Monte Yoshino, santuario Zaō-dō: il dio Zaō Gongen

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il dio Zaō Gongen

Statua di legno, alta più di tre metri, d'epoca indefinita, che rappresenta il dio Zaō-gongen. Questo nume, come molti altri d'origine oscura e personalità maldefinita, appartiene ad uno strato arcaico e popolare della religione giapponese, lascamente connesso con i culti dello Shinto. Il nome Zaō significa letteralmente «Re del Tesoro, Sovrano del Forziere», e pare indicasse in tempi remoti una divinità misteriosa, fiera e possente, che dimorava sul monte Kimpu («Vetta dell'Oro»), a sud di Yoshino nella penisola di Kii, dove si estraeva appunto il prezioso metallo.

Il dio Zaō venne adottato con particolare fervore dagli appartenenti alla setta dello Shugen-dō («la Via delle Austerità») fondata nel VII secolo da En no Gōoja (o En no Ubasoku). Tale setta, che ancora oggi ha notevole importanza specie a livello popolare e contadino, può situarsi a cavallo tra Shinto e Buddhismo, in parte una vera fusione, in parte uno strano miscuglio delle due fedi. I seguaci dello Shugen-dō vengono chiamati yamabushi, «coloro che dormono tra le montagne», «i bivaccatori», e predilessero da sempre le gole remote, le alte vette come luoghi di meditazioni, di pratiche ascetiche, di rigenerazione spirituale.

Nella fede composita degli yamahushi il mito arcaico del dio Zaō si fuse con le dottrine del Buddhismo esoterico, ed ecco comparire lo Zaō Gongen, «Zao la Manifestazione, Zao l'Incarnazione», e si vide nel nume un'epifania di vari Buddha celesti. Il «Tesoro» su cui presiedeva venne concepito in sensi più spirituali, simbolici, di quello del metallo originario. Intanto anche l'immagine del dio Zaō andò trasformandosi sotto gli influssi dell'arte buddhista, andò avvicinandosi a quelle dei Buddha e dei Bodhisattva rappresentati in aspetto terrificante, furibondo, battagliero.

L'immagine qui riprodotta si trova nascosta tra le alte colonne del tempio di Yoshino (lo Zaō-dō), costituite da alberi giganteschi della foresta appena squadrati, oltre una serie di tendami, al buio: i locali custodi ne sono gelosissimi e vietano perentoriamente di fotografarla. Soltanto una fortuita momentanea assenza dei guardiani ci ha permesso di 'rubare', senza esser visti, questa fotografia.