Fiabe Giapponesi

“KUMO NO ITO” (“IL FILO DEL RAGNO”) E “KASA JIZO*” (“I JIZO* CON IL CAPPELLO DI PAGLIA”): DUE FIABE GIAPPONESI*,

traduzione di Silvio Calzolari
(tratte da: “SCHEDARIO - LETTERATURA GIOVANILE” n.177, maggio-giugno 1982

Avvertenze:

  • Si tratta di un famoso racconto e di una fiaba, da me tradotti dal giapponese, nel 1982, per la rivista di letteratura giovanile “Schedario”, pubblicata a Firenze dalla casa editrice Giunti. Altre fiabe e racconti dovevano essere pubblicati su un numero speciale dedicato al Giappone previsto per la fine dello stesso anno. Purtroppo quel numero, già in programma, non fu mai pubblicato. Qualche mese fa, per un caso fortunato, in una biblioteca ho avuto modo di ritrovare una copia della rivista con le mie traduzioni. Ho deciso di riproporle esattamente come furono pubblicate nel 1982. L’unica cosa, purtroppo, mancante sono le belle immagini che accompagnarono i testi.
  • Un asterisco posto dopo o accanto ad una vocale indica che la vocale precedente è lunga.
  • Sugli inferni del Buddhismo vedi: Silvio Calzolari, “Il Principio del Male nel Buddhismo: Storie di tentazioni e illusioni d’inferni”, ICOO (Istituto di Cultura per l’Oriente e l’Occidente), Luni editrice, Milano (uscita prevista: gennaio/febbraio 2020).

KUMO NO ITO (IL FILO DEL RAGNO) (1)

Una mattina nel Suo paradiso il Buddha Misericordioso (2) passeggiava tutto solo lungo le rive di un laghetto coperto di fiori di loto. I fiori erano bianchi come perle, e i loro calici dagli stami dorati emanavano una deliziosa, soave, fragranza.

Il Buddha si fermò sul bordo del laghetto e gettò uno sguardo dove le foglie di loto si diradavano; proprio là, nel fondo, c’era la valle infernale. Attraverso l’acqua limpida e tersa come cristallo di rocca si poteva chiaramente e dettagliatamente scorgere, come attraverso una lente, il paesaggio desolato, irto di monti aguzzi come spilli e solcato dal fiume infernale (3).

Lo sguardo del Buddha si soffermò su di un uomo di nome “Kandata”, che si contorceva laggiù insieme agli altri dannati. Questo “Kandata” era stato davvero un gran furfante, aveva ucciso, bruciato case e commesso molti altri misfatti. Però, una volta, aveva compiuto anche una buona azione. Ecco come era successo. Un giorno, quest’uomo, mentre camminava nel folto di un bosco aveva notato sul sentiero un piccolo ragno. Stava per schiacciarlo, quando improvvisamente cambiò idea: “Oh, no!”, aveva pensato, “questo insetto per piccolo che sia è pur sempre un essere vivente. Togliergli, senza alcuna ragione, la vita sarebbe una cosa cattiva ed ingiusta”. Così, evitò di calpestarlo e lo salvò.

Il Buddha mentre guardava la valle dei dannati si ricordò di come “Kandata” avesse salvato quel piccolo insetto e pensò, per ricompensarlo per quella buona azione, di trarlo fuori dalle pene dell’inferno.

Per caso vide, li vicino, sopra una foglia di loto color giada, un ragno del paradiso che tesseva la sua tela con un bel filo d’argento. Preso quel filo, e attraverso un varco tra i fiori di loto bianchi come perle, lo lasciò cadere giù, verso il fondo dell’inferno dove “Kandata”, insieme agli altri dannati, espiava le sue colpe, talvolta sommerso, talvolta galleggiando, in uno stagno di sangue.
Laggiù il buio era fittissimo e solo di tanto in tanto i dannati potevano intravedere un chiarore indistinto come se qualcosa stesse emergendo dalle tenebre.

