono” (da “horu” cioè “incidere”, ”scolpire”, ”pungere”, e “ mono” che vuol dire: ”oggetto”, ”cosa”). Un altro termine in auge fra la fine del 1800 e la prima metà del secolo successivo, fu “shisei”. I primi due termini non sono proprio sinonimi e quindi non hanno una perfetta coincidenza di significati. In Occidente, generalmente, si utilizza il termine “irezumi”, quando si parla del tatuaggio giapponese, ma i maestri tatuatori tradizionali preferiscono il secondo perché la parola “irezumi” evoca ricordi di coercizione e dolore. Infatti, fino al XIX° secolo con la sentenza: ” irezumi no ue tataki” (“tatuaggio e punizione corporale”) venivano puniti i reati minori come il furto, la truffa, il vandalismo e le risse. I tatuaggi “irezumi” erano i marchi impressi sulla pelle dei criminali e non i disegni scelti per libera volontà da chi si voleva far tatuare. Fatta questa necessaria precisazione veniamo, brevemente, ad analizzare la nascita e lo sviluppo del tatuaggio giapponese.

Le origini sono, in verità, piuttosto oscure ed incerte. Forse le prime tracce che possono in qualche modo testimoniare questa pratica risalgono ad un periodo storico ancora piuttosto indefinito denominato Jomon (12.000 a.Cr.-300 a.Cr.) dal nome dei motivi decorativi a corda che compaiono su ceramiche scoperte in vari siti archeologici. Al tardo Jomon sono riconducibili alcune statuette antropomorfe in terracotta, denominate “dogu” (spesso di sesso femminile) che mostrano chiari marchi a rilievo e a tratteggio. I motivi sul volto, situati sulla fronte, intorno agli occhi, di contorno alle labbra e sulle guance, ricordano tatuaggi o scarificazioni. Queste statuette dimostrerebbero l’esistenza della pratica del tatuaggio nell’arcipelago giapponese fin da epoche arcaiche. D’altra parte la pratica rituale del tatuaggio è testimoniata in molte altre culture vicine al Giappone: a Taiwan, nelle isole Ryukyu e ad Okinawa. Su chi fossero i portatori della cultura denominata “Jomon” sono state fatte moltissime ipotesi. Una di queste, in verità piuttosto criticata  dagli archeologi giapponesi, li mette in relazione con gli Ainu (gli “Uomini”) una popolazione di aborigeni completamente diversi dai giapponesi che risulta abitassero tutto l’arcipelago prima di essere respinti, da altre ondate di popoli che migravano,nell’Hokkaido, nell’estremo nord. Gli Ainu, popolazione dalle origini piuttosto incerte, sono un vero mistero antropologico. Il tatuaggio con il colore nero, riservato quasi esclusivamente al mondo femminile, era una vera e propria usanza sociale. Le donne ainu (dalla pubertà all’età del matrimonio) si tatuavano le mani, le braccia e l’area attorno alla bocca (anchipiri) seguendo particolari rituali. Solo le donne tatuate potevano, dopo la morte, accedere al regno degli antenati. I tatuaggi sulle mani e sulle braccia (generalmente linee, cerchi e figure geometriche) fungevano da amuleto per allontanare gli spiriti malvagi, gli incendi ed i temporali. Il tatuaggio attorno alla bocca, che veniva ritoccato con i baffi rivolti all’insù al momento del matrimonio, era ritenuto in grado di scongiurare la penetrazione nel corpo di ogni forma di male. Verso la fine del 1770, e durante tutto il secolo successivo, questo marchio labiale divenne uno strumento di difesa delle ragazze di quest’etnia che così evitavano di essere rapite per essere condotte a lavorare nei bordelli dei vari quartieri a luce rossa delle città giapponesi.

