Prefazione a La Danza di Kālī

di Silvio Calzolari

Quando Ermanno Visintainer mi ha proposto di scrivere la prefazione al suo nuovo libro intitolato La Danza di Kālī, ho accettato con grande piacere. Per due motivi. Il primo è perché si tratta di un libro di grande interesse che mi è piaciuto leggere; il secondo è perché conosco, da tempo, l’autore. Siamo amici, so della sua passione per l’Oriente, per la Turchia e l’Asia centrale; conosco i suoi studi sullo sciamanesimo e sulla pratica del Tai Ch’i Chuan (Tajiquan), so della sua appartenenza, in Thailandia, alla scuola di Asokananda, la Sunshine Network. Conosco e apprezzo le sue ricerche sulla medicina ed i massaggi ayurvedici, ed in particolare sulle tradizioni curative legate alle terapie del contatto, cioè al massaggio, sempre vivo in India, in Thailandia e nello Stato sud-occidentale indiano del Kerala. Lo stato del Kerala è una stretta striscia di terra compresa tra il Mar Arabico e l’impervia catena di montuosa dei Ghati occidentali coperta da fitte foreste tropicali; la particolare geografia unita ad un ecosistema particolare hanno permesso a questa regione di sviluppare sistemi di cura e di massaggio quasi autonomi ed originali. Cosí come hanno trovato sviluppi singolari anche le pratiche della cosiddetta medicina siddha (siddhavaidyam), originaria del Tamil Nadu, uno stato confinante ad est.

La Danza di KālīNel libro intitolato La Danza di Kālī, Visintainer racconta del viaggio che lui stesso ha fatto in tanti anni di studio e di pratica al seguito di autentici maestri alla ricerca del significato piú vero del Massaggio Keralese. Mi piace la sua fatica nel porsi domande e le risposte che si è dato. Mi entusiasma la sua ricerca per rendere semplici concetti e pratiche non sempre chiari e che ora condivide con chi vuole essere stimolato e porsi, a sua volta, delle domande.

Anche se lo studio di Ermanno Visintainer ha come argomenti principali la storia e le pratiche di una particolare forma di messaggio del Kerala, il Chavutti Thirummal, la vera protagonista del libro è la multiforme dèa Kālī, la Śakti (da una radice sanscrita che significa: potere di produrre, essere capace di fare), la personificazione dell’energia cosmica e dell’eterna danza degli elementi, la Signora della Manifestazione e della forza che si trasforma rimanendo sempre la stessa.

Man mano che proseguiamo nella lettura del libro, l’autore ci conduce in spazi culturali e paesaggi interiori e spirituali che sembrano immensamente lontani dai nostri, tanto che si può, persino, arrivare a provare un certo senso di smarrimento e disorientamento. Questo perché sono mondi spirituali dagli innumerevoli livelli interpretativi e dalle infinite connessioni di simboli ed immagini. In uno dei capitoli, Ermanno Visintainer ci guida alla scoperta dell’intricata metafisica del cosiddetto corpo sottile (sūkṣma śarīra) dell’antica antropologia medica indiana dotta e popolare, con i suoi centri spirituali (Cakra, cioè: Cerchi, talvolta chiamati anche Kamala, ossia Fiori di Loto; di questi, sette sarebbero i piú importanti, suddivisi in quattro plessi inferiori e tre superiori) ed i suoi canali energetici (Nādī), una rete di percorsi metasomatici in cui scorrerebbe il prāna (dalle parole sanscrite: prā, costante, e na, movimento), l’energia cosmica e divina per certi versi simile al Ch’i del Taoismo cinese. Gli antichi testi sacri degli Śāstra sanscriti ne citano molti, ma i piú noti sono: Idā e Pingalā – localizzati a destra e alla sinistra della colonna vertebrale – e Suśumnā. Questi tre canali energetici sono simbolicamente rappresentati dal tridente (Triśūla), uno degli attributi del dio Śiva.

Suśumnā, il terzo, chiamato anche Brahmamārga (Il Sentiero del Brahman), sarebbe localizzato nel canale centrale del corpo sottile, e si snoderebbe lungo la colonna vertebrale, dal basso ventre sino alla sommità della volta cranica. Il flusso dell’energia cosmica e vitale, opportunamente visualizzato e diretto con particolari tecniche di respirazione, scorrerebbe attraverso questi canali energetici che formerebbero, nel corpo umano, una rete di punti sensibili: Marma (che in sanscrito significa: nascosto, segreto). Questi punti, come ben afferma Ermanno Visintainer, possono essere considerati piú o meno simili a quelli dell’agopuntura cinese. I Marma, veri e propri Cakra minori, sono posti in corrispondenza di vene, arterie, tendini, ossa e articolazioni. Si differenzierebbero dai punti utilizzati nella Medicina tradizionale cinese, per il loro minor numero: sarebbero solo centosette (talvolta se ne può, però, aggiungere uno) e per la dimensione, sono, infatti piú grandi di quelli dell’ agopuntura.

