Il Tè in Giappone

di Silvio Calzolari

La leggenda narra che il Bodhidharma, (In giap. “Daruma”) fondatore della scuola buddhista Ch’an (in giap.: Zen), giunto a Canton, verso il 520 dopo Cristo, dall’India, abbia intrapreso un lungo viaggio verso Luoyang, capitale dei Wei del Nord. Qui, in una grotta del monte Sung, vicino al monastero di Shaolin, avrebbe meditato in silenzio per ben nove anni davanti ad una parete (o un muro, come vuole un’antica pratica definita in giapp.: menpeki) prima di ottenere il risveglio spirituale. Secondo la tradizione, durante la meditazione, in un momento di stanchezza, quasi si sarebbe addormentato... . Quando se ne accorse, per scuotersi dal torpore, si sarebbe strappato le sopracciglia gettandole per terra. Là, dove queste caddero, sarebbero nate le prime piantine di tè. I cinesi chiamano questa pianta: “ch’a” (o “cha” secondo le moderne trascrizioni) e nello stesso modo è chiamata la bevanda che ricavano dalle sue foglie. Anche i giapponesi, che usano lo stesso ideogramma, la chiamano: “cha” (o: “sa”, nelle parole composte).

In realtà, in Cina, si conosceva il tè da moltissimo tempo, forse prima del 1000 avanti Cristo, senz’altro dalla dinastia Han (206 a.Cr-220 d.Cr.); era apprezzato dall’antica farmacopea dotta e popolare come stimolante, ma anche come medicamento per evitare di cadere nella sonnolenza e come tonico capace di alleviare la fatica, alleviare gli effetti dell’abuso dell’alcol e di rafforzare la volontà; i taoisti addirittura, favoleggiavano che potesse conferire la lunga vita. In epoche molto antiche, l’uso di bere tè era riservato, quasi esclusivamente, agli usi medicinali, ma con l’arrivo del Buddhismo fu utilizzato anche in ambito religioso. Si diffuse, infatti, nei monasteri, perché liberava i monaci dal torpore senza alterarne la lucidità mentale durante le lunghe sedute di meditazione. Poi, dall’epoca T’ang (618-907) divenne una vera e propria bevanda di uso comune. In quest’epoca il tè era preparato in un modo molto piuttosto singolare: le foglie, trattate al vapore, erano compresse e confezionate in forma di panetti che poi venivano seccati. Al momento dell’uso venivano sminuzzate e pestate in un mortaio. Il tè ridotto in polvere veniva, in seguito, fatto bollire con altre erbe aromatiche. Talvolta le foglie erano trattate con sale e spezie ed erano utilizzate come una vera e propria zuppa vegetale.

Lo sviluppo dell’uso sociale e cerimoniale del tè si deve, principalmente, a Lu Yu (morto nell’804 d. Cr.) l’autore del “Ch’a Ching” (“Classico del tè”; scritto tra il 760 ed il 770. Cr.). Lu Yu gettò le basi per tutti i successivi sviluppi: classificò i 24 utensili da utilizzare per la preparazione del tè e dette la definizione dei vari tipi di acqua da usare e dei diversi tipi di te con le loro caratteristiche, non dimenticandosi di enfatizzarne le virtù medicinali. Definì le regole e codificò l’etichetta per bere il tè. Così, per esempio scrisse, che sarebbe stato consentito non utilizzare qualcuno degli utensili nella preparazione del tè fuori casa, ma che questo non sarebbe stato possibile in un ambiente aristocratico della città, se anche soltanto uno degli oggetti fosse stato dimenticato.

L’apice dello sviluppo dell’uso di bere il tè, fu raggiunto in Cina, fra la fine dell’epoca T’ang e durante la dinastia Sung (960-1279), quando cambiò decisamente anche il modo di preparazione: qualche grammo di tè veniva posto in una tazza precedentemente scaldata e vi si versava sopra acqua molto calda ma non bollente. Poi si mescolava il tutto con un frullino di bambù. Si aggiungeva, nuovamente, acqua calda e si frullava con un certo vigore, fino a che sull’infuso non si fosse formata una bella schiuma. Il tè, con questa nuova preparazione, per il suo delicato sapore e aroma, si diffuse in tutte le provincie e le regioni della Cina e fu utilizzato, sia per uso privato che in occasione di feste e raduni. Naturalmente era apprezzato anche dai monaci buddhisti, specialmente della scuola Ch’an del sud dove si diffuse una particolare cerimonia durante la quale i religiosi bevevano il tè da un’unica tazza in comune, di fronte ad una statua o un dipinto raffigurante il primo Patriarca Chan, il Bodhidharma[1].

Il Giappone accolse i tre aspetti del bere tè codificati e diffusi in Cina: quello medicinale, l’uso sociale e, infine, quello religioso. Non è chiaro quando il tè fu portato per la prima volta in Giappone, ma lo fu certamente quando alcuni monaci giapponesi si recarono alla Corte dei T’ang al seguito di diverse delegazioni inviate dagli Imperatori giapponesi, durante le epoche di Nara (710-794 ) e di Heian (794-1185). Le prime notizie del tè in Giappone si legano alle vicende del bonzo Gyoki (668-749) del tempio Yakushi della città di Nara. Gyoki, nominato Amministratore generale del clero buddhista, nel corso di innumerevoli viaggi in tutto il Giappone, fece costruire templi, ponti, strade e fece bonificare ed irrigare intere aree. Fra l’altro, si narra, che avrebbe fatto piantare i primi semi di tè nei giardini di ben 49 templi e monasteri. Ma, a parte, l’incerta leggenda, la prima notizia sicura sul tè in Giappone è del 729, quando, un’ ambasceria di ritorno dalla Cina avrebbe portato all’Imperatore Shomu (701-756) alcune piantine che andarono ad arricchire i giardini imperiali.

Un importante riferimento al tè utilizzato come bevanda nell’Impero del Sol Levante, è conservato in un antico regesto storico il Nihon Koki (“Cronache Posteriori del Giappone”), scritto da Fujiwara no Otsugu (774-843). Nel documento si ricorda che nell’anno 815, il tè fu servito dal monaco Eichu (743-816) all’imperatore Saga (786-842). L’offerta avrebbe avuto luogo durante un viaggio dell’Imperatore, nel tempio Bonkakuji, vicino all’attuale città di Otsu. Altri autori affermano che la cerimonia sarebbe, invece, avvenuta nel tempio Sofukuji (nell’allora provincia di Karasaki, vicino al lago Biwa nei pressi della città di Nagasaki)[2]. La notizia è riportata anche nel Ruiju Kokusai (“Raccolta di Storia nazionale”), una cronaca dell’892, compilata dal famoso Ministro Sugawara no Michizane (845-905). Nello stesso regesto storico si narra che, dopo quell’evento, per ordine imperiale, nel sesto mese lunare dell’815, in alcune aree nei dintorni di Kyoto e in tre provincie (Kinai, Omi e Harima), si cominciarono a coltivare le piantine di tè. Fu inoltre stabilito che il tè fosse presentato come tributo annuale a Corte[3] . Ma che tipo di tè fu offerto dal monaco Eichu all’Imperatore e come fu servito? La cronaca racconta di un tè profumato ottenuto dalle foglie seccate e ridotte in polvere in un mortaio. La notizia è plausibile, e sarebbe una delle prime sull’uso del tè verde, anche se, in quel periodo, era ancora piuttosto diffuso il metodo di preparazione in uso nella Cina dei T’ang che produceva una bevanda con un gusto non troppo apprezzato dai giapponesi.

Con l’inizio del secolo nono, in Giappone, proprio ai tempi della fondazione della nuova capitale Heian Kyo ( in seguito: Kyoto), la religione del Buddha fu completamente trasformata dall’opera di due grandi maestri: i monaci Saicho (767-822) e Kukai (774-835), noti poi con i nomi postumi di Dengyo Daishi e di Kobo Daishi. Il primo portò dalla Cina le dottrine della confessione Tendai (cin: T’ien.t’ai), l’altro diffuse i riti e la filosofia del Buddhismo esoterico Shingon ( cin: Chen-yen), e fondò sul monte Koya, a sud di Osaka, il complesso monastico del Kongobuji. La storia dell’introduzione del tè in Giappone si intreccia, nella leggenda, anche con le vicende di questi due famosi monaci. Tutti e due, di ritorno dalla Cina avrebbero, infatti, portato in Giappone, semi e piantine di tè. La figura di Kobo Daishi, sospesa tra storia e leggenda, è stata glorificata per secoli da attributi taumaturgici. Eremita e monaco pellegrino, questo patriarca del Buddhismo Shingon fu anche poeta, scrittore, calligrafo dalla prodigiosa abilità e addirittura ingegnere civile. Secondo la tradizione popolare sarebbe l’inventore del sillabario Hiragana, lo scultore di statue miracolose, il costruttore d’opere d’irrigazione, di dighe, di laghi, d’innumerevoli templi. Nella raccolta poetica (“Ryounsho”,cioè” “Poesie che volano più in alto delle Nuvole”, compilata nell’814 da Ono no Minamoto, Sugawara Kyotomo, ed altri), in una poesia di Nakao O, dedicata a Kobo Daishi si parla del tè. La poesia è interessante perché gli ideogrammi che sono utilizzati per la parola “tè” sono quelli che, ancora oggi, vengono usati per significare il “ tè verde”. Un’altra bella poesia si può leggere in una antologia lirica imperiale chiamata “Keikokushu” dell’827. Sono strofe che l’Imperatore Saga avrebbe dedicato al grande bonzo celebrato per aver piantato i semi di tè sulle pendici e fra le foreste del monte Koya, a sud di Osaka. Nella stessa raccolta ne possiamo leggere un’altra, dove Ono no Minemori, descrive il sant’uomo relegato nelle solitudini di un eremitaggio montano ma consolato dalla bontà di una buona tazza di tè. Esiste, anche, una famosa ballata popolare, conosciuta con il nome di “ Namu Daishi” (“ Lode al Daishi”),) che fa esplicito riferimento anche alla sua opera di diffusore del tè. La strofa n.24, infatti, recita: “La nostra Terra aveva già conosciuto il tè, ma il suo uso era stato completamente dimenticato. Il maestro ( cioè: Kobo Daishi) l’ha portato con sé insieme ad una macina di mulino. Ci ha insegnato come prepararlo e a berlo”[4].

