Un popolo che vuole rinascere

POGROM Vol. 1 - N. 2-3 (9-14) - 1995

di Silvio Calzolari

Pur ridotti a poche migliaia, gli aborigeni del Giappone continuano a battersi per non perdere definitivamente la propria identità culturale. Negli ultimi anni, in particolare, stanno cercando di dare respiro internazionale alle loro rivendicazioni

I Giapponesi si considerano abitanti di uno dei paesi più omogenei del mondo e forse, in linea di massima, questa convinzione è corretta. Per secoli, generazioni di sudditi dell'Impero del Sol Levante sono cresciuti nello spirito di Hakko Ichi-u (“le otto direzioni del mondo sotto un solo tetto” - quello dell'Imperatore) ed hanno studiato la storia del loro paese guidati dal Kokoku sbikan (la Weltanschauung imperiale).

In Giappone esistono però importanti minoranze etniche di cui si parla rara mente e che sono sempre state più o meno discriminate. Fra queste la più singolare è quella rappresentata dagli Ainu ("uomini"), che oggi vive nell'Hokkaido, l'isola più settentrionale dell'arcipelago nipponico. Gli Ainu sono generalmente considerati di razza europoide, anche se mostrano delle affinità con certi popoli uralici della Siberia. I loro abiti coniugano elementi boreali con altri tipici dell'area indonesiana.

Attualmente gli Ainu propriamente detti dovrebbero essere circa 15.000 (le stime variano fino a 50.000 se si tiene conto dei sanguemisto), ma un tempo erano molto più numerosi e popolavano anche quei vasti territori ad est e a nord dell'arcipelago: la parte settentrionale dell'isola di Sakhalin (in giapponese Karafuto) ed alcune delle isole Curili (in giapponese Chishima). Al tempo stesso vivevano nel le regioni nord orientali dello Honshu (la grande isola centrale dell'arcipelago), da dove i Giapponesi li cacciarono costringendoli a raccogliersi nei luoghi più remoti del settentrione, dove oggi sopravvivono gli ultimi discendenti.

Nel secolo undicesimo gli ultimi gruppi sparuti attraversarono lo stretto di Tsugaru e si stabilirono definitivamente nell'Hokkaido. Dalla metà del 1400 in poi i contatti fra Ainu e Giapponesi furono abbastanza frequenti, ma degenerarono in fretta: rivolte e scontri seguiti da lunghi periodi di pace incerta caratterizzarono il sedicesimo ed il diciassettesimo secolo.

Nel 1868, con la Restaurazione Meiji, l'Hokkaido divenne parte integrante del Giappone. Iniziò così un processo di colonizzazione che trasformò notevolmente la cultura isolana.

I Giapponesi, in continuo aumento demografico (erano allora oltre 40.000.000) furono attratti da quelle terre incontaminate, ricche di foreste, pascoli e fiumi. Al tempo stesso bisognava fronteggiare il pericolo rappresentato dall'imperialismo russo. Il nuovo governo istituì quindi un Ente per lo sviluppo dell'Hokkaido, che affrontò il problema della minoranza ainu nella maniera peggiore. Urgeva nipponizzare velocemente la grande isola del nord. Fu istituito un capoluogo amministrativo, Sapporo; si costruirono porti e ferrovie, si disboscarono le pianure, fu dato il via allo sfruttamento delle risorse naturali. Gli indigeni si videro così privati della terra, dei fiumi, dei boschi. Nel 1872 il governo emanò nuove misure per la trasformazione dell'isola: gli Ainu vennero censiti fra i Giapponesi, e nei documenti erano registrati come Kyodojin, cioè aborigeni. Verso la fine del secolo iniziò il trasferimento coatto degli Ainu delle Curili nella sperduta isola di Shikotan.

Sebbene i Giapponesi avessero solennemente dichiarato di voler proteggere gli Ainu e la loro cultura ponendoli sotto la protezione imperiale, fecero di tutto per incoraggiarli a rinnegare le proprie tradizioni. Nel 1899 un'apposita legge (Hokkaido Kyodojin Hogoho) regolò in modo definitivo i rapporti fra Ainu e Giapponesi: a ciascuna famiglia vennero assegnati un pezzo di terra (5 ettari), sementi ed attrezzi per l'agricoltura, e gli Ainu furono così costretti a diventare contadini. Il vecchio sistema di vita basato su caccia, pesca e raccolta, che aveva uno stretto rapporto con la religione e che era rimasto quasi immutato fino ad allora, iniziò rapidamente a declinare.

