La religiosità Andina

Saggio Introduttivo (una parte) di Silvio Calzolari storico delle religioni, tratto dal testo "AYNI lo spirito del Colibri" di Yelitza Altamirano Valle, edito da Edizioni MIR

AyniLe regioni delle Ande centrali che comprendono parte del Perù, dell'Ecuador, del Cile settentrionale e della Bolivia erano occupate, al tempo della conquista spagnola, da un grande e potente impero. Gli indios lo chiamavano Tahuantinsuyu, il "Regno dei quatto Cantoni", alludendo alla sua vasta estensione che sembrava abbracciare i confini stessi del mondo. Si tattava di un impero enorme che si estendeva a nord sino al golfo di Guayaquil e alla città di Quito e a sud sino al 30° parallelo.

Signori assoluti erano gli Inca, i capi di una confederazione di clan guerrieri che intorno al tedicesimo secolo, con la forza delle armi, erano riusciti ad unificare tutta la vasta regione. La dinastia Inca divenne monarchia ereditaria con il sesto sovrano, l'Inca Roca, e poi si trasformò, con l'Inca Pachacutic (1438-1471), in una vera e propria teocrazia. La tradizione afferma che ci furono tredici imperatori intorno ad ognuno dei quali fiorirono numerose leggende; il primo fu Manco Capac, che sposò la sorella Mama Ocllo, progenitrice della dinastia Inca; l'ultimo fu invece Atahualpa che fu fatto uccidere da Pizarro nell'agosto del 1533.

Sembra ormai accertato che con i primi otto imperatori gli Incas limitassero il loro dominio alle zone intorno a Cuzco; dopo la vittoria sul bellicoso popolo dei Chanca, sugli altipiani a nord-ovest, l'impero si estese per un'area di oltre 4000 chilometri. Gli Incas, nella loro conquista, assorbirono e seppero mirabilmente sintetizzare le strutture e le credenze religiose dei popoli sottomessi e delle Ande civiltà che li avevano preceduti (Chavin, Mochica, Tiahuanaco, ecc.). L'uomo peruviano (preincaico ed incaico) viveva in una natura sentita come sacra e pervasa da sottili energie spirituali. L'andino non si poneva (e ancora oggi non si pone) come dominatore, al centro dell'Universo, ma si sentiva parte di un Tutto vivente. Ogni cosa, le piante, gli animali, le montagne, le sorgenti, il mare e gli astri partecipavano alla stessa circolazione di essenza divina. Nelle tradizioni religiose di queste regioni ogni cosa era emanata da una manifestazione energetica primigenia che aveva diffuso ovunque le sue onnipotenti energie. Tutte le energie erano invisibili e si manifestavano, nel mondo materiale, come forze, come movimento; nel mondo spirituale si manifestavano invece come potenze, vibrazioni. Anche la materia, in ultima analisi, era energia. Queste concezioni sembrano anticipare le ipotesi di Einstein che tutte le cose irradierebbero per loro natura "onde statiche" e che la materia non sarebbe altro che "energia condensata". Il "sentiero" andino (kausay puriy), le tradizioni religiose dell'antico Perù, volevano insegnare a muoversi, a "camminare" in questo cosmo vivente permeato di energie (kausay-pacha). Kausay significava "vita", "vivere" "vivente", "animato"; pacha designava invece la "terra", il "mondo", a anche il "tempo", il "suolo", il "luogo" ed ogni ambiente particolare con certe caratteristiche definite. Kausay-pacha indicava cosè il mondo, la dimensione dove continuamente si manifestava questa essenza energetica unica ed indifferenziata, in grado però di assumere caratteristiche diverse a seconda della sua origine, della sua fonte di emanazione.

Gli alberi, i fiumi, le montagne, la terra e uomini esprimevano cosi la stessa energia ma con vibrazioni, tonalità diverse. Secondo le concezioni andine qualsiasi forma vivente individuale o collettiva (ad es. un gruppo sociale, la famiglia, ecc.) avrebbe poi formato intomo a sé un campo energetico chiamato poqpo ("bolla"), simile all'aura, e connesso all'essenza stessa della vita. Nella visione del mondo degli antichi popoli del Perù l'universo energetico" era suddiviso in due livelli sovrapposti. Il "Mondo dei Viventi", della "Realtà " (Kay Pacha), concepito come piano e circolare, era infatti compreso tra il Cielo (Hanan Pacha) ed il regno ctonico, sotterraneo (Ukku Pacha).