Questa fisiologia sottile rappresenta una tipica evoluzione tantrica del pensiero indiano, anche se alcuni studiosi hanno cercato di ricondurla, con scarsi risultati, a concetti precedenti (come, ad esempio all’Atharvaveda e al Suśruta Saṃhitā, un testo medico compilato, in sanscrito, intorno al VI secolo avanti Cristo, dove compare la prima descrizione dettagliata dei Marma). In ogni modo, qualsiasi sia la storia di questi concetti e pratiche, il movimento tantrico pare si sia affacciato nella letteratura religiosa indiana nei primi secoli della nostra era.

In seguito, intorno al IV secolo dopo Cristo comparvero le cosiddette Rivelazioni di Śiva (Āgama), veri e propri testi di gnosi tantrica che esponevano dettagliatamente la teoria della misteriosa presenza in noi della Coscienza divina e il suo processo di evoluzione e involuzione, di espansione e contrazione dovuto alla Potenzialità (la Śakti, cioè: la dynamis), l’energia o forza (di natura femminile) che risveglierebbe Śiva dal sonno e dal letargo. Non dimentichiamoci che l’origine etimologica del nome di Śiva potrebbe derivare dalla radice sanscrita śin, cioè: dormire, essere in quiescenza. Shiva rappresenterebbe il tempo eterno e indivisibile, la vacuità, la notte eterna, l’Assoluto in potenza, l’oltre ogni altro (Parat Parah, come affermano le Upaniṣad). Nel tardo Induismo, Śiva divenne la Causa efficiente dell’Universo, la pura Coscienza trascendentale, l’Aspetto incondizionato e originariamente non nato di tutti i fenomeni, il principio, solare, maschile; divenne la «Sorgente di vita che ha la sua radice nell’Informale, nel non manifesto» (Linga Purāna, I 3), ed il fallo, il membro maschile eretto (linga) fu una delle forme in cui poteva essere rappresentato e adorato. Invece, la Śakti, come forza divina personificata, venne ad esprimere il suo riflesso nel mondo fenomenico, come energia femminile immanente e piena di potere trasformativo; per questo lo yoni, l’organo sessuale femminile che genera tutto ciò che esiste, divenne uno dei suoi simboli piú comuni. Era la porta di accesso al grembo che accoglie e dà la vita in questo mondo.

Mi sia consentita una breve divagazione: Śiva, paragonato, talvolta, alla notte eterna dovrebbe, a rigor di logica, essere rappresentato di color nero. Invece è raffigurato con il corpo candido come la neve. Può sembrare una contraddizione. Ma non lo è. Questo perché è anche l’incarnazione della Pura Coscienza luminosa che regna sui domini del silenzio e del senza forma. È, in pratica, paradossalmente, la luce che circonda la notte. Ciò nonostante, senza la forza della Śakti, questa divinità sarebbe solo un corpo, di assoluta e metafisica potenza, ma inanimato e chiuso in se stesso. Per questo, nei testi tantrici, Śiva venne spesso raffigurato abbracciato alla sua Śakti, (in tibetano: Yab-Yum) o come linga nello yoni; è un mistico amplesso che esprime l’Unità cosmica, l’unione delle opposizioni, la risoluzione di tutti i dualismi. Śiva, permeato del potere della Śakti, divenne cosí il simbolo del potere penetrante dell’energia che perennemente genera e distrugge.

L’autore si sofferma con maestria su questa dinamica bipolare del complesso femminile di energia cosmica (che nel corpo sottile dell’uomo viene chiamata: Kundalini (dal sanscrito: kunda, cioè: pozzo, o riserva, e da kundala, che significa: spire del serpente, spirale) e di quello maschile, espresso da Śiva.