Dopo il Jomon, in Giappone, iniziò il cosiddetto periodo Yayoi (300 a.Cr.-300 d.Cr.) caratterizzato dallo sviluppo dell’agricoltura e dalla lavorazione dei metalli. Questa cultura fu probabilmente portata da ondate migratorie di popoli provenienti dalla Cina e dalla Corea. Si diffuse la coltivazione del riso e l’uso del tornio. Nelle cronache cinesi del II°/III° secolo dopo Cristo (ad esempio il Wei-Chi, cioè: Cronache dei Wei ) possiamo trovare i più antichi cenni relativi al tatuaggio in uso fra le popolazioni dell’arcipelago giapponese. Anche il San Kuo Chi (Cronache dei Tre Regni) riporta che gli abitanti del “Regno di Wa” (antica denominazione cinese per il Giappone) si tatuavano i volti ed i corpi per indicare il rango sociale di appartenenza e per allontanare demoni e spiriti maligni. I narratori cinesi descrivono queste usanze con un certo disprezzo a testimonianza dei costumi barbari di quei popoli. Nelle cronache si narra anche di una regina-sciamana, Himiko (la Figlia del Sole), che avrebbe governato sul regno di Yamatai (Yamato è un antico nome del Giappone).

Nei secoli successivi (fine III° e inizio IV°) giunsero in Giappone altri flussi migratori che portarono nell’arcipelago insieme all’uso del cavallo anche le grandi sepolture a tumulo (Kofun) che dettero il nome al periodo (300 a.Cr.-600 d.Cr). Intorno ai giganteschi tumuli gli archeologi hanno ritrovato numerose figure di terracotta (haniwa, ossia: cilindri di argilla), sepolte probabilmente con il defunto per accompagnarlo nell’al di là. I primi haniwa a figura umana sono databili dagli inizi del V° secolo: hanno volti colorati di rosso e talvolta recano incisioni e decorazioni che ricordano i tatuaggi e che avevano, con grande probabilità, significato magico e religioso. Naturalmente non tutti sono d’accordo con questa interpretazione. Secondo l’archeologo Edward J.Kidder (Origini dell’arte Giapponese, Silvana Editoriale d’arte, Milano, 1964, pagg.174-175) l’usanza del dipingersi il volto con il colore sarebbe un rito funerario per impedire agli spiriti malvagi di impadronirsi dell’anima del trapassato. Nel 1977 in un tumulo vicino ad Osaka sono state scoperte due haniwa con i volti tatuati e questo sembrerebbe confermare l’uso del tatuaggio durante l’epoca Yayoi, anche se lo scopo (sociale, cerimonialeestetico o altro) rimane incerto.

Il Nihon Shoki (Annali del Giappone, 720 d.Cr.), una delle più antiche cronache storiche del Giappone giunta sino a noi, riporta la prima documentazione dell’uso del tatuaggio (irezumi) come “marchio d’infamia”. Nel testo si narra che l’imperatore Richu (400 d.Cr.) decretò che il giovane capo del clan di Azumi, accusato di aver complottato contro il governo, fosse tatuato sul volto, vicino all’occhio destro, con un marchio di infamia. La pratica del tatuaggio punitivo (irezumi) fu probabilmente introdotta in Giappone dalla Cina durante l’epoca dei T’ang (618-907) insieme al Confucianesimo e a molte dottrine religiose buddhiste. I tatuaggi puntivi erano all’origine piuttosto semplici: strisce nere che venivano prodotte sulle braccia e sul volto. Nel tempo, però, si venne elaborando una complessa codifica che, agli inizi del XVII° secolo portò alla creazione di un complesso vocabolario di simboli usati per i tatuaggi criminali. Questi simboli variavano da regione a regione e a seconda del crimine commesso: a Kyoto, per esempio, si usava tatuare una doppia barra nella parte superiore del braccio; a Nara si incideva una doppia linea circolare attorno al bicipite destro; a Satsuma si tatuava un cerchio sulla spalla sinistra; a Tokyo (allora chiamata Edo) veniva tatuato sulla fronte l’ideogramma “aku”, cioè: “malvagio”; mentre in altre province, sempre sulla fronte, si preferiva tatuare l’ideogramma “inu”, cioè : “cane”. Generalmente la marchiatura di questo ideogramma, procedeva per gradi: alla prima condanna veniva tatuata una linea ideografica, alla quale seguivano, alle altre eventuali condanne, gli altri tratti dell’ideogramma. Di solito l’ideogramma era completato al terzo reato. Naturalmente, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, con il tatuaggio irezumi erano puniti i reati e le infrazioni minori ma in una società come quella giapponese, dove molto forti sono i legami sociali e familiari, questa punizione corrispondeva ad una specie di “morte sociale”. Il tatuaggio punitivo era una condanna ad una vita emarginata ai margini della società. Col passare del tempo anche questa