Maitreya: Il Messia d’Oriente

di  Silvio  Calzolari

Uno  degli  aspetti più importanti in molte religioni- e anche in quella galassia (o nebulosa) di scritti e personaggi appartenenti ai vari movimenti New Age – è l’annuncio e l’attesa di un Salvatore futuro, profeta, messia e  taumaturgo, capace di instaurare sulla terra un secolo “aureo” di pace e d’armonia. Parlare di messianismo significa riflettere sulla “realtà ultima” immaginando un possibile futuro. Subire il fascino del futuro ci porta a considerare la nozione di “tempo” che non tutte le civiltà e culture immaginano allo stesso modo. Dobbiamo così iniziare a distinguere tra culture che hanno una visione del tempo “lineare“ e altre  che ne hanno invece una “ciclica”. Tra queste due visioni la differenza è nettissima : la concezione “lineare“ presuppone che il tempo, come la storia, abbia un inizio ed una fine, l’alfa e l’omega; quando finirà di scorrere si apriranno le porte dell’al di là. Si ipotizzano così una fine del mondo definitiva e un “giudizio universale”. La concezione “ciclica“ propone invece un éschaton (realtà ultima) che definitiva non sarà mai.

La prima concezione appartiene principalmente alle tre grandi religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo e islamismo; l’altra dalle tante varianti e sfaccettature, è invece legata ai cicli della natura, alle stagioni, al movimento degli astri, alla corrispondenza del macrocosmo (universo) con il microcosmo (uomo). Così intuirono il tempo molte religioni arcaiche, ma anche l’animismo, il taoismo e l’induismo.

Il problema del tempo è stato affrontato in modi diversi anche nelle varie scuole Buddiste. Nello Hinayana ( Piccolo Veicolo) i Vaibhasika ( Sarvastivadin )sostennero la tesi dell’esistenza reale del tempo che fu suddiviso nei suoi tre aspetti di presente, passato e futuro ( trikala ); altri filosofi ( scuola Santrantika ), pur non essendo in sintonia con questa teoria, ammisero l’esistenza ultima di istanti indivisibili di coscienza (ksana) che sarebbero l’unica realtà dell’assoluto. Nel Buddismo Mahayana (Grande Veicolo) tutte le teorie realiste di una possibile esistenza del tempo furono superate: il tempo non esiste, o, per meglio dire, è una proprietà dell’esistenza illusoria del Samshara (il ciclo delle esistenze condizionate ); la sua nozione riguarda solo i fenomeni che si presentano nell’ambito di una realtà relativa. In questa realtà effimera si pensò che anche il mondo e gli universi , come le stagioni e la vita umana avessero ciclicamente un inizio ed una fine. Immersi nell’illusione ritenuta realtà gli uomini colsero il tempo misurandone i momenti al ritmo del loro respiro (secondo un sistema di calcolo induista una inspirazione e una espirazione costituiscono un “asu”, cioè quattro dei nostri secondi) e osservando il movimento ciclico del sole e degli astri. Per esprimere con una misura i tempi dell’universo si usò la nozione induista di kalpa o “era“ cosmica. Il “Grande Kalpa“ (Mahakalpa), cioè la durata di vita di un universo, dall’inizio alla sua distruzione, fu diviso in quattro periodi medi (formazione, mantenimento, declino e disgregazione) e ognuno di questi si considerò costituito da venti piccoli kalpa ( antarakalpa ) a loro volta suddivisi in quattro ere temporali ( yuga ). I teologi buddisti, dopo aver adottato  dall’Induismo questa suddivisione del tempo, suddivisero i periodi in “kalpa vuoti”- nei quali non si manifesta alcun Buddha- e “kalpa non vuoti” che si segnalano per la comparsa di uno o più Buddha, fino al massimo di cinque. Un kalpa con cinque Buddha fu chiamato Bhadrakalpa , ossia :”età cosmica benedetta”.La nostra era sarebbe di questo tipo. Il Buddha storico , Shakyamuni, il Gautama, nato a Lumbini , al confine dell’India con il Nepal fra il VI° ed il V° secolo avanti Cristo, sarebbe stato il quarto Buddha, il quinto dovrà ancora apparire. Sarà il Maitreya (in pali: Metteya, in cin. Miluofo; in giap. Miroku ),”Colui che è amore”,”l’Amorevole”, atteso in Oriente come il Messia per il popolo ebraico. Verrà quando l’insegnamento di Shakyamuni sarà completamente dimenticato dall’uomo e la Legge ( Dharma ) sarà quasi completamente scomparsa. La prima menzione di Maitreya compare nel Canone buddista in lingua pali ( Cakkavattisihanada Sutta ) nella raccolta dei Sutta  Lunghi ( Digha Nikaya, 26). Qualcuno per la difformità di questo testo sacro rispetto alle altre scritture del Canone ha addirittura pensato ad un  apocrifo.

Secondo il Cakkavattisihananda Sutta con il Maitreya si aprirà una nuova era di sviluppo e diffusione della Legge Buddista.