Ma che terrore! … Che paura!... erano le terribili montagne dalle vette aguzze come aghi che rilucevano nel buio. Tutt’intorno era silenzio di tomba; gli unici suoni che talvolta si percepivano erano i flebili sospiri dei dannati. Ormai, “Kandata”, un tempo grande e spavaldo furfante, come tutti gli altri uomini caduti in quell’inferno, fiaccati dalle diverse torture cui erano stati sottoposti, non aveva nemmeno la forza di singhiozzare, e annaspava come una rana che sta per morire, soffocato nel sangue dello stagno.

Ma ecco improvvisamente cosa accadde…

Inavvertitamente “Kandata” alzò la testa per scrutare la volta infernale. Nelle tenebre immobili e silenziose, da un punto lontano lontano scendeva, luccicando debolmente come se temesse d’essere visto da qualcuno, l’argenteo filo di ragno.

Ma guarda! Scendendo… non si allungava proprio verso di lui?

Quando “Kandata” lo vide, per la gioia, non seppe trattenersi dal battere le mani. Se avesse afferrato la corda e si fosse arrampicato sarebbe sicuramente fuggito dall’inferno; anzi se tutto fosse andato bene forse sarebbe addirittura entrato in paradiso. Così non sarebbe più stato costretto ad arrampicarsi sulle montagne aguzze come aghi e a stare immerso nel sangue.

Facendo queste considerazioni “Kandata” afferrò velocemente con le due mani il tenue filo di ragno e, con tutte le proprie forze, cominciò ad arrampicarsi. Un tempo era stato un grande ladro ed in questo genere di cose era abile ed esperto. La distanza fra l’inferno ed il paradiso era però enorme, di molte migliaia di chilometri, e la salita nonostante l’impazienza di “Kandata” di lasciare quel luogo era tutt’altro che priva di difficoltà.

“Kandata” salì e salì, e ancora salì e salì, ma ad un certo momento sfinito dallo sforzo dovette fermarsi per riprendere fiato, e guardò giù, verso il basso, verso il baratro. Lo stagno di sangue era scomparso nel profondo delle tenebre e anche il vago luccichio delle montagne aguzze come aghi era ormai lontano sotto i suoi piedi. Se avesse continuato ad arrampicarsi in quel modo sarebbe sicuramente uscito dall’inferno.

“Kandata”, a questo pensiero, non seppe trattenere una esclamazione d’esultanza: “Bene!”, “Bene!”, gridò, e per la prima volta da chissà quanto tempo rise allegramente. Ma ad un tratto si accorse che, nella parte inferiore del filo di ragno, innumerevoli dannati, come una interminabile processione di formiche, stavano salendo su, sempre più su.

“Kandata” ne fu sorpreso e spaventato, e per un po’ di tempo rimase come uno stupido con la bocca spalancata, sbattendo le palpebre per lo stupore. Come era possibile che quel sottilissimo filo di ragno che sembrava spezzarsi ad ogni momento potesse reggere il peso di tutti quei dannati?

“Kandata” terrorizzato pensò che se per caso il filo si fosse rotto sarebbe di nuovo precipitato a capofitto nel baratro infernale. Che terrore! Che disperazione! Intanto centinaia, migliaia, di dannati salivano dall’oscuro lago di sangue arrampicandosi lungo il filo di ragno che brillava tenuemente nelle tenebre. Bisognava fare subito qualcosa per evitare che il filo si rompesse!

Allora “Kandata” cominciò a gridare: “Ehi, voi dannati! Dico a voi! A chi avete chiesto il permesso di salire? Questo filo è solo mio! Presto scendete! Scendete!”.

Proprio in quel momento il filo che fino ad allora non si era rotto, con un forte rumore secco, si ruppe proprio dove “Kandata” era aggrappato.

Quel malvagio in un baleno, senza avere il tempo nemmeno di gridare, girando vorticosamente nell’aria come una trottola, precipitò come un sasso, a capofitto, giù verso il fondo oscuro. Lassù, in alto, nel cielo infernale senza luna e senza stelle, rimase sospeso quel tenue filo di ragno spezzato che continuava a brillare di una pallida luce argentata.

Il Buddha Misericordioso, dalle rive del laghetto del paradiso, aveva seguito con attenzione tutta la scena, e vide “Kandata” precipitare come un sasso nel profondo dello stagno di sangue. Per un attimo sembrò rattristarsi in volto, ma poi riprese a camminare lungo le rive del lago.

