Presentazione Atti 1° Convegno di FOB

di Silvio Calzolari

In un’epoca come la nostra, ricca di minacce e di speranze globali, in un tempo di radicali trasformazioni del sapere, dei costumi e delle istituzioni tradizionali, in un’epoca come questa di globalizzazione, ma anche di crisi d’identità e di ripensamenti che lasciano spazio alla discussione e al dubbio, sembra che, in Italia, i dibattiti sul dialogo interreligioso e la libertà religiosa stiano interessando, non più solo il mondo accademico, ma anche la politica ed il grande pubblico. Ma cosa è la libertà religiosa? Questa domanda potrebbe apparire pleonastica: tutti pensano di sapere cosa sia. Ma è così? In realtà, il concetto di libertà di religione nel nostro Paese è mal conosciuto ed errate informazioni, stereotipi, vecchi preconcetti e nuova propaganda tendenziosa hanno spesso maggior forza di quanto non sarebbe legittimo. Un chiarimento preliminare mi sembra, quindi, necessario.

Oggi il pluralismo va di moda. Ovunque si fa un gran parlare di pluralismo politico e religioso e di dialogo tra le religioni e, talvolta, quest’ultimo argomento sembra comprendere e assimilare il tema della libertà di religione. In realtà sono cose diverse, con significati e ambiti di appartenenza diversi. Il pluralismo e il dialogo fanno parte del mondo della religione, della filosofia, della politica e della cultura. La libertà religiosa o di Religione a mio avviso, non è propriamente un concetto filosofico o teologico e appartiene di diritto anche al mondo giuridico. Nelle nostre società europee e occidentali la possibilità di esprimere liberamente la propria fede sembra una conquista certa ed acquisita. Fa parte dei Diritti dell’Uomo sanciti nella Dichiarazione Universale dell’ONU del 1948. Ma la loro affermazione storica ha compiuto un cammino che viene da molto lontano, partendo dalle richieste di coloro che intendevano combattere l’autoritarismo degli Stati e il dogmatismo delle Chiese. Come ha ben scritto Giovanni Greco, dell’Università di Bologna: “Prima di diventare norme giuridiche i diritti (e quindi anche quello di libertà religiosa) si sono manifestati come espressione di bisogni socialmente organizzati, che il diritto ha poi recepito ma ha anche contribuito a rendere consapevoli. Gli sviluppi storici dei diritti, sia sul piano istituzionale, sia su quello teorico, sono inestricabilmente legati ai cambiamenti politici, economici, culturali e all’affermazione di nuovi soggetti sociali” (Giovanni Greco, Frammenti di Storia dei Diritti Umani, in: Hiram, Erasmo Editore, Roma, 1/2009, pagg.70-71). Diritto, in senso etico e diritto in senso giuridico sono, dunque, concetti distinti ma correlati. Anche la Libertà religiosa, come diritto giuridico, incorpora un diritto etico che ne costituisce l’origine e il fondamento. Ma arrivare a questo risultato non è stato facile. Lasciando da parte gli Stoici - che nell’antichità insistendo sulla natura razionale di tutti gli uomini elaborarono principi finalizzati alla prassi diretta – le prime manifestazioni per la libertà religiosa e per la libertà di coscienza sono forse riconducibili alle eresie medievali. Dobbiamo, però, aspettare la Riforma protestante e le dottrine teologico-morali dei Sociniani (con le loro battaglie per il rispetto delle fedi religiose diverse, il valore della ragione e del libero arbitrio) per arrivare all’affermazione di quei valori di libertà individuale che confluiranno successivamente nei Diritti dell’Uomo. Veniamo ora ad analizzare , per sommi capi, cosa intendo per religione, dialogo religioso e libertà di Religione.

Quando parlo di religione (termine assai complesso e di difficile definizione), mi riferisco a una serie di simboli, credenze, pratiche e miti che le persone ritengono diano il significato ultimo alla propria vita. Sottolineo il fattore di “credenza”, poiché la religione non è mai solamente una serie oggettiva di valori. Il termine “religione” include naturalmente la fede personale.