Come abbiamo visto, all’inizio dell’epoca di Heian, e durante il regno dell’Imperatore Saga, l’uso di bere il tè era diffuso tra i monaci e la nobiltà anche se la bevanda era ancora esclusa dall’uso comune. In quest’epoca, ricca di poeti, diaristi, narratori, saggisti e che ci offre uno stuolo memorabile di scrittrici, il consumo del tè si diffuse negli aristocratici ambienti di Corte. La capitale, Heian, era il centro di un piccolo mondo isolato e sicuro, un mondo perfetto e raffinato, oltre il quale stavano le montagne e le selve infinite che si perdevano nel nulla. Era un mondo delicato e aureo, ricco di potente fantasia metafisica e di simbolismi, dove i poeti componevano versi e prosa in augusto, elegante, cinese. La Cina era il vero modello da imitare ed anche il tè, tanto apprezzato in Cina, fece la sua comparsa nelle poesie. Il bere tè divenne un passatempo per i nobili che si dilettavano a comporre versi e che gioivano ad ascoltare la musica del koto (arpa giapponese) nei padiglioni allestiti sulla riva di tranquilli laghetti o in boschetti di bambù. A parte l’incanto che la lettura di queste raccolte poetiche ci procura, come vagabondaggio squisito in un mondo di sogno, grande è il loro valore documentario, per quanto riguarda la vita sociale e gli atteggiamenti mentali e spirituali del tempo ( amore per la natura, sogno della solitudine degli eremiti e degli “immortali” taoisti, rifugio sulle montagne, ecc.) e ci introducono nel mondo dell’estetica giapponese che tanto avrà importanza per l’arte del tè, nei suoi sviluppi successivi.

Alla morte dell’Imperatore Saga il consumo del tè declinò e per molti anni, nell’Impero del Sol Levante, non si parlò più del suo impiego come bevanda. Il suo uso continuò fra i monaci buddhisti per scopi terapeutici e meditativi ma anche cerimoniali. Così, nel templi, ma anche nelle cerimonie di Corte, il tè entrò a far parte del Naorai, un banchetto tenuto alla fine delle celebrazioni della lettura stagionale dei Testi sacri ( Sutra), in primavera e autunno.

Il vero sviluppo del tè si ebbe quando il monaco Eisai (chiamato anche:Yosai, 1141-1215) lo reintrodusse in Giappone insieme agli insegnamenti del Buddhismo Zen di tradizione Lin–chi (in giap: Rinzai). Eisai si recò due volte in Cina, nel 1168 e nel 1187 e imparò l’uso del tè polverizzato dai monaci cinesi. Non conosciamo i gesti precisi, in uso in quell’epoca, per preparare il tè, ma gli utensili sono ancora quelli di oggi: un braciere, un bollitore per l’acqua, una frusta di bambù, una tazza e, naturalmente del tè verde in foglie seccate o in polvere.

Al suo ritorno in Giappone, Eisai iniziò la coltivazione delle piantine di tè nel giardino dell’Ishigamibo, sulla montagna di Seburi, nello Hizen. Poi, nel 1211, scrisse il Kissa Yojoki (“Bere il tè come arte per prolungare la vita”), dove sintetizzò la filosofia e le nozioni del Buddhismo sulla salute con l’arte di bere tè. In realtà il Kissa Yojoki è un libro ben strano e di difficile traduzione. Leggendolo, da un passato ormai lontano emergono figure di monaci virtuosi, di medici e negromanti. Il bonzo ci guida in un mondo dove si mescolavano le tecniche dell’antica medicina cinese con l’arte di esorcizzare i demoni delle malattie attraverso l’uso di formule magiche (dharani) in uso nel Buddhismo esoterico. Naturalmente si parla del tè, dei suoi usi e delle sue preparazioni ma anche di altre piante ed, in particolare, del gelso ( nella seconda parte del libro) impiegato, anch’esso a scopi terapeutici. Per Eisai il tè era la più straordinaria medicina per coltivare la propria salute ed uno dei segreti per ottenere una vita lunga e sana; inoltre, per il suo sapore amaro lo riteneva benefico per il cuore e un toccasana contro l’abuso dell’alcol[5]. Così, quando il terzo Shogun Minanoto no Sanetomo cadde malato per le troppe libagioni, Eisai gli spedì del tè insieme ad una copia del suo libro. Lo Shogun guarì e divenne uno dei più accesi sostenitori dell’uso di bere il tè .Così il tè cominciò a diffondersi anche fuori dai monasteri e dagli ambienti di Corte. Secondo la tradizione Eisai consegnò i semi del tè al bonzo Myoe(1173-1232) del tempio Kosanji, che lo avrebbe coltivato nella regione montuosa di Togano-o, ad ovest di Kyoto. Da lì, le piantine si diffusero in tutte le provincie centrali. Il tè di Togano-o crebbe in reputazione e prestigio per il sapore e la qualità, tanto che fu denominato:” Honcha”, ossia: ”Tè originario”, “ Tè vero”. Era un tè verde (“matcha”, o, secondo altre dizioni: “maccha”) che poi venne selezionato in base all’età delle piante. Questa tradizione è continuata fino ai giorni nostri :abbiamo infatti due tipi di Tè: il “Koicha” (“Tè denso”, più forte e carico), ottenuto dalle piante di età superiore ai 30 anni, e l’ “Usucha” (“sottile”), derivante dall’uso di piante più giovani.

Il bere il tè, reso popolare da Eisai, durante il periodo Kamakura fu spesso associato con la rinascita dei precetti e della disciplina buddhista[6], e spesso, ricordando la guarigione dell’Imperatore, nei testi scritti a scopo di ammaestramento spirituale e morale fu posto in rilievo come potesse contrastare le malattie causate dalla cattiva abitudine dell’uso del vino[7].

In quest’epoca, nei monasteri buddhisti giapponesi, si vennero codificando le prime regole e l’etichetta (Sarei) per la preparazione del tè. Ogni cosa doveva seguire i precisi dettami di provenienza continentale, cioè cinese. Come attestato da Eisai ed in seguito anche dal monaco Dogen (1200-1253, il fondatore della scuola giapponese dello Zen Soto) anche nell’Impero del Sol Levante, fu tradotto e si diffuse il “ Chanyuan Qinggui” (“Regolamento di Purezza per i Monasteri Ch’an”) un codice di comportamento scritto, nel 1103, dal bonzo Zong Ze ( durante la dinastia Sung del Nord, 960-1127) che dava precise indicazioni su come, momento per momento, dovessero comportarsi i monaci. Nel codice vennero dettate anche le normative rituali per le cerimonie in cui doveva essere utilizzato il tè[8].

Nel tempio Zen di Kenninji, a Kyoto, una versione di questi Sarei, conosciuta come “Yatsugashira Sarei” (ossia. “Sarei dei quattro ospiti”) è ancora in uso per celebrare la nascita di Eisai[9]. Altri sono celebrati nel Tofukuji a Kyoto e nell’Engakuji a Kamakura. In poco tempo il Sarei si trasformò in “Ochamori”, una cerimonia in cui venivano evidenziati gli aspetti spirituali del tè bevuto, ritualmente ed in modo formale, in compagnia. Ai giorni nostri, un importante Ochamori della metà del XIII° secolo, è ancora celebrato nel tempio di Sadaiji, sempre a Kyoto. Il tè, dopo essere stato preparato in una tazza dal diametro di circa 40 centimetri, viene offerto a tutti gli ospiti che condividono gli stessi ideali estetici e religiosi[10]. Durante gli antichi Ochamori venivano, generalmente, utilizzate sofisticate tazze da tè cinesi o in ceramica vetrinata del tipo “Tenmoku”, allestite su tavolinetti e vassoi di lacca. Queste cerimonie dal gusto raffinato trovarono il loro naturale sviluppo nello stile” Shoin-daisu” del periodo Muromachi 1392-1593), di cui parleremo in seguito.