“Kandata”, dal cuore spietato ed egoista, aveva cercato di impedire agli altri di raggiungere la salvezza; era stato, perciò, giustamente punito e ricacciato nel profondo dell’inferno.

Le piante di loto del laghetto del paradiso imperturbabili, non avevano prestato la benché minima attenzione alla vicenda; i fiori bianchi come perle ondeggiavano intorno ai piedi del Buddha, e i loro calici dagli stami dorati emanavano una deliziosa, soave fragranza. Era quasi mezzogiorno….. “(4).

Note:

  1. Il racconto “Il filo del ragno” fu scritto, nel 1918, dal romanziere giapponese “Ryu*nosuke Akutagawa” (1892-1927) per la rivista “Akai Tori” (“Uccello Rosso”) una pubblicazione dedicata ai ragazzi che fu pubblicata a “To*kyo*, dal 1918 al 1936. Si crede che “Akutagawa” abbia tratto ispirazione per questa novella da un capitolo dei “Fratelli Karamazov” (vol.7:3) di “Dostojevski” (vedi: “Ryu*nosuke Akutagawa sakuhinshu”, “Le opere di Ryu*nosuke Akutagawa”, Sho*wa Shuppansha”, To*kyo*,1962).
  2. Buddha Shakya*muni, il Buddha storico, l’Illuminato. I fedeli buddhisti cinesi e giapponesi preferiscono questo nome all’altro di “Gautama (o Gotama) Buddha”.
  3. Il fiume “Sanzu”, una specie di “Stige” dell’inferno buddhista.
  4. Traduzione condotta sul testo edito dalla casa editrice “Sho*wa Shuppansha” (To*kyo*, 1962): “Aku*tagawa Ryunosuke sakuhinshu”, 1 vol.,pp. 264-268).

Ed ora passiamo alla fiaba di:

“KASA JIZO*” (“I JIZO* CON IL CAPPELLO DI PAGLIA”) (1)

C’erano una volta, in tempi lontani, un vecchietto e una vecchietta che vivevano serenamente d’amore e d’accordo. Era la vigilia di Capodanno e benché fossero entrambi laboriosi e onesti, non erano riusciti a racimolare nemmeno un soldino per comprarsi qualcosa da mangiare per il giorno di festa.

“Almeno avessimo cinque o sei focaccette di riso (2)”, si lamentavano.

Così il vecchietto decise di andare al mercato della più vicina città per vendere i cappelli di paglia (3) che avevano intrecciato. La città era però lontana, il viaggio lungo; il buon vecchietto dovette attraversare un fiume e valicare montagne, ma alla fine, cammina cammina, giunse in città.

Subito il vecchietto, mentre andava girando per le strade e le viuzze affollate, cominciò a gridare a gran voce:

“Non volete cappelli di paglia?”, “Non volete cappelli di paglia?”

Ma nessuno si fermava a comprare la sua mercanzia. Tutti sembravano interessati a comprare soltanto pesce e sakè (4), nessuno voleva comprare i suoi cappelli.

“Sono cappelli forti e robusti! Non volete cappelli di paglia? Comprate i cappelli di paglia!”

Il povero vecchio guardando con invidia gli altri venditori decise allora di abbassare i suoi prezzi.

“Diminuisco i prezzi! Faccio sconti! Non volete comprare i miei cappelli di paglia?”

Ma nessuno si voltava al suo richiamo. Intanto cominciava ad imbrunire ed il vecchio stanco di tanto inutile girare, rinunciò a vendere la sua mercanzia e decise che era giunto il momento di tornare a casa.

“È naturale che nessuno abbia voluto comprare i miei cappelli”, pensò il vecchietto. “E’ la vigilia di capodanno, la gente preferisce rimanere al calduccio nelle case e non ha bisogno di uscir fuori con il cappello di paglia in testa!”.

Triste triste, singhiozzando, il vecchietto si mise così sulla via del ritorno. Nel frattempo cominciò a nevicare, e poco dopo si alzò anche un vento forte. Camminando il vecchietto arrivò ad un sentiero che attraversava un campo. Mentre procedeva a fatica con il suo carico di cappelli si scatenò una furiosa bufera di neve.