pratica cadde in disuso. Molti di questi criminali si riunirono in bande per compiere i loro soprusi; altri, invece, iniziarono a coprire i marchi d’infamia con tatuaggi decorativi. Così, nel 1870, fu emesso un bando con il quale il tatuaggio coercitivo fu abolito. Altri tatuaggi identificativi erano riservati alla classe degli Hinin (i “non uomini”) i reietti, i paria della società giapponese. L’argomento è straordinariamente complesso ed esula dalla presente breve trattazione. Gli Hinin (chiamati anche:”Eta”, e oggi: “Burakumin”) erano e sono, in parte, ancora oggi una classe oppressa all’interno del Giappone. Sono una “razza invisibile” perché non hanno caratteristiche fisiche che li distinguono dagli altri giapponesi. Tuttavia ci sono stati e continuano ad esistere alcune teorie che vogliono i Burakumin diversi dalla maggioranza della popolazione. Questi “non uomini” si occupavano dei mestieri più ingrati, erano, scuoiatori, conciatori di pelli, macellai, boia e becchini: per la loro attività erano considerati “impuri” e per questo dovevano vivere separati, fuori dalle città, in località nemmeno segnalate sulle mappe. Ufficialmente non esistevano. Dovevano portare abiti e acconciature che li facessero riconoscere dal resto della popolazione ed in alcuni periodi storici pare fossero marchiati con una croce nella parte interna dell’avambraccio o con delle linee sulle braccia (AA.VV: Ikiteru ukiyoe horimonoten, Tokyo, Shinbun Jingyokyoku, 1973). I primi tatuaggi decorativi in uso fin dalla fine del XVII° secolo, potevano servire anche a nascondere la triste condizione di nascita nella casta degli “impuri”. Forse per questo, per evitare confusioni, si è pensato che il tardo costume dell’horimono (tatuaggio decorativo) di lasciare priva di tatuaggi la parte interna delle braccia servisse a dimostrare che la persona tatuata non aveva “niente da nascondere”, che non c’erano marchi identificativi.

Durante l’epoca Tokugawa (1600-1867) nacque e si sviluppò il tatuaggio decorativo. La società giapponese era, in quel periodo, divisa in più caste con al vertice la classe aristocratica, dei samurai, anche se la classe dei mercanti e dei commercianti era diventata sempre più importante. Nelle grandi città sorsero i cosiddetti “quartieri del piacere” (kuruwa), spazi dove il controllo delle autorità diminuiva, favorendo così lo sviluppo di isole di trasgressione. In un primo momento il tatuaggio  decorativo si presentò sotto forme non pittoriche. La prima fu una forma chiamata “irebokuro” (ossia del” punto inserito” o del “neo applicato”) utilizzato spesso per esprimere amore in un contesto di clandestinità (es: fra cliente e prostituta o geisha). In pratica, i due innamorati si tatuavano un neo sulla mano, tra la base del pollice ed il polso; in questo modo quando si stringevano la mano la punta del pollice dell’uno si sarebbe sovrapposto al neo tatuato sulla mano dell’altro e viceversa. Possiamo trovare testimonianza della diffusione di questo tipo di tatuaggio nel Koshoku Ichidai Otoko (Vita di un Uomo Amoroso, 1682), di Ihara Saikaku (1642-1693). L’irebokuro ben presto si sviluppò sotto forma di nomi o di breve frasi ideografiche che potevano essere tatuate anche all’interno delle braccia o delle cosce. Si sviluppò così anche una seconda forma di tatuaggio non pittorico chiamato kishobori (in forma di pegno o di voto), diffuso specialmente fra le donne, che consisteva nel tatuare il nome dell’amante o del cliente favorito insieme all’ideogramma “inochi” che significa: “vita”. Era un desiderio di amore eterno con la stessa persona al fianco. Talvolta i tratti dell’ideogramma “inochi” venivano allungati per sottolineare l’importanza e la durata del “pegno”. Ma se il desiderio non si realizzava? se il sogno d’amore finiva? Cosa accadeva del tatuaggio? Beh…generalmente si cercava di rimuoverlo con la moxa, ossia con la bruciatura, pratica assai dolorosa e con scarsi risultati. Questi tatuaggi calligrafici ben presto si diffusero anche nel mondo della religione; secondo Donald Richie e Ian Buruma, durante l’epoca dei Tokugawa i più accesi fedeli buddhisti e addirittura alcuni monaci si facevano tatuare sulla pelle preghiere e frasi devozionali (The Japanese Tattoo, Weatherhill, Tokyo, 1980). Si porta spesso ad esempio il famoso monaco Iyaemon che si sarebbe fatto tatuare sulla schiena l’invocazione al Buddha Amida: “Namu Amida Butsu”, ma si conoscono anche altri casi di devoti del Sutra del Loto con il