Alla fine dell’epoca di Kamakura (1135-1333), il bere tè travalicò i confini dei chiostri e dei monasteri e coinvolgendo sempre più persone: prima le famiglie aristocratiche dei mecenati che gravitavano attorno ai templi, poi la classe militare, i samurai, che in questa pratica vedevano esaltati i loro ideali ( lucidità mentale, ritualità che coinvolgeva il corpo e la mente, rapporto capo-gregario, ecc.. L’uso iniziò a diffondersi anche presso le classi sociali più umili e, verso la fine del 1300, davanti al Toji, un importante tempio del Buddhismo esoterico Shingon, situato nel quartiere Minamiku di Kyoto), comparve una prima bottega che vendeva tazze di tè per poche monetine. L’aumento dei consumatori ne incrementò anche la coltivazione e si diffusero, sempre di più, i “Cha Kai”, “Riunioni per bere il tè” dove i “ Daimyo” (i feudatari) ed i samurai più ricchi potevano mostrare, con orgoglio ed ostentazione, nello “Shoin”, la zona pi)ù formale della casa, su mensole laccate (“daisu”), gli utensili e le tazze da tè più belle, rigorosamente di provenienza cinese (karamono). Lo “Shoin “che poteva essere anche elaborato e sfarzoso, nella sua forma più essenziale era una semplice stanza con “tatami” (stuoie di paglia di 90 x1.80, ma la misura poteva variare) sul pavimento e “ tokonoma”, una specie di alcova dove appendere dipinti o calligrafie.

In seguito, forse come degenerazione di questi incontri conviviali, il tè cominciò ad essere bevuto in incontri e “tornei” (Tocha) in voga tra l’aristocrazia. Durante queste riunioni i partecipanti (seguendo le modalità stabilite in analoghe competizioni in uso a Corte, per individuare incensi e profumi) dovevano indovinare il luogo d’origine delle foglie di tè che erano servite a preparare la bevanda. Generalmente i contendenti dovevano individuare la bevanda preparata con le foglie delle piantagioni di Toganoo (“Honcha”, il cosiddetto: “Tè vero”) da quello prodotto nelle altre regioni (conosciuto come: “Hicha”, cioè:” Non Tè). Il fiorire dei “ Tocha” spinse il consumo del tè in una direzione opposta a quella indicata dai monaci Zen che invitavano alla calma, alla sobrietà, alla semplicità e alla moderazione. Chi prendeva parte a questi “ tornei di tè” cercava il divertimento sfrenato, il non usuale ed il bizzarro. La cosa non ci deve sorprendere perché l’estetica giapponese è stata sempre costantemente tesa tra questi due estremi apparentemente antitetici: da una parte il richiamo all’austera semplicità, dall’altra il desiderio della novità, dell’ostentazione e delle fastose cerimonie[11].

La fine dell’epoca di Kamakura fu un’epoca di continui conflitti, turbolenze, e di nere previsioni; fra la nobiltà ed il popolo nacque la consapevolezza di vivere un’autentica crisi del mondo. In questo periodo sospeso tra la gioia della vita e l’orrore della morte in battaglia, i Daimyo (Signori feudali) si dedicarono, con eguale passione, alle guerre e alle gare di “Tocha” che, in poco tempo, divennero gare stravaganti dove tutto era portato all’eccesso e dove il tè veniva servito con cibi rari e vino[12]. I nuovi eventi furono chiamati: “Basara” (dal termine sanscrito: “Vajra”, in giapp: “Kongo”,cioè: “Diamante”) e vollero esprimere la libertà non disciplinata e la rottura di tutte le regole. Nel Buddhismo Mahayana, il Vajra è una sorta di scettro a più punte ed è simbolo della più alta potenza spirituale; significa l’indistruttibilità, l’infrangibilità, l’immutabilità dell’illuminazione e il vero volto della Verità. Il Vajra è il “diamante” e la “folgore”, ma in certe scuole di tradizione tantrica rappresenta anche la forza sessuale maschile. Sarebbe lungo spiegare come nacquero i “ Basara” e i loro legami con certe forme deviate di esoterismo buddhista ( scuola Tachikawa Ryu) che, in quell’epoca, stavano diffondendosi in Giappone; quello che è certo è che espressero bene lo spirito del tempo dominato dal caos, dall’eccesso e dalla confusione, dal declino dell’autorità imperiale e dalla distruzione di ogni regola, che condusse ad un periodo di anarchia e di continue battaglie. Il cosiddetto “ gusto Bazara” espresse sia l’amore per lo straordinario ed il bizzarro che il gusto di collezionare e accumulare ogni sorta di oggetti strani, preziosi ed esotici, spesso di provenienza cinese o indiana.

Uno dei più famosi “ Basara” fu quello organizzato da Sasaki Doyo(1306-1373)Signore militare della provincia di Omi ( oggi: Prefettura di Shiga): la festa, che si svolse a Oharano per celebrare la fioritura dei ciliegi, durò ben venti giorni fra balli, canti, gare di poesia e bevute di tè (Tocha) e vino. Gli ospiti erano seduti su scranni coperti da pelli di leopardo e di tigre, mentre ovunque venivano bruciati rari e preziosi incensi[13]. La “ fioritura dei ciliegi”, che generalmente coincide con il primo raccolto del riso, è da sempre, in Giappone, motivo di festa. Esprime il rinnovamento e la vitalità della natura, ma è anche un momento di riflessione sulla caducità della vita e sull’inevitabile decadenza di ogni cosa. Il “ Basara” organizzato per ammirare la fioritura dei ciliegi, nelle intenzioni di Sasaki Doyo, fu probabilmente, in un periodo funestato da continue guerre, un invito ad apprezzare e a godere appieno la vita. Sasaki Doyo non fu soltanto un valente guerriero ma anche un raffinato esteta e un discreto poeta di Waka e Renga (forme di poesia caratterizzate da una speciale metrica) ; fra l’altro, è famoso per aver riconosciuto per primo il talento di artisti come Kan’ami (1333-1384) e di suo figlio Zeami (1363-1443) il codificatore dell’arte del teatro No.

Molte cose cambiarono con il grande condottiero e mecenate, Ashikaga Yoshimitsu (1358-1408) che, nel 1392, pose fine al periodo di anarchia delle cosiddette “Corti del Nord e del Sud” (Nanboku Cho). Quando il nuovo Shogunato degli Ashikaga si stabili nel quartiere Muromachi di Kyoto, abbandonando la città di Kamakura, si vennero ad assottigliare le distanze tra nobiltà militare e aristocrazia di Corte e anche in architettura si cercò di conciliare il rigido protocollo militare con la morbidezza e l’eleganza delle residenze nobiliari. Il periodo, che prese per appunto il nome dalla nuova residenza dello Shogun (periodo Muromachi) durò circa due secoli e mezzo (1392-1568).Furono anni difficili attraversati da costanti conflitti interni e da guerre civili, ma fu anche un’epoca tra le più creative: si sviluppò il teatro No, si consolidò l’architettura Shoin, si affermò la” pittura di paesaggio” (sansui) e quella monocroma ad inchiostro nero (suinokuga), si affermarono i “giardini di pietra”(sekitei) e l’arte per disporre i fiori ( ikebana). Molto cambiò anche nel mondo della preparazione del tè (chado).

Yoshimitsu cercò la consolazione dalle guerre nel mondo dell’arte accogliendo nei propri palazzi i più importanti uomini di cultura dei suoi tempi. La tragedia della guerra lo portò, come altri Shogun ad avvicinarsi al mondo del Buddhismo e della meditazione Zen. La cultura del periodo in cui visse Yoshimitsu è conosciuta col nome di “ Kitayama”, dal nome della collina, a nord-ovest di Kyoto, dove lo Shogun costruì una splendida villa in cui si ritirò ( nel 1395) destinandola a tempio. È il famoso Kinkaku-ji, il “Tempio del Padiglione d’Oro”, reso celebre da un romanzo di Yukyo Mishima (1925-1970). Il Kinkaku-ji è un vero gioiello di architettura ispirata dai principi dello Zen: è in legno ed è costruito su tre piani: nel primo c’era la sala dove lo Shogun accoglieva gli ospiti, il secondo era riservato allo studio, il terzo era uno spazio privato per la meditazione. Nel “ Padiglione d’Oro” Yoshimitsu era solito invitare un ristretto numero di intimi amici a prendere il tè in una saletta da ricevimento (shoin), dove era allestito il tokonoma, per l’esposizione dei kakemono (rotoli verticali con dipinti e calligrafie) e creazioni floreali (ikebana). Mobili leggeri erano disposti lungo le pareti: uno scaffale (chigai-dana) con mensole (daisu) in stile formale cinese e cassetti asimmetrici dove conservare preziosi rotoli ed esporre gli utensili per la preparazione del tè. Yoshimitsu era un esteta e nella sua dimora, delicata e aurea, mirabilmente fusa con le piante, le pietre e le acque dei laghetti del giardino collezionò ogni sorta di oggetti d’arte e moltissimi e raffinati utensili e tazze per il tè, quasi tutti di provenienza cinese. La famiglia degli Ashikaga era seguace di una tendenza, definita: “Karamono suki”, cioè quella degli “ammiratori degli oggetti cinesi”. Fra le altre cose, Ashikaga Yoshimitsu introdusse, nella sua corte, la figura del “doboshu”, vero e proprio esperto d’arte che doveva non solo consigliarlo ma anche guidarlo nel difficile ed intricato mondo dell’estetica e delle formalità. I “doboshu” divennero veri e propri consulenti artistici anche per il servizio formale del tè. Alla sua corte le cerimonie rituali (Sarei/Chamori) celebrate dal Buddhismo iniziarono ad essere inserite in un contesto secolare. Le “riunioni per bere il tè” (Cha kai) divennero un’arte raffinata e anche lo spazio architettonico dedicato al tè iniziò ad essere concepito, non solo come sala di ricevimento degli ospiti, ma anche come luogo appartato dove abbandonare le preoccupazioni del mondo. Questo spazio riservato, un vero e proprio studiolo, divenne il punto focale dell’edificio e, nel tempo, si trasformò nella piccola stanza da tè di quattro tatami e mezzo del Cha no Yu (“Cerimonia del Tè”). Questo nuovo modo, raffinato, ma formale e rigoroso, di servire il tè fu chiamato: “Shoin Cha”. Ma mentre lo Shogun stava rinchiuso nelle stanze del suo palazzo a sorbire il tè con gli amici e ad ammirare, meditabondo, la fioritura dei ciliegi nel giardino, i vari signorotti militari insorsero, le imposte non vennero pagate e l’economia dell’impero andò a rotoli; si venne a creare una situazione di grave crisi sociale che sfociò in uno dei periodi più disastrosi che il Giappone abbia conosciuto. Gli storici giapponesi chiamano questo periodo “Sengoku Jidai” (1482-1558), l’“epoca del Paese in guerra” che durò quasi 100 anni. Ma torniamo alla nostra storia del tè….

