Colpevole o innocente il giudizio dell'anima prima del castigo o del paradiso

Il principio del male nel Buddhismo

di Bruno Portigliatti — Centro di Informazione Buddhista di Giaveno

È un’analisi accurata quella che fa Silvio Calzolari nella dissertazione sul complesso tema de “Il principio del Male nel Buddhismo”, pubblicato da Luni Editrice nella collana dell’Istituto di Cultura per l’Oriente e l’Occidente.

Questo concetto risale alla notte dei tempi ed è presente nelle diverse Civiltà del Mondo Antico per giungere ai nostri giorni. L’origine del Male fa parte della natura dell’uomo ed è sempre stato collegato a particolari personaggi, avvenimenti o a forze soprannaturali che in ogni tempo hanno condizionato l’esistenza del genere umano, dotato di libero arbitrio e della facoltà di giudicare ciò che è bene e ciò che è male.

Specificatamente nel Buddhismo il male è creato dalla mente degli esseri e di conseguenza rappresenta una forma illusoria dovuta alla legge del Karma. Cosa questa che nel Cristianesimo assume quello che viene considerato il decadimento da uno stato di grazia primordiale a causa del peccato dei nostri progenitori.

Non voglio qui dilungarmi su quella che è la versione canonica della vita del Principe Siddhārta, il Buddha storico, venuto al mondo per porre fine al dolore, alla malattia ed alla morte attraverso il ciclo continuo delle rinascite, ma a limitarmi a quello che è stato il conflitto con Māra, il demone dell’attaccamento e dell’illusione. Il grande nemico che cercò di ostacolare in ogni modo possibile l’Illuminazione, il Risveglio con cui il Principe Siddhārta ottenne di divenire un Buddha, ed essere in grado di portare il suo messaggio di liberazione a tutti gli esseri senzienti.

Māra dopo l’epica battaglia sotto l’albero della Bodhi, nel corso della quale venne sconfitto per sempre dal “Perfetto, Perfettamente Risvegliato”, anche se la seguente affermazione “Per sette anni ho seguito, passo a passo il Beato, senza trovargli alcun difetto. È davvero il Risvegliato, l’Illuminato” sta a significare che non desistette dal suo intento e continuò a cercare degli appigli per frapporre nuovi ostacoli.

Nel Samyutta Nikāya vengono citati due specifici episodi in cui Māra continua il suo percorso di aggressione, il primo viene ricordato con il Sutta del Re elefante (Hatthirajavanna Sutta) ed il secondo è il Sutta dei sette anni di ricerca (Sattavassanubandha Sutta), ma la storia non finisce qui, nonostante che dopo questi ultimi tentativi ormai il principio del Male avesse abbandonato ogni speranza, le sue tre figlie che rappresentano la concupiscenza, la bramosia, l’inquietudine, la noia, l’avversione, la voluttà e la passione: Tanhā, Arati e Ragā, cercarono di sopperire alle sconfitte del loro genitore ma furono a loro volte spazzate vie dall’inflessibilità del Buddha che disse “tranquillo nel corpo, con la mente libera, senza escogitare nulla, consapevole ma distaccato, conoscendo il Dharma, concentrato e privo di pensieri vaganti, di rabbia, di ansia, di perplessità. Questo è il dimorare che qui pratica un Buddha, che dopo aver attraversato le ‘cinque maree’, può attraversare anche la sesta.”.

L’autore si addentra poi in una ricerca di quello che viene definito il viaggio dell’anima nell’aldilà e dei suoi luoghi di pena infernali, partendo dalla letteratura Vedica dell’India risalente al 1500 a.C. per giungere ad altri aspetti delle diverse culture dell’Asia.

“Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: guai a voi, anime prave!
Non isperate mai vederlo cielo:
ĺ vegno per menarvi all’altra riva
nelle tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo”

Ben si adattano i versi di Dante alla descrizione degli inferni buddhisti, di cui otto inferni caldi e otto freddi.

Ma il viaggio continua con la descrizione sempre più strabiliante dell’aldilà cinese, giapponese e tibetano.

Particolarmente interessante è il Bardo Thödöl, testo risalente all’VII secolo dopo Cristo, attribuito a Guru Rimpoche, questo “Trattato della grande Liberazione attraverso l’udizione, negli stati intermedi” conosciuto impropriamente come “Libro Tibetano dei Morti” descrive i vari passaggi che precedono il lasciare il corpo e fornisce dettagliati insegnamenti da utilizzare postmortem per ottenere una nuova reincarnazione.

In conclusione la discesa di Avalokitesvara agli inferi per recuperare le anime perdute è trasportarle nel “Paradiso della Terra Pura” di Amitābha, il Buddha della Luce Infinita, per poi accorgersi che nel frattempo il suo operato di conversione era stato inutile poiché erano già arrivati nuovi dannati e di qui la sua iconografia a 11 teste, 1.000 braccia e 1.000 occhi per poter aiutare tutti gli esseri, dovuta alla ricomposizione del suo corpo che si era autodistrutto per l’infinita sofferenza e rimesso insieme da Amitābha. È un lungo percorso quello seguito da Silvio Calzolari in questa esauriente narrazione destinata a farci conoscere un altro aspetto della millenaria storia del Dharma.

Bruno Portigliatti
Centro di Informazione Buddhista di Giaveno