Il dialogo religioso presuppone non soltanto la conoscenza (culturale, linguistica, storica, ecc.) dell’altro; ma anche il confronto; e per confronto intendo un confronto effettivo, non solo a parole, e la capacità di riconoscere (non di assumere) le “asimmetrie” dell’altro, o almeno quello che può apparire “asimmetrico” e non conforme al nostro modo di essere o di intendere la religione. Questo compito non è assolutamente facile in una società come la nostra dove i soli ideali conosciuti sembrano essere l’omologazione nel ricondurre simmetricamente gli altri a sé, con esiti più devastanti di un semplice rapporto conflittuale, o la difesa ad oltranza, in nome della tradizione, delle proprie particolarità.

Per arrivare a un vero dialogo religioso voler cercare un parallelo sulle liturgie e sulle idee sarebbe incongruo e pieno di difficoltà. Il confronto andrebbe, piuttosto ricercato, sul desiderio del sacro e di spiritualità singolarmente convergente in tutte le direzioni. È un’esigenza antica se già, durante il Rinascimento, Nicolò Cusano (1401-1464) nella sua “Pax Fidei” (1453) invitava i “sapienti delle nazioni” a proclamare: “l’unica fede religiosa degli uomini tutti pur nella varietà dei riti” per arrivare alla pace perpetua “pacem perpetuam” e ad una salda concordia universale fondata sulla ragione “rationis concordia”. Nel “De Visione Dei”, che è del medesimo 1453, il grande filosofo scriveva: “O Dio, come è mirabile la tua faccia, che il giovane se vuol concepirla deve pensarla giovane, l’uomo maschia, il vecchio vecchia! In tutti i volti si vede il volto dei volti come attraverso un velo o un enigma, ma esso non ci si svela se non quando si va al di là di tutti i volti, in quel silenzio segreto ed occulto, ove s’annulla ogni sapere e ogni concetto” (Nicolò Cusano, Opere religiose, a cura di P. Gaia, Torino, UTET, 1971, pagg.672-673). Il Cusano, una volta, giunse perfino ad affermare che: “chiedere a tutti una esatta uniformità, significa piuttosto turbare la pace”!

Vent’anni dopo, nel 1474, Marsilio Ficino (1433-1499) tornò su concetti analoghi: la necessità di arrivare a una unità delle religioni “nella varietà dei riti”, e la funzione puramente “estetica” della varietà che non deve essere di incentivo alla guerra, perché disposta da Dio per generare una “armonia nella diversità” al posto della monotonia dell’uniformità. Curiosamente l’affermazione del Ficino è molto simile ad un passo della Sura numero 5 del Corano, detta “della Tavola Imbandita”. In un versetto della Sura si approfondisce, infatti, il tema della convivenza nella diversità religiosa affermando che le diversità sono state volute da Dio secondo un Suo disegno misterioso (Sura 5, vers. 48).

Così, fin dalla seconda metà del 1400, nonostante le guerre e le crociate, alcuni filosofi avevano invitato a prendere coscienza dell’importanza del dialogo e dell’unità fondamentale delle idee religiose di tutti i tempi, di tutti i luoghi e di tutti gli uomini, per giungere a una pace spirituale dalla quale sarebbe discesa una pacificazione reale nei rapporti sociali e politici.

Il dialogo armonico fra religioni e fedi diverse idealizzato da Marsilio Ficino, Nicolò Cusano e anche da Pico della Mirandola (1463-1494) non si è mai realizzato. Sono passati secoli, e il mondo ha conosciuto altre atrocità e infinite guerre di religione. La storia, purtroppo, non si è dimostrata “magistra vitae” se ancora oggi siamo alla continua ricerca di pace, dialogo e libertà fra le religioni. Ci arriveremo mai? Forse sì, se sapremo fondare un nuovo umanesimo con alla base i valori etici dell’uomo ed il concetto di dignità della persona; un umanesimo che dovrà sapere riconquistare uno spazio per il Trascendente, come anelito comune di tutti gli uomini verso il sacro

Veniamo ora all’espressione “Libertà religiosa” che non è, come generalmente si crede, perfetto sinonimo di “libertà di religione”. La prima esprime essenzialmente un’aspirazione, un diritto in senso etico, l’altra, più propriamente, un diritto giuridico che si è venuto formando lentamente.