Come abbiamo visto, con Yoshimitsu la cerimonia del tè non fu più sfarzosa cerimonia ma semplicità ed eleganza formale. Questa nuova tendenza estetica si sviluppò grazie alle intuizioni di un famoso dobotsu di nome No’ami (1397-1471), a quelle del figlio Gei’ami (1431-1485) e del nipote So’ami (morto nel 1525). Sotto la loro influenza, ma specialmente del primo, nacque un nuovo tipo di stanza per il tè, modellata sui romitaggi, le celle dei monasteri e l’umile capanna dei contadini.

Nei monasteri Zen del periodo Ashikaga, i monaci praticavano severe meditazioni per ottenere l’illuminazione durante le attività normali della vita di tutti i giorni. Per loro bere il tè fu una attività che poteva essere considerata come una specie di meditazione in azione, in movimento. Il monaco Ikkyu (1394-1481) della scuola Rinzai Zen fu uno dei precursori della nuova Cerimonia del tè. Nacque a Kyoto, forse figlio illegittimo dell’Imperatore Go-Komatsu; studiò il Buddhismo nel Kennin-ji e nel Daitoku-ji di Kyoto, per poi abbracciare la vita itinerante, finché nel 1474 dovette accettare l’ordine imperiale e divenne l’abate del Daitoku-ji, in quel tempo semidistrutto dalle varie guerre. Ikkyu è una figura assai particolare nel mondo del Buddhismo giapponese; il suo carattere eccentrico e stravagante velato da una vena polemica gli fece, addirittura, meritare il soprannome di “ Nuvola pazza”. Seguiva una specie di Zen naturalista e insisteva sulla necessità di praticare lo Zazen, inoltre negava il concetto dell’al di là” ipotizzato dai seguaci della scuola chiamata della “Pura Terra” con la relativa divisione fra “questo mondo” e “l’altro mondo”. I suoi temi ricorrenti erano l’impermanenza di ogni cosa, compreso tutto quanto è umano, e la meditazione sulla morte. Personaggio popolarissimo e molto amato, Ikkyu fu seguito da persone appartenenti a tutte le classi sociali. Si racconta che mangiasse carne e pesce e che amasse il sakè e le donne. Sotto l’influenza di Ikkyu al Daitokuji, crebbe in conoscenza e fama Murata Shuko (talvolta chiamato: “Juko”, 1423-1502) che in seguito seppe combinare lo studio della tradizione del tè con le tecniche Zen e gli ideali estetici adottati dai poeti in reclusione, facendo si che la cerimonia si evolvesse verso la semplicità e la naturalezza. Ikkyu lo convinse che Zen e arte del tè condividono lo stesso spirito e, seguendo i suoi insegnamenti, costruì la casa da tè su modello della capanna di 4 stuoie e mezzo utilizzata dai monaci in reclusione, del tutto simile al “Soan” (Capanna di paglia) di Kamo no Chomei 1155-1216). Kamo no Chomei, infatti, in un suo famoso libro (“Hojoki”, cioè: ”Ricordi un eremo”) redatto, nel 1212, all’inizio dell’epoca di Kamakura aveva descritto la gioia del vivere in una minuscola capanna costruita tra le montagne, per sfuggire al caos delle vicende umane.

I principi estetico –religiosi di Murata Shuko furono considerati i fondamenti della Via del tè. Dall’introduzione del “Yamanoue Sojiki”, un famoso trattato scritto nel 1589 da Yamanoue Soji, sappiamo che Shuko cominciò ad essere considerato un vero Maestro di Tè quando fu presentato allo Shogun Yoshimasa (1436-1490), forse dallo stesso No’ami . Probabilmente si tratta di una leggenda…ma chissà … [14]. Lo Shogun Yoshimasa era nipote di Yoshimitsu e ne fu il successore; a sua volta si ritirò in una villa (sulle colline ad est della città di Kyoto) conosciuta con il nome di “Ginkakuji”, il “Padiglione d’Argento”. Ma siamo andati troppo avanti con la narrazione; cerchiamo di conoscere meglio il nostro No’ami.

No’ami fu chiamato a dirigere le eleganti cerimonie utilizzando le vaste collezioni di opere d’arte e di utensili cinesi per il tè possedute dalla famiglia degli Ashikaga. In quel periodo, l’uso di oggetti provenienti dalla Cina ed, eventualmente, appartenuti a famosi personaggi o ad artisti, aveva un forte contenuto simbolico. Gli utensili utilizzati per il tè, non erano belli solo per il loro valore estetico, ma denotavano lo status di chi li possedeva. La loro ostentazione era sinonimo di potere sociale e politico[15]. Nel suo ruolo di dobushu, No’ami introdusse l’uso del “Daisu Kazari”, uno scaffale mobile aperto, su cui disporre gli utensili e le tazze da tè; fino ad allora, il “daisu”, veniva utilizzato per la tipica residenza ( “shoin”), di cui abbiamo già parlato, dei feudatari e dei combattenti (bushi).Nel 1476, Na’omi scrisse un famoso trattato, il “ Kundaikan Sochuki”, che in breve, divenne un importante punto di riferimento, per collezionisti d’antichità e d’arte cinese; il libro contiene una intera sezione dedicata a come allestire gli utensili per il tè nello “shoin”.

Ma No’ami non si limitò a questo: incentivò l’uso delle tazze da tè in stile “Tenmoku”, di origine cinese, dalla strana forma allungata nella parte alta; poi, prendendo a modello le diverse forme stilistiche in cui erano scritti gli ideogrammi sino-giapponesi, classificò la cerimonia del tè dividendola in tre stili ;si ebbe così lo stile Shin (“formale”), Gyo (“semiformale”) e So (“informale”). Questi termini furono, in seguito, usati per classificare lo stile di molte altre espressioni artistiche. Il termine “Shin”, che contraddistinse la cerimonia del tè praticata da No’ami, si riferiva allo stile formale cinese e alla sua versione giapponese[16].

Fra la fine del 1400 ed il 1600, in un periodo di grandi cambiamenti sociali e culturali, il declino politico degli Ashikaga e le continue guerre portarono il Paese alla divisione in vari potentati e domini governati dai Daimyo, i Signori della guerra. Nonostante le continue guerre civili, la classe sociale dei mercanti conobbe un grande sviluppo e l’incremento dei traffici commerciali con la Cina portò all’ampliamento di alcuni porti ; fra questi assurse a grande importanza quello di Sakai. L’ arte di bere il tè si diffuse anche fra i mercanti e nacquero nuove, affascinanti, tendenze estetiche. Si narra che fu proprio il Maestro Zen Murata Shuko ad introdurne l’uso. Con Shuko ebbe, probabilmente, origine lo stile “Wabi” della cerimonia del tè: il “Wabi Cha”. La parola “Wabi” (dal verbo:”wabiru”) è di difficile traduzione ed è portatrice di infinite costellazioni di significati, fra questi quelli di solitudine e distacco, di bellezza tranquilla e austera da assaporare nel silenzio, ma anche di imperfezione, incompletezza e irregolarità, di stupore che si prova di fronte a ciò che si dà spesso per scontato, di rimpianto per qualcosa di fortemente desiderato ma non ottenuto o perso, di povertà voluta e ricercata come oggetto di apprezzamento estetico. Shuko, anche se, sembra, non abbia mai usato la parola “Wabi” ne anticipò i significati facendo uso di termini assai vicini: “hiesabi”, “hiekareta” e “hieyaseru”. La prima parola ci trasporta nel cuore stesso dell’estetica giapponese. “Hiesabi” evoca la malinconia, il rimpianto ma anche l’attesa; nella poesia buddhista allude al non dualismo della realtà: dentro l’inverno già esiste la primavera, e basta un canto dell’usignolo, o qualche ciuffo d’erba che fa capolino fra il ghiaccio e la neve, per ricordarcelo; così come nell’autunno, possiamo, sempre, cogliere qualcosa che anticipa l’inverno. ”Hiekareta” significa: “malinconico, secco e scarno “, l’ultima parola, invece, vuol dire: “diventare scarno emaciato”. Delle tre espressioni, in uso nell’ambito della poesia in rime concatenate conosciuta con il nome di “Renga”, ne parla diffusamente il bonzo Shinkei (1406-75) in alcuni capitoli del suo “Sasamegoto”(“Conversazioni sottovoce”), un trattato sull’arte poetica molto diffuso nel Giappone dell’epoca Ashikaga[17].

Affascinato dalle teorie del bonzo Shuko, suo consigliere estetico, Ashikaga Yoshimoto divenne un attivo promotore della nuova cerimonia del tè basata sulla semplicità ed essenzialità. Per questo il suo “Padiglione d’Argento” è considerato tradizionalmente il luogo di nascita del Cha no Yu.