Nello Hanan Pacha, in un piano puramente spirituale, avrebbero abitato gli esseri celesti, gli Dei, il Sole, la Luna, le stelle, l'arcobaleno ed il fulmine. Questo cielo sarebbe stato il regno dell'energia più "sottile" ed elevata. Il Kay Pacha, soggetto alla legge della nascita e della morte, sarebbe stato il mondo degli uonni, degli animali e delle piante. In questa dimensione sarebbero state presenti sia l'energia "raffinata" che quella "pesante". Il "Mondo Inferiore" (Ukku Pacha) sarebbe stato invece il regno delle energie più "dense". questi mondi avrebbero poi comunicato tra loro. Fra il Mondo di Dentro e quello dei Viventi la comunicazione sarebbe avvenuta attraverso le cavità della superticie terrestre: caverne, grotte, vulcani, lagune, laghi, tronchi cavi d'albero. Da questi punti di contatto, chiamati Pacarinas (dal verbo paqariy: sorgere, apparire, spuntare) sarebbe stato possibile affacciarsi ad una esistenza terrena (Luis E. Valcarcel, Etnologia del Perù attiguo, Imprenta del Museo Nacional, Lima 1943, vol. l, pp. 186-187).

Tutti gli esseri viventi, compresi gli animali e le piante, sarebbero stati generati, in un modo o in un altro, da una Pacarina. Cosi abbiamo il mito dei fratelli Ayar, con Manco Capac e Mama Ocllo, che sarebbero usciti dalla grotta di Pacaritambo per fondare l'impero degli Incas, e quello del Felino d'Oro emerso dal lago Titicaca. Come per far germogliare una pianta è necessario mettere il seme nella terra cosi era credenza comune che il ciclo della vita umana avesse termine con il ritorno alle Pacarinas, al luogo di origine. Il Valcarcel ha sottolineato la relazione esistente nella mentalità degli Incas fra il seme, il germe, ed il cadavere che doveva essere collocato sottoterra. questa relazione diviene più evidente quando si analizza la parola Mal che, nella lingua quechua, designava sia il "seme" che la "mummia". Morte e germinazione sembrano cosi formare una simmetrica e perfetta opposizione di contrari (Luis E. Valcarcel, Etnohistoria del Perù antiguo, Universidad Nacional Mayor de San Marcos, Lima 1959, pag. 141).

Mallki significava il "semenzaio", il "deposito della Vita" in potenza" che attraverso le Pacarinas trovava sempre nuovo modo di sorgere. Riguardo ai luoghi dell'aldilà dove si credeva che andasse chi moriva, le informazioni dei cronisti sono scarse e contraddittorie. Secondo alcune tradizioni sarebbero esistiti sia una specie di Paradiso, nella "Casa di Inti", il Sole, che un luogo al centro della terra "molto angusto e compresso" simile al nostro Inferno. Altri popoli del Perù incaico probabilmente vevano invece una credenza analoga alla reincarnazione: ''...Altri credevano che le anime che uscivano dai corpi venissero a nascere in altri..." (Bernabè Cobo, Historia del Nuevo Mundo, ed. de Francisco Mateos S.7., Biblioteca de Autores Espanoles, Madrid 1956, vol. 2a, pag. 154).

