Questione di isole... Giappone e Sardegna

di Silvio Calzolari

Ormai da diversi anni si moltiplicano le occasioni di incontro tra il Giappone e la Sardegna. Due mondi apparentemente lontanissimi per geografia, storia, lingua e cultura, progressivamente si avvicinano e si osservano favorendo occasioni di dialogo e scambio culturale. E’ il profumo del mare ad accostare, sempre più, terre così lontane l’una dall’altra, quasi agli antipodi. Sicuro è che il fascino ed il mistero di chi è circondato dalle acque rimane immutato nei secoli, anche agli albori del Terzo millennio. Questioni di isole, certamente... Oltre alle suggestioni ambientali, tra il grande arcipelago orientale e la Sardegna, ve ne sono altre, misteriose e affascinanti, che richiamano possibili mondi ancora da esplorare: dall’antica architettura megalitica, alla poesia; dalle arcaiche feste tradizionali, al carattere degli isolani, accoglienti ma riservati. L’antica Sardegna, del terzo e secondo millennio avanti Cristo, con i suoi reperti mai indagati del tutto, le Domus de Janas, le tombe dei giganti ed i menhir, ricorda l’antica civiltà giapponese Jomon, con le sue ceramiche con i “motivi a corda”, i megaliti ed i “Cerchi in pietra”. Altre suggestioni possiamo trovare nelle fonti e nei pozzi sacri, nel culto della natura, del sole e della luna, e nelle haniwa, statue in pietra o terracotta che venivano interrate intorno alle antiche tombe regali. Le haniwa mostrano molte somiglianze con analoghi manufatti sardi, ad esempio le statue trovate recentemente sul monte Prama. Un ulteriore elemento che pare accomunare l’animo giapponese con quello sardo è una particolare forma di poesia: il mutu. Dobbiamo questa intuizione ad Antonio Uda, sardo di Borore che alle dipendenze del Ministero italiano degli Esteri lavorò a Vancouver, Sydeney, Manila, Ottawa e Tokyo. Cittadino del mondo per vocazione, canadese per scelta di vita, Antonio Uda era rimasto profondamente sardo nell’animo. Il contato con altre culture ed altri stili di vita gli servirono per misurare l’autenticità della sua identità d’origine, per approfondirne contenuti e valori. Forse, proprio per questo, scelse di dedicarsi – tra le tante forme poetiche conosciute – alla più antica e genuina poesia sarda, i “ mutos” che molto hanno in comune con gli Haiku giapponesi. Nell’introduzione ad una sua raccolta di versi in limba, Mutos de Foressidu, Antonio Uda afferma: ”… Il Mutu è servito per secoli ai sardi – di carattere taciturni e schivi nel manifestare i loro sentimenti – per mandare i loro messaggi d’amore e a manifestare gli altri sentimenti in una forma concisa e talvolta ermetica … A differenza dell’haiku, il mutu sardu ha la rima. Come l’haiku, su mutu gioca tutto sulla brevità, caratteristica principale della poesia giapponese… “Antonio Uda, introduzione alla sua raccolta: Mutos de Foressidu, Conghages, Cagliari,2005). Questioni di isole, abbiamo detto… forse è proprio il profumo del mare salato ad avere accostato queste due terre così lontane geograficamente tra loro. Alcuni giapponesi, per studio e ricerca, si sono, negli ultimi anni, avvicinati alla cultura sarda per cercare di capirne l’essenza. Così è successo che Shigeaki Sugeta, docente di linguistica generale e romanza all’università Waseda di Tokyo, nel 1994, abbia realizzato il primo vocabolario sardo-giapponese-italiano. Ricevendo il premio “La Marmora”(XVIII ed.), presso l’ateneo di Cagliari, il prof.Sugeta, ha sorpreso tutti parlando perfettamente in limba. In Giappone, grazie a lui, sta crescendo l’interesse per la lingua sarda. Peccato che questo non accada anche in Italia. Il prof. Sugeta ha messo a frutto le numerose incursioni negli ovili della Barbagia: ha pubblicato (in giapponese) una grammatica del sardo e tiene un corso di specializzazione in limba rivolto agli studenti di Tokyo. Anche il prof. Hidenobu Jinnai ha perso la testa per la Sardegna e per le sue antiche abitazioni e costruzioni. Il prof. Jinnai, docente alla Hosei University di Tokyo, dipartimento di Architettura, dopo aver fatto un lungo giro per tutta l’isola, tornò nella sua casa nipponica con una gran mole di appunti e fotografie. Materiale che pubblicò, naturalmente in giapponese, in un prezioso volume: ”Architettura e abitazioni in Sardegna attraverso i percorsi storici dell’isola”. Il volume è stato tradotto ed inserito in una corposa pubblicazione delle edizioni Iris di Oliena dal titolo : ”La Sardegna vista dai giapponesi: l’architettura popolare, la vita, le feste”( 2004). La coraggiosa iniziativa è stata fortemente voluta da Dolores Turchi, appassionata studiosa di tradizioni popolari sarde. E proprio la professoressa Turchi, nella