Anche il corpo sottile dell’uomo, secondo queste affascinanti teorie, sarebbe composto dai due elementi, uno solare e ardente, l’altro lunare e fluido; l’energia dormirebbe, arrotolata su se stessa (come un serpente), alla base della colonna vertebrale, nella zona dell’osso sacro, sul lato sinistro del Chakra piú basso (Mūlādhāra). Da qui l’energia serpentina latente sarebbe pronta ad erompere in perfezione spirituale se controllata saggiamente dal praticante. La realizzazione dell’unità degli opposti, il matrimonio mistico tra le due componenti, nell’adepto, nello yogin, sopraggiungerebbe soltanto quando l’energia di Kundalini, risvegliata e fatta risalire attraverso il canale centrale del corpo sottile – una volta raggiunto il «Cakra dei Mille Petali», il Sahasrāra, posto alla sommità del capo – potrà finalmente ricongiungersi con il suo principio maschile, cioè con Śiva. Solo cosí l’asceta potrà raggiungere la sua definitiva realizzazione, ottenere grandi benefici spirituali e mistici poteri e, addirittura, si favoleggia, l’immortalità, potendo rallentare e distruggere il fuoco del tempo (Kalagni), che cuoce tutte le creature fino alla loro morte, mediante il processo di invecchiamento.

Come abbiamo accennato, nelle tradizioni tantriche indiane (ma la stessa concezione appare anche nel pensiero del Taoismo cinese), non solo il corpo sottile dell’uomo (microcosmo) ma tutto l’Universo rifletterebbero in ogni loro sfaccettatura la fondamentale complementarietà dei principi maschili e femminili. Anche se, in ultima analisi, e questo è un punto specifico da ricordare, le due energie non sarebbero separate; sarebbero, infatti, la stessa energia ma con due diverse cariche. In ogni modo, la polarità esiste ed è ben visibile nel nostro mondo fenomenico continuamente procreato dal dio fallico Śiva e dalla sua consorte, la Śakti, la dea dai tanti nomi: Durgā, Pārvatī, Bhavanī, Candī, Gaurī, Devī, e... anche Kālī. E questo ci riporta al titolo del libro scelto dall’autore: La Danza di Kālī. Scelta saggia perché come abbiamo visto, sarebbe il Femminile ad avere la maestria nel processo trasformativo e di cambiamento, sia in senso creativo (Pārvatī, Gaurī) che distruttivo.

Kālī è spesso raffigurata come il volto della dea nel suo aspetto di terribile distruttrice, ma non è sempre cosí. In alcune manifestazioni è anche creatrice, protettrice e addirittura madre (Kālīmā). È spesso associata alle tenebre ed è, raffigurata di color nero per esprimere un’energia nella quale tutte le distinzioni spariscono. Il suo nome deriva dalla parola sanscrita kāla che significa notte, ma anche tempo determinato, e quindi morte, perché tutto nel mondo fenomenico è limitato dal tempo. La morte sopraggiunge quando la Śakti (energia) se ne va ed il prāna si interrompe. Ma niente muore per sempre e tutto si trasforma e si rinnova. Kālī è la Signora dei cicli di trasformazione, ma è anche la forza trascendentale del sesso che risveglia Śiva dal sonno, danzando nuda sul suo corpo supino. La completa nudità della dèa, vuol essere il simbolo della Verità non velata dalle illusioni (Māyā) e dagli attaccamenti; mentre la danza esprime il suo continuo ed inarrestabile movimento trasformativo.

L’autore, nella Danza di Kālī, descrive universi religiosi spesso misteriosi e di non facile comprensione, mondi dominati dalla simbologia e da raffinati sistemi di pensiero codificati, nel corso dei secoli, per mezzo di complessi e stravaganti – almeno per molti di noi – codici di scrittura: dal sillabario sacro Devanāgarī del Sanscrito, a quelli dell’ India meridionale e dell’Indocina (Tamil e Malayalam e molti altri...), dagli ideogrammi (cinesi, giapponesi, ecc.), all’elegante scrittura tibetana e a quella della Mongolia, precedentemente all’introduzione dell’alfabeto cirillico. Solo per citare alcune delle innumerevoli forme grafiche. Per capire l’importanza della scrittura, che conserva e trasmette la sonorità delle parole, specialmente nel mondo tradizionale indiano, dobbiamo tener presente che, a livello microcosmico, l’emanazione dell’Universo è fonematica oltre che materiale. Tutto ciò che esiste, è esistito ed esisterà, ha in ultima analisi una natura vibrazionale, acustica, in quanto emanazione di una vibrazione sonora primordiale che avrebbe dato origine a tutta la creazione. È il suono creatore, il mantra OM (ॐ-ཨ") che, scomposto nelle sue tre componenti fonetiche, diviene AUM. Questa triplice suddivisione dai molti significati, a seconda delle varie scuole filosofiche e movimenti religiosi, in estrema sintesi, rappresenterebbe i tre corpi di ciascun essere umano e le tre qualità divine. In realtà esisterebbe anche un quarto suono, trascendentale ed ineffabile, espresso dal silenzio. Il silenzio sarebbe l’anima vivente dalla quale promuovono le vibrazioni, i suoni, le parole e le lettere; Il silenzio, potrebbe essere definito come l’ascesi del suono e della parola; mentre in termini opposti potremmo affermare che ogni vibrazione sonora riposa su un fondo di silenzio.