La venuta di questo Buddha futuro va inserita nel sistema ciclico dell’ eterno ritorno. La sua parusia non è unica, per sempre, definitiva; molti Buddha si sono manifestati in passato ed altri ne appariranno. La tradizione riporta i nomi degli ultimi venticinque, con una breve descrizione, in versi, della loro vita, denominata Buddhavamsa, che fu accolta nel canone meridionale in lingua pali ( Hinayana ). Di questi , nelle scritture, oltre a Maitreya, se ne citano generalmente solo altri quattro :il primo Buddha in assoluto (Dipankara, il “Portatore di Luce”) e i tre che furono, nella nostra era presente i precursori diretti di Gautama: Krakucchanda, Kanakamuni e Kasyapa. Il nome di Maitreya compare invece spesso in molti sutra del Buddismo Mahayana insieme alle profezie di Shakyamuni che descrivono come, nel tempo, con la dissoluzione della Legge gli uomini andranno incontro alle degenerazione sociale e morale. Secondo queste previsioni la nostra quarta era sarà caratterizzata da “cinque degenerazioni” ( panca –kasaya ): la degenerazione della visione (drsti-kasaya) con l’incremento dei punti di vista sbagliati e l’indebolimento della virtù: la degenerazione delle passioni ( klesa-kasaya ) con l’intensificazione della ricerca dei piaceri e l’aumento della violenza e dell’odio; la degenerazione dei tempi ( Kala-kasaya ) quando le circostanze negative si abbatteranno sugli uomini con le calamità naturali che produrranno carestie, malattie  ed epidemie; la degenerazione della longevità ( ayukasaya ) che porterà al declino della forza vitale, all’indebolimento genetico; la degenerazione degli esseri senzienti ( sattvakasaya ) che incrementerà i difetti fisici e psicologici, la pigrizia, la stoltezza e la mente grossolana. Nei testi sacri sino-giapponesi del Buddismo Mahayana si parla anche delle “tre ere” o dei “tre giorni del Dharma”. E’ una teoria che trova il suo fondamento dogmatico in un sutra molto tardo, il “Sutra della Grande Raccolta” (cin. Ta-chi Ching; giap. Daijikkyo), tradotto da Dharmaraksha ( 385-433 ). Tra le sezioni di quest’opera che a noi interessano dobbiamo ricordare il venticinquesimo volume  che descrive le tre calamità (divise in due gruppi:minori e maggiori) che si abbattono alla fine di un kalpa, ed il cinquantacinquesimo che predice dettagliatamente la nascita, lo sviluppo ed il declino del Buddismo nei cinque periodi di cinquecento anni successivi alla morte di Shakyamuni. Il tempo successivo alla morte del Buddha storico ( che varia a seconda delle tradizioni ) venne suddiviso in cinque periodi di cinquecento anni ciascuno. I primi due periodi corrispondono al “Primo Giorno” della Legge, quando gli insegnamenti si mantengono vivi e corretti; il terzo e quarto periodo  formano il “Medio Giorno” della Legge segnato da grande ricchezza e splendore ma anche dalla perdita dello spirito originale con la religione ridotta a pura formalità; con il quinto periodo ha invece inizio “l’Ultimo Giorno“ della Legge caratterizzato dal declino dell’insegnamento del Buddismo e della società umana. Il “Sutra della Grande Raccolta” descrive quest’epoca ( che per qualche verso sembra corrispondere al Kali yuga degli induisti) come un’era malvagia, di confusione e corruzione, funestata da guerre e calamità naturali. E’ l’ultimo giorno del Dharma, l’era del declino, della dissolvenza, del sonno degli dèi e dei Buddha. Secondo la visione ciclica del tempo induista e Buddista, quando gli dèi si addormentano e la Legge finisce anche il mondo deperisce e sembra morire. E’ la notte della Legge ( Dharma ) che ricorda la  “notte di Brahma“ della tradizione indiana .Ma la notte non è eterna e nuovi universi, mondi, dèi e Buddha rinasceranno.

Come abbiamo visto anche nel Buddismo più antico, quello delle origini, si riteneva che il Maitreya sarebbe stato la manifestazione futura del Buddha. Questa luminosa presenza ciclica nella storia dell’uomo non sorprese più di tanto gli antichi filosofi indiani: per l’Induismo, infatti, anche Vishnu, il “Preservatore” della vita, che rappresenta il secondo aspetto della Trimurti, si manifesta ciclicamente come Salvatore. E’ la dottrina dell’Avatara ( discesa ) del dio, che si manifesta sulla terra per combattere le forze del male e per ristabilire l’ordine ogni volta che è minacciato dalla violenza e dalla dissoluzione. L’opinione più corrente vuole che Vishnu si sia manifestato nove volte nel mondo. Nella nostra  epoca ( kali yuga ), secondo le antiche tradizioni induiste, avrebbe preso le forme del  Buddha (anche se non tutti lo identificano con il Gautama storico) per abolire i sacrifici cruenti e per risvegliare la fede nel cuore degli uomini. Attualmente si attende il decimo Avatar: si chiamerà Kalkin e avrà il compito di inaugurare una nuova era facendo prevalere il bene sul male. Kalkin talvolta è rappresentato in groppa ad un cavallo bianco con in mano una spada fiammeggiante. Il cavallo, di cui parlano gli antichissimi Inni vedici, rappresenta la forza, il movimento, l’energia vitale. Il colore bianco ( come sintesi i tutti i colori ) indica invece la totalità, la pienezza. Nel sincretismo delle Nuove Religioni ed in certi movimenti New Age qualcuno ha visto nel decimo Avatar di Vishnu –come in Maitreya- certe affinità con la parusia del Cristo o con il dodicesimo Imam dell’apocalissi sciita; altri hanno notato una curiosa coincidenza con il cavallo bianco che compare nel capitolo diciannovesimo dell’Apocalisse di Giovanni.

Lasciamo da parte queste interpretazioni spesso piuttosto arbitrarie e torniamo alle vicende del Buddha.

Se per molti induisti Buddha era stato una manifestazione di Vishnu per i devoti che lo seguivano nei suoi vagabondaggi per ascoltarne le prediche le cose non stavano proprio così.

Per il Buddismo delle origini era solo un uomo che dopo numerose vite si era liberato da tutti i desideri e aveva raggiunto l’Illuminazione ( bodhi ) a Bodhgaya ( vicino a Patna ) , nella prima notte di luna piena del mese di Vesakha ( aprile-maggio ) sotto un albero di Ficus Religiosa, il Fico delle Pagode. Era un maestro spirituale, senz’altro un essere fuori del comune, ma era un uomo, anche se una volta uscito dal ciclo delle nascite, per entrare nel Nirvana, si era fuso con l’infinito ( Parinirvana ). Shakyamuni , anche se aveva parlato di Buddha vissuti in epoche precedenti e del Maitreya come Buddha futuro, non assunse mai l’aspetto di un Redentore, né di una entità trascendente, né volle fondare alcuna religione; addirittura eludeva le domande della fede alle quali riteneva fosse impossibile rispondere.