“Che freddo! Che freddo” mormorava tra sé e sé il vecchietto, “devo affrettarmi a tornare a casa, così potrò almeno bere un po’ d’acqua calda prima d’andare a letto”.

Improvvisamente ad un crocevia, il vecchietto vide… una…due…tre…quattro…cinque…sei statue di pietra come irrigidite, intirizzite dal freddo. Erano sei statue di “Jizo* Bosatsu”(5).

“Oh, mamma mia! “esclamò il vecchietto. “Anche se questi “Jizo*” sono di pietra devono soffrire un gran freddo, in questa bufera di neve!”

Così, senza pensarci due volte, prese i suoi cappelli di paglia e li pose sulle nude teste delle sei statue per ripararle dal freddo e dalla neve.

“Namu Jizo* Bosatsu”(6)” recitò il buon vecchio e aggiunse come per scusarsi: “mi rattrista donarvi una merce che nessuno ha voluto comprare, ma è tutto quello che ho!”

Ciò detto riprese la strada di casa, infreddolito ma in cuor suo contento per aver offerto ai santi “Jizo*” i cappelli di paglia. Tornato a casa il vecchietto raccontò alla sua compagna tutto quanto gli era capitato, e anche la vecchietta fu molto contenta di sapere che i cappelli da loro intrecciati erano stati donati ai Buddha.

Con la notte il freddo si fece sempre più intenso, così i due buoni vecchietti andarono subito a letto, e si rannicchiarono come gamberi sotto le coperte per riscaldarsi un poco.

Ma a mezzanotte furono svegliati da un tonfo sordo, come se qualcosa di molto pesante fosse caduto sulla neve. Impauriti decisero di uscire per vedere cosa fosse successo e, proprio davanti alla porta di casa, trovarono un grosso sacco rotolato lì chissà come. L’aprirono e…. oh, meraviglia! Era pieno di focacce di riso e di monete d’oro. Allora sbigottiti alzarono lo sguardo e nel riverbero della neve videro salire al cielo… uno…due…tre…quattro…cinque…sei… i sei “Jizo* Bosatsu” con i loro cappelli di paglia! “Namu Jizo* Bosatsu!”

Note:

  1. “Jizo*”, è il nome giapponese del “Bodhisattva Ksitigarbha”(“Grembo della terra”), una celeste entità vicina a coloro che soffrono e che ha fatto voto di alleviare il fardello karmico di tutti gli esseri viventi. In Asia centrale, Cina e Giappone, il “Bodhisattva Ksitigarbha” è rappresentato come un monaco con un bastone da pellegrino e, talvolta, con una gemma che esaudisce i desideri. In Giappone esistono numerose forme popolari di “Jizo*” (i “Sentai Jizo*”), come “Enmei Jizo*” (“Colui che prolunga la vita”), invocato per proteggere la salute dei bambini,  o certe forme connesse a culti agricoli. Le statue di questi “Bodhisattva”, in pietra o in legno, si possono trovare davanti ai templi, nei cimiteri, nelle radure delle foreste, ai crocicchi delle strade (perché si dice proteggano i viandanti) o all’ingresso dei villaggi. Spesso vengono rivestite con stoffe colorate, bavaglini o cappelli, dai fedeli che chiedono la loro protezione.
  2. “mochi”, tradizionale dolce ottenuto dalla farina di riso glutinoso (“mochiko”) con ripieno di pasta di fagioli rossi. Si confeziona per l’anno nuovo.
  3. “kasa”, cappellone di paglia intrecciata a forma di cono.
  4. “saké”, bevanda tradizionale giapponese ottenuta dalla distillazione del riso.
  5. “Bosatsu”, cioè in sanscrito: “Bodhisattva”. Con questo termine si intende un essere che, pur essendo un “Risvegliato” pronto a fare il suo ingresso nel “Nirvana”, rinuncia alla beatitudine per restare nel ciclo delle vite e delle morti in modo da poter soccorrere ed assistere tutti i viventi. Nella favola le statue dei “Jizo*” sono sei perché in Giappone si ritiene che il “Bodhisattva Ksitigarbha” operi per la liberazione delle sei classi degli esseri senzienti. Per questo motivo si manifesterebbe con sei aspetti, ognuno dedito agli esseri di ciascuno dei sei destini. (sul “Bodhisattva Ksitigarha” vedi il cap. 45 (“Il Bodhisattva Ksitigarbha, Signore dei mondi infernali”) del mio “Il Principio del Male nel Buddhismo”, già citato e di prossima uscita per la “Luni” editrice).
  6. “Namu Jizo* Bosatsu”, cioè: “Veneriamo i Jizo* Bosatsu”. La parola giapponese “namu” deriva dalle forme sanscrite: “nam”, “namas”, cioè: “prendo rifugio”, ““offro la mia venerazione”. Così la frase potrebbe essere tradotta in questo modo: “Prendo rifugio nei Jizo* Bosatsu”, oppure: “Veneriamo/adoriamo i Jizo* Bosatsu”.