Così, come affermava Francesco Ruffini (1863-1934), uno dei fondatori del Diritto Ecclesiastico italiano, la “parola libertà religiosa è stata usata a significare cose molto differenti fra loro e tutte quante poi lontane da quella significazione precisa e tecnica, che la scienza le ha ormai da tempo assegnato” (Francesco Ruffini, La Libertà Religiosa, Feltrinelli, Milano, 1967, pag.5). C’è chi ha inteso la libertà religiosa in senso molto largo, come libertà di pensiero, altri come affrancamento dalle pastoie dogmatiche e confessionali, altri ancora come la facoltà di conformare la propria vita non solo privata, ma anche pubblica, ai precetti della propria religione. Tutte queste posizioni, piuttosto estreme, hanno spesso favorito i contrasti e l’intransigenza .

Inoltre, nei secoli scorsi, nel nostro Paese fino a non molto tempo fa, la parola “libertà religiosa” è stata talvolta assimilata al concetto molto elastico, di “tolleranza”. Così più che di vera Libertà religiosa si è sempre parlato di semplice tolleranza. Ma, purtroppo, la tolleranza ha spesso come matrice l’intolleranza. In pratica può esistere ma solo a fianco dell’intolleranza. C’è tutta una costruzione ideologica che le gravita attorno, perché questa presuppone una fede totalizzante in una religione, in una fede, in un partito, in una persona. L’intolleranza religiosa consiste, per usare le parole del già citato Francesco Ruffini: “nel concetto esclusivistico, che una determinata religione abbia di essere la sola vera, la sola istituita dalla divinità, e perciò la sola atta a procurare l’eterna salute” (Francesco Ruffini, op. cit. pag .8).

Il concetto di “tolleranza” è quindi equivoco; cerchiamo di analizzarne il perché. La “tolleranza”, prima di tutto, presuppone una religione di Stato o una religione dominante o stabilita che presume di rappresentare la stragrande maggioranza dei cittadini; è una presunzione arrogante che non considera con rispetto ed empatia tutti gli altri culti della minoranza. Uno Stato moderno non può essere tollerante con qualcuno perché, non professando una sola religione, deve rispettare la libertà religiosa di tutti.

Ci sono, inoltre, vari modi di intendere la “tolleranza”. Si può essere tolleranti seguendo il principio del “tollerare potest” di Sant’Agostino, poi ripreso da Alberto Magno e da San Tommaso. In questo caso la tolleranza nasconde l’opportunismo politico. Si fanno certe cose o se ne evitano altre, a seconda che sia più o meno opportuno politicamente. Così da evitare presunti pericoli considerati peggiori.

Si può essere tolleranti anche in base al principio della “reciprocità” espresso dal filosofo John Locke (1632-1704): dobbiamo essere tolleranti con tutti coloro che lo sono con noi. Quindi non possiamo accettare una religione o una nuova ideologia che sia in contrasto con i nostri “valori” che riteniamo giusti e sacrosanti; come riteniamo di non poter  legittimare un governo che non ci permetta di manifestare certe nostre idee che consideriamo “liberali”.

In nome del principio della “reciprocità”, filosoficamente condivisibile, nell’Inghilterra della seconda metà del 1600, gli atei non furono tollerati e si cercò di eliminare i Cattolici, definiti Papisti, perché si riteneva che se fossero arrivati al potere avrebbero soppresso ogni possibilità di “credere e manifestare liberamente”.