Si narra, per esempio, che una volta il monaco Malunkyaputra si lagnò con lui perché aveva tralasciato di discutere dei grandi temi che angosciano l’uomo: se il mondo fosse eterno o no, finito o non finito, se l’anima ed il corpo fossero o no la stessa cosa, se esisteva una sopravvivenza dopo la morte. Allora il Buddha, con una parabola, lo convinse che la conoscenza di queste cose non avrebbe contribuito alla sua liberazione e che quindi doveva dimenticarsi di cercare risposte a domande che non avrebbero mai avuto soluzione. Singolare è anche  il suo atteggiamento rispetto alle divinità esistenti nell’antica religione vedica e indù. Buddha non negò affatto che esistessero gli dèi (deva). Anche per i buddisti Indra, o come lo chiamavano Shakra (in pali:Sakka), continuò ad essere il re degli dèi, anzi divenne un’entità protettrice (Shakera Devanam Indra) residente in un palazzo celeste, nel “Cielo dei 33 Dèi”, sulla sommità del monte Sumeru. Addirittura si credeva che se un pericolo avesse minacciato un pio buddista o se qualcosa avesse influenzato negativamente la sua meditazione, il trono di Indra si sarebbe scaldato obbligandolo ad alzarsi per osservare quello che stava accadendo in terra e costringendolo ad intervenire.

Molto spesso compare anche Brahma, come Re celeste accompagnato da una infinità di altri dèi. Le scritture buddiste sono ricche di divinità quanto quelle induiste:  sono i 4 Re Celesti, signori e guardiani dei punti cardinali, gli dèi del Cielo Tushita (il quarto dei sei  Cieli del Mondo dei Desideri) dove soggiorna il Maitreya, Ganesha il dio elefante, l’uomo-uccello (Garuda) e un’infinità di altre entità raggianti, auguste, solari, senza forma e molte altre ancora.

Ma con il Buddismo le divinità persero gran parte dell’antica potenza:per il Buddha essere dio significava soltanto aver raggiunto un più alto grado di esistenza nel ciclo delle reincarnazioni, una forma di vita spirituale migliore. E se un uomo poteva divenire dio in una futura esistenza, così anche gli dèi, infrangendo la Legge, avrebbero potuto tornare ad essere uomini o forme di vita inferiori .Come gli uomini anche gli dèi erano soggetti alla nascita, alla vecchiaia e alla morte. Il Buddha non espresse mai dubbio alcuno sull’esistenza degli dèi perché costituivano un anello indispensabile nella catena della reincarnazione ( Samshara ). E quando qualcuno gli rivolgeva la domanda su quale fosse il fine del suo insegnamento rispondeva che lo scopo era l’annullamento di ogni esistenza, anche di quella divina. Da questa risposta appare piuttosto chiaro che per il Buddha chi è liberato dai vincoli causali, cioè dall’illusione, è superiore agli stessi dèi e che la dignità divina non può essere quindi la suprema aspirazione dell’uomo.

Nonostante queste precise indicazioni , quando il Buddismo divenne una religione con un clero ed una chiesa, le cose cambiarono radicalmente.

Dopo la morte del Buddha, il suo insegnamento, la Dottrina (Dharma) e le prescrizioni relative alla disciplina (Vinaya) continuarono ad essere trasmessi e si diffusero per tutta l’Asia, tra popoli e culture molto diversi tra loro. La biografia del Gautama assurse a leggenda e si colorì di particolari meravigliosi .La fede in un Buddha umano non poteva soddisfare le aspirazioni popolari ed il bisogno di santi e dèi da venerare; questi sviluppi trovarono piena realizzazione nei secoli successivi alla morte del Maestro, quando il Buddismo si divise in varie correnti e scuole filosofiche .Fra queste, le più importanti furono il Theravada (Dottrina degli Antichi), detto anche Hinayana (Piccolo Veicolo) ed il Mahayana (Grande Veicolo).Il primo si diffuse dall’India a Sri Lanka, in Birmania, Thailandia ed Indocina (anche se qualche comunità era sparsa in  Asia Centrale e lungo la Via della Seta); l’altro in Tibet, Cina, Mongolia, Asia Centrale , Corea e Giappone.

La dottrina Theravada ha come ideale soteriologico l’Arhat ( Venerabile, Meritevole, Chi ha vinto le passioni ), condizione inferiore a quella del Buddha, anche se quest’essere è libero dal ciclo delle rinascite e quindi anche dalla sofferenza. Per l’Arhat la meta è il Nirvana, come estinzione totale dei desideri e delle illusioni, ma questo obiettivo è (generalmente ) raggiungibile solo dopo la morte fisica. Liberato dal Samshara, una volta uscito dal’esistenza, l’Arhat non può in alcun modo aiutare gli altri esseri ancora immersi nell’illusione.

Il Buddismo Mahayana è invece incentrato sulla figura del Bodhisattva ( Illuminato ), un essere che aspira a conseguire l’Illuminazione e fa voto di diventare Buddha per il bene di tutti. Il cammino spirituale del Bodhisattva è diviso in 52 stadi della pratica e 10 stadi, o piani, ( bhumi ) di sviluppo mentale, meditativo e spirituale. La caratteristica del Bodhisattva è la Compassione (Karuna) che lo spinge a rimandare il suo ingresso nel Nirvana per aiutare gli altri a conseguire il suo stesso stato. Tutti i Bodhisattva sono destinati, un giorno, a diventare Buddha.