corpo tatuato con la frase devozionale “Nam Myoho Renge Kyo” (“Saluto alla Scrittura del Loto della Buona Legge”). Tutte le forme di tatuaggio irebokuro furono osteggiate dal regime dei Tokugawa e più volte furono dichiarate illegali senza però portare a gravi conseguenze. Fra il 1750 ed il 1800 nacque e si diffuse anche il tatuaggio figurativo (horimono). Una notevole fonte di ispirazione fu la traduzione di alcuni racconti picareschi cinesi, lo Shuihu Chuan (“I margini dell’acqua”, 1589; in giapp: Suikoden), che narrano le vicende di 108 eroi-briganti raddrizzatori di torti, difensori dei deboli e nemici dei burocrati corrotti. I 108 fuorilegge, esperti di arti marziali, secondo la novella cinese, si erano rifugiati in una foresta e si erano organizzati come una comunità chiusa con un preciso codice d’onore. In poco tempo quei 108 bravi divennero un modello da seguire e da imitare per molti giovani giapponesi; la gente comune (in chiave antigovernativa) li celebrò come veri e propri eroi. Ma il successo fu ancora più grande quando lo scrittore Kyokutei Bakin (1767-1848), con i disegni di Katsushika Hokusai (1760-1849), pubblicò il seguito del romanzo cinese: lo Shinpen Suikogaden (Nuova edizione illustrata del Suikoden,1805). Hokusai raffigurò alcuni dei 108 briganti con tatuaggi: la schiena di Shishin era interamente tatuata con nove dragoni; Rochishin era invece decorato con fiori; Busho esibiva una tigre con le fauci spalancate. Il successo fu così grande che nel 1827 fu pubblicata una nuova edizione illustrata da Utagawa Kuniyoshi. Gli eroi tatuati aumentarono di numero rispetto all’edizione illustrata da Hokusai, i disegni di Kuniyoshi ebbero un impatto dirompente sul tatuaggio tanto che le sue stampe divennero modelli da trasferire direttamente sulla pelle. La tradizione vuole che lo stesso grande artista fosse un cultore del tatuaggio ed alcuni studiosi, dall’analisi di due disegni che lo raffigurano in mezzo ad una folla di pellegrini con una lanterna in mano che reca gli ideogrammi del suo nome, ritengono che lui stesso avesse un dragone tatuato sulla schiena. I suoi 108 eroi tatuati con l’aggiunta delle stampe del cosiddetto “Mondo Fluttuante” (Ukiyoe) e le maschere del teatro Kabuki affascinarono mercanti e commercianti,gente comune e malfattori, e fornirono la base per la maggior parte dei tatuaggi decorativi. In questo periodo nacque anche il famoso corpo dei pompieri di Edo (Tokyo). In verità in origine erano bande di bravi assunti per spegnere gli incendi (chiamati poeticamente: Edo no hana, cioè “i fiori di Edo”) che continuamente scoppiavano fra le case ed i quartieri della città costruiti interamente con il legno e la carta. Solo più tardi si organizzarono in kumi (gruppi, o brigate) e divennero un vero e proprio corpo di vigili del fuoco. Questi giovani si facevano tatuare l’intero corpo con emblemi e simboli d’acqua (carpe, nuvole e dragoni) come buon auspicio. Ogni gruppo (kumi) era strutturato gerarchicamente e aveva un proprio emblema (mon). Così accanto ai simboli di buon auspicio i pompieri si facevano tatuare spesso anche l’emblema del proprio kumi, come segno indelebile di appartenenza al gruppo. Ma il tatuaggio non era privilegio esclusivo dei vigili del fuoco; durante tutta l’epoca di Edo (o dei Tokugawa) fu assai popolare anche fra le altre categorie di lavoratori che svolgevano le loro attività a torso nudo; fra i carpentieri, gli artigiani, i betto (palafrenieri e staffieri che avevano l’incarico di occuparsi dei cavalli), e naturalmente fra i fuorilegge, i banditi (yakuza) ed i frequentatori di bische. Durante quell’epoca frivola e libertina, il tatuaggio non aveva solo lo scopo di dimostrare l’appartenenza ad un gruppo o di favorire il buon auspicio, ebbe anche una diffusione considerevole come ornamento: “Chi si recava nei quartieri dei piaceri – narra lo scrittore Junichiro Tanizaki – sceglieva come portatori della sua lettiga uomini con il corpo abilmente tatuato, e le cortigiane di Yoshiwara offrivano il proprio amore a coloro che potevano vantare i più bei tatuaggi … spesso si organizzavano delle apposite mostre a Ryogoku – un famoso quartiere di Edo – i cui partecipanti, toccandosi a vicenda con le dita i rispettivi tatuaggi, elogiavano il disegno originale dell’uno e criticavano le deficienze dell’altro” (Junichiro Tanizaki, Shisei, in Shin Shicho, Tokyo, 1910; tr.it. Il Tatuaggio, in: Narratori Giapponesi Moderni, Milano, Bompiani, 1965, pag.229).