Murata Shuko vi costruì una piccola casa da tè di ridotte dimensioni che rifletteva gli insegnamenti del bonzo Ikkyu, sostituì i più sfarzosi Shoin con la “ capanna d’erba” (“Soan” di quattro tatami e mezzo), un edificio separato da palazzi e residenze, costruito solo per la cerimonia del tè. Lo stile di Shuko per la sua immediatezza e semplicità nel preparare il tè fu chiamato: “Soan Cha”, ossia: il “tè della capanna d’erba”. La semplicità si manifestò anche nell’uso degli utensili perché al posto di quelli cinesi, costosi e pretenziosi il nostro bonzo, utilizzò manufatti di artigiani locali. Si dice che Shuko amasse l’incompletezza e l’imperfezione e che percepisse queste caratteristiche proprio nelle ceramiche giapponesi (chiamate: ”Wamono”) prodotte a Bizen e nella provincia di Shiga. Le prime erano ceramiche semplici, non smaltate e avevano un aspetto naturale; le altre erano smaltate ma avevano una forma irregolare ed esprimevano purezza e naturalezza .Murata Shuko sosteneva l’importanza dell’imperfezione nella bellezza: la luna piena è bella se il cielo è soffusamente oscurato da foschie e nubi. In altre parole l’imperfezione di questa altrimenti perfetta e assoluta bellezza ci farebbe meglio intuire il suo splendore. Shuko gettò, così, le basi per un nuovo canone estetico in contrapposizione a quello cinese, formale e tendente alla perfezione[18].

Fra le innovazioni più importanti che introdusse nella cerimonia del tè vi fu anche quella di non servirsi di un attendente o servitore per la preparazione della bevanda, pratica in uso presso la Corte degli Ashikaga. Era il Maestro di tè o il padrone di casa che dovevano preparare il tè per rispetto verso gli ospiti. Shuko è ricordato anche per due scritti: il primo è “ Il Dialogo con Shuko” (“Shuko Mondo”) che riferisce di una sua conversazione con Yoshimasa sulla pratica del tè. In questo breve testo Shuko sottolinea che entrando nella sua piccola casa da tè dovevano scomparire ogni discriminazione e divisione fra noi e gli altri. Ogni cosa doveva lasciar percepire lo spirito della tranquillità e della dolcezza ;solo così si sarebbe potuto apprezzare in pieno il senso della cerimonia del tè che deve essere pervaso da modestia, rispetto, purezza e serenità. L’altro testo, il “Kokoro no Fumi” (“ Lettera al Cuore”) è una missiva scritta per uno dei suoi principali discepoli, Furuichi Sumitane (1452 ?-1508), conosciuto anche con il nome di Furuichi Harima. L’opera è assai importante per capire l’importanza della ceramica giapponese nella Cerimonia del tè e per approfondirne i concetti estetici. Fra l’altro, nel testo, Shuko sottolinea che la pratica della cerimonia del tè è una vera e propria via spirituale per conoscere meglio noi stessi[19]. Gli storici del Tè giapponesi definiscono lo stile di Shuko come “semiformale” (Gyo).

Dopo la morte di Shuko, la pratica della cerimonia del tè, per le continue guerre e l’impoverimento del Paese, conobbe una battuta d’arresto. Fra l’altro, lo stesso figlio di Shuko, di nome Soju, sebbene avesse potuto ereditare lo stile usato dal padre per la preparazione del tè, preferì seguire le più facili vie della raffinatezza e dell’ eleganza .La tradizione fu ripresa da Takeno Joo (1502-1555) che gettò le basi per il Wabi-cha. Takeno Joo nacque in una famiglia di mercanti della città portuale di Sakai. Dopo essersi recato a Kyoto, nel 1525, per approfondire lo studio della poesia in stile “renga” e “waka” con il maestro Sanjonishi Sanetaka (1455-1573), e la “ Via dell’incenso” (“Kodo”, molto praticata a Corte ), studiò il Buddhismo Zen con i maestri Kogaku Sosen e Dairin Soto del Daitokuji di Kyoto. Divenne bonzo e si avvicinò all’arte del tè grazie a due discepoli di Murata Shuko: Sochin e Sogo. Il giovane ereditò da Shuko la semplicità estetica della cerimonia in stile “gyo”, l’amore per le immagini romantiche delle capanne con i tetti di paglia degli eremiti e la poetica solitudine. Si narra che, ancora in giovane età, proprio nel Daitokuji, costruisse la sua prima “ celletta per il tè” di quattro tatami e mezzo. La chiamò Daitoku-an. Joo eliminò dalla sua “stanza per il tè” ogni cosa superflua, tolse gli scaffali per gli utensili disponendoli direttamente sui “tatami”, abbandonò la tradizione inaugurata da Murata Shuko di tappezzare le pareti del Tokonoma con carta bianca con calligrafie e paesaggi, trascurò l’uso del legno pregiato per il grezzo bambù ed iniziò l’uso di porre il braciere (“ro”) per il bollitore dell’acqua nella stanza della cerimonia. Inoltre, fu il primo ad utilizzare il termine “wabi”, mutuandolo dall’estetica della poesia giapponese e dagli scritti dei monaci che avevano vissuto in reclusione. Prima di Joo il termine “Wabi” era usato dai poeti per esprimere sensazioni di dolore, di scoraggiamento o di solitudine come un amore perduto o la tristezza dell’esilio; era un termine pieno di significato ma con connotazioni piuttosto negative. Con Joo la parola, senza perdere il primo significato, ne acquistò un altro, senz’altro più positivo[20]. Era la scoperta di una sensibilità che aiutava a scoprire” le coincidenze prive di discrepanze tra un cuore ed un altro” e tra l’uomo, la natura ed il mondo. I contributi che apportò alla via del tè sono ben intuibili dalla lettura di due suoi famosi scritti, la “Lettera sul Wabi” (“Wabi no Fumi”, da dove ho tratto la citazione precedente), forse scritta per il suo discepolo Sen No Rikyu, del quale parleremo tra poco, ed il “ Joo Montei”( le “Istruzioni di Joo ai suoi discepoli”). Lo stile della cerimonia del tè di Joo, secondo la suddivisione di No’ami, potrebbe essere definito “So”,” informale”, anche se qualche studioso lo considera ancora partecipe allo stile “Gyo”.

Il momento di massimo splendore dell’arte del tè coincise con l’epoca del maestro Sen no Rikyu (1522-1591) che dette vita alla forma più spirituale della cerimonia del tè. Con lui la cerimonia del tè raggiunse la perfezione dello stile informale “So” e la completezza dello spirito “Wabi”

Il periodo storico nel quale visse Sen no Rikyu fu ricco di cambiamenti sociali e culturali. A Kyoto, l’antica città capitale l’Imperatore pur conservando la sua aureola di sovrano carismatico, era tenuto prigioniero dalle più potenti famiglie feudali della regione. Anche lo Shogun, il Governatore militare ereditario dell’Impero, aveva perso molto del suo prestigio e della sua potenza. La situazione giapponese del tempo era molto simile a quella italiana: un certo numero di Signorie pressoché indipendenti conduceva un gioco di alleanze e di aggressioni, ciascuna mirando ad ingrandirsi a spese dei vicini. In Italia si finì con l’asservimento allo straniero; il Giappone, al termine delle guerre civili raggiunse una fermissima unità di Stato e di governo, e iniziò quella politica di isolamento che doveva concludersi nel 1854. Nell’” Era del Paese in Guerra” il Giappone era, dunque, suddiviso in una dozzina di piccole e grandi Signorie, ciascuna gelosa della propria indipendenza e spesso in lotta con i vicini. Fin dalla prima metà del XV °secolo erano, poi, apparsi sulla scena i Portoghesi e gli Spagnoli, forestieri mai visti prima, dagli strani costumi e dalle stranissime usanze; religiosi e capitani di ventura, uomini di fede e uomini d’armi, accomunati dai giapponesi sotto un’unica denominazione, quella di “ Nambanjin”, i “barbari del Sud”. Insieme al Cristianesimo furono introdotte nell’arcipelago le armi da fuoco. Gli archibugi furono importati per la prima volta in Giappone dal Signore dell’isola di Tanegashima, nel 1543, e furono subito molto apprezzati dai militari delle varie Signorie. L’introduzione di quelle armi esotiche contribuì a modificare profondamente il tradizionale gioco delle forze, rivoluzionò le tecniche di combattimento e le strategie, segnò la fine d’un epoca caratterizzata dal combattimento individuale, costrinse a costruire nuovi tipi di fortificazioni e castelli. Il periodo successivo al declino della famiglia Ashikaga (“Azuchi-Momoyama”) prese il nome dalle località dei castelli di Oda Nobunaga (1534-1532) ad Azuchi, sulle sponde lago Biwa (antica provincia di Omi, oggi prefettura di Shiga) e di Toyotomo Hideyoshi (1536-1598), a Momoyama (la “Collina dei Ciliegi”), a sud-est di Kyoto. Nelle città, che sorsero accanto e sotto i castelli, si svilupparono la poesia, l’arte, la poesia, il teatro No e la cerimonia del tè. Ma aumentarono anche i commerci ed emerse la classe mercantile che accumulò ricchezze grazie ai debiti di guerra di feudatari e samurai. I Daimyo furono costretti ad avere sempre più rapporti con mercanti ed artigiani per approvvigionarsi di armi, corazze e soprattutto di nitrato, per la polvere da sparo, che non era prodotto in Giappone e doveva essere importato. Sakai ne divenne il principale porto d’approdo. Nel 1568,il Daimyo Oda Nobunaga, dopo aver ottenuto la vittoria sul clan dei Miyoshi, usurpò la posizione di Shogun di Yoshiyaki Ashikaga e cercò di realizzare militarmente il suo sogno di unificare il Giappone. Anche Nobunaga era un appassionato di tè e ne collezionava tazze ed utensili. Era tanta la sua passione per quella bevanda che arrivò a vietare ai suoi generali l’organizzazione di cerimonie per la degustazione del tè senza il suo permesso. Uno dei principali fornitori di armi e polvere da sparo di Oda Nobunaga era un mercante di Sakai, di nome Imai Sokyu, famoso per essere un valente maestro di tè. Imai Sokyu e Tsuda Sogyu, altro esperto di tè, divennero i Maestri di cerimonia di tè di Oda Nobunaga. Fu proprio in quel periodo, e forse su raccomandazione di Sokyu, che Sen no Rikyu, entrò a far parte della Corte di Oda Nobunaga. Ma chi era Sen no Rikyu?