C’è poi la tolleranza di Voltaire che nasceva da un’idea diversa: siamo tutti fragili, soggetti all’imperfezione e alle disgrazie, cosa dobbiamo fare? Semplicemente una cosa: essere fratelli gli uni con gli altri, aiutandoci reciprocamente. La tolleranza divenne così sinonimo di “fratellanza”.

Quando parlavo dell’ambiguità del concetto di tolleranza mi riferivo a questi tre aspetti diversi mai intercambiabili tra di loro: tolleranza come opportunità politica, come reciprocità e come fratellanza. Se per Voltaire la tolleranza era una mirabile virtù, che da privata poteva e doveva divenire collettiva, nelle altre due accezioni appare piuttosto come un riconoscimento forzato e opportunistico di un qualcosa che non si intende in alcun modo approvare e legittimare. Proprio per questa ambiguità i termini “tolleranza” e “intolleranza” sono stati usati con grande disinvoltura. Ognuno ha dato loro  il significato che voleva.

Ma torniamo, ora, ad analizzare il concetto di “libertà religiosa”.

Nella sua configurazione si può manifestare sotto diversi aspetti. Se la consideriamo in rapporto ai singoli individui possiamo parlare di “libertà di coscienza”, “di fede” o “di credo”. Parlando di più persone o gruppi abbiamo, invece, la “libertà di confessione” o “di culto”. Con le prime, l’individuo dovrebbe avere la libertà di credere a quello che più gli piace o di non credere. Questa facoltà, che non può e non deve essere sottoposta a sistemi normativi in quanto attiene al privato e alla sfera psicologica o filosofica individuale, può cadere nel campo giuridico solo se dovesse dare luogo a manifestazioni rilevanti. Il diritto alla libertà religiosa chiede la libertà per credenti e non credenti. Però, alcune tradizioni religiose non parlano ancora del diritto di libertà di coscienza dei non credenti. Perché? Non hanno anch’essi una coscienza? A noi cittadini, laici, europei il diritto alla libertà della coscienza religiosa può sembrare ovvio e scontato, ma lo è davvero? In alcuni Paesi, ancora oggi e nonostante la carta dei Diritti dell’Uomo del 1948, si può essere condannati e incarcerati per reati d’opinione o per aver manifestato una fede diversa da quella della religione dominante. Allo stesso modo, in quei Paesi, non vengono concesse libertà ai dissidenti, gli atei sono perseguitati e vengono eseguite condanne a morte per apostasia.

Ma torniamo alle definizioni date precedentemente. La libertà di fede potrebbe essere considerata una applicazione della libertà di coscienza: è un programma che si sviluppa dalla libertà di pensiero. La libertà di religione, che permette di praticare una qualsiasi fede con altre persone, in ultima analisi, potrebbe essere intesa come un’estensione della libertà di associazione. È quindi una libertà collettiva e come tale può entrare in conflitto con le libertà individuali. In questo quadro educare ai diritti dell’uomo vuol dire non solo rispettare sé stessi e vivere con dignità la propria fede, ma anche diffondere nella società un’assoluta considerazione e rispetto per quella degli altri. Solo così i conflitti potranno essere evitati.