In tutti i casi, qualunque fosse il destino dei defunti, esisteva la persuasione che fosse necessario attendere al loro culto, mediante offerte e cerimonie. Ogni comunità aveva le proprie Pacarinas dove venivano sepolti i copi mummificati degli antenati. Se il cadavere fosse andato distrutto, lo spirito del defunto avrebbe errato spaventando i viventi; con la mumnficazione il corpo sarebbe invece diventato una huaca (cioè un essere sacro e misterioso) che se venerato e nutrito avrebbe potuto proteggere la comunità. Cosi i defunti, con il copo in posizione accovacciata, venivano fasciati con decine di metri di benda che lasciavano scoperta solo la testa, e poi erano sistemati in anfratti e grotticelle il cui ingresso veniva sigillato con pietre. Da li, i Mallki, il cui regno era nell'Ukku Pacha, avrebbero potuto influenzare anche il "Mondo dei Viventi" . La comunicazione tra gli altri due Mondi, quello della "Realtà" ed il Cielo, sarebbe stata assicurata dall'Inca regnante, dall'Imperatore, il "Figlio del Sole", di cui avremo occasione di parlare in seguito. I "Tre Mondi" avrebbero infine comunicato fra di loro per mezzo di due mitici serpenti, Yacu Mama e Sacha Mama, Dei dell'acqua e della fecondità, il Fulmine (Illapa) e l'Arcobaleno (Coichi). L'immagine verticale del cosmo si combinava, tra le genti andine, alla ripartizione orizzontale del mondo (Kay Pacha) espressa dalla suddivisione dei punti cardinali. Il centro, il cuore, l'ombelico dell'Universo, era a Cuzco, l'antica capitale, dove si riteneva passasse l'asse del cosmo che allineava i "Tre Mondi" e da dove si credeva si dipartissero la croce immaginaria delle direzioni dello spazio (che divideva l'impero in quattro cantoni) e l'intero sistema delle ceques, un insieme di linee "energetiche" che collegavano idealmente oltre quattrocento luoghi sacri di particolare importanza nella mitologia o nella storia inca.

Alla base della suddivisione spaziale dell'Universo stava un principio dualistico per certi versi abbastanza sinle al concetto cinese della coppia Yin e Yang. Ogni cosa, ogni essere vivente e ogni ambito risultava diviso in due parti complementari ma opposte, in continua tensione ma tendenti a creare l'unità. Nell'antica lingua degli Incas, il Runa Sin (il "Linguaggio dell'Uomo", l'odiemo quechua), tutte le coppie di cose uguali ma opposte (es. la mano destra e quella sinistra) erano chiamate yanantin. Gli elementi omologhi, dello stesso sesso, genere o polarità formavano invece una corrispondenza definita masintin espressa dall'opposizione di elementi non contrari (es. un rapporto di amicizia fra persone di ugual sesso o uno stesso tipo di lavoro). Nel mondo andino ogni livello esperienziale era basato su queste ed altre corrispondenze (es. chullantin, Malluntin, yuntantin, iskaynintin, ecc.) e sulla loro sovrapposizione. Un rapporto di tipo yanantin (es. marito e moglie) poteva cosi presentare anche aspetti masintin se comparivano elementi o fattori omologhi (es. la stessa professione o lavoro).

La pertetta fusione delle polarità contrarie e opposte (yanantin) creava una nuova unità definita japu. La sincronicità totale in un rapporto masintin veniva invece definita ranti. Due yanantin formavano poi un Tawanti, simbolo di completezza e di pertezione. Poprio da questa parola nacque il termine di Tawantinsuyu ("Regno dei quattro Cantoni") che, come abbiamo visto, era l'antico nome dell'impero Inca. Il sistema classificatorio incaico appariva cosi come un susseguirsi di alleanze e opposizioni binarie espresse da categorie del tipo: "Alto" (Hanan) e "Basso" (Urin) "Sole" e "Luna" "Oro" e "Argento" "Pieno" "Vuoto" "Maschile" e "Femminile" "Verticale" (espressa nella ontologia umerica quechua dai numeri dispari) e "Orizzontale" (espressa simbologicamente dai numeri pari), "Destra" e "Sinistra" "Caldo" e "Freddo". Nell'opposizione simmetrica la complementarietà come unità prevaleva sempre sul contrasto. La coppia umana, il rapporto uomo-donna, erano forse le immagini più paradigmatiche della concezione unitaria basata sull'opposizione di elementi contrari. Tutta l'estetica della società andina, espressa dalle arti figurative, dall'architettura, dalla tessitura e dalla musica, era strettamente connessa a tale paradigma. Anche il "Mondo delle energie viventi" (Kausay pacha) obbediva allo stesso principio di dualità. L'energia veniva infatti divisa in "fine" o "sottile" (Sami) e "pesante" (ucha). Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, secondo il modo di vedere andino, l'universo era considerato manifestazione energetica ed espressione di un flusso vivificante e privo di separazione. L'energia anche se unitaria non era però considerata immutabile. Sami e Iucha non volevano cosi assolutamente ipotizzare l'esistenza (utilizzando terrnini assai cari al pensiero occidentale) di un flusso energetico "buono" e di uno "cattivo". I concetti di "sottile" e "pesante" si riferivano alle frequenze diverse dei campi energetici espresse in termini di differenza di spessore e di gravità. I termini San e Iucha potevano anche essere utilizzati per designare l'energia "alta" "elevata" (Hanan) e quella più "grossolana", "densa" (Urin). Generalmente si riteneva che l'uomo non in armonia con le leggi del "Cosmo Vivente" fosse il grande produttore di energia "pesante". Separandosi dalla Natura, l'essere umano avrebbe fatto ristagnare l'energia che, vibrando più lentamente, sarebbe diventata "densa". I mistici andini avevano escogitato molte tecniche per liberarsi da questo tipo di energie e per riequilibrare gli opposti flussi energetici; l'energia "pesante" (Jucha) poteva essere ceduta alla Madre Terra, oppure "metabolizzata", "mangiata" (Juchamijuy) attraverso un particolare centro energetico del copo, il qosqo, situato in prossintà dell'ombelico.