Nel Mahayana anche la figura del Buddha acquisì un diverso significato quando si mise da parte il principio rigorosamente rispettato dal Gautama che vietava di superare la sfera dell’esperienza per inoltrarsi nella riflessione metafisica. Al rigore dell’antico Buddismo si oppose l’adorazione del Buddha e talvolta, anche, il calore del sentimento .L’interpretazione docetica di alcune scuole non pose fine al suo innalzamento al rango di entità trascendente e universale. La dottrina dei  Buddha e dei Bodhisattva si combinò con una nuova cosmologia secondo la quale l’universo consisterebbe non di un solo mondo con ogni volta un solo Buddha storico, ma di infiniti mondi; così il numero dei Buddha e dei Bodhisattva venne virtualmente moltiplicato all’infinito .Nacque l’idea della possibilità di Buddha contemporanei nelle regioni dello  spazio che portò alla creazione di una gerarchia di  Buddha celesti, trascendenti che regnano su Paradisi intermedi ( Pure Terre) in cui il fedele può (eventualmente) rinascere per poi, in seguito, liberarsi nel Nirvana. Si cercò poi di ridurre quella caotica molteplicità ad un solo Buddha che fu chiamato “ Primordiale”, o “Personificazione dell’Assoluto” ( Adi Buddha ). La questione dell’Adi Buddha che solleva il problema dell’unità nella molteplicità e della rappresentazione dell’Assoluto in forma “pura”, nacque fra l’VIII° ed il IX° secolo dopo Cristo nei grandi monasteri dell’Asia centrale (Tantrismo Buddista ,Vajrayana), probabilmente, come qualche studioso ha affermato, anche sulla scia del monoteismo islamico. Per integrare la tradizione del Buddha umano (storico) con quello della concezione trascendente ed universale si elaborò la dottrina del “Triplice Corpo di Buddha” (Triakaya). Shakyamuni nelle sue vicende storiche sarebbe stato solo un “ corpo di apparizione” (Nirmanakaya), la manifestazione di un corpo umano riconoscibile da tutti .Secondo la dottrina Trikaya il risveglio del Gautama, non è un singolo ed irripetibile episodio, ma sarebbe avvenuto in un’epoca senza tempo, come frutto del suo cammino da Bodhisattva, nell’ultimo dei Cieli del “Regno della Forma Pura” (Akanishta). Il Buddha avrebbe così ottenuto un “Corpo Assoluto” (Dharmakaya) dal quale procederebbero altri due corpi formali : il “ Corpo di Fruizione “ o ,” di Piacere” (Samboghakaya) , che comprende i Buddha celesti e trascendenti, che non si percepiscono con gli organi sensoriali, ma solo spiritualmente, e quello che abbiamo già visto di “apparizione” (Nirmanakaya). Secondo questa dottrina ogni Buddha storico andrebbe così considerato come pura effigie di un Buddha celeste che è, a sua volta, emanato dal “ Corpo di Dottrina”, il principio assoluto del Buddha .Così tutti i Buddha sarebbero identici nel “Corpo di Dottrina” che coincide con la realtà suprema , intesa talvolta in modi e con sfumature diverse a  seconda delle varie scuole e correnti filosofiche .Ogni Buddha , con altre parole, ha il suo  Io glorioso nel cielo, ingenerato ma con un figlio, procreato per emanazione affinché soprintenda in terra alla buona Legge. Il Dharmakaya è il Buddha ontologico ed eterno , mentre il Buddha storico ne è una mera epifania. I Buddha celesti, circondati da Bodhisattva, dèi e santi risiedono ciascuno nei propri mondi o regioni dello spazio  ( Ksetra, cioè:”campi di conversione” o “pure terre”) ed inviano nel mondo umano (come negli infiniti mondi) il loro “Corpo di apparizione “ virtuale e fittizio per predicare la buona Legge a tutti gli esseri senzienti .Per fare questo ciascuno di loro ricorre alla propria abilità nell’uso dei mezzi salvifici (upaya kausalya) per adattare alle diverse epoche e circostanze la propria predicazione e apparire agli esseri a seconda del loro sviluppo spirituale e delle loro capacità. Ognuno di questi Buddha celesti fu associato ad una direzione, ad un colore, ad attributi e animali sacri, a simboli, lettere e suoni e spesso anche ad una consorte che ne simboleggia l’essenza luminosa. Fra i Buddha celesti merita di essere ricordato il Buddha Amithaba (Amitayus) che regna nella Pura Terra d’Occidente, la terra del tramonto (Sukhavati). La fede nel Buddha Amithaba si diffuse in modo straordinario in Asia centrale, Cina e Giappone e spesso si incrociò e si fuse con quella del Bodhisattva Maitreya.

Nei sutra del Mahayana si parla spesso anche di Bodhisattva trascendenti. Si tratta di esseri che, secondo il loro sistema di formazione spirituale diviso  in dieci tappe o stadi (dasabhumi), hanno raggiunto la condizione di quasi (8°-9° stadio) o totale (10°) Illuminazione. Potrebbero farsi assorbire dal Nirvana ma posticipano il loro ingresso definitivo per aiutare tutti gli esseri usando le loro specifiche qualità di saggezza. La  condizione è quella del “Nirvana non statico” (Apratisthita-Nirvana) che permette loro, nella consapevolezza che la realtà assoluta è la “vacuità” (Sunyata) di agire nel Samshara senza rimanerne coinvolti.

E’ il caso di Avalokitesvara, il Bodhisattva della Compassione, Manjusri, quello della Saggezza e di Vajrapani che incarna l’Energia. Un Bodhisattva trascendente al decimo e ultimo stadio è anche Maitreya, che dimora in uno dei regni divini del mondo aspettando di manifestarsi fra gli uomini. Il suo regno è un “Cielo” e non una “Pura Terra” e questo Cielo  sarebbe molto vicino alla realtà terrena.

Come abbiamo già avuto modo di accennare i Buddha storici ( della nostra era) sono cinque, come cinque sono i Buddha trascendenti o Celesti delle regioni spaziali e cinque le dimensioni dello spazio ( se consideriamo il centro ).In realtà, nella complessa cosmologia buddista, le direzioni sarebbero dieci (dasadiga): le quattro direzioni cardinali con quelle intermedie (sud-est, sud-ovest, nord-est, nord-ovest) , lo zenith ed il nadir. I Buddha ed i Bodhisattva di tutte e dieci le direzioni andrebbero poi moltiplicati per i tre tempi illusori (ma considerati reali dagli uomini) di passato, presente e futuro.

Vediamo con uno schema di mettere Buddha e Bodhisattva in relazione tra loro tenendo conto che il livello più alto del sistema è occupato dal Dharmakaya, il “Corpo Assoluto” comune a tutti i Buddha. Abbiamo semplificato lo schema analizzando solo la nostra era.