Molti amavano farsi disegnare indelebilmente sul petto e sul dorso magici ideogrammi, oppure figure di dragoni, di tigri, di diavolacci, di eroi famosi, di spietate divinità guerriere; altri preferivano mostrare sul corpo, come un romanzo illustrato, gli eventi più notevoli dei racconti e delle leggende popolari (come la storia dei 108 briganti). La difficile arte del tatuaggio decorativo (horimono) era esercitata, quale esclusiva professione, dagli horimono-akindo, abili esecutori e veri e propri maestri di pittura. Loro strumenti principali erano: aghi, pennelli ed inchiostro di vari colori. Ecco come descrive l’attività di uno di questi maestri tatuatori, Enrico Hillyer Giglioli, giunto nell’estate del 1866 in Giappone al seguito di una missione italiana imbarcata sulla pirocorvetta Magenta: “Gli aghi sono di diversa grossezza, corti e fissi sopra un manico di giunco, come i pennelli; anzi l’istrumento usato per tracciare i contorni consta di tre o quattro grossi aghi le cui punte sporgono di pochi millimetri dal manico nel quale sono infissi in serie lineari.L’horimono-akindo incomincia il suo lavoro facendo un disegno accurato coll’inchiostro delle figure che vanno tatuate; quindi ripercorre i contorni, ma questa volta la sua mano non tiene più un morbido pennello, ma è armata di uno strumento a varie punte; intinge queste nell’inchiostro e pesandovi sopra fora la pelle del paziente facendo uscire sangue ad ogni puntura. Punte più sottili vengono usate per fare le ombreggiature. L’inchiostro da nero diventa sotto l’epidermide azzurro; le due sole altre sostanze coloranti adoperate sono il rosso vermiglio ed il violetto, il primo diventa nella pelle un rosa scuro.Mi assicurarono che per compiere un perfetto tatuaggio ci vuole molto tempo, almeno due o tre anni; giacchè è ovvio che un tale lavoro non può essere condotto a termine in una sola volta. L’infiammazione locale cagionata è spesso assai forte” (citato in: Silvio Calzolari, Francesco Ammannati, Un Viaggio ai Confini del Mondo, La crociera della pirocorvetta Magenta dai documenti dell’Istituto Geografico Militare, Firenze, Sansoni, 1985, pag.122).

L’infiammazione di cui parla Giglioli e un leggero edema erano normali conseguenze del punzecchiamento della pelle con aghi immersi in una soluzione di inchiostro; successivamente l’epidermide si squamava , e il disegno fino allora sbiadito, appariva nitido e chiaro.