Nel mondo andino possiamo trovare un'altra tipica opposizione di contrari nell'organizzazione dello spazio, basti pensare alla suddivisione delle aree geografiche in Puna (zona montagnosa; altomanan, maschile) e valle (basso/urin, femminile). La stessa suddivisione del villaggio e della città in due quartieri, spesso poi ulteriormente divisi in altre due metà, volevano esprimere quest'antitesi. Cuzco, per esempio, era suddivisa in quattro zone: Chinchay-suyu e Anti-suyu formavano l'Hanan-Cuzco (la Città "Alta"); Cunti-suyu e Colla-suyu formavano invece l'Urin-Cuzco (la Città "Bassa").

Secondo il cronista inca Garcilaso de la Vega questa suddivisione sarebbe stata stettamente connessa ad una antica leggenda. Cuzco sarebbe stata fondata infatti dalla già ricordata prima mitica coppia regale Inca, da Manco Capac (la Città "Alta") e da Mama Ocllo, sua sposa e sorella, (la Città "Bassa"). La capitale dell'impero esprimeva a livello simbolico una pertetta condizione di japu e voleva idealmente rappresentare l'estensione sul territorio dell'ordine insito nella fusione degli opposti complementari. Per gli Incas anche il tempo era percepibile come altemanza di opposti. La storia si sarebbe infatti svolta per cicli, in un susseguirsi di età ognuna immagine speculare inversa della precedente. Ogni epoca sarebbe stata poi ineluttabilmente destinata a finire con una periodica catastrofe universale (Pachacuti). Con il cataclisma finale il mondo si sarebbe "rovesciato": il "Basso" avrebbe occupato la posizione di Hanan e "l'Alto" sarebbe piombato nell'Urin. Anche la conquista spagnola fu interpretata come un vero e proprio Pachacuti. Con il ribaltamento del mondo l'epoca d'oro dell'Inca (periodo Hanan) tramontò e le Ande piombarono nella notte della dominazione europea (periodo Urin), che producevano armoniche simmetrie, e si sarebbe incrementata la crescita ed il benessere della famiglia, del gruppo e dell'intera società. La coesione intema della comunità si esprimeva cosi attraverso il sistema del lavoro cooperativo in base al quale parenti, amici e vicini si aiutavano reciprocamente. Con questo principio una qualsiasi prestazione di lavoro veniva ripagata in maniera identica o equivalente. In termini più generali Ayni indicava la capacità di fondere due o più cose o azioni insieme; era la ridistribuzione equilibrata del fare, del dare e del ricevere. Tutta la società andina si basava sull'incessante fluire dello scambio. Anche la vita, in ultima analisi, poteva essere considerata un vero e proprio Ayni: con la nascita l'uomo aveva infatti ricevuto il dono di esistere e prima o poi l'avrebbe dovuto restituire. Insieme alla vita, all'uomo sarebbero state donate anche tre particolari "qualità" o "poteri": Llak'ay (la forza dell'Azione), Yachay (il potere della Conoscenza) e Munay (la volontà dell'Amore). Ognuno doveva utilizzare sviluppare questi valori, condividendoli però con gli altri.

