Kyōto, sobborgo di Uji, il Byōdō-in

Sezione: 
Byōdō-in

Kyōto, sobborgo di Uji, il Byōdō-in

Questo incantevole edificio, che sorge presso la sponda del fiume Uji a suu di Kyoto, miracolosamente sopravvissuto lungo i secoli ad incendi, terremoti, tifoni, guerre civili, costituisce oggi la più significativa ed eloquente testimonianza architettonica dell'epoca di Heian (894-1185). Ammirandolo, non solo possiamo indovinare quale aspetto avessero le residenze dei nobili d'alto rango nell'antica capitale giapponese, ma ci troviamo trasportati, quasi per magia, in quel mondo illustrato con supreme finezza, intelligenza, umanità dalla scrittrice Murasaki Shikibu nel suo capolavoro, Il Romanzo del Principe Genji, vergato circa mille anni or sono.

Fu proprio in quel tempo che Fujiwara Michinaga (966-1027) si fece costruire, quale villa e residenza campagnola di riposo del tipo detto shindenzukuri, questo padiglione fatato, circondandolo d'un ampio specchio d'acqua secondo gli usi d'allora. Michinaga era l'uomo più potente del giorno; fu primo consigliere (kampaku) a corte, suocero di tre imperatori successivi, governatore di fatto dell'intero Giappone. Con ogni probabilità, nei suoi piani costruttivi, s'ispirò al modello degli allora favolati palagi cinesi dei sovrani della dinastia T'ang, riprodotti nelle pitture del tempo. Ma gli anonimi architetti giapponesi crearono un insieme più leggero, trasparente, elegante dei modelli stranieri, anche perché si servirono quasi esclusivamente di legno, anziché di pietre e calcina. I1 Byōdō-in, coi suoi spaziosi tetti ricurvi, simili ad ali, nacque come oggetto squisito, delicato, aereo, femmineo, addirittura frivolo se si considera che in buona parte è inabitabile, una pura scansione teatrale di spazi e di colori. Questo aspetto leggermente stravagante del palagetto di sogno ci conduce al cuore d'una società che si beava di feste e simposi, di raduni letterari e di danze, di cerimonie e di liturgie, una società civilissima e fondamentalmente pacifica nella quale le donne si muovevano con agio e libertà di regine.

Nel 1052 Yorimichi, figlio di Michinaga, fece trasformare la villa in tempio, dandogli il nome di Byōdō-in, «Badia dell'uguaglianza», con dotto riferimento a una delle tante dottrine della setta Tendai, secondo un'interpretazione della quale gli esseri viventi d'ogni natura e specie sono da considerarsi sostanzialmente uguali tra di loro.

Il corpo centrale dell'edificio, la «Sala della Fenice» (Hōō-dō) ospita una statua di legno dorato, alta quasi tre metri, opera del celeberrimo scultore Jōchō († 1057); sulle pareti all'intorno sono disposti numerosi finissimi rilievi in legno rafliguranti musici celesti in atto di suonare vari strumenti. Le due ali, coronate da edicole impraticabili, appaiono come troncate; si è spesso supposto che il disegno originale prevedesse un padiglione incompiuto. La villa-tempio viene spesso paragonata a un airone con le ali aperte che sta per levarsi in volo, oppure appena disceso dal cielo, posatosi lievemente in terra.

Ai tempi del suo massimo splendore (secoli XII-XV) il tempio Byōdō pare contasse, oltre alla Sala della Fenice, una trentina di edifici, tra cui ben sette pagode, disposti in un ampio parco. Un feroce incendio (del 1483) distrusse chissà quali e quanti tesori d'arte. La Sala della Fenice col suo grande e prezioso Buddha dorato, con le sue ali e le sue edicole decorative, fu salva grazie al laghetto che la protesse dalle fiamme.