Si dice che fosse figlio di Tanaka Yohei, un mercante di Sakai. Il suo vero nome era Yojiro o Yoshiro. Dopo aver iniziato a studiare il Buddhismo, con il maestro Dairin Soto, prese il nome di Soeki. Non sappiamo quando gli fu aggiunto il nome di “Sen” che, forse, non utilizzò mai in vita. Così, fu invece chiamato dai suoi successori per esaltarne la memoria e, forse, per creare una qualche connessione con un famoso doboshu di Ashikaga, Sen’ami, che alcuni storici del tè giapponese ipotizzano fosse scappato dalla guerra di Onin(1467-1477) per rifugiarsi a Sakai[21]. Entrò nel mondo del tè giovanissimo: probabilmente all’età di 17 anni, quando cominciò a studiare l’elegante tradizione del tè della classe dirigente dei samurai con il maestro Kitamuchi Dochin( 1504-1562) e, forse, fu proprio quest’ultimo a presentarlo al grande Maestro Joo. All’età di 19 anni era già suo allievo. Sen no Rikyu seppe fondere l’estetica dello Zen con le tensioni spirituali delle classi dei mercanti e dei samurai e, nella prima parte della vita, praticò la Via del Tè non per staccarsi da questo mondo né tantomeno per ritirarsi dalla vita di tutti i giorni, come ben dimostrò quando divenne confidente e consigliere di Oda Nobunaga. Sotto la guida di Takeno Joo, il giovane Se no Rikyu divenne rapidamente famoso e si narra riuscisse, addirittura, ad acquistare una tazza da tè appartenuta al maestro Shuko[22]. Quasi tutte le informazioni che abbiamo su Sen no Rikyu sono tratte dal “ Namboroku” (o:”Nanboroku”) un documento in 7 volumi scoperto quasi 100 anni dopo la sua morte, da Jitsuzan Tachibana. Nonostante l’indubbia antichità del testo gli storici hanno sollevato qualche dubbio sulla sua autenticità. La tradizione vuole che i libri furono scritti dal monaco buddhista Nanbo (o: Nambo) Sokei, del tempio Nanshuji, a Sakai ( prefettura di Osaka),durante gli ultimi anni di vita di Rikyu. Purtroppo non abbiamo molte notizie di questo bonzo se non quelle desunte dal suo stesso libro che testimonia fosse un discepolo di Rikyu nello studio dell’arte del tè[23].

Ma torniamo al nostro Sen no Rikyu e al suo avvicinamento ad Oda Nobunaga.

In breve (1574) ne divenne il Maestro di tè preferito. Era ormai al centro del potere politico e sociale. In queste sue nuove mansioni ebbe un ruolo importante nelle celebrazioni della vittoria militare che Oda Nobunaga, ottenne nella famosa battaglia di Nagashino (1575) che portò la pace nelle provincie di Kaga e di Echizen. Le cerimonie si svolsero nel tempio Myokoji. Sen no Rikyu fu molto più di un semplice Maestro di tè e divenne il miglior consigliere di Oda Nobunaga sia nelle cose private che nelle decisioni politiche e militari . Nel 1582 Nobunaga fu assassinato ( il famoso: “Incidente di Honnoji”) e gli successe un suo generale, Toyotomo Hideyoshi (1536-1598), anch’egli raffinato esteta ed appassionato della cerimonia del tè. Sen no Rikyu mantenne lo status di Maestro di tè anche se ebbe incarichi politici e diplomatici. Fu in questo periodo che iniziò a rivoluzionare l’arte della Cerimonia del Tè.

Uno dei più profondi cambiamenti che introdusse fu l’utilizzo di utensili e tazze nati dalla cooperazione con artigiani. Fino a quel momento tutti gli oggetti venivano comprati nelle botteghe o nei mercati; nessuno li ordinava o se li faceva appositamente creare o fabbricare. Sen no Rikyu iniziò a collaborare con un artigiano di Kyoto ( il coreano Chojiro,1516-92),che lavorava l’argilla per fabbricare tegole e ceramiche di semplice fattura. Chojiro è considerato il creatore della ceramica “Raku” (parola che significa: “piacevole”, “comodo”, “facile da usare”, ma anche: “gioia di vivere”) così chiamata dal nome di un quartiere dei sobborghi di Kyoto da dove veniva estratta l’argilla. Quest’uso, introdotto da Sen no Rikyu, continuò anche con i maestri di tè successivi, come Furuta Oribe che fu anche estimatore delle ceramiche di Bizen e della provincia di Shiga (Shigaraki).

Ma quali furono i reali cambiamenti stilistici?

Probabilmente Sen no Rikyu, quando era al servizio di Oda Nobunaga, seguì lo stile formale del tè, praticato a Corte, così come gli era stato insegnato da Kitamuchi Dochin. Lo stile prevedeva l’uso del “daisu” e degli scaffali asimmetrici. Dopo la morte di Nobunaga, quando ormai era un Maestro affermato, sintetizzò le tendenze artistico-filosofiche del suo tempo promovendo e portando alle estreme conseguenze lo stile “wabi cha” di Takano Joo[24]. Negli ultimi anni di vita, Sen no Rikyu sviluppò lo stile “ Soan”, della “capanna d’erba” degli eremiti, dando alla casetta da tè( “chashitsu”) le dimensioni di soli due “tatami” e, a quell’epoca, il tatami come unità di misura era di 90 x 1.80.

Nel 1582 (XI° anno dell’era Tensho), nel castello di Hideyoshi, Sen no Rikyu costruì la sua prima minuscola “capanna d’erba” ; fu chiamata “Tai An”. Purtroppo andò distrutta nelle epoche successive. Però ne esiste una copia, ricostruita all’interno del tempio Myoki-An a Yamazaki, nei dintorni di Kyoto. Questa capannina, sin dall’epoca di Edo (1600-1868) è stata attribuita ( come progetto) a Sen no Rikyu ed è l’unica rimasta intatta. E’ considerata un “Tesoro nazionale”.

Sen no Rikyu fu, anche, l’inventore del “Nijiriguchi”, il piccolo ingresso sollevato, che introduceva direttamente nel “chashitsu”. Il suo uso ed utilizzo viene descritto per la prima volta nel già citato “Namboroku”: serviva a separare gli ospiti dal resto del mondo, costringendo tutti ad un atteggiamento di semplice umiltà, oltre ad essere segno di eguaglianza sociale. Tutti gli ospiti, senza distinzioni, erano costretti, infatti, ad entrare nello stesso identico modo, attraverso lo stretto pertugio, prima di potersi sedere sui “tatami”. Nakamura Shosei sottolinea che la filosofia che sottintendeva alla costruzione di un così minuscolo spazio era quella di voler abolire le distanze tra le persone e tra il maestro della cerimonia del tè e gli ospiti. In questo ambiente ridotto, Sen no Rikyu utilizzò ogni accorgimento- dalla scelta dei materiali, alla ricerca della giusta illuminazione del sole, fino agli oggetti d’uso della cerimonia – per far estraniare gli ospiti dagli affanni del mondo facendo in modo che potessero trovarsi immersi in uno spazio vuoto e assoluto. L’ambiente esterno, in questo modo, non si sarebbe contrapposto al sé ( come: personalità, ego, rango sociale) ma era il luogo dove il vero sé avrebbe potuto essere ritrovato. Il suo “chashitsu” divenne un microcosmo per lo spirito, il luogo della “Non Mente”, l’espressione del “non-duale” del Buddhismo Zen[25]. In questo spazio ridotto, dove tutto era di un colore sobrio e discreto che invitava alla calma ed al distacco ( questo gusto, nato in contrapposizione all’eccessivo decorativismo delle epoche precedenti, era definito:” shibumi”, cioè: di “sapore amaro” o “astringente”) gli ospiti dimenticavano il senso del tempo e la loro attenzione perdeva ogni punto di riferimento, ad esclusione della semplice tazza, in stile “raku”, che veniva fatta, a turno, girare per essere bevuta. Era uno stato di benessere che talvolta viene definito: “Kiwabi” (cioè: “wabi libero”, senza un punto focale) [26]. L’unico tocco di eleganza in quell’ambiente spoglio era basato sulle graduazioni di buio e dal gioco delle ombre sulle pareti prodotte dalla luce che filtrava dall’ingresso (questo tipo di emozioni estetiche sono ben spiegate dallo scrittore Jun’ichiro Tanizaki (1886-1965) nel suo “Libro d’Ombra” (“In’ei Raisan”,1933). La vera e unica realtà del “chashitsu” di Sen no Rikyu era il vuoto che permetteva infine interpretazioni e libertà di movimento spirituale.

