Casanova è morto a Dux nel 1798?

Recentemente mi sono state rivolte alcune domande sull’esistenza di documenti o testimonianze attestanti la morte di Giacomo Casanova ( avvenuta il 4 giugno del 1798, in Boemia, nel castello del Conte Waldstein) antecedenti al 1860, anno in cui lo storico Ferdinand Bretislav Mikovec (1826-1862 ) ebbe modo di scoprire il nome e la data del decesso dell’Avventuriero nel “Registro dei Morti” della Chiesa di Santa Barbara del cimitero di Dux (oggi: Duchcov, nella Repubblica Ceca). Il Mikovec rese pubblica la notizia in un famoso articolo (“Jakub Casanova v Cechah”, cioè: “Giacomo Casanova in Boemia”) apparso sulle pagine della rivista storico-letteraria “Lumir” (decima annata, 1860).

Oggi, sulla base di quel “Registro”, la data ed il luogo di morte di Casanova (Dux 1798) sono accettati da tutti gli storici, ma nel XIX° secolo, qualche dubbio fu espresso (si veda il mio: Silvio Calzolari, “Casanova, Vita, Amori, Mistero di un libertino veneziano”; seconda edizione riveduta e corretta e con l’aggiunta di alcuni capitoli sul mistero della morte di Giacomo Casanova, Cavaliere di Seingalt, Milano, Luni, 2018, pp. 361-364) e si diffuse addirittura la voce che il grande Veneziano fosse deceduto a Vienna nel 1803. Non sappiamo come e perché nacque questa diceria che trovò spazio e legittimità in alcuni dei più importanti repertori di storia e di critica letteraria nell’Europa del 1800. La vicenda, in verità, è ben strana, perché da alcune lettere e testimonianze, dal marzo del 1798, Giacomo Casanova, bibliotecario del Conte Joseph Karl von Waldstein (1755-1814) sembra fosse così consumato dalle malattie che la possibilità di un suo viaggio a Vienna, appare piuttosto remota. E poi, perché Vienna? E chi, eventualmente, avrebbe potuto accompagnarlo nel viaggio verso la Capitale dell’Impero? Forse suo nipote, Carlo Angiolini, che in quel periodo era corso a Dux per stargli vicino? Sono domande senza risposta ma che hanno alimentato ed ancora alimentano il mistero ed il fascino di Giacomo Casanova.

Ma torniamo alla domanda che mi è stata rivolta dai lettori….

Dopo la pubblicazione della seconda edizione del mio libro su Casanova, rileggendo alcuni articoli dello studioso olandese Marco Leeflang (uno dei più grandi casanovisti viventi), sono venuto a conoscenza di un documento sulla base del quale parrebbe difficile avvalorare l’ipotesi della morte del grande Veneziano a Vienna, nel 1803.

Il documento fu pubblicato dallo studioso, in francese, in un articolo dal titolo: “L’histoire de l’héritage manuscript casanovien de Dux", "Le dossier de Dux” (Utrecht, Marco Leeflang, 1998, pag. 23).

In quell’articolo il Leeflang riportò alcuni brani tratti da una miscellanea di scritti (“Gesammelte Schriften physich-technisch-chemischen Inhals, alse eine Fortsetzung der Auszuege aus meinen Tagenbuechern”, cioè: “Raccolta di scritti su fisica, meccanica e chimica, o estratti selezionati dai miei diari”, Praga, 1801, pp. 11 e seg.) del Barone Maximilian Joseph von Linden (1736-1801), che dal 1794, alloggiò, con Casanova, nel castello del Conte Waldstein a Dux.

Ecco cosa il Barone von Linden scrisse del nostro Veneziano:

“La biblioteca ( n.d.a.: del castello) era sotto la supervisione del Sig. Jacob Casanuova ( n.d.a.: così è scritto nel testo),veneziano e fratello di due famosi artisti, il grande pittore di battaglie Franz Casanuova ( cioè: Francesco Casanova 1727- 1802/1803) di Vienna, ed il famoso direttore d’accademia Joseph ( n.d.a: Giovanni Battista, 1730-1795, anch’egli pittore) Casanuova di Dresda, che morì alcuni anni fa. Quest’uomo, che nel 73° anno d’età brillava per arguzia e umorismo come quando era trentenne, si era già distinto in gioventù per la fuga dalle famigerate prigioni di stato dai tetti di piombo ( n.d.a.: dai cosiddetti “Piombi” di Venezia) cosa che nessuno prima e da allora è riuscito a fare, e che ha raccontato in un piccolo volume. Inoltre, la sua eccellente traduzione dell’Iliade, la sua “Confutazione di Hamelot de la Houssaie”, che gli procurò la riconciliazione con il suo Paese, il suo Icosameron e altri venti volumi in francese e nella sua lingua madre, gli hanno fatto guadagnare una reputazione così invidiabile nel mondo della cultura che mi sarebbe impossibile limitarmi ad un semplice elogio. Ho avuto l’opportunità di leggere un numero di opere, ancora non stampate, scritte dalla mano di questo inesauribile genio, che era abituato a trascorrere nove ore al giorno alla sua scrivania, e le più notevoli sono le sue memorie che riempiono ben 17 volumi. Sono una raccolta delle osservazioni e degli aneddoti più insoliti che una mente filosofica come la sua poté attingere vivendo vicende non comuni. La conoscenza con uomini eccezionali di ogni classe sociale che ebbe modo di incontrare durante i suoi quaranta anni di viaggi e i soggiorni a Costantinopoli, in Francia, in Italia, in Svizzera, in Olanda, Inghilterra, Germania, Polonia e Russia, le innumerevoli avventure che visse in questi Paesi, e le molte relazioni insolite con diversi personaggi famosi o famigerati, renderebbero questi volumi uno dei libri più interessanti mai scritti. Ma non solo, perché se fosse stato in grado di portare a compimento la sua opera, velando i passaggi cinici fin troppo frequenti, quei volumi potrebbero fungere da affidabile guida per tanti giovani viaggiatori che vi troverebbero informazioni sui pericoli in cui frivolezza e opportunità possono attirare.