Secondo le antiche tradizioni il crollo dell'impero Inca sarebbe stato prodotto da una infrazione al codice ordinativo dell'Ayni. Al momento del terzo viaggio di Pizarro, nel 1531, il Perù era infatti in preda alla guerra civile. Uno dei figli di Huayna Capac (l'undicesimo imperatore), Atahualpa, con l'aiuto di alcuni generali, si era impadronito del nord del paese battendo le armate del fratellastro Huaskar, che era stato legittimamente incoronato a Cuzco. La guerra fratricida pose fine ad ogni possibilità di scambio reciproco; si invertì cosi il principio ordinativo del mondo, l'odio ed il caos piombarono sulla terra. L'imperatore Inca, il paradigma dell'ordine e dell'armonia, perse ogni possibilità di poter governare sui suoi territori. Ebbe cosi inizio il Pachacuti, il cataclisma finale. L'incapacità di govemare dell'Imperatore si ripercosse sul regno poiché il sovrano era incarnazione mistica di tutto il popolo: il suo destino era cosi il destino dei sudditi. Anche l'aspetto normativo del Re nasceva dal principio del dualismo che sottolineando l'opposizione complementare implicava anche l'esistenza di un principio unitario che mediasse fra gli opposti. Si ipotizzò cosi l'esistenza di un elemento ordinatore simile al Tao del pensiero cinese che media tra lo Yin e lo Yang.

Analizzando con l'ottica dell'opposizione binaria la categoria "Verticale" (Hanan) "OrizzontaIe" (Urin) o due flussi energetici, uno ascendente ed uno discendente, fu facile ritenere che esistesse un punto neutrale, di In caso di morte del Sapa Inca l'intero popolo partecipava ai riti espiatori indetti per allontanare la sciagura: si recava in processione ai luoghi sacri, indossava vesti da lutto ed evitava nel modo più assoluto il ballo, la musica ed i rapporti sessuali. Il cadavere dell'Imperatore veniva imbalsamato, rimuovendo gli organi intemi che venivano sostituiti da stoffe impregnate di balsami e sostanze aromatiche. Per assicurarne la consevazione si faceva ricorso ad estatti di piante tropicali (come l'ayaaya, un arbusto dai fiori rossi) e al bitume. Poi il corpo era affidato al potere divino del padre-Sole e al gelo nottumo della Cordigliera che favorivano la consevazione. Il defunto regale, divenuto ormai un Mallki, col volto coperto di sottili lamine d'oro e rivestito con preziosi abiti ornati di piume di uccello multicolori, veniva cosi collocato nel suo palazzo.

*) Notiamo la similitudine di concezioni ed abitudini, se non addirittura di ritualità tra gli antichi Egizi e questo popolo, sebbene ci si possa riferire ad epoche diverse. Storicamente entrambi i popoli furono, al culmine della loro civiltà, vinti da invasioni di popoli non altrettanto civili.

Talvolta durante particolari cerimonie religiose (per esempio durante l'Inti Rayni, la più importante festa agricola dell'anno inca) le mummie venivano portate in processione e mostrate al popolo. Il Sapa Inca avrebbe in questo modo continuato ad elargire i benefici influssi dell'asto-padre. Come il sovrano era associato al Sole, cosi la moglie legittima (Coya) ed il successore al trono erano accomunati rispettivamente alla Luna ed al pianeta Venere connesso al Tuono. Il Pantheon Inca era molto complesso e si presentava pullulante di divinità. Tra quelle che rappresentavano potenze naturali il primo posto spettava naturalmente al Sole (Inti). L'astro del giomo fece la sua comparsa come oggetto di culto in epoche molto antiche, probabilmente nel primo millennio avanti Cristo, ma fu solo nel periodo classico della cultura di Tiahuanaco (450-850 d.Cr.) che assunse un ruolo fondamentale nella religione andina. Con gli Incas divenne poi la divinità dominante e, come abbiamo già sottolineato, il simbolo ideologico dell'impero. Fonti etnografiche indicano che Inti poteva presentarsi in varie forme o sotto-divinità, fra queste ricordiamo: Apu-Inti (il Sole come Signore, il Grande Sole), Churi-Inti, o Punchao (il Sole come Figlio; il giomo solare), e Guaqui-Inti (il Sole come fratello). L'asse solare che andava dal solstizio d'estate a quello d'inverno era la linea che divideva l'Apu-Inti dal Punchao. Il tempio più importante dedicato al Dio-Sole si trovava a Cuzco. Era chiamato Intichanca o Coricancha. Qui si adorava un imponente idolo antropomorto circonfuso di raggi, interamente in oro, che rappresentava il Sole. Secondo il cronista Bernabè e Cobo (1653) la statua, all'altezza dello stomaco (secondo una precisa tradizione simbolica di cui parleremo più avanti), aveva un incavo riempito con finissima polvere d'oro mischiata alle ceneri del cuore del re Inca, a sottolineare l'associazione del Sovrano con l'immagine di Inti.