Agli inizi del secolo gli Ainu vivevano in condizioni spaventose: i fieri indigeni dell'Hokkaido conducevano una vita seminomade, moltissimi erano affetti da tubercolosi, sifilide, tracoma, ed altrettanti erano alcoolizzati. Anche la lingua ainu (Ainu itak) era ovviamente contrastata: i bambini venivano educati in giapponese in un sistema di scuole separate che era stato creato nel 1901. Questo particolare sistema scolastico era regolamentato in modo rigido e chiaramente discriminatorio: i bambini ainu ed i bambini giapponesi studiavano separatamente; lo studio della cultura e della letteratura nipponica era considerato prioritario; i bambini ainu venivano incoraggiati ad abbandonare le proprie tradizioni (definite "inferiori") per adottare quelle "superiori" dei Giapponesi; venivano inculcati i concetti di “obbedienza assoluta all'Imperatore e amore per la nazione”. L'educazione scolastica doveva favorire così un graduale processo di assimilazione.

All'inizio del secolo esistevano 21 scuole per gli Ainu e nessuna di queste funzionava a pieno ritmo: il personale era carente o non adeguatamente preparato, le strutture erano fatiscenti.

Così i bambini Ainu rimanevano spesso a casa alimentando la piaga dell'analfabetismo. In seguito la situazione si normalizzò. Secondo le stime delle autorità locali, nel 1910 ben 2.072 bambini ainu, pari ad una percentuale del 92%, frequentavano la scuola.

Il sistema delle scuole separate restò in vigore fino al 1937. In quegli anni la maggior parte degli Ainu viveva in numerosi villaggi-ghetto della valle di Saru ed in altri sparsi qua e là nell'isola. Molti erano diventati agricoltori, altri erano mandriani o boscaioli. Qualcuno, più fortunato, era riuscito a trovare lavoro in fabbrica come operaio. Nei villaggi dove vivevano anche dei Giapponesi, questi avevano il controllo di ogni attività, e gli Ainu rimanevano cittadini di seconda classe.

Nel 1930, per proseguire la sua politica assimilazionista (oppure, come suggerisce qualcuno, per evitare future accuse di etnocidio), il governo giapponese decise di fondare a Sapporo un'associazione che avrebbe studiato i problemi degli Ainu. I responsabili del nuovo organismo si segnalarono comunque per il servizio sociale e l'assistenza ai bisognosi.

Sedici anni dopo (1946) il governo prefetturale riorganizzò l'istituzione e la chiamò Hokkaido Ainu Kyokai (in inglese Ainu Association of Hokkaido, di seguito indicata con la sigla AAH).

La scelta del nome fu abbastanza sfortunata, perché il termine Ainu ricordava una lunga storia di discriminazioni. Così, dopo molte polemiche, nel 1961 le autorità governative cambiarono il nome giapponese dell'associazione in Hokkaido Utari Kyokai (in lingua ainu utari significa all'incirca "movimento"), mentre la denominazione inglese rimase la stessa.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale iniziò lo sfruttamento degli Ainu a fini turistici: furono perciò costruiti dei villaggi, organizzati secondo l'antico sistema del kotan (una decina di famiglie riunite), per poter mostrare ai turisti americani e giapponesi come viveva un “popolo incontaminato rimasto fermo all'alba della storia". Gli Ainu divennero personaggi da etnoshow, falsi indigeni, clowns del passato che dovevano dare un tocco “etnico" alle foto da mostrare agli amici ed ai colleghi di lavoro. A lungo andare, però, anche il turismo contribuì a far crescere l'interesse per gli aborigeni sia in Giappone che all'estero.

Agli inizi degli anni Settanta molti antropologi ed etnologi giapponesi cominciarono a studiare con passione i costumi, la cultura e la lingua degli antichi abitanti dell'Hokkaido. Gli Ainu passarono così da una sorta di vergogna per le proprie tradizioni ad una riscoperta orgogliosa e polemica. Nel 1969 fu celebrata la prima cerimonia commemorativa in onore di Shakushain, il mitico eroe della resistenza antinipponica vissuto nel diciassettesimo secolo.

Tre anni dopo fu fondato il villaggio museo di Nibutani, gestito da Kayano Shigeru, che era anche uno dei responsabili dell'AAH. Il 1973 vide la nascita del primo giornale ainu, il foglio d'opinione Anutari Ainu ("Siamo esseri umani"), che mirava ad attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sui problemi della minoranza. Il mensile, che tre anni dopo fu costretto a cessare le pubblicazioni, aveva cercato anche di aprire un dibattito fra i giovani ainu sulla riscoperta della propria identità etnica.