La morte, purtroppo, lo reclamò il 4 giugno 1798 (n.d.a.: in realtà nel testo originale pubblicato in tedesco nel 1801, la data riportata è quella del 4 giugno 1789. Probabilmente, per un errore di stampa, i due ultimi numeri furono invertiti), dopo che era stato il mio compagno quotidiano e più caro e prima di averne iniziato la revisione (n.d.a.: delle memorie, cioè della “Storia della mia Vita”). Pace alle sue ceneri”.

Questo estratto è stato ripubblicato anche da Gustav Gugitz in: “Giacomo Casanova und sein Lebensroman” (Strache Verlag, Vienna/Praga/Lipsia, 1921, pag. 358).

A parte la data di morte sbagliata (forse dovuta ad un errore di stampa ) il brano sopra riportato lascia pochi dubbi riguardo al decesso del nostro Casanova a Dux prima della scomparsa dello stesso von Linden avvenuta, lo ricordiamo, nel 1801. È, inoltre, ormai accertato che il Barone tedesco e Casanova si conoscessero molto bene. Negli ultimi anni del 1700 vissero fianco a fianco nel castello di Dux e molte cose li accomunavano: la curiosità per le scienze, l’essere fratelli massoni e la passione per la Cabala, l’ermetismo e l’alchimia. Del von Linden si raccontava, fra l’altro, che avesse allestito un vero e proprio laboratorio alchemico dove si sarebbe dedicato allo studio della trasmutazione dei metalli e all’utilizzo delle varie tinture nella colorazione dei tessuti. Una breve biografia del Barone appare a pag.204 del 15° volume della monumentale “Enciclopedia Biografica dell’Impero Austriaco” (“Biographishes Lexicon des Kaiserthums Oesterreich”) di Constant Wurzbach-Tennenberg (1818-1893), pubblicata a Vienna dal 1856 al 1891. Secondo questo “Lexicon” il von Linden sarebbe stato anche uno studioso di medicina ed un collezionista di manoscritti ermetici ed arcani, oltre ad essere un ottimo pattinatore sul ghiaccio. Il nome del Barone Maximilian Joseph von Linden, originario della regione del Banat (antico nome di un distretto situato tra la Serbia, la Romania e l’Ungheria), compare a piè di lista della Loggia “Zu den Sieben Himmeln” (“Ai Sette Cieli”) le cui colonne furono erette a Vienna nel 1781 dal Barone bavarese Hans Heinrich von Ecker und Eckhoffen (1750-1790), uno dei fondatori dell’Ordine dei “Fratelli Asiatici” ( “Asiatische Brueder”), un movimento legato alla Massoneria esoterica nato a Vienna nel 1782 da una riorganizzazione del mistico cenacolo dei “Fratelli e Cavalieri di San Giovanni Evangelista d’Asia in Europa”, o “Cavalieri della Vera Luce”. I “Fratelli Asiatici” dopo aver proclamato la loro vicinanza ai “Rosa Croce” ne ereditarono l’aspetto cosmopolita, l’egualitarismo e le passioni per l’alchimia, la teologia, la cabala e la numerologia. Il von Linden aderì con entusiasmo a questo nuovo movimento e, sempre alla ricerca di nuove esperienze esoteriche, non esitò a prendere parte ai lavori anche dell’Ordine della ”Rosa Croce d’Oro” (“Gold und Rosenkreuzer”), un movimento ermetico anti-illuminista fondato intorno al 1760 dal famoso alchimista massone Hermann Fichtuld ( 1700-1777) e diffuso nell’impero Sassone da Johann Rudolf von Bischoffwerder ( 1741-1803), Consigliere di Federico II di Prussia.