Parlando dell’esercizio collettivo di una fede religiosa abbiamo introdotto il concetto di: “libertà di confessione o di culto”. L’argomento è piuttosto complesso, anche perché storici delle religioni, sociologi e giuristi danno alle parole “confessione” e “culto”, significati spesso diversi. Inoltre la parola “culto” è stata talvolta utilizzata in modo restrittivo o denigratorio; basti pensare alla legislazione dei “culti ammessi” di epoca fascista, o all’espressione “culto abusante” ancora oggi utilizzata per generare ostilità nei confronti di qualche gruppo religioso. Ma non è questo il momento di dotte disquisizioni. Il punto che più ci può interessare, ed anche il più controverso, è quello dell’uguaglianza o parità delle confessioni religiose.  La libertà religiosa non è tale se lo stato non tratta le varie confessioni religiose, presenti sul suo territorio, in modo perfettamente identico e paritetico. La vera libertà di religione consiste nel rendere possibile una società in cui ogni individuo (che sia credente o no), confessione o associazione religiosa possano godere di una medesima libertà. Direi che questa è la questione cruciale soprattutto in quei Paesi dove le religioni istituzionalizzate hanno intrapreso progetti di “riconquista” di società largamente secolarizzate. Questione cruciale e, al tempo stesso, confusa. Spesso anche le opinioni e i dibattiti che si susseguono per stabilire distinzioni, prese di distanza e connotazioni, sembrano fatti apposta per confondere le idee. Non c’è nessuno che non parli a favore della libertà religiosa, ma poi sui contenuti vediamo che le differenze esistono, e spesso sono abissali. Nel confronto delle idee sembra che oggi manchi una cultura laica consapevole di sé e dei suoi valori, capace di dare sostanza alle parole. Capace di testimoniare valori etici che dipendono dalla coscienza individuale, capace di difendere il diritto alla libertà religiosa di ciascuno e di battersi perché venga rispettata, senza attendere che siano sempre gli altri a fare eventualmente qualcosa. Per questo, il 26 gennaio del 2015, è nata l’European Federation for Freedom of Belief, sinteticamente: FOB (Freedom of Belief), per combattere ogni diseguaglianza di diritto per motivi religiosi e per togliere di mezzo ogni pena o discriminazione religiosa in Italia e nel mondo. È stato scelto un nome inglese, “Freedom of Belief”, per tradurre tutte le espressioni relative alla libertà religiosa e di religione, ben consapevoli della crescente frammentazione internazionale inerente all’argomento. FOB si batte per l’eliminazione dell’intolleranza fondata sulla religione, perché non si ha vera e completa libertà religiosa se, accanto a quella individuale, non fosse pure concessa la facoltà di poter manifestare, propagandare e vivere serenamente il proprio convincimento o la propria fede religiosa. FOB è nata per educare ai diritti umani, per diffondere nella società l’assoluta considerazione per le opinioni religiose degli altri, perché ciascun individuo e ogni fede possono dare il loro contributo per la costruzione di un mondo migliore e più felice. FOB non è solo un’associazione di studio e di ricerca, ma si impegna attivamente per la difesa dei diritti di Libertà religiosa, è una novità assoluta e rivoluzionaria nel panorama italiano ed europeo dove esistono già alcune associazioni analoghe e ONG che agiscono però, il più delle volte, isolatamente e spesso senza comunicare tra di loro. L’obiettivo di FOB è quello di federare tutte le associazioni e le ONG che condividono le stesse finalità. C’è anche una particolarità che rende FOB unica. A differenza delle altre associazioni FOB non è sorta all’interno di una minoranza religiosa discriminata e costretta a difendersi da eventuali attacchi. FOB è un’associazione laica e, come tale, non è legata ad alcuna confessione religiosa o organizzazione atea o agnostica. FOB vuole tutelare i diritti religiosi di tutti e anche la libertà di non credere. Il cammino che FOB dovrà percorrere non sarà, però, privo di problemi e ostacoli. In Italia ancora non esiste una normativa che garantisca un’effettiva uguaglianza fra le confessioni, i culti e i movimenti religiosi. Per questo FOB intende sollecitare il parlamento italiano a una discussione trasversale e apartitica che conduca finalmente all’approvazione di un disegno di legge paritetico sulla Libertà religiosa. Ma nel nostro Paese il rapporto tra religione, legge e politica è molto complesso. Basti pensare all’assurda e anacronistica proposta di iniziativa parlamentare finalizzata alla reintroduzione del reato di “plagio”, definito “manipolazione mentale”. O all’uso sconsiderato in libri, dibattiti e addirittura in atti legislativi del termine “setta”, parola carica di antica e odiosa significazione. Addirittura esiste un’unità speciale della Polizia di Stato definita: “squadra antisette”! Ci si serve di antiche paure per confondere e ingannare. E i laici fanno spesso finta di ignorare il tutto. Vorrei trattare molti altri aspetti, ma preferisco ritornare a un concetto di cui ho già accennato: l’intolleranza che è ancora oggi dominante. Quando ci troviamo di fronte ad alcuni parlamentari che vogliono reintrodurre il reato di plagio è impossibile affermare che non esista. Come, per certi versi, non esiste la libertà di stampa. Esiste e non esiste, dipende da chi ha in mano il potere. Purtroppo della libertà abbiamo spesso interpretazioni di comodo e di parte. FOB intende combattere la passività e l’indifferenza che contribuiscono ad alimentare lo sgomento collettivo, vuole educare la mente al rispetto di ogni opinione e di ogni fede religiosa che si manifesta pacificamente osservando le leggi dello Stato.