In quegli anni nacque anche la Yay Yukar Ainu Minzoku Gakkai, la prima Società Etnologica Ainu, alla quale aderirono molti studiosi giapponesi, e nel 1973 fu organizzato un grande meeting nazionale ainu al quale parteciparono oltre 400 persone che discussero a lungo sui problemi della minoranza indigena. Al tempo stesso cominciarono a diffondersi in varie parti dell'isola dei centri di “autocoscienza etnica". Si cercò anche di inserire la lingua ainu in un sistema educativo pubblico: a Nibutani il professor Shigeru fondò infatti un centro per l'insegnamento dell'antica lingua isolana. L'iniziativa incontrò però l'opposizione del Ministero delllEducazione, che si rifiutò di sostenerla.

L'anno successivo (1974) fu celebrata la prima Nokkamap Icharupa, una cerimonia funebre in memoria di 37 anziani Ainu che erano stati trucidati dai samurai giapponesi nel 1789.

La prima metà degli anni Settanta fu caratterizzata anche dalla nascita di alcuni movimenti radicali che volevano colpire i simboli del colonialismo nipponico. Nell'agosto del 1972 alcuni giovani attivisti ainu inscenarono una violenta manifestazione davanti all'Università di Sapporo per protestare contro la Società Antropologica Giapponese. Non volevano più essere oggetto di dotte misurazioni antropometriche. Fu anche lanciata una bomba artigianale che danneggiò seriamente il dipartimento universitario.

Negli stessi anni ebbero luogo alcuni attentati (bombe contro uffici e monumenti, l'aggressione del sindaco di Shiraoi) ad opera di giovani intellettuali giapponesi appartenenti a movimenti dell'estrema sinistra che simpatizzavano per la causa ainu. L'opinione pubblica ne fu profondamente scossa: nella paura che stesse per nascere un vero e proprio movimento autonomista, i circoli di "autocoscienza etnica” furono guardati con sospetto e sorvegliati dalla polizia.

Proprio perché le legittime ma democratiche rivendicazioni indigene non fossero confuse con il terrorismo, nella città di Asahigawa nacque un'altra associazione, la Ainu Kyokai, con lo scopo di riorganizzare la resistenza indigena e di salvaguardarne la reputazione. Questa seconda associazione, direttamente gestita da Ainu, nacque anche in contrapposizione all'Utari Kyokai di Sapporo, che veniva accusata di essere manovrata dal governo.

Attualmente esistono quindi in Hokkaido due organizzazioni ufficiali che si battono contro la discriminazione: l'Hokkaido Utari Kyokai di Sapporo (nota fuori dal Giappone come Ainu Association of Hokkaido) e la Ainu Kyokai di Asahigawa, una cittadina a nord-est del capoluogo. La prima, che ha il sostegno del governo regionale, si propone di integrare gli Ainu nel sistema sociale giapponese. L'associazione non prospetta la perdita dell'autonomia culturale, ma ipotizza una doppia identità, a condizione di poter raggiungere un tenore di vita pari a quello giapponese. L'AAH (che sostiene di avere quasi 16.000 soci) è seriamente impegnata sul fronte dell'educazione e dell'assistenza giovanile. Organizza seminari e manifestazioni culturali per riscoprire le tradizioni di un popolo che vuole rinascere.

La Ainu Asahigawa Kyokai, molto più piccola della prima e molto critica nei confronti del governo, si propone invece di lavorare all'interno del sistema per migliorare le condizioni di vita degli Ainu. I membri di questa associazione sono contrari a qualsiasi ipotesi di doppia identità. Insieme a queste due associazioni ne esistono altre minori, senza una specifica residenza: qualcuna non vuole assolutamente collaborare col governo, altre sono meno intransigenti. Tutte però si battono contro la discriminazione che affligge la minoranza.

Non mancano infine alcune organizzazioni private, come la Rera no Kai, che cercano di sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti della questione ainu.

Isola di Hokkaido

L'isola di Hokkaido con le città più importanti per la storia ainu.
Cartina: Silvio Calzolari


 

AINU E GIAPPONESI DAL 1986 AD OGGI

Il 22 settembre 1986 l'allora Primo Ministro Nakasone, parlando ai colleghi del Partito liberaldemocratico, asserì che il livello di cultura e di intelligenza dei giovani giapponesi, appartenenti ad una società etnicamente omogenea, era per forza di cose superiore a quello dei giovani americani, allevati in una società indebolita dalla presenza massiccia di neri, Portoricani e Messicani. La tesi riecheggiava concetti già sbandierati in epoche buie della storia giapponese.