Ma torniamo all’Ordine dei “Fratelli Asiatici” che merita di essere ricordato per due elementi fondamentali: il primo è la novità assoluta della presenza di ebrei di nascita nelle Logge, il secondo è che rappresenta il momento esatto in cui la Cabala penetrò all’interno del sistema dei Riti massonici. I testi sacri e le cerimonie di quell’Ordine si distinsero per l’adozione di numerosi elementi ebraici tratti da rituali di preghiera e da elementi cabalistici autentici e non pseudo-cabalistici come in altre confraternite dello stesso genere. Molti degli esoterici ricercatori affiliati ai “Fratelli Asiatici” si impegnarono nello studio dell’antica lingua ebraica, dell’aramaico e della letteratura talmudico-cabalista; alcuni si cimentarono nella lettura dello “Zohar” (il “Libro dello Splendore”, il più importante testo della tradizione cabalista), altri specularono sulle lettere del Tetragramma (le quattro lettere ebraiche che comporrebbero il nome di Dio) rielaborate dal “Pardes Rimmonim” (il “Giardino dei Melograni”) del cabalista Moses Cordovero (1522-1570); altri ancora si dedicarono alle evocazioni angeliche o, con paziente cura, a lunghe elucubrazioni sulla creazione del mondo o sulla dottrina delle “emanazioni” ( “Sephirot”, o “Luci di Dio”) studiate in parallelo agli insegnamenti dei teosofi cristiani. Il Principe Carlo d’Assia (1744-1836), capo supremo delle organizzazioni esoteriche in Germania, che a partire dall’agosto del 1786 diresse l’Ordine dei “Fratelli Asiatici”, creò addirittura un sistema di filosofia occulta fondata sulla dottrina cabalistica della ”trasmigrazione delle anime” (“gilgul”). Alcuni decenni più tardi, lo scrittore e filosofo Franz Joseph Molitor (1779-1860), che disponeva di fonti attendibili riguardo alla storia dei “Fratelli Asiatici”, nella sua “Philosophie der Geschichte oder ueber die Tradition” (“La Filosofia della Storia, ovvero sulla Tradizione”, 4 voll. Hermann, Frankfurt am Mein, 1827-1853), traducendo la Cabala nel linguaggio dell’Idealismo tedesco, offrì, per la prima volta, al grande pubblico un lineamento generale delle dottrine di quell’ Ordine.

Ma torniamo al nostro Casanova, a quel tempo bibliotecario del Conte Joseph Karl von Waldstein, a Dux.

Anche il Conte fu un appassionato studioso di Cabala (come sembrerebbe dimostrare un dipinto, oggi nel museo di Duchcov, che lo raffigura con in mano una copia dello “Zohar”), e chissà che non abbia invitato il von Linden e lo stesso Casanova (conosciuto nelle Corti europee come famoso cabalista) nel suo castello in Boemia proprio per approfondire la conoscenza della mistica ebraica. Un primo studio su quel ritratto del Conte (Catalogo: DH8830, The National Heritage Institute, Castello di Duchcov, Repubblica Ceca) è stato condotto da Pavel Maciejko dell’università ebraica di Gerusalemme (“Portrait of the Kabbalist as a Young man: Count Joseph Carl Emmanuel Waldstein and his Retinue”, in: The Jewish Quarterly Review, vol. 106, n.4 ,fall 2016, pp.521-576). È ormai accertato che il libro raffigurato nel dipinto sia lo “Zohar”, nella sua prima edizione a stampa (Mantova, 1558 ) e aperto ai fogli 125b-127a. Ma perché proprio quelle pagine che alludono alle intime connessioni che esisterebbero tra la magia, la stregoneria ed il “serpente primordiale” (“nahash kadmon”, cioè lo “spirito delle impurità”)? Quale oscuro messaggio si nasconde nel quadro? Ma c’è dell’altro, perché quel quadro sembra nascondere un ulteriore enigma: in un angolo della tela c’è una curiosa iscrizione in caratteri arabi (“Asrar Muhammad al-rasul”, ossia: “i misteri di Maometto, l’Inviato”). Perché quella scritta in arabo? Cosa significa ? A quali “misteri” allude? E ancora… chi fu l’artista che dipinse il quadro? Chiunque fosse doveva avere una perfetta conoscenza della scrittura ebraica ed araba perché le lettere dei due alfabeti sono dipinte magistralmente.

Sono certo che nuove e più approfondite indagini sugli interessi cabalistici del Conte von Waldstein e sugli studiosi che frequentarono la biblioteca del castello di Dux (e che, quindi, furono in contatto anche con il nostro Casanova) potranno riservarci, in futuro, curiosità e sorprese.

Silvio Calzolari

Ecco il brano riguardante Giacomo Casanova tratto dall'opera di Maximilian Joseph von Linden del 1801.

Casanova, Maximilian Josepph von Linden

Casanova, Maximilian Josepph von Linden

Casanova, Maximilian Josepph von Linden