Secondo queste dottrine teologiche, quando la divina emanazione acustica primordiale, si proietterebbe sul corpo sottile dell’uomo, verrebbe ad assumere la forma dei cinquantuno fonemi (mātṛkā, cioè matrici) che compongono l’alfabeto Devanāgarī sanscrito, situati sui petali dei Cakra spirituali raffigurati come fior di loto. Un’analoga corrispondenza emanativa esiste anche nella sacra scrittura Siddham (derivata dal Devanāgarī; in giapponese Bonji, in uso nel Buddhismo esoterico Shingon) ed in altre forme grafiche, come nel sillabario Tamil. In queste tradizioni, per mezzo di complessi processi di riflessione multipla di suoni, lettere, ideogrammi, colori e simboli, le immagini divine (Mūrti) vengono, spesso, assimilate alle sacre sillabe quali aspetti vibrazionali del creato. Cosí, il mantra OM è associato a Ganeśa, figlio di Śiva e Pārvatī, e nella scrittura Tamil è scritto con un carattere la cui forma ricorda la testa di elefante del dio.

Parlando di riflessione (nel senso del rispecchiarsi) di segni grafici, e simboli, assai interessanti sono le pagine, dove Ermanno Visintainer analizza alcune sillabe dell’alfabeto Tamil poste in relazione con i corrugamenti delle strutture cerebrali e con le fasi della vita embrionale del feto. È una vertigine grafica e fonematica che sembra andare a sciogliersi, come in un’immersione amniotica, nell’infinità di un tutto che si salda con l’Assoluto.

Ma torniamo al libro La Danza di Kālī. Nel corso dei secoli, il Buddhismo Mahāyāna riuscí ad inglobare nelle sue dottrine molti elementi tantrici e li trasmise, completamente rivisti ed adattati alle nuove esigenze religiose, in Cina e nel resto dell’Asia. Oggi, il Buddhismo tantrico sopravvive solo nella tradizione tibetana e nello Shingon giapponese. Questo sviluppo successivo ci induce ad accennare ai rapporti tra Cina ed India testimoniati già dal terzo secolo dopo Cristo, ma probabilmente molto piú antichi. Nei primi secoli dell’era volgare, nel Celeste Impero furono in voga la religione, la medicina e le scienze indiane. La Cina taoista dell’epoca, già stava sperimentando ciò che veniva definito: «metodo per far circolare l’energia spirituale» per prevenire e curare le malattie, «respirazione embrionale» e «nutrimento del principio vitale», pratiche in parte simili a quelle dello Yoga tantrico indiano. Come stava elaborando, dalle mappe dell’agopuntura, complesse carte anatomiche del corpo sottile secondo i dettami dell’antica tradizione dell’ alchimia interna (Nei Tan). Dalla fusione del misticismo buddhista con il Tantrismo e le intuizioni del Taoismo nacquero nuovi sistemi filosoficoreligiosi e pratiche psicofisiche particolari specificatamente create per cercare di ottenere la perfetta salute, il ringiovanimento e addirittura l’immortalità.

Ermanno Visintainer, in modo semplice e chiaro, in alcuni capitoli del suo libro, ci proietta, al seguito dell’energia femminile della Shakti, perennemente in movimento, anche, in Cina; lo fa soffermandosi sul mondo del Ch’i Kung (Qigong; da: Ch’i, in giapponese Ki, cioè respiro, soffio, energia vitale, e Kung, ossia lavoro, sforzo) e sulle tecniche taoiste di coltivazione dell’energia nel corpo sottile dell’uomo. Il Ch’i, come abbiamo precedentemente sottolineato, è qualcosa che può essere paragonato al Prāna indiano o all’Orgone ipotizzato da Wilhelm Reich (1897-1957); nel Taoismo cinese è la forza vitale fondamentale dell’universo, è quello che da vita, genera il movimento, conserva e custodisce, riscalda e tiene gli organi sani e al loro posto.