I membri del partito di Nakasone ritennero che si trattasse di un discorso ad uso di coloro che appartengono al miuchi, vale a dire ad un gruppo ristretto. I giornalisti presenti pensarono lo stesso, ma uno diffuse la notizia, che riecheggiò in tutto il mondo provocando dure reazioni da parte americana. I giornali di sessanta paesi dedicarono ampio spazio alla notizia. L'immagine illuminata e progressista che il Giappone voleva diffondere all'estero ne risultò gravemente compromessa. La reazione fu particolarmente virulenta da parte dei neri e degli ispanici, direttamente chiamati in causa; in Giappone si riaprirono invece le piaghe dolorose riguardanti le minoranze (Ainu, Coreani ed anche Burakumin), che si erano sentite offese da una pretesa omogeneità etnica del Giappone.

L'episodio fu senz'altro curioso, dato che pochi giorni prima il premier aveva chiesto le dimissioni del Ministro dell'Educazione, Fujio Mayasuki, che aveva fatto dei commenti poco lusinghieri sui Coreani.

Nakasone fu costretto a scusarsi pubblicamente, ma questo non placò la protesta degli Ainu e dei Burakumin. I primi, riuniti intorno all'associazione Utari Kyokai, proposero di presentare una dichiarazione in lingua nativa contro il Primo Ministro e di rivolgersi all'ONU perché la loro condizione di minoranza oppressa trovasse eco internazionale.

Nell'anno successivo, nel corso del secondo raduno nazionale degli Ainu che si tenne a Sapporo (Hokkaido), fu deciso di cercare interlocutori fra i membri della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite. Pochi mesi dopo, alcuni esponenti dell'Ainu Association of Hokkaido (AAH) furono invitati al meeting dei popoli indigeni che l'ONU organizza ogni estate a Ginevra.

Nel 1988 la Utari Kyokai presentò una proposta di legge chiamata Nuova legge per gli Ainu, che fu appoggiata anche dall'altra grande associazione ainu con sede ad Asahigawa. L'anno successivo fu un anno memorabile per gli Ainu, caratterizzato da festivals culturali (marzo) e grandi manifestazioni di piazza (novembre), mentre il Governo istituì una Commissione di studio per esaminare la nuova normativa proposta.

La Terza Conferenza dei Paesi del Nord che si tenne nel settembre del 1990 ad Anchorage (Alaska) vide la presenza di una delegazione proveniente dall'Hokkaido. In quell'occasione vennero presi importanti accordi con Valentin Fyodorov, governatore delle isole Sakhalin, affinché le famiglie ainu che vi avevano vissuto per generazioni potessero ritornarci. Alla fine del 1991 il governo riconobbe gli Ainu come minoranza etnica.

Forti di questo riconoscimento, gli aborigeni dell'Hokkaido organizzarono una grande riunione a Tokyo (marzo 1992), e poco più tardi Nomura Giichi, presidente dell'AAH, venne invitato a tenere un discorso inaugurale all'Assemblea dell'ONU.

Nonostante l'accresciuto rilievo internazionale degli Ainu, il Giappone rifiutava ancora di riconoscerli come popolo indigeno. Di questo mancato riconoscimento parlò con toni accorati Kayano Shigeru, uno dei leaders storici, durante la Conferenza internazionale sui popoli indigeni e le minoranze etniche tenutasi a Nibutani (Hokkaido) dal 19 al 22 agosto 1993.

Oggi gli Ainu continuano a battersi per essere riconosciuti come popolo autoctono e per far approvare la legge proposta nel 1988. A questo scopo prosegue un'intensa attività politica, che fra l'altro cerca di sfruttare al massimo il Decennio Internazionale dei Popoli Indigeni promosso dall'ONU (1995-2004).

Bibliografia consigliata

Bilo, Max e Carla Boschetti, "Gli Ainu", in AA. W., Popoli in via d'estinzioni, Volume 3: Popoli d'Asia e d'Australia, Ferni, Ginevra 1977, pp. 44-48.
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De Vos, George e William O. Wetherall, Japan's Minorities. Burakumin, Koreans, Ainu and Okinawans, Minority Rights Group, London 1983 (Reprt 3).
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Yoshino, Kosaku, "The Changing Discourse on Race", Ethnicity and Nationalism, in The ASEN Bulletin, n. 8, Winter 1994-95, pp. 10-13.

Indirizzi utili

  • Ainu Association of Hokkaido
    Kira 2 Nishi 7 Chuo-Ku
    Sapporo, Hokkaido - Japan
    tel. 081-11-2110462
  • Yay Yukar Ainu Minzoku Gakkai
    19-32 Tokiwa 4-2 Minami-Ku
    Sapporo, Hokkaido - Japan
    tel. 081-11-5921748

Vecchio Ainu

Un vecchio ainu. Foto: Archivio dell'Assocrazione per i Popoli Minacciati