Devo dire che la descrizione del viaggiatore italiano della seconda metà del 1800 è straordinariamente accurata e precisa. È la stessa tecnica usata ancora oggi per i tatuaggi horimono. Ancora oggi si usano gli stessi aghi (hari) che variano da punta a singolo ago a punta da trenta aghi; gli aghi sono fissati ad una impugnatura di legno, avorio o bambù. Per le ombreggiature (bakashi) viene utilizzata l’impugnatura più grossa su cui sono montati venti o trenta aghi ;per le linee di contorno (sujibori) si utilizzano invece non più di due o tre aghi. I colori oggi più usati sono il nero India (sumi), utilizzato anche per il sujibori, il rosso, il verde, il giallo e l’indaco. All’epoca del Giglioli il rosso era prodotto dal cadmio e l’infiltrazione di questo colore nella pelle era dolorosissima; per questo potevano essere tatuati solo pochi centimetri al giorno. Il maestro tatuatore una volta scelto il disegno, traccia le linee sul corpo con un pennello; questi contorni sono poi ripassati con gli aghi. Il maestro con la mano sinistra (che tende la pelle) impugna un pennello intinto nel colore; con la mano destra tieni gli aghi. Gli aghi per bucare la pelle devono passare attraverso le setole del pennello e si bagnano di inchiostro. La pelle viene generalmente forata dagli aghi intinti nel colore con una velocità che va dai 90 ai 120 colpi al minuto. È una tecnica molto dolorosa. Per la sofferenza che implica il tatuaggio era anticamente chiamato anche “gaman”, cioè: “pazienza”, “rassegnazione”.

Ormai siamo giunti alla fine di questo breve excursus storico. Con la fine dell’epoca Tokugawa e l’avvento del governo Meiji (1868-1912) il tatuaggio decorativo venne nuovamente proibito perché si riteneva che i viaggiatori occidentali potessero avere una immagine sconveniente del Giappone. Ma come abbiamo visto era vero proprio il contrario. L’arte del tatuaggio tornò, in Giappone, nella clandestinità fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ancora oggi i maestri tatuatori sono costretti a registrarsi come designer e devono giustificare i loro guadagni come vendite di stampe, disegni o opere d’arte.

Vediamo ora qualche motivo iconografico.

Innanzitutto va sottolineato che tutti i tatuaggi tradizionali hanno un significato e rappresentano le qualità desiderate o ritenute possedute da chi li porta. Fra i simboli floreali devono essere ricordate la peonia, il crisantemo, le foglie di acero e i fiori di ciliegio. La peonia (botan) è un fiore che nell’arte del tatuaggio possiede una duplice valenza: è simbolo di bellezza ma compare anche fra le carte del popolare gioco di hana fuda. Per questo divenne un simbolo che si facevano tatuare i giocatori d’azzardo dell’epoca di Edo. Il crisantemo (kiku) oltre ad essere il simbolo (il fiore a sedici petali) della Famiglia Imperiale significa la lunga vita, la risolutezza e la determinazione. L’acero (momiji), spesso usato come elemento decorativo degli sfondi,ricorda la malinconia dell’autunno e della vita che volge alla fine; i fiori di ciliegio (sakura) simboleggiano l’effimero e l’impermanenza. La loro fioritura dura pochissimo e poi vengono dispersi dal vento. Fra le figure zoomorfe meritano di essere citati, la carpa, il drago e la tigre. La carpa (koi) è ricordata per la sua abilità di risalire, con forza e tenacia, le cascate. Simboleggia così il coraggio e il superare le avversità. Secondo una antica leggenda una volta superate le rapide la carpa si trasforma in dragone (tatsu) che simboleggia invece l’energia, la forza generativa, l’elemento acqueo. Per questo era uno dei simboli più amati dai pompieri di Edo. La tigre (tora) è associata all’autunno, alla notte e all’elemento terra. E veniamo infine ai motivi religiosi. Negli horimono compare un vasto repertorio di frasi ed invocazioni rituali buddhiste scritte in ideogrammi (kanji) oppure nel sillabario siddham (in giapp.: bonji) cioè in sanscrito. Si riteneva che questi tatuaggi avessero il potere di proteggere le persone dagli spiriti maligni. Contrariamente a quanto avviene in Occidente dove, talvolta, viene tatuato il volto di Cristo, la croce, o la Sua corona di spine, il tatuaggio giapponese tradizionale di ispirazione religiosa non include la rappresentazione del Buddha o delle maggiori divinità (come per esempio: Dainichi Nyorai, o Amaterasu Omikami, la dea del Sole del pantheon Shintoista). Molto diffusi sono i due Nio (in sanscrito:Deva), guardiani forti e