 

DHARMAKAYA

ASSOLUTO

SAMBHOGAKAYA

(Buddha Trascendenti delle regioni dallo spazio)

VAIROCHANA

( Centro )

AKSOBHYA

( Est )

RATNASAMBHAVA

( Sud )

AMITABHA

( Ovest )

AMOGASIDDHI

( Nord )

NIRMANAKAYA

( Buddha Storici nella nostra era )

KRAKUCCHANDA

KANAKAMUNI

KASHYAPA

GAUTAMA

Shakyamuni

MAITREYA

 

Storicamente questo sistema andrebbe letto dal basso verso l’alto, ma seguendo gerarchicamente l’emanazione va letto dall’alto verso il basso. In forme perfezionate e graficamente diverse questa quintuplice suddivisione è un vero e proprio Mandala meditativo (Panca-tathagata Mandala), una rappresentazione da visualizzare per la liberazione spirituale. Come possiamo vedere il Bodhisattva trascendentale Maitreya è messo in relazione al quarto Buddha celeste Amogasiddhi (“Colui che realizza gli Scopi”) che controlla le regioni settentrionali, iperboree. Questo Buddha cosmico è associato all’acqua e alla fertilità dei campi; il suo colore è il verde e siede su un trono sorretto da gru (shang-shang); i suoi attributi sono il doppio Vajra e la spada.

In altri sistemi Maitreya è associato ad Akshobya (“L’Immutabile”), il sovrano del paradiso dell’est (Abirathi) che supera in splendore qualsiasi immaginazione. In Giappone, specialmente durante i periodi di Nara (710-794) e di Heian ( 794-1192) venne messo in relazione anche con Amithaba (“Luce Infinita”) che risiede ad occidente, in  un mitico regno chiamato Sukhavati (Terra della Beatitudine).Fu visto come una sua reincarnazione e venne venerato come un intermediario tra questo mondo ed il paradiso della sua “Pura Terra”

Voglio concludere questo lungo paragrafo introduttivo, indispensabile per inserire Maitreya nella giusta collocazione nella cosmologia buddista,  con un’ultima considerazione.

Da molto tempo in ambito accademico ci si interroga da dove abbia avuto origine l’idea del “triplice Corpo“ del Buddha. Ad oggi non si può dire con sicurezza se derivi, come è stato più volte ipotizzato, da concezioni manichee o gnostiche. D’altra parte è bene ricordare che, fin dal primo secolo dopo Cristo, le antiche regioni situate nell’India nord-occidentale, come il Gandhara (fra il Pakistan settentrionale e l’Afghanistan) sono stati importantissimi centri di scambi culturali e commerciali tra le popolazioni ellenizzate e  quelle indiane. Il regno di Khotan, lungo la Via della Seta, e la Battriana furono un vero crogiolo di tradizioni e culture dove lo Zoroastrismo ed il Manicheismo si fusero con il Buddismo ed il Taoismo. I primi traduttori di sutra buddisti indiani in cinese furono monaci parti e sogdiani e termini buddisti si trovano anche nei testi manichei ritrovati nelle grotte del sito buddista di  Mogao, a Dunhuang, nel nord-ovest della Cina. Come ben sottolinea Alois van Tongerloo:”Non solo la persona del Buddha storico, come precursore e profeta, ma anche i suoi insegnamenti, ancor più di quelli di Zaratustra sono di grande importanza per la comprensione del sistema manicheo .Il Manicheismo tuttavia non si limitò a prendere in prestito elementi dal Buddismo e dallo Zoroatrismo, ma influenzò entrambi i sistemi, anche se più il primo che il secondo. Le affinità tra Manicheismo e Buddismo si riscontrano nei testi manichei cinesi, in quelli medio-iraninici ed in alcuni frammenti antico-turchi”.(in: Il Manicheismo, vol. III, Testi Manichei dell’Asia Centrale e della Cina, a cura  di Gherardo Gnoli, Fondazione Lorenzo Valla, 2008, pag. 240). Nei testi manichei insieme al Buddha storico Shakyamuni, sono attestate anche le figure dei Bodhisattva trascendentali Avalokiesvara, Amithaba e del Maitreya escatologico. Quest’ultimo compare anche in un testo manicheo antico turco rinvenuto a Turfan nel Turkestan orientale assai rilevante per lo studio delle relazioni del Manicheismo con il Cristianesimo ed il Buddismo. Maitreya (Mytryy) è nominato cinque volte utilizzando appellativi differenti ( in: Il Manicheismo, vol. III , op. cit. pagg. 230-231).Qualcuno (come per esempio lo storico delle religioni Paul Williams) ha addirittura fatto derivare il nome ed il ruolo escatologico del prossimo Messia buddhista da Mitra e dalla dottrina dei tre Saoshyant (Salvatori) di Zaratustra.

Torniamo adesso alle vicende di Maitreya così come sono narrate dai sutra e dalle tradizioni del Buddismo. Come abbiamo visto la leggenda vuole che dimori ora nel Cielo Tushita, uno dei regni divini del “Mondo del Desiderio”.Per qualcuno si manifesterà dopo 30.000 anni la morte di Shakyamuni, per altri (i filosofi indiani amano l’uso di cifre vertiginose) fra tre miliardi e novecento milioni di anni; per altri (appartenenti ai più svariati movimenti messianici) in tempi a noi molto più vicini.Per il Maitreyavyakarana (Le Profezie di Maitreya), un testo piuttosto tardo conservato solo nel Canone buddista cinese (Milexiasheng jing) apparirà quando “gli uomini avranno perso i loro dubbi ed i torrenti delle loro passioni saranno spezzati; liberi da ogni miseria riusciranno a superare gli oceani del divenire, e grazie ai suoi insegnamenti condurranno una vita santa. Non guarderanno più le cose come di loro proprietà, non avranno casa, oro, argento, né parenti o famiglia. Condurranno una vita santa sotto la sua guida, strapperanno la rete della passione, ricominceranno a meditare e per loro ci sarà un’abbondanza di gioia e di felicità”. ( Tradotto da Edward Conze, Buddhist Scriptures, London, Penguin Books, 1959 pp. 238 – 242 ).

Nel secondo secolo dopo Cristo Maitreya divenne per moltissimi buddisti il simbolo della speranza escatologica ed il suo culto si estese per tutta l’Asia dalle oasi dell’Asia centrale, al Tibet, alla Cina e al Giappone e a Giava. Moltissime furono le rappresentazioni iconografiche e su di lui si scrissero innumerevoli sutra, trattati filosofici e addirittura poesie celebrative. Quasi tutti i testi pervenutici non sono scritti in sanscrito ma in lingue non indiane. Solo nel Canone buddista tibetano esistono ben nove libri incentrati sulla sua figura.