sua presentazione, ci offre una importante chiave di lettura per capire cosa i giapponesi apprezzino della Sardegna: ”I Giapponesi – afferma Dolores Turchi – poco si interessano alla Sardegna turistica, quella patinata delle coste. Sono invece attratti dalla Sardegna che tentiamo di nascondere: le casette dei nostri paesi, ad esempio, coi cortiletti dove si ricoverava il bestiame e si raccoglievano i prodotti della terra. E scoprono con stupore palazzi, piazzette, scorci caratteristici che noi purtroppo trascuriamo”. E’ in questo modo che i sudditi dell’imperatore del Sol Levante raccontano ed amano la grande isola del Mediterraneo. Così, è accaduto che un giovane dottore in Scienze Politiche di Yokohama (Tokyo), Shinohara Gakuji, abbia scelto di vivere in una azienda agricola vicino a Nuoro, per imparare la lingua e l’arte della pastorizia sarda. E’ stato chiamato il “pastore dagli occhi a mandorla”. Niente di strano, quindi, che la macchina fotografica di un nipponico come Seiichi Enomoto, abbia immortalato angoli e volti sconosciuti della Sardegna per farli conoscere nel continente asiatico, e metterli in mostra. Le foto di Enomoto sono state recentemente pubblicate anche in un volume in italiano (“Il Tempo dell’Eternità”, Bridgestone Italia, Cagliari, 2005). In quest’opera le tradizioni ed i paesaggi della Sardegna: ”non sono affascinanti o pesanti vestigia di un ciclo culturale o sociale ormai concluso … ma si rinnovano in un continuo presente”. E’ a questo fotografo che la Sardegna deve molto dell’immagine che, giorno dopo giorno, conquista in Giappone. Una cosa comunque è certa: il formicolio culturale che attraversa le 47 province giapponesi, non si ferma alla sola lingua sarda o alle foto di scorci di vita isolana. Succede così che tra i grattacieli di Tokyo riviva l’anima barbaricina di Grazia Deledda, il Nobel di Nuoro, ancora, purtroppo, poco studiata in Italia. E’ stato il professor Masaru Kobayashi, in un recente convegno presso la Società Giapponese per l’Educazione dei Giovani di Tokyo, a scandagliare l’opera completa della Deledda. Kobayashi, tuttavia, non è il solo intenditore dell’opera deleddiana; con lui ci sono altri studiosi che hanno tradotto le opere del premio Nobel e le hanno fatte conoscere in Giappone dove tanti giovani leggono e si appassionano alle pagine di “ Il Vecchio della Montagna”, “La Madre” e “Canne al Vento”. E succede anche che alcuni studiosi si cimentino in studi sul pensiero di Antonio Gramsci: ne citiamo solo due, Hiromi Fujioka e Kiyotomo Ishido (1904-1994), il traduttore del corpus gramsciano. Nell’impero del Sol Levante esistono ben due istituti che si occupano di Gramsci: uno è a Tokyo, l’altro a Kyoto. Non è un caso, dunque, se alcuni importanti simposi internazionali sul pensiero del grande filosofo politico sardo siano stati organizzati all’ombre del monte Fuji. In questo clima di grande fermento culturale e di attenzione per la Sardegna va inserita anche l’iniziativa di un importante convegno voluto dalla Waseda University e dall’Università degli studi di Cagliari, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo e la Regione Sarda. A questo appuntamento (che si svolse il 9 e d il 10 maggio del 2003) parteciparono importanti relatori giapponesi e italiani; tra questi: Maurizio Virdis, dell’ateneo cagliaritano, e Dolores Turchi che doveva illustrare le tradizioni popolari sarde e presentare il panorama generale dell’archeologia dell’isola. Alla fine della manifestazione nei fitti quartieri di Tokyo è salito alto il suono antico delle launeddas, molto apprezzato dagli amici nipponici. La Nhk, la televisione di stato giapponese, ha più volte realizzato reportages su quest’antico strumento a fiato e su Luigi Lai, il maestro dei maestri, immortalato anche in molte fotografie di Seiichi Enomoto. Infine, non possiamo dimenticarci di Igort e del fotografo Antonio Saba. Il primo, nome d’arte di Igor Tuveri, di Cagliari, con un’attività ventennale e opere tradotte in tutto il mondo, è un’ importante e noto autore di fumetti. Igort ha partecipato, fin dagli anni ’80 al rinnovamento del fumetto italiano e ha pubblicato, in Giappone, con la casa editrice Kodansha, con Magazine House Tokyo e con Hon Hon Do. I suoi fumetti sono molto amati da tutti i giovani giapponesi .Antonio Saba, invece, ha immortalato la suggestione di Tokyo, con meravigliose foto che raccontano la quotidianità di una immensa metropoli in continua evoluzione. Saba ha esposto le sue foto a Roma, nell’ottobre-novembre 2010, durante il festival del cinema, presso il museo Carlo Bilotti (aranceto di Villa Borghese). L’evento ha avuto il patrocinio dell’Ambasciata giapponese in Italia.

