Recensione al libro di Katarina V. Sjøberg, The Return of the Ainu

di Silvio Calzolari (recensione pubblicata su Pogrom nel gennaio 1995)

Katarina V. Sjøberg, The Return of the Ainu: Cultural Mobilization and the Practice of Etnicity in Japan, Harwood Academic Press, New York 1993, pp. 236, $ 48.00 (Studies in Antropogy and History n. 9).

Per secoli gli Ainu dell'Hokkaido (Giappone settentrionale) hanno lottato contro i Giapponesi, ma dopo la rivolta del 1669 guidata dal capo indigeno Shakushain, domata nel sangue, la partita fu persa. Gli Ainu si trasformarono in un popolo di sopravvissuti simili agli Indiani del Nord-America. Già nel 1893 l'antropologo giapponese Koganei formulava i suoi dubbi sul futuro di questo popolo che le cifre fornite dal governo facevano ammontare a 17.148 persone: moltissimi erano gli alcoolizzati, i tubercolotici, i sifilitici, gli affetti da tracoma. Solo alla fine della Seconda Guerra Mondiale le cose sono migliorate.

Nel 1970 erano ancon 16.000, ma solo poche centinaia erano di sangue puro. "Il processo di assimilazione è ormai quasi compiuto e le antiche tradizioni vengono lasciate sopravvivere soltanto per finalità turistiche" scriveva Domenico Satolli nel 1971, e continuava affermando che "nel 1901, però, le autorità giapponesi si erano accorte che stava per andare irrimediabilmente perduto un prezioso patrimonio culturale. Pertanto venne promulgata una apposita legge per la tutela degli aborigeni. Era, tuttavia, troppo tardi ed il processo di assimilazione non poteva più essere arrestato" (in "Idea", n. 5, 1971; anche in "Il Veltro", n. 2, 1971).

Indubbiamente gli ultimi Ainu sono molto diversi dai loro antenati: la pesca del salmone non ha più l'importanza di un tempo, il riso è diventato l'alimento fondamentale, abitano in case di tipo giapponese e vestono come tutti gli altri abitanti dell'impero nipponico. I giovani hanno dimenticato la loro lingua, missionari cristiani e buddhisti hanno fatto schiere di nuovi fedeli. L'analisi è confermata dal professor Fosco Maraini, grande yamatologo e profondo conoscitore di questo popolo: "Oggi, gli Ainu sono quasi irriconoscibili, presi nel vortice della modernizzazione, con strade asfaltate, servizi di autocorriere, negozi pieni cli elettrodomestici e numerose sale da cinema" (in "La Nazione", 13.2.1966).

Ai giorni nostri le comunità ainu più numerose si trovano riunite in villaggi distribuiti in varie parti dell'isola di Hokkaido, specialmente lungo la valle del fiume Saru, nella provincia di Hidaka. I giapponesi li chiamano kyodijin, "ex-aborigeni", ed anche kanko-Ainu, cioè "finti Ainu", "Ainu per turisti". Però, come abbiamo visto su queste pagine ("Pogrom", n. 1, gennaio-aprile 1994), negli ultimi anni sono sorti centri di autocoscienza etnica, e gli Ainu stanno cercando di riscoprire le loro radici culturali, la loro lingua, i costumi degli avi. Il problema è sempre più sentito.

La sociologa svedese Katarina V. Sjøberg ci guida con sistematicità e chiarezza alla scoperta di ciò che rimane della cultura degli ultimi Ainu legati alla loro terra (moshiri) e ad una filosofia di vita permeata di sacralità e rispetto per la natura (puri). L'autrice, dopo l'analisi storica che mira alla ricostruzione della società indigena e dei suoi atavici costumi (per esempio lo Iyomande, il Sacrificio dell'Orso), esamina l'incontro con i Giapponesi e la successiva nipponizzazione (dei nomi etnici, dei toponimi, del sistema scolastico, dei modelli culturali). Si analizzano anche gli aspetti legati alla discriminazione, alla disoccupazione ed all'alcoolismo.

L'autrice passa quindi a considerare le circostanze che hanno permesso questa assimilazione e le strategie adottate per combatterla. Dopo un inaspettato giro di boa che può essere situato verso la fine degli anni Settanta, gli antichi abitanti dell'Hokkaido stanno riscoprendo l'orgoglio di essere ainu, in altre parole la propria identità etnica. L'autrice ci descrive il recente sviluppo delle varie associazioni culturali che cercano instancabilmente di sensibilizzare l'opinione pubblica giapponese e mondiale.

La sociologa svedese analizza l'antica struttura sociale degli Ainu, regolata dalla famiglia, generalmente monogamica e caratterizzata da elementi matriarcali. Più famiglie, in genere dieci, formavano un kotan, e più kotan formavano un gruppo politicamente ed economicamente autonomo.

L'integrità e l'unità di quest'ultimo erano basate sulla proprietà comune di un territorio di caccia, pesca, coltivazione e raccolta, oltre che sulla partecipazione ai grandi riti. Forse fu proprio l'autonomia e la frammentazione dei vari gruppi a rendere possibile la distruzione quasi completa della loro cultura. Nel panorama scarso di pubblicazioni sull'argomento la ricerca della nostra autrice è senz'altro fondamentale per capire le rivendicazioni degli Ainu di oggi, un'etnia che vuole rinascere.