Secondo alcune profezie Maitreya si manifesterà sulla terra alla fine di un periodo di conflitti, degenerazione e morte. Un periodo che, come abbiamo visto, per certe tradizioni corrisponderebbe all’Ultimo giorno del Dharma. Al contrario , per altri sutra, si manifesterà quando i semi dell’insegnamento di Shakyamuni si saranno universalmente diffusi. Questa secondo tradizione –che può creare fraintendimenti-si diffuse con il Sutra del Loto ( in sanscr. Saddharmapundarika sutra; in cin. Fahua jing; in giapp. Hokkekyo), compilato, nella sua parte più antica intorno al I° secolo dopo Cristo. Il Sutra del Loto divenne l’opera più influente per la devozione asiatica. Nel 23° capitolo, dal titolo ”Precedenti vicende del Bodhisattva  Re della Medicina” si può leggere :”Dopo la mia estinzione (parla Shakyamuni), nell’ultimo periodo di 500 anni dovrai diffondere questo insegnamento in tutto il mondo (Jambudvipa) e non permettere mai che si interrompa…”.Il monaco cinese Zhiyi (538-597), fondatore della scuola T’ien-T’ai, nel suo Fa hua wen shu (“Parole e Frasi del Sutra del Loto”, in giapp. Hokke. mongu) analogamente afferma che :”…nell’ultimo periodo di 500 anni la vita mistica si diffonderà e porterà benefici all’umanità fino al più lontano futuro…”. In Giappone si credeva che l”Ultimo Giorno della Legge” sarebbe iniziato nel 1052 d. Cr. in base ad un testo cinese “Annotazioni sui prodigi descritti nel libro di Chou” che collocava il Parinirvana di Shakyamuni non nel V° o VI° secolo a Cr:, ma nel 949 a. Cr.: (52° anno del regno di Mu della dinastia Chou).

Anche se le date erano incerte - così come i presagi che  ne avrebbero preannunciato la parusia-la fede nella venuta del Maitreya era incrollabile. Secondo il Maitreyavyakarana, il Messia futuro si manifesterà quando gli oceani si saranno quasi prosciugati e la terra sarà abitata da esseri dalla vita lunghissima (84.000 anni) che si compiaceranno nella pratica della virtù. Allora nascerà, a Ketamati (Benares ? )un bimbo che sarà il futuro Buddha. Si chiamerà Natha e sarà figlio del bramano Subrahmana e della sua sposa Brahmavati. La madre lo porterà in grembo per dieci mesi e poi, sentendosi vicina al parto, si recherà in boschetto dai magnifici fiori e aggrappata ad un albero –in piedi- darà alla luce il futuro Re del Mondo. Il bimbo emergerà dal fianco destro della madre “come il sole risplende quando ha prevalso sulle nubi”. Appena nato sarà subito in grado di camminare e “farà sette passi facendo sbocciare gioielli e fiori di loto”. Sarà chiamato anche Ajita, cioè :”Invincibile”.Spinto, come il Gautama, dalle esperienze delle vite passate, dopo aver rinunciato alla vita materiale, vagabonderà per paesi e regioni accompagnato da un nutrito seguito di discepoli. Raggiungerà l’Illuminazione in 7 giorni, in virtù delle sue molte vite di preparazione, sotto  un albero di Naga (Mesua ferrea). Anche Maitreya , come il Gautama, prima di ottenere il Risveglio sarà tentato da  Vasavarti Mara, il principio del Male, e dalle sue schiere feroci e pericolose. Ma il demone non riuscirà  nemmeno ad avvicinarsi a Maitreya e dovrà battere in ritirata.

Dopo aver ascoltato i suoi sermoni si convertiranno alla vera Fede anche Sankha, il potente sovrano di Benares e sua moglie, imitati dal padre terreno di Maitreya.

E’ scritto che tutto il mondo, seguendo il suo insegnamento, si popolerà di Arhat e che condurrà schiere di uomini e di dèi verso la Liberazione. Il nuovo Buddha predicherà la dottrina per 60.000 anni prima di entrare nel Parinirvana. I benefici spirituali del suo insegnamento continueranno a manifestarsi per altri 10.000 anni.

Questi, secondo le profezie, sono gli avvenimenti che accadranno; intanto il Bodhisattva trascendente, Maitreya, dal suo Cielo Tushita continua ad elargire benefici ai devoti che si affidano a lui. Nella tradizione tibetana  è narrato un episodio che divenne paradigmatico per moltissimi anacoreti e asceti buddisti devoti a Maitreya. Il monaco Asanga, nato nel Kashmir nel IV° secolo avanti Cristo ,insoddisfatto del Buddismo Hinayana, si sarebbe ritirato in una grotta del monte Kukkutapada (o Garupada ), a nord-ovest di Boghgaya , vicino a Rajagriha, per dedicarsi alla meditazione sul Budha Maitreya. Ci provò per molti anni e varie volte fu sul punto di interrompere la pratica. Abbandonò la grotta, poi vide dei pipistrelli dalle ali leggerissime. Sbattendo con le ali avevano levigato la roccia del loro rifugio. Così capì che doveva perseverare con costanza. Ma dopo dodici anni di isolamento, scoraggiato, abbandonò di nuovo il luogo di meditazione e preghiera. Per strada si imbattè in un cane  quasi agonizzante e con il corpo già coperto di vermi. Preso da compassione cercò di curarlo, ma –all’improvviso- l’animale  si trasformò nella visione del Maitreya. Il Bodhisattva condusse Asanga nella sua dimora divina nel Cielo Tushita dove gli impartì alcuni insegnamenti che lo portarono ad ottenere l’Illuminazione. Quando il monaco tornò nel nostro mondo mise per scritto quanto aveva imparato  e compose  i “Cinque Trattati di Maitreya” (Panca Maitreyagrantha) .Alcuni studiosi  sono arrivati ad identificare in un personaggio storico il Maitreya della visione; sarebbe stato un maestro di Asanga con il quale avrebbe scritto i trattati. L’episodio, dicevo, è paradigmatico perché moltissimi asceti scelsero di meditare sul Maitreya nella convinzione di poter imitare il monaco Asanga; d’altra parte il Cielo Tushita era molto più vicino al mondo di qualsiasi altra “Pura Terra” o paradiso . Il racconto del monaco Asanga è molto interessante e per più motivi. Prima di tutto Maitreya appare in visione ad un asceta nato nel Kashmir. Non credo sia una circostanza casuale. Va ricordato, infatti, che il futuro Buddha era considerato uno dei principali ispiratori di visioni dalla scuola di meditazione kashmira. I maestri di questa tradizione ritenevano che fosse possibile mettersi in contatto ed addirittura raggiungere il Cielo Tushita durante la meditazione e attraverso le visioni. Nel lungo periodo della degenerazione della Legge buddista si pensava che fosse quasi impossibile per un asceta raggiungere direttamente il Nirvana così si sperava nel Maitreya per beneficiare del suo dharma. Un secondo motivo di interesse è legato alla misteriosa sopravvivenza dell’asceta nel cuore di una montagna. Una leggenda analoga esiste anche nella tradizione cristiana, a proposito dell’apostolo Giovanni, il quale dormirebbe aspettando la venuta del  Cristo. Ne parla  Gregoire de Tours nella sua Historia Francorum ( I libro, cap. 25).