La favola di “Kasa Jizo*”, secondo gli studiosi del folklore giapponese, avrebbe avuto origine nelle fredde regioni del nord dell’arcipelago del Giappone, forse nel “To*hoku” . Oggi, la fiaba dei “Jizo* con il cappello di paglia” è conosciuta da tutti i bambini giapponesi ed è spesso riportata nelle antologie scolastiche. In passato era raccontata dai genitori ai figli per instillare nei loro cuori i valori morali del Buddhismo fondati sull’empatia, la carità e la buona disposizione d’animo verso il prossimo. Ma come ogni favola trasmessa per secoli di generazione in generazione, anche questa ha molte varianti. Vediamone le principali:

  • Era la vigilia di capodanno ed il vecchietto, recandosi al mercato per vendere la sua povera mercanzia e comprare qualcosa da mangiare per il giorno di festa, vide le sei statue di “Jizo* Bosatsu” esposte al vento e alla neve. Il buon vecchio, con i soldi che aveva racimolato, comprò sei cappelli di paglia e li donò ai “Bodhisattva”. In altra variante, il vecchietto con i soldi guadagnati riuscì a comprare soltanto cinque cappelli, così al sesto “Jizo*” donò il proprio.
  • Al sesto “Jizo*”, il vecchietto, in mancanza di un cappello, donò il proprio “tenugui”, un sottile asciugamano in cotone usato spesso come fascia per la testa. D’inverno, quella fascia fornisce una imbottitura extra sotto il copricapo.
  • In una variante, il buon vecchietto durante il viaggio di andata verso il mercato, vide solo cinque statue di “Jizo*”, intirizzite dal freddo e coperte di neve. Arrivato in città, riuscì a vendere tutta la sua mercanzia, ma non fu in grado di togliersi dalla mente l’ immagine di quelle povere statue sommerse dalla neve. Così, con i soldi guadagnati, invece di comprare bevande e riso per la cena dell’ultimo dell’anno, comprò cinque cappelli per i “Jizo*”. Sulla strada di casa, quando arrivò davanti alle statue dei “Bodhisattva”, si accorse con stupore, che non erano cinque ma sei. Il buon vecchietto non si perse d’animo e all’ultimo “Jizo*” donò il suo “tenugui”. Quando arrivò a casa, venne accolto dalla moglie che lo stava aspettando con trepidazione per preparare i “mochi” con il riso che il marito avrebbe dovuto comprare. Il vecchietto, timoroso, le raccontò di aver speso tutti i soldi per comprare dei cappelli di paglia per i “Bodhisattva”; la donna, invece di criticarlo o di arrabbiarsi lo elogiò per quell’azione virtuosa. In quei giorni di festa avrebbero mangiato quel poco che avevano. Dopo essere andati a letto, verso mezzanotte, nonostante il sibilare del vento, udirono un bisbiglio fuori dall’uscio di casa; sembrava una cantilena : “questa è la casa dell’uomo che ci ha donato i cappelli”, “questa è la casa dell’uomo che ci ha donato i cappelli”. Impauriti si alzarono e si affacciarono per vedere cosa stesse accadendo. Nel turbinio della neve videro i sei “Jizo*” con una grossa borsa di paglia. Dopo aver lasciato il sacco, quei santi esseri se ne andarono scomparendo nella neve. Quando i due vecchietti aprirono la borsa, con sorpresa, scoprirono che era piena di riso e di monete d’oro. In una versione leggermente diversa, invece della cantilena, i due vecchietti udirono un forte martellare all’esterno della casa.
  • In alcune varianti, la vecchietta si arrabbiò e se ne andò a letto furiosa, lasciando il buon vecchio costernato e affranto. Poi, quando arrivarono i “Jizo*” con il sacco dei doni, si pentì per le sue brutte parole.