Wiracocha

I riti solari venivano celebrati all'alba (Inti-ccespimuy), a mezzogiorno, o quando l'astro era allo zenith (Chawpi-Punchao) e al tramonto (Inti-seccaycuy). In seguito, in varie regioni dell'impero, il culto del luminare si fuse con quello del Creatore e apportatore di civiltà Wiracocha-Pachacamac, già in auge in epoche precedenti. Wiracocha è senz'altro il più noto degli Dei andini anche perché i cronisti spagnoli lo dipinsero alla maniera cristiana come un Dio unico e creatore. Il suo nome significherebbe "Spuma del Mare" o "Acqua Sacra". Il testo più completo che ci narra l'epopea di questo Dio, conosciuto anche con i nomi di Ticsi Wiracocha e di Apu Kon Tiki Wiracocha, è quello di Juan de Betanzos nella sua "Suma y Narracion de los Incas" del 1551. Anche se presentato come creatore Wiracocha era in realtà un Dio civilizzatore capace di operare il bene (fondatore di stirpi, apportatore di civiltà) ed il male (distruttore dell'umanità). Storici delle Religioni ed antropologi hanno a lungo. Dibattuto anche sulla sua pretesa "unicità". Sono conosciuti, infatti, una serie di "attributi", "aiutanti" o "parenti" del Dio principale che fanno piuttosto pensare ad un insieme di entità mal riducibili all'unico "Creatore e Signore di tutte le cose" descritto dai missionari spagnoli. Al Wiracocha principale, conosciuto anche come Tiki (Base, origine, fondamento, centro, padre), si aggiungono cosi altri quattro personaggi o "funzioni": Pachayachacic (alter-ego di Tiki, sapienza, principio ordinatore del mondo, padre, nord), Imaymana (mondo della natura, agricoltura, medicina curativa, magia, figlio maggiore, est), Tocapu (tessitura, abbigliamento rituale, ricamo, figlio minore, ovest) e Tarapaca (disordine, menzogna, caos, fratello o figlio ribelle, sud). Abbiamo cosi uno schema di cinque divinità connesse alle direzioni dello spazio (considerando il centro come un vero e proprio punto cardinale) che sembra costituire una specie di sacro Mandala dell'Universo.

*) Notiamo nello scritto dello studioso di come parla della religiosità dei popoli andini riferendosi ad un passato, quello dell'impero degli Inca. Ma oggi sappiamo che anche sotto l'influenza cristiana degli spagnoli siano rimaste intatte le antiche concezioni, che rispecchiano in gran parte anche il Cristainesimo Mistico o per meglio dire l'Esoterismo occidentale. Sebbene sotto certi aspetti la spiritualità andina faccia riferimento ad un grande Dio civilizzatore, (ne parla l'autore), ma nel mono andino, non è una concezione assimilabile ad un monotesmo monolitico. È invece considerato semmai un "centro" in un complesso di Entità spirituali. Un riferimento umano e cosmico in un grande Universo fisico e metafisico composto da un numero incalcolabile di esseri od Entità che coesistono col mondo "di mezzo" (Kay Pacha) della realtà umana. Ritroviamo nella figura di Wiracoha (il Dio civilizzatore) la figura mitica di Osiride egizio: un "parallelo mistico" sorprendentemente simile.