Sen no Rikyu, come il suo maestro Joo, abbandonò l’uso del “daisu” e gli utensili ( ricavati da materiali naturali o zucche), insieme alle tazze “raku” per la cerimonia, erano posti direttamente sui “tatami”. Il rito del tè, con Sen no Rikyu, perse ogni traccia di cerimonialità e si ridusse a far bollire l’acqua, frullarvi del tè e a berne una buona tazza. Per Kurosawa Kisho, questa sarebbe l’estrema forma del “Wabi”: “ una estetica del nulla o della morte”, nata forse in risposta alle tendenze di Hideyoshi, volte verso lo sfarzo e l’ostentazione[27]. In quest’estetica del nulla l’unica manifestazione fisica era una semplice tazza da tè “raku”. Acqua calda, polvere di tè verde ed una semplice tazza questo, in estrema sintesi è il “wabi cha”.

Col tempo, quest’estremo sviluppo del “wabi” fu messo in relazione ad un’altra parola giapponese anch’essa legata all’estetica dell’inevitabilità della morte e carica di profondi significati: “sabi”, che esprime il gusto dell’impermanenza. Gli oggetti e ogni cosa, col tempo, acquistano il fascino dell’età e della progressiva degenerazione: il colore cede il posto all’usura, il materiale lentamente si sgretola e tutto si deteriora e sembra destinato a svanire. Da questa “ patina”, prodotta dal passare del tempo, deriverebbe la loro intrinseca bellezza.

Sen no Rikyu, nella sua ricerca di raccoglimento e di semplicità ispirata dal Buddhismo Zen, intuì l’importanza di un altro elemento architettonico: il “Roji”, un sentiero di pietre davanti alla capannina da tè. Il “Roji” fu molto amato nei secoli seguenti e divenne parte essenziale dei cosiddetti “giardini Zen”.

“Roji”, (“luogo della rugiada”) in termini buddhisti si riferisce ad una dimensione dello spirito che va oltre la vita umana. Nel suo significato spirituale è il percorso che conduce al cuore dell’uomo. Con questa parola che, in senso metaforico indicava il sentiero di montagna che conduceva alla capanna dell’eremita, si voleva simbolicamente esprimere la purezza della mente che aveva abbandonato le tribolazioni e gli affanni del mondo. Il “Roji” in senso fisico era il sentiero, che prima della cerimonia del tè, il maestro e gli ospiti dovevano percorrere per arrivare al “chashitsu”. Percorrere il “ Roji” serviva a liberare la mente dagli inganni del mondo per arrivare alla Cerimonia con la giusta disposizione di spirito. Le pietre che tracciavano questo percorso :le “Tobi-ishi”, le “ pietre da passo” dovevano scandire il progressivo allontanamento dal mondo. Percorrere il “Roji” e bere il tè divennero così parte di un vero e proprio processo contemplativo del tutto simile a quello proposto dai monaci Zen.

Negli ultimi anni di vita di Sen no Rikyu ebbero luogo due eventi che assolutamente non possiamo dimenticare di ricordare.

Il primo avvenne nel 1587, quando organizzò, con Hideyoshi, un grande raduno di Cha no yu presso il Kitano Temmongu, tempio shintoista a Kamigyo-ku, nella città di Kyoto. All’evento furono invitate centinaia di persone di ogni ceto sociale e fu consentito l’uso del riso tostato al posto del più costoso tè. Hideyoshi invitò tutti i cittadini a partecipare, chiese soltanto che portassero un bollitore per l’acqua, una ciotola per il tè e una stuoia per sedersi.

L’altro, fu invece la presentazione della cerimonia del tè in stile “wabi cha” alla Corte dell’Imperatore Ogimachi (1517-1593). Il successo fu grande ed il nostro maestro di tè ottenne il titolo onorifico di” Koji”, ossia: “Maestro buddhista laico”.

Nel 1587, Hideyoshi emise una ordinanza contro i missionari cristiani del Kyushu e pochi anni dopo, nel 1591, ordinò a Sen no Rikyu di suicidarsi ritualmente. Il 28 febbraio dello stesso anno, Sen no Rikyu si tolse la vita facendo “seppuku”. Ma prima di uccidersi invitò per un’ultima volta Hideyoshi nella sua “chashitsu” per celebrare il “cha no yu” e scrisse una poesia d’addio:
“ Che tu sia benvenuta,
Spada dell’Eternità!
Attraverso il Buddha,
Attraverso il Dharma,
Ti sei aperta la Via” [28].

In molti, per secoli, si sono posti la domanda sulle motivazioni che spinsero Hideyoshi a prendere quella decisione e varie sono le ipotesi. Qualcuno afferma che Hideyoshi fosse irritato dalla troppa fama del maestro di tè ; si narra, che la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso sarebbe stata la collocazione di una grande statua di Sen no Rikyu sopra il portale del Daitokuji. La posizione era tale che tutti ci sarebbero dovuti passati sotto, compreso lo stesso Hideyoshi. E la cosa era, per quel Signore della guerra inaccettabile!

Secondo altre tradizioni, Hideyoshi avrebbe voluto prendere in sposa la bella figlia di Sen no Rikyu, Ogin; ma il Maestro Sen non avrebbe dato il suo consenso. Questo diniego gli sarebbe stato fatale.

Alcuni suggeriscono che anche le novità introdotte nella pratica del Cha no Yu debbano aver avuto la sua parte. Sen no Rikyu aveva eliminato ogni differenza di ceto e ruolo fra gli ospiti delle sue cerimonie, aveva abolito tutti i privilegi, e nella sua “capannina” per il tè non c’erano posti riservati per nobili e potenti. Lo cerimonia di Sen no Rikyu, affermava l’uguaglianza tra le classi sociali ( mercanti e samurai) e ne favoriva l’interazione. Probabilmente il Cha no yu del Maestro Sen era ispirato dallo spirito del “Gekokujo”( la “ mutua rotazione di Terra e Cielo”), una teoria rivoluzionaria che non poteva essere assolutamente condivisa da chi aveva da poco unificato l’Impero. Quest’ipotesi, avanzata dal Plutschow, sarebbe supportata da un documento, scoperto di recente, scritto da Koshin Sosa ( 1613-72), uno dei figli del nipote di Sen no Rikyu, fondatore della scuola di tè “Omotesenke”[29]. Fra l’altro, dopo la morte di Sen no Rokyu la cerimonia del tè, così come voluta dal maestro, andò incontro a radicali modifiche. Quando Furuta Oribe (1544-1645, un samurai discepolo di Sen no Rikyu) divenne il nuovo Maestro di tè alla corte di Hideyoshi furono reintrodotte rigide norme per regolare lo status dei partecipanti. Si decise di incrementate le dimensioni del “chashitsu” che divenne di tre “tatami” e fu aggiunta una stuoia di tre quarti, conosciuta come “daime” per accogliere gli ospiti di alto rango, così da creare uno spazio distintivo tra loro, gli altri partecipanti ed il maestro della cerimonia. La nuova disposizione fu chiamata “sanjo daime”[30]. Tutto ciò andava contro a quanto voluto ed insegnato da Sen no Rikyu.

Infine c’è anche un’ ipotesi politica che, senza dubbio, ha un certo fondamento. Con la morte del fratellastro di Hideyoshi, Toyotomi Hidenaga (21 gennaio 1591), il nostro Maestro di tè perse non solo un amico, ma anche un valido alleato contro le macchinazioni di Hideyoshi. Infatti, dopo l’unificazione del Giappone (1587) Hideyoshi stava progettando l’invasione della Corea. Se l’iniziativa avesse avuto successo il porto di Hakata, nella prefettura di Fukuoka, e quello di Sakai sarebbero stati in prima linea. Sen no Rikyu, era assolutamente contrario all’invasione; la morte di Hidenaga, ruppe gli equilibri, il nostro Maestro di tè fu costretto al suicidio e la Corea fu invasa (aprile 1592).

Sen no Rikyu, visse i suoi ultimi anni (ho tolto la virgola) e morì come in un’opera d’arte. Con lui, la cerimonia del tè divenne, come giustamente ha affermato Okakura Kakuzo: “una religione dell’arte della vita”.