  • In una versione del Giappone occidentale, il vecchietto, nel suo cammino verso casa, s’imbatté in una sola statua di “Jizo*”quasi completamente sommersa dalla neve. Preso da compassione decise di portarla a casa, suscitando l’ira della moglie. Subito dal corpo di pietra del “Jizo*” fuoriuscì del riso. La donna lo raccolse con avidità, e poi, per averne ancora di più, iniziò a colpire il “Jizo*”. A quel punto il riso cessò di fuoriuscire.
  • Tutte le versioni della fiaba finiscono quasi sempre con la scoperta dei doni lasciati dai “Jizo* Bosatsu”. In una variante, i vicini, venuti a conoscenza del prodigio ed invidiosi della fortuna capitata ai due vecchietti, cercarono di imitare il gesto del buon vecchio, ma senza ottenere risultati.
  • In un antico racconto popolare, al posto dei doni, la coppia di vecchietti lasciò questo mondo di miseria e povertà per involarsi, in compagnia dei “Jizo*”, verso il “Paradiso della Pura Terra d’Occidente” il “Mondo della Perfetta Beatitudine” del Buddha “Amida” (sans.: “Amita*bha”, “Luce Infinita”).
  • In altre tradizioni la storia dei sei “Jizo*” si colorì di tradizioni shintoiste con forti richiami alle vicende dei “Toshitokujin” (“Divinità delle direzioni fortunate”), antiche entità che si riteneva (e lo si ritiene ancora oggi) governassero le direzioni energicamente favorevoli dell’anno (“eho*”). Si pensò che quelle divinità potessero, con il ruotare delle stagioni, arrivare ciclicamente in certi particolari momenti dell’anno a portare fortuna e felicità. Molto importante era il “Toshigami” che si pensava giungesse alla fine dell’anno per annunciare l’arrivo di quello nuovo. Per questo fu anche chiamato: “Sho*gatsu Sama”, ossia: “Onorevole Anno Nuovo”. Secondo la tradizione, nella notte precedente al Capodanno, accanto al focolare domestico, le famiglie preparavano per quella divinità, un altare speciale (“Kamidana”) decorato con “mochi” di riso a forma di specchio (“kagami mochi”), saké e mucchietti di sale. Spesso, accanto all’altare e vicino al focolare, venivano sistemati rami intrecciati di pino; talvolta era addirittura addobbato, con nastri colorati, un vero e proprio albero di pino, chiamato “ogamimatsu” (“pino supplica”), una tradizione che ricorda quella del nostro abete natalizio. In questo caso, però, il pino non svolgeva una semplice funzione decorativa; era infatti considerato come un vero e proprio “supporto” (“yorishiro”) della divinità. In pratica si riteneva che l’ “ogamimatsu” fosse capace di attirare l’attenzione del dio, dandogli (in quel particolare periodo dell’anno) uno spazio fisico da occupare, cioè una casa. L’origine dei “Toshitokujin” si perde nella notte dei tempi. Secondo alcuni studiosi deriverebbe da tradizioni autoctone shintoiste sincretizzate con le teorie dello “yin” e dello “yang” e con la geomanzia taoista cinese (in giap.: “onmyo*do*”).

(La traduzione della favola di “Kasa Jizo*” è stata condotta sul testo edito dalla casa editrice “Sho*gakkan”, serie: “Nihon mukashi banashi ehon”, “Libri illustrati di antichi racconti e fiabe giapponesi”, n.5, To*kyo*, 1976. ; per le varianti vedi: “Hiroko Hikeda, “A Type and Motif Index of Japanese Folks-Literature”, Suomalainen Tiedeakademia, Academia Scientiarum Fennica , Helsinki, 1971, pag. 136; e: Nomura Junichi, “Mukashi banashi densetsu kojiten”, “Piccolo dizionario degli antichi racconti e delle leggende giapponesi”, Mizuumi Shobo*, To*kyo*, 1987, pag. 74).

Silvio Calzolari