C’è un altro argomento di cui vorrei parlare: l’uso mistificante della religione al fine di compiere azioni criminali. Il tema è già da alcuni anni al centro degli interessi degli studiosi specialmente per quanto riguarda i rapporti con i Paesi Islamici. Il pensiero estremista nasce in Paesi dove non c’è libertà e dove spesso si usa la religione per motivi politici. Per non parlare dell’Isis, o di altri movimenti terroristici, che hanno addirittura preso la religione in ostaggio e la utilizzano per giustificare la violenza. La religione non deve essere al servizio del potere come non deve essere al servizio di nessuno. In una situazione come quella attuale ognuno di noi, invece di alimentare l’odio, dovrebbe fare del proprio meglio per contribuire alla pace, al dialogo e alla giustizia sociale. Così i musulmani che vivono nel nostro Paese, al pari di ogni credente delle altre religioni, dovrebbero poter pregare tranquillamente in luoghi dignitosi di culto. Per questo FOB ha preso parte attiva, con varie iniziative, al dibattito sulle moschee in Lombardia e in Veneto.

Non è facile parlare di diritti dell’uomo e di libertà religiosa nel mondo islamico. Come abbiamo visto, spesso siamo tentati di ricondurre a una unità monolitica, figlia della cultura occidentale, tutte le molteplici espressioni dell’umano. Da questa tendenza può nascere il pericolo di essere influenzati da un’interpretazione unidirezionale, anglosassone e occidentale, dei diritti dell’uomo e quindi anche della libertà di religione. Tali problematiche sono state sottolineate anche in Italia, ad esempio da Claudia Bianchi Ceffa che ha evidenziato come, nonostante l’approvazione della Carta araba dei Diritti dell’Uomo: “…i Paesi musulmani non siano riusciti a superare del tutto le dottrine affermate dalla giurisprudenza islamica classica (fiqh) che concepiscono il diritto soggettivo dell’essere umano come diritto comunitario ed insieme divino, rispetto al quale l’uomo non può porsi come istitutore …” (Ceffa, 2010, p. 204). Tale impostazione impone una serie di limiti al diritto di Libertà religiosa ipotizzato dall’Occidente. Così, ad esempio, nella Carta araba manca una specifica disposizione riguardante il diritto di poter mutare la propria fede (previsto invece dall’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948). In quest’ottica in molti Paesi che aderiscono all’Organizzazione della Conferenza Islamica sono ancora in vigore leggi contro la blasfemia e contro chi si ritiene abbia diffamato l’Islam o il profeta Maometto. Quest’ultimo è un tema molto controverso sospeso tra la libertà di pensiero e di espressione, la libertà religiosa e le misure giuridiche messe a protezione della religione stessa. Anche il tema della diffamazione delle religioni è piuttosto nebuloso; è sacrosanto nella lotta contro l’islamofobia, l’intimidazione, l’odio e la violenza, ma può diventare discutibile quando, in alcuni Paesi, dà l’impressione di giustificare le sanzioni inflitte per “reati religiosi”, come l’apostasia, la bestemmia o l’eresia. Le norme contro ogni forma di odio religioso sono nate per proteggere (anche se non lo fanno sempre) le minoranze più vulnerabili dalle conseguenze della denigrazione; ma un’interpretazione molto ampia del concetto di “diffamazione” è stata, talvolta, utilizzata per consolidare il potere e l’autorità dell’intollerante maggioranza religiosa.