L’autore ci introduce, cosí, nel mondo del Tai Ch’i Chuan (Taijiquan, una forma di Ch’i Kung dai lenti movimenti danzanti, in sequenza, utilizzato per far fluire le energie nel corpo) e degli antichi metodi taoisti atti a stimolare il principio vitale assopito, per farlo circolare nei circuiti energetici, allo scopo di armonizzare il corpo e la mente; in altre parole per integrarli reciprocamente. Questo avverrebbe perché il calore del Ch’i darebbe origine a vibrazioni che aprendo i canali psichici asporterebbero tutte le impurità e le ostruzioni energetiche. Ermanno Visintainer si sofferma sull’agopuntura e, naturalmente, sulle varie forme del massaggio. Molto interessanti (e da leggere con attenzione) sono le sue riflessioni sull’origine etimologica della parola massaggio nelle diverse tradizioni mediche sia occidentali che orientali.

In questi capitoli la danza della déa Kālī si viene, cosí, a sovrapporsi e a fondersi con la danza del Tao: quella dello Yin (il principio femminile) e dello Yang (il maschile) in perenne e ciclica trasformazione.

L’ultima parte del libro riguarda la pratica del Chavutti Thirummal, un massaggio tradizionale del Kerala eseguito quasi interamente con i piedi. E ancora una volta ci torna in mente il titolo del libro La Danza di Kālī. È un titolo molto pertinente e per piú motivi, a parte il riferimento alla scoperta da parte dell’autore, in un mercatino thailandese, di una statuetta della dèa danzante. Come abbiamo visto, nell’iconografia tradizionale Kālī è spesso, raffigurata nuda, in piedi, mentre danza (con una gamba alzata e l’altra a terra) su Śiva, raffigurato impotente, inanimato come un morto. Kālī è l’immagine della mobilitazione dell’energia. La scelta del titolo, da parte dell’autore, non è causale perché ben si adatta al messaggio Chavutti dove il massaggiatore opera in piedi, con movimenti fluidi, su un paziente disteso immobile e passivo. Come per la déa, anche nel caso del terapeuta, l’attività è rappresentata dalla danza e dalla dimensione verticale.

Il Chavutti Thirummal è un massaggio estremo, di difficile esecuzione, anche perché l’operatore deve saper dosare con maestria la pressione del suo peso tenendosi, talvolta, ad una corda tesa. Inoltre deve conoscere molto bene la fisiologia sottile del corpo che traccia la sua mappatura in base ai canali energetici, ai Cakra e ai punti nascosti (Marma). Il massaggio Chavutti non agisce solo sul corpo fisico del paziente (con il movimento abbinato all’uso di olî freddi o caldi e alle erbe medicinali) ma anche su quello spirituale. Non si limita a migliorare la circolazione sanguigna o le funzioni del sistema linfatico, o ad alleviare il dolore dell’esercizio fisico o delle contratture muscolari, ma stimola l’energia vitale che, cosí, può liberamente fluire nei canali psichici. Il terapeuta con i suoi movimenti – che producono sul corpo del paziente figure simili a mezze lune o spirali – sblocca le ostruzioni energetiche, rivitalizza e da forza.

La Danza di Kālī, nella sua unicità (è uno dei pochissimi libri sull’argomento nel panorama editoriale occidentale), sarà senz’altro di grande utilità per tutti coloro che amano l’Oriente o che studiano il massaggio nelle sue infine declinazioni ed in particolare quello tradizionale indiano. Ispirandosi ad antichi manuali e agli insegnamenti appresi durante i suoi viaggi in molti Paesi asiatici, l’autore ha scritto un libro contenente spiegazioni chiare, espresse in un linguaggio esplicito ed attuale. Con rigore e chiarezza Ermanno Visintainer non si limita a presentare le tecniche del Chavutti Thirummal, ma ne esamina anche i significati piú profondi e reconditi. Naturalmente il percorso che l’autore c’invita ad intraprendere non si può fare da soli. Non basta la lettura di un libro, per ottimo che sia; è necessaria l’indicazione di un maestro che ne garantisca la trasmissione del metodo e che fornisca le spiegazioni necessarie alle tante domande che ciascuno di noi si può porre. Solo cosí è possibile procedere nello studio con sicurezza. Questo vale per tutti gli insegnamenti che riguardano l’attivazione di energie o forze psichiche. Per questo la tradizione consiglia di non risvegliare l’energia di Kundalini prima di aver lavorato a lungo sull’arte di diventare padroni di se stessi e del proprio operato; il rischio è di cadere nel vortice della distruzione che la danza di Kālī può, talvolta, produrre.