Per le agiografie buddiste l’ingresso del monaco in uno stato di samadhi fuori dal tempo sarebbe da collegarsi ad una precisa disposizione del Buddha Shakyamuni. Sentendosi vicino alla morte Shakyamuni avrebbe chiesto ad un certo numero di Arhat di prolungare in modo indeterminato la propria vita e di rimanere nel mondo, senza entrare nel Nirvana, aspettando la venuta del Maitreya.

Questo perché il Dharma si preservasse nel lungo periodo intermedio.

Se dobbiamo tener fede alle antiche cronache buddiste, il primo Arhat a seguire la volontà del Maestro sarebbe stato Mahakasyapa uno dei suoi principali discepoli ed in seguito primo patriarca del Dharma dopo il Parinirvana dell’Illuminato. Mahakasyapa, dopo aver indossato la tunica del Gautama si sarebbe recluso in una grotta inaccessibile del monte Kukkutapada (lo stesso dove si recherà poi il monaco Asanga) in attesa della parusia del Maitreya. E qui sarebbe ancora, con il corpo vivo, immerso in  uno stato di estatica meditazione. I racconti agiografici narrano che, subito dopo aver raggiunto la condizione di Buddha, Maitreya si recherà su quel monte per risvegliare l’antico amico. Al suo arrivo la montagna si spalancherà e Mahakasyapa gli porgerà la tunica, ormai logora, del predecessore, del Buddha Shakyamuni. Maitreya prenderà l’abito ( simbolo dell’autentica tradizione buddista) ma riuscirà a coprirsi solo due dita della mano. Subito dopo il corpo di Mahaksyapa si ridurrà in cenere. L’iconografia buddista riprese questo motivo raffigurando Maitreya con un piccolo stupa (reliquario) tra i capelli. E’ lo stupa che contiene le ceneri del corpo di Mahakasyapa. Qualcosa possiamo aggiungere anche sulla tunica di Gautama che secondo la leggenda era molto piccola; l’episodio fu motivo di accese discussioni teologiche. Secondo alcuni ciò era dovuto alle “minuscole dimensioni dei Buddha del passato”, per altri (e l’ipotesi trovava conferma nel Maitreyavyakarana ) la tunica piccola dimostrava invece la straordinaria altezza del Maitreya. La seconda teoria fu la più seguita e, non a caso, in tutta l’Asia centrale ed in Cina, lungo la Via della Seta, si eressero statue colossali di Maitreya per delimitare i confini dell’impero che avrebbe governato dopo essersi manifestato.

Possiamo trovare un episodio analogo a quello di Asanga e di Mahakasyapa nel Giappone dell’epoca Heian (794-1192). Secondo la tradizione anche  Kobo Daishi (774-835) il patriarca della scuola del Buddismo esoterico Shingon Mikkyo non sarebbe morto. Questo bonzo sarebbe immerso in una profonda meditazione, in uno stato di samadhi fuori dal tempo (in giapp. “nyujo”, o ,”kongojo”; in sanscr: Vajradhyana), in una cripta sotterranea nel folto delle foreste del monte Koya ( a sud di Osaka, nella prefettura di Wakayama).Nel cavo segreto del monte anche questo  solitario maestro aspetterebbe la discesa nel mondo di Maitreya (in giapp. Miroku).        Kobo Daishi, immerso nell’anima dell’universo, continuerebbe così a partecipare al vortice del divenire nel quale, per ignoranza, si dibattono i vivi accecati dal desiderio e dalle passioni e tormentati dalle sofferenze. Secondo il Taishi gogyojoshuki del bonzo Keihan (scritto nel IX secolo dopo cristo) Kobo Daishi, dopo essere entrato nello stato di profonda contemplazione, sarebbe asceso nel paradiso del Cielo Tushita del Bodhisattva trascendente Miroku e sarebbe seduto al suo fianco in attesa del risveglio.(Per riferimenti al nyujo di Kobo Daishi vedi: Silvio Calzolari, Il Dio Incatenato: Storie di Santi e di Immortali taoisti nel Giappone dell’epoca Heian, Sansoni, Firenze, 1984, pp. 89-112).

Nella tradizione dello Shingon Mikkyo (“la scuola del Mantra segreti”, o, ”della Parola Vera”, variante giapponese del  Vajrayana), il culto di Maitreya (Miroku) è importantissimo. E’ uno dei tredici Esseri emanati dal Buddha Vairochana ( in giapp. Dainichi Nyorai; il Buddha Cosmico, la personificazione della realtà assoluta del Dharmakaya) per aiutare gli uomini a raggiungere la salvezza. L’esoterismo Shingon sintetizza i suoi insegnamenti valendosi di due rappresentazioni grafiche chiamate Mandala (in giapp. Mandara). Nella prima Taizo Kai Mandara (in sanscr: Gharbadhatu mandala, cioè” Mandala del Mondo Matrice”), il Buddha Vairochana appare come origine e radice dell’evoluzione universale. Nella seconda, Kongo Kai Mandara ( in sanscr: Vajradhatu mandala, cioè ”Mandala del Mondo Adamantino”), lo stesso Buddha è rappresentato come compimento, conoscenza suprema che tutti gli esseri, almeno potenzialmente, posseggono. Le due raffigurazioni sono dunque opposte: l’una centrifuga, l’altra centripeta, ma  i due aspetti sono inscindibili. Il Bodhisattva trascendente Maitreya (Miroku Bosatsu) compare nel Gaharbadhatu mandala sul petalo a nord-ovest di Vairochana, posto al centro della raffigurazione grafica. Rappresenta il seme della Bodhicitta (Mente o Pensiero rivolto all’Illuminazione del Bodhisattva) presente in tutti gli esseri senzienti. Maitreya compare anche nel Vajradhatu mandala  nel gruppo dei sedici grandi Bodhisattva.