Da queste brevi considerazioni nascono spontanee alcune domande: i diritti umani, e quindi anche quelli religiosi, come noi li abbiamo idealizzati, possono essere considerati davvero universali?

E ancora: possiamo “esportare” il nostro modello di diritto di libertà religiosa a livello globale senza “offendere” qualcuno?

Sono domande non da poco in un mondo che sta diventando sempre più multiculturale. Voglio portare solo alcuni esempi. In Cina i diritti umani esistono solo nella società e nello Stato; così come possono essere accordati dallo Stato, per motivi particolari, possono essere anche limitati o soppressi. Nel sistema etico-religioso indiano ogni membro della comunità deve avere la capacità di saper accettare senza ribellione la condizione della sua casta. Come abbiamo visto, nella tradizione islamica, una persona è libera se conduce la propria vita in ottemperanza alla Shari’a (La “Legge” dell’Islam). Nel Buddhismo, dove esistono norme etiche ben precise, l’individuo è effettivamente “libero” solo quando riesce a vincere gli effetti del “Karma” con le dodici cause della “Produzione interdipendente” che determinano le esistenze successive, vita dopo vita.

Noi di FOB non ci facciamo illusioni. È impossibile un mondo in cui tutti intendano la libertà religiosa allo stesso modo, in cui il diritto protegga perfettamente le fedi e gli individui e in cui nessuno manipoli, per opportunismo personale o politico, il nome di Dio. È possibile, tuttavia, lavorare per un mondo migliore in cui ciascuno possa vivere pacificamente e pariteticamente, il proprio modo di relazionarsi con il Trascendente.

Per concludere, vorrei fare alcune considerazioni sul Convegno di FOB che si è svolto a Montecitorio. Si è trattato di un incontro straordinario visto il gran numero di partecipanti (oltre 70 persone, con i rappresentanti di ben 9 minoranze religiose e spirituali e i rappresentanti di 4 ONG) e la qualità dei relatori. C’erano molti eminenti docenti universitari, giuristi e studiosi. L’incontro è stato reso possibile grazie alla sensibilità e alla collaborazione dell’On. Luciano Ciocchetti, deputato in più legislature e Vicepresidente della Regione Lazio, che è anche intervenuto nel dibattito. I temi esaminati durante il Convegno, e che oggi vedono finalmente pubblicazione in questo volume di Atti, hanno affrontato e approfondito alcune tra le questioni più complesse riguardanti il diritto alla libertà religiosa: la discriminazione, i rapporti tra religione, legge e politica (prof. Pietro Nocita) la libertà di espressione e di organizzazione, la questione dei rapporti tra libertà religiosa, stato laico e società aperta (prof. Luigi Berzano); i rischi della reintroduzione nella legislazione italiana del reato di plagio e l’anomalia dell’esistenza della “squadra antisette” (Sen. Marco Perduca); le iniziative europee per la difesa delle libertà religiose (prof. Alessandro Amicarelli), le traversie della legge sulla libertà religiosa in Italia (Dora Bognandi), le conseguenze relative all’uso dello stigma di “setta” (Luca Bauccio). Uno sguardo alla situazione europea è stato dato dai relatori stranieri, che hanno presentato la situazione della libertà di religione e credo in Europa, sia in linea generale che, in modo specifico, in Francia e Austria (Thierry Valle, Camelia Marin e Peter Zoeher).
Ci auguriamo che questo volume possa contribuire a promuovere un autentico e profondo rispetto religioso reciproco.

La versione PDF degli Atti può essere scaricata a questo link:

https://freedomofbelief.net/it/attivita/atti-del-convegno-di-presentazione-della-european-federation-freedom-belief