muscolosi, difensori del Buddhismo. Più che oggetti primari di culto questi due guardiani sono considerati come protettori dell’insegnamento buddhista e dei suoi praticanti. Un’altra divinità assai amata e rappresentata è Kannon Bosatsu, (Avalokitesvara), il grande Bodhisattva che incarna la compassione. Spesso nei tatuaggi appare nella forma di Nyoirin Kannon (sansc. Cintamanicakra), cioè Avalokitesvara (nella sua forma femminile) con la gemma che esaudisce i desideri. E’ raffigurata seduta nella posizione del loto o del diamante;di solito ha due braccia,ed è raffigurata nell’atto di toccarsi una guancia con la mano destra e la caviglia destra con la mano sinistra. Oppure ha sei braccia nella forma del Buddhismo esoterico Shingon: le tre mani destre sono sulla guancia,con un rosario di cristallo, e con la gemma Cintamani davanti al cuore. Le tre mani di sinistra sono invece appoggiate sul trono all’altezza dell’anca, con una loto ed una ruota. Abbastanza diffuse sono anche le immagini del Buddha del Paradiso d’Occidente Amida, assiso su un trono di loto, e quella del Buddha del futuro (in giapp. Miroku Bosatsu; in sanscr. Maitreya) spesso raffigurato a torso nudo, incoronato, seduto su di un alto sedile, con il piede sinistro posato sopra un loto, la gamba destra ripiegata e la caviglia destra appoggiata sul ginocchio sinistro. Con la mano destra si sfiora la guancia, mentre la sinistra è poggiata sulla caviglia destra. Assai popolari sono anche le raffigurazioni di Fujin e di Raijin, il dio del vento e del tuono. Il primo è tradizionalmente rappresentato con la testa di demone, le corna, una pelle di leopardo svolazzante e gli artigli alle zampe. In un sacco tiene il vento che può essere liberato e causare raffiche distruttive. Ma può anche essere  liberato lentamente per liberare il cielo dalle nuvole e far tornare a splendere il sole. Anche Raijin ha l’aspetto di un demone ed è il padrone del tuono e della folgore che fa volteggiare sopra la testa. Fra le divinità più amate dai maestri di horimono compaiono anche i Myoo, provenienti dalla tradizione del Buddhismo esoterico. Queste entità possiedono un duplice aspetto: sono compassionevoli ma anche terribili nel difendere, anche con le armi, la Legge del Buddha. Fra questi il più rappresentato in assoluto è Fudo Myoo (in sansc. Acala), “l’Inamovibile”, o, “l’Irremovibile”. Incarna l’immutabilità e l’aspetto inamovibile dell’illuminazione. In generale è rappresentato nella sua versione irata con le zanne che gli spuntano dalla bocca; è circondato dalle fiamme e tiene una corda ed una spada (talvolta fiammeggiante) tra le mani. Alcune raffigurazioni hanno quattro volti, quattro braccia e quattro gambe. Non deve essere assolutamente scambiato per un demone, il Fudo è un protettore del Bene. Conosce il male ed è in grado di annientarlo. Vorrei concludere questa breve panoramica di iconografia buddhista con altre due divinità spesso rappresentate nei tatuaggi durante l’epoca di Edo: Daikokuten e Benzaiten. Il primo (in sansc.Mahakala) è una divinità apportatrice di prosperità e benessere. È una delle sette divinità benevolenti della tradizione giapponese (shichi fukujin). Nella concezione originaria della mitologia indiana era il signore dell’oscurità e delle battaglie e da qui deriva il suo nome (Daikokuten, ossia: “Grande Dio nero”). Viene spesso raffigurato di color nero e con espressione furiosa. Nella tradizione popolare giapponese Daikokuten è divenuto il protettore delle cucine e delle risaie. L’altra divinità Benzaiten, o, Benten (in sansc. Sarasvati) è invece la dea che, secondo la tradizione, possiede la virtù della musica, della ricchezza, della saggezza e dell’eloquenza nella predicazione. In origine era una divinità dei fiumi dell’antica India. Alcuni statue e immagini (compresi gli horimono) la raffigurano con otto braccia e con arco e frecce, una spada, un’ascia e altre armi. In altre ha solo due braccia e tiene un biwa, un liuto giapponese. Anche Benzaiten fa parte del gruppo dei sette Shichi Fukujin (i sette geni della felicità). Molte leggende giapponesi narrano che abbia ucciso un serpente a tre teste, altre un drago a cinque teste; per questo motivo è spesso rappresentata con serpenti e dragoni.

Ogni horimono racconta qualche aspetto della cultura, della storia, della religione e del folklore giapponese. Il suo è un messaggio ermetico basato su di un codice che ha le sue radici nel passato e nella tradizione.