Come abbiamo visto il Giappone guarda con particolare attenzione alla Sardegna … ma anche la terra dei Nuraghes comincia a guardare verso il Sol Levante … Questioni di isole, certamente …. Se questo è avvenuto seguendo principalmente rotte individuali di studio e ricerca, i risultati fin’ora ottenuti indicano che è possibile allargare questa esperienza ad un approccio di scambio a tutto campo, che coinvolga non solo studiosi, artisti e ricercatori, ma anche operatori economici e aziende, per confermare e rafforzare queste affinità elettive. L’obiettivo dovrebbe essere quello di favorire una definitiva apertura di un costante interscambio culturale, ai massimi livelli, che potrebbe anche essere volano per i rapporti turistici ed economici. Un punto di forza dovrebbe essere il turismo enogastronomico. I giapponesi apprezzano la cucina ed il buon vino; adorano la bottarga, i malloreddus, il pesce spada, il carpaccio di tonno, il pecorino sardo stagionato, il cannonau ed il vermentino. Vini di alta qualità, come il Turriga, o l’Angialis, delle cantine Argiolas, presenti nelle più importanti enoteche giapponesi, contribuiscono a far conoscere in Giappone il gusto ed il profumo della grande isola del Mediterraneo; anche i buoni vini e la cucina possono essere ottimi ambasciatori della Sardegna nell’Impero del Sol Levante. Così è successo che nel novembre del 2009 una delegazione di 140 persone, in rappresentanza di ben 45 aziende, si sia recata a Tokyo, per suscitare interesse turistico, progettare eventi promozionali e aprire una vetrina del “made in Sardegna”. L’iniziativa, alla quale partecipò anche il Vicepresidente della Giunta regionale, Sebastiano Sannitu, era autofinanziata da ogni singola impresa partecipante all’evento. I delegati furono ricevuti dal Presidente del Senato giapponese ed incontrarono il mondo imprenditoriale nipponico durante una serata di gala, alla quale era presente, come ospite d’onore, il gesuita Mons. Giuseppe Pittau di Villacidro. Padre Pittau è veramente, e da sempre, il grande ambasciatore della Sardegna in Giappone. Arrivato a Tokyo nel 1952, è stato Rettore della prestigiosa università Sophia e, nel 1984, fu insignito dall’Imperatore giapponese della più alta onorificenza: l’Ordine del Crisantemo, l’emblema del Sol Levante. Padre Pittau, che fu l’interprete personale di Giovanni Paolo II° durante lo storico viaggio in Giappone del 1993 è stato anche Rettore della Pontificia Università Gregoriana di Roma. Oggi, superati gli ottanta anni è tornato in Giappone dove è, senza alcun dubbio, l’italiano più conosciuto e amato. Fu padre Pittau, tanti anni fa, in Giappone, a parlarmi per primo delle straordinarie “assonanze” fra il Giappone e la Sardegna. Fra l’altro mi disse che, pur sentendosi quasi giapponese, portava sempre la sua terra natale ”nel cuore e nel pensiero” e mi raccontò dell’incontro con Shigeaki Sugeta, allora giovane filologo, che “aveva indirizzato allo studio della lingua sarda”. Il prof. Sugeta, come abbiamo visto, seguì quei consigli e mise mano alla compilazione del primo vocabolario sardo-giapponese. Grazie all’opera di uomini come padre Giuseppe Pittau anche i mondi più lontani progressivamente si avvicinano creando occasioni di dialogo, confronto e scambio culturale.