Nella tradizione iconografica del Buddismo Shingon Maitreya è rappresentato seduto nella cosiddetta “posizione del loto” ( padma asana) sopra un fiore di loto, con in mano un boccio dello stesso fiore, spesso sormontato da un acquamanile. Il Bodhisattva compare anche da solo in un apposito Mandala, conosciuto come Miroku Bosatsu Mandara(Tempio Daigoji a Kyoto) e appare anche nel Tosotsuten Mandara , che rappresenta il paradiso del Cielo Tushita (Tempio di Enmeiji ad Osaka). Nello Shingon giapponese Maitreya è associato anche ad un altro essere celeste: Jizo Bosatsu (in sansc: Ksitigarbha). Anche Jizo , una delle divinità popolari più amate, avrebbe promesso  di rimanere sulla terra facendo buone azioni, fino all’avvento del Miroku, nel lontano futuro.

Come abbiamo visto, dal secondo secolo dopo Cristo in poi, il culto del Bodhisattva Maitreya si difuse per tutta l’Asia: esplose un entusiasmo che non si espresse solo in sutra e testi scritti ma anche nel mondo dell’arte. Le rappresentazioni di Maitreya nel mondo buddista sono numerosissime. Come tutti i Bodhisattva l’arte lo raffigura spesso in posizione seduta; ma, unico fra tutti, è spesso rappresentato seduto “all’europea”, su di una sorta di alto sedile; è vestito con la tunica tipica del Buddha  ed è simile a quest’ultimo nell’aspetto e nel gesto delle mani ( mudra ) che vuol significare il “rimettere in moto  la ruota del Dharma” ( Dharmacakramudra ). I piedi  poggiano entrambi per terra e non sono rappresentati alla maniera indiana.

In Giappone (scuola Shingon) è talvolta rappresentato seduto, con la mano destra che si sfiora la guancia, come se stesse riflettendo, e la caviglia del piede destro appoggiata sul ginocchio sinistro.

A volte viene rappresentato in piedi, altre volte , quando è visto come Buddha del futuro, seduto  nella “posizione del loto” con la protuberanza cranica (usnisa) che lo contraddistingue come Illuminato; spesso porta una piccola fiala contenente il nettare dell’immortalità (amrta), sinonimo del Nirvana. Maitreya compare anche nell’arte greco-buddhista del Gandhara (I ° secolo d. Cr.) dove spesso è rappresentato seduto su sedili in stile occidentale; talvolta è affiancato dai due suoi più cari discepoli, il monaco Asanga e suo fratello minore Vasubandhu . Altre volte, specialmente nella statuaria cinese è rappresentato , in piedi, come “Buddha gigante” (un tipico esempio è la statua di Leshan, nella provincia dello Sichuan). Nel Vajrayana tibetano compare spesso  fra gli “otto grandi Bodhisattva” nella maggior parte dei Mandala dei Tantra superiori. Nel “Mandala delle cento divinità pacifiche ed irate” è di colore bianco, con gli attributi del Sambhogakaya; nella mano destra tiene un albero di Naga e con la sinistra una campanella . In altri Mandala è dorato con tre volti (quello di destra è nero , mentre quello di sinistra è bianco) e quattro braccia.

In Cina talvolta è rappresentato come il “Buddha sorridente”(Budai, in giapp. Hotei), un Buddha grassottello che tiene nella mano destra un piccolo rosario.

La fede nel Maitreya diede vita , nel corso dei secoli, ad innumerevoli movimenti religiosi e molte persone si sono autoproclamate sue incarnazioni o manifestazioni.

Molti hanno usato il nome di Maitreya per formare sette, movimenti religiosi o culti che spesso hanno avuto anche valenza politica. L’argomento è estremamente complesso ed esula dalla presente trattazione. Il nome di Maitreya compare talvolta anche nei Nuovi Movimenti religiosi. Un solo caso per tutti: la dottrina della Sekai Kyusei Kyo, una nuova religione messianica giapponese. Questo movimento pone al vertice del suo pantheon spirituale Maitreya chiamato Miroku Omikami (“Grande Dio della Luce”), che sin dall’inizio della creazione avrebbe un solo obiettivo: quello di instaurare il cielo in terra, ovvero di costruire una specie di paradiso terrestre in cui non esistano più malattie, povertà e conflitti.

Sull’avvento del Maitreya hanno creduto, nel XIX° secolo, la Società Teosofica ed il pittore e scrittore russo Nicholas Roerich che nel suo libro The Heart of Asia (1930) parlò a lungo dell’attesa messianica diffusa in Oriente e della misteriosa città di Shamballa, un vero e proprio centro di potere occulto.

I Baha ’i’ credono che Baha ’u’ llah sia stato l’avverarsi della profezia sulla venuta del Maitreya e che i suoi insegnamenti porteranno ad una nuova società fondata sulla tolleranza e l’amore.

Ovunque, ieri come oggi, in Asia come in Europa, la fede nel Maitreya  , come quella per i Profeti e gli inviati da Dio, ha infuso agli uomini una nuova speranza di salvezza.

Silvio Calzolari

Storico delle Religioni
Istituto Superiore di Scienze religiose Firenze

 

 

 

 

 

 

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                  Lèvy e Takakatsu Junjiro a cura di Paul Dewieville) 5 voll, Paris,

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Philippe Cornu, Dizionario del Buddismo, Milano, Bruno Mondadori, 2003

 

 

Le grandi Religioni dell’Asia,: orizzonti per il dialogo, a cura di Stefano Piano,

                                                 Milano, Paoline, 2010