Dopo la morte del grande Maestro di tè, la sua tradizione ( se pur parzialmente modificata) proseguì ad opera di Furuta Oribe ( 1544-1645) e del suo discepolo Kobori Enshu (1579-1647). La scuola di Sen no Rikyu continuò ad opera del genero Sen Shoan Sojun (1546-1614) al quale successe Sen Sotan (1576-1658) che tornò ad aderire completamente ai precetti dell’estetica “wabi”. Quest’ultimo ebbe quattro figli, tre dei quali dettero origine a scuole indipendenti, che presero il nome dalla parte di possedimenti ottenuti in eredità e che si rifacevano a quanto insegnato dall’illustre capostipite. Koshin Sosa (1613-72) fondò l’”Omote Senke” (“Parte Anteriore”),Ichio Soshu ( 1593-1675) dette origine alla “Mushakoji Senke” ( possedimenti “Sulla Via di Mushakoji”), mentre Senso Soshitsu ( 1622-97) fondò la famosa scuola “Urasenke” (“Parte Posteriore”).Con l’introduzione, nella tradizione del Cha no yu, del sistema detto:”Iemoto” il lignaggio poté essere trasmesso per successione ereditaria. Queste scuole sono ancora oggi tra le più importanti del Cha no yu. Contemporaneamente ed in maniera più o meno indipendente, alcuni filosofi e pensatori legati al mondo della nobiltà feudale, cercarono di ricondurre la Cerimonia del tè allo spirito originario insegnato da Sen no Rikyu. Fra questi meritano di essere ricordati Matsudaira Harusato ( detto: Fumai, 1751-1818), Signore del feudo di Matsue (oggi: Shimane) che nel suo “Mudagoto”(ossia: ”Parole superflue”, 1770 ) criticò l’eccessiva opulenza del Cha no yu del suo tempo; e Ii Naosuke ( 1815-60), feudatario di Hikone (prov. di Shiga) che, nel “Cha no yu ichie Shu”, ossia: “Trattato sull’incontro unico del Cha no yu”, 1857), sottolineò come il bere ritualmente del tè dovesse essere considerato come “un fatto unico e irripetibile della vita” dove ognuno avrebbe dovuto dare il massimo di sé e della propria arte.

Durante l’epoca di Edo (1603-1868 ), la produzione del tè si diffuse in molte provincie e distretti del Giappone. In quel periodo divenne famosissimo il tè prodotto a Uji ( vicino a Kyoto). Uji era un luogo molto adatto alla coltivazione della camelia sinensis, perché, quasi sempre, immerso nelle foschie caldo-umide dell’omonimo fiume. Vi si produssero vari tipi di tè verde (ryokucha) e di tè nero (kocha). Si diffusero oltre 10 specie di tè verde; inoltre la gamma dei sapori fu ampliata con la tostatura e l’aggiunta di riso arrostito. Nel 1633, il tè verde di Uji, vinse il premio come miglior marca e, in raffinati contenitori, fu portato in processione fino alla città capitale.

Nel successivo periodo della modernizzazione del Giappone, furono introdotte molte novità nel mondo del cha no yu. Gengensai, XI° ( Seichu Soshitsu, 1810-77), Grande Maestro della tradizione “Urasenke”, guardando all’apertura del Giappone all’Occidente, dette vita ad un nuovo stile, chiamato” ryurei” che prevedeva l’uso di un tavolo dove servire cerimonialmente il tè. Il cha no yu si diffuse in tutti gli strati sociali e divenne un nuovo modo di socializzazione; chi poteva permetterselo iniziò a collezionare tazze e utensili da tè provenienti dalle collezioni dei signori feudali. Questi nuovi appassionati del cha no yu amarono definirsi : “ Kindai Sukisha”: ossia” Persone dai gusti raffinati”. Poi, grazie all’opera di un grande pensatore giapponese Okakura kakuzo (Tenshin, 1862-1913), che scrisse, in inglese, il famosissimo “The Book of Tea”, anche l’Occidente iniziò a conoscere il mondo del Cha no yu.

Durante l’epoca Meiji (1868-1912) il mondo del Cha no yu fu rivoluzionato dalla presenza delle donne ed il suo insegnamento entrò a far parte dei curriculum scolastici. Dopo la Seconda Guerra Mondiale furono molte le donne che entrarono a far parte di una attività e di un’arte, prima esclusivamente maschile. Da allora il cha no yu si è diffuso in tutto il mondo e Sen no Rikyu è diventato quasi un’icona culturale del Giappone, grazie a racconti, manga (fumetti) e film. Da qualche anno (2005) è diventato un successo editoriale un manga di Yoshihiro Yamasa (1968 )dal titolo:”Hyoge Mono”(“Agire scherzosamente”, pubblicato, periodicamente, nella rivista “ Morning” della casa editrice Kodansha di Tokyo. Il fumetto ha come protagonista Furuta Oribe, il samurai discepolo di Sen no Rikyu, raffinato esteta e amante del tè. Anche un semplice e popolare manga può contribuire a far conoscere e far amare l’antica e raffinata arte della cerimonia del tè. A Sen no Rikyu sarebbe senz’altro piaciuto.

Note:

[1] Okakura Kakuzo, The Book of Tea, Penguin Books, Random House, 2006, pag.25

[2] Nishibori Ichizo, Nihon Chadoshi, “Storia del Tè in Giappone”, Osaka, 1940, pagg.8-10; Murai Yasuhiko, The Development of Cha no Yu in Japan, ed. Paul Varley e Kumakura Isao, Honolulu: University of Hawaii Press, 1989, pag.6

[3] Murai Yasuhiko, The Development of Cha no yu, in: Tea in Japan, edited by Paul Varley and Kumakura Isao, Honolulu: University of Hawaii Press, 1989, pag.6

[4] sul Namu Daishi, si veda: Arthur Lloyd, The Creed of Half Japan, London, Smith, Elder e Co, 1911, pagg.243-258; e Joseph M.Kitagawa, On Understanding Japanese Religion, Princeton- New Jersey, University Press,1987, pag.201

[5] Il Kissa Yojoki si trova in: Sen no Soshitsu, ed., Chado Koten Zenshu, “Collezione dei Classici della Via del Tè”, 12 voll. Tokyo, 1956-62, vol., 2:4-23

[6] Nishibori Ichido, Nihon Chadoshi, Osaka, Sogensha, pagg. 15-19

([7] A questo proposito, si veda: lo “Shucaron “(Dibattito sul vino e sul tè), in: Chado Kotenzenshu, edited by Sen Soshitsu, Tokyo, Tanko Shinsa, vol.2, 218-24

[8] Si veda: Yi Fa, The Origins of Buddhist Monastic Codes in Cina: An Annotaded Translation and Study of the Chanyuan Quinggui; Honolulu: University of Hawaii Press, 2002

[9] Watanabe Takeshi, Breaking Down the Boundaries: A History of Cha no yu, in: The Culture of Japan, Ohki Sadako and Takeshi Watanabe, New haven, Yaale University Art Gallery, 2009, pag.49

[10] Murai Yasuhiko, The Development of Cha no Yu, in: Tea in Japan,ed.Paul Varley e Kumakura Isao, Honolulu, University of Hawaii Press,1989, pagg.9-10

[11] Kamakura Isao, Peter Mc Millan, Reexamining Tea: Yuisho,Suki,Yatsushi and Furumai, in: Monumenta Nipponica, vol.57, n.1 (spring 2002), pag.27

[12] Watanabe, Breaking…, pag.50

[13] Watanabe, Breaking…, pag.50

[14] Yamanoue Sojiki, tradotto in: Kazue Kyoichi, Wabi: Wabicha no Keifu, Tokyo, Hanawa Shobo, 1973, pag.54

[15] Herbert E. Plutschow, Rediscovering Rikyu and the Beginning of the Japanese Tea-Cerimony, Folkestone: Global Orient, 2003, pag.58.

[16] Donald Richie, A Tractate on Japanese Aesthetic, Berkeley: Stone Bridge Press, 2007, pagg.59-64

[17] Dennis Hirota, The Wind in the Pines: Classic Writings of the Way of Tea as a Buddhist Path, Asian Humanities Press, 1995, pag.39

[18] Kumakura Isao, Sen no Rikyu: Inquiries into his life and Tea, in: “Tea in Japan.Essays on the History of Cha no Yu, edited by Varley and Kumakura, Honolulu: University of Hawaii Press, 1989, pag.59

[19] Murata Juko, Kokoro no Fumi, in: Chado Koten Zenshu, 3 ed. Sen Soshitsu, Tanko Shinsha, 1967, pp.3-4

[20] Hirota Dennis, The Practice of Tea: The Wabi Tea of Takeno Joo, in: Cha no Yu Quarterly, Issue n.23, 1980, pag.10

[21] Plutschow, Rediscovering Sen non Rikyu and the Beginningsofthe Japanese Tea Cerimony, Folkstone: Global Oriental,2003, pag.75

[22] Plutschow, Redescovering…, op. cit. Pag.76

[23] Torniainen Minna, From Austere Wabi to Goleden Wabi: Philosophical and Aesthetic Aspects of Wabi in the Way of Tea, Finnish Oriental Society, 2000, pag.28

[24] Hata Kohei, Sen no Rikyu, the last Man of the Middle Age, in: Cha no Yu Quarterly,Special Issue on Tearoom Architecture, Issue n.9, 1973, pag.1

[25] Nakamura Shosei, Aspects in the Development of Tearoom Design, in: Cha no Yu Quaterly, Special Issue in Tearoom Architecture, Issue n.9, 1973, pag.11

[26] Nakamura Shosei, Aspects…. op.cit. pag.38

[27] Kurokawa kisho, Hanasuki: The Aesthetic of Symbiosis, in: Each One a Hero: The Art of Symbios, vedi: http://www.kisho.co.jp/page.php/302

[28] Cit. in Okakura Kakuzo, The Book of Tea, op,cit. pag.109

[29] Plutschow, Rediscovering… op.cit.. Pag.106

[30] Nakamura Shosei, Aspects in the Development of Teeroom Design, in: Cha no Yu Quarterly, Special Issue on Tearoom Architecture, Issue n.9, 1973, pag.11

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Il presente saggio è tratto dal volume "Il Tè: storia, popoli, culture" a cura di Isabella Doniselli Eramo, Biblioteca ICOO - Luni Editrice, 2017