Giacomo Casanova a Napoli e a Sant'Agata. Ma quale Sant'Agata?

Dopo la ristampa del mio saggio su Giacomo Casanova ("Casanova, Vita, Amori, Mistero di un libertino veneziano”, seconda edizione riveduta, corretta e con l’aggiunta di alcuni capitoli sul mistero della morte di Giacomo Casanova, Cavaliere di Seingalt, Milano, Luni, 2018) ho ricevuto alcune email con la richiesta di informazioni, riferimenti e fonti bibliografiche. Alcuni lettori mi chiedono approfondimenti su singoli episodi, altri curiosità sulla vita dell’avventuriero veneziano o notizie delle più varie. Come ho avuto modo di scrivere nell’introduzione a quel volume non sono uno studioso di Giacomo Casanova; sono un orientalista che solo per caso si è interessato al grande Veneziano. Altri hanno scritto con più perizia di me; per quanto mi riguarda mi sono limitato a cercare di seguire passo a passo quell’amabile e spiritoso Viaggiatore nelle sue peregrinazioni per l’Europa intera, e ho cercato di far rivivere le sue avventure, le sue fortune e le sue disdette. Ma nella necessità di dare ai miei curiosi lettori una risposta e non avendo a disposizione altro modo, ho deciso di utilizzare questo mio sito che a tutt’altri studi era (ed è ancora) dedicato.

Giacomo Casanova a Napoli e a Sant'Agata. Ma quale Sant'Agata?

Vorrei iniziare rispondendo ad un lettore che mi ha chiesto notizie sulla forzata sosta di Giacomo Casanova a Sant’Agata, di ritorno dal suo secondo viaggio a Napoli. Il lettore nella sua email da per scontato che si tratti di Sant’Agata dei Goti (seguendo le indicazioni di riviste locali o siti internet che hanno più volte accennato al soggiorno del nostro Veneziano in quella cittadina). Ma si tratta di un errore, perché Casanova non è mai stato a Sant’Agata dei Goti , o almeno non in quella occasione. Nella "Storia della mia Vita” è citata una Sant’Agata non meglio specificata che, a mio avviso, è quella di Sessa, nei pressi di Sessa Aurunca. All’epoca di Casanova per chi voleva recarsi a Napoli in carrozza, c’erano solo due possibili itinerari : il più breve seguiva grossomodo la via Appia, passando da Terracina, per poi proseguire verso Fondi, Garigliano e Sant’Agata di Sessa; l’altro s’immetteva nella valle del fiume Sacco seguendo l’antica via Latina (Casilina). La stazione di posta di Sant’Agata di Sessa, tra Formia e Sessa Aurunca, per chi sceglieva il più comodo percorso della via Appia, era la prima sosta nel Regno di Napoli, dopo aver attraversato la frontiera dello Stato pontificio. D’altra parte come sarebbe stato possibile andare da Napoli a Gaeta e Capua passando da Sant’Agata dei Goti? Dalla stazione di posta di Sant’Agata di Sessa passarono nei loro viaggi in Italia famosissimi scrittori, poeti e pittori; fra questi dobbiamo ricordare Sir Walter Scott (1771-1832), il pittore Thomas Jones (1742-1805) e anche Johann Wolfgang Goethe (1749-1832).

Ma andiamo per ordine……

Casanova giunse a Napoli nei primissimi giorni del 1761, dopo aver soggiornato a Roma. La prova di questa visita nella Città Eterna, a parte il racconto della "Storia della mia Vita”, risulterebbe da una lettera pubblicata dal critico letterario di metà Ottocento Ermanno von Loechner e conservata nell’"Archivio Veneto” (XXIV, 1882, pp.185-188) in cui si discorre del grado di poeta arcade fatto assegnare dal nostro Veneziano al medico e poeta svizzero Albrecht von Haller (1708-1777).

Casanova giunse a Roma di gran fretta, dopo l’espulsione da Firenze a causa di una cambiale falsa (ma di cui, forse, era del tutto innocente). Dopo aver alloggiato, per due notti, nell’hotel "Ville de Paris” ("Città di Parigi”) in Piazza di Spagna, fu ospitato dal celebre pittore Raffaello Mengs (1728-1779), in un comodo appartamento in Via Vittoria, 54. Durante quel soggiorno, per fare buon uso di una vincita al gioco del lotto di ben 1500 scudi romani, decise di recarsi per una quindicina di giorni a Napoli. Partì da Roma nei primi giorni del gennaio del 1761 e vi ritornò il 23 dello stesso mese, un giorno prima dell’inizio del carnevale. Nel viaggio fu accompagnato dall’ambiguo abate Francesco ("Ciccio”) Alfani, conosciuto in occasione di un pranzo a casa del Mengs: "… Mengs, quand’ebbe saputo la storia (n.d.a.: della vincita alla lotteria), osservò: < È stata una pazzia fortunata; comunque una vera pazzia…! > Aveva ragione, e ne convenni; ma soggiunsi che per far buon uso dei millecinquecento scudi romani che quel caso mi procurava, sarei andato a trascorrere quindici giorni a Napoli. < Ci verrò anch’io > mi disse l’abate Alfani < e passerò per vostro segretario >. < Benissimo! > risposi < e vi impegno a mantenere la promessa >” (Giacomo Casanova, "Storia della mia Vita”, Milano, Dall’Oglio,1946, vol. II, pag. 145).

Qualche giorno dopo la vincita, Giacomo Casanova decise di mettersi in viaggio per Napoli. Lo accompagnarono il fido domestico spagnolo Le Duc e l’abate Alfani. Come ho scritto nel mio saggio ("Giacomo Casanova, Vita, Amori, Mistero di un libertino veneziano”, op. cit. pag. 156) il viaggio in carrozza fu piacevole, anche se all’ultima fermata, il maestro di posta fece leggere al nostro Veneziano il testamento del padre, morto nell’eruzione del Vesuvio del 1754, nel quale si affermava che Dio per punire "a colpevole città di Napoli” avrebbe fatto risvegliare quel vulcano nell’inverno del 1761. L’abate Albani, impaurito, sarebbe voluto tornare indietro: "per seguire il miracoloso avvertimento mandato da Dio; l’avvenimento era stato predetto, dunque doveva verificarsi” ("Storia della mia Vita”, op. cit. pag. 153). Ma Casanova che non credeva alla predizioni decise di continuare il viaggio. Il riferimento all’eruzione del Vesuvio sembrerebbe confermare la cronologia e la veridicità del racconto del nostro viaggiatore. Infatti il Vesuvio si risvegliò e dette inizio ad una debole attività eruttiva verso le 19.30 del 23 dicembre 1760; l’eruzione continuò per sette giorni, fino al 5 gennaio del 1761; poi tornò la calma (cfr: Mario Baratta, "Il Vesuvio e le sue eruzioni”, Società Editrice Dante Alighieri, Roma, 1897, pp.82-86).

Appena giunto a Napoli, il nostro Veneziano fece visita al Duca di Maddaloni, don Carlo Carafa (1734-1765), del quale Benedetto Croce (1866-1952) tracciò da pari suo, uno straordinario ritratto (cfr.: Benedetto Croce, "Un amico napoletano del Casanova”, in: "Aneddoti e profili settecenteschi”, Remo Sandron Editore, Napoli, 1914, pp. 63-76). Giacomo Casanova aveva conosciuto il Duca, una sera del 1751 a Parigi, nel "foyer” della "Commédie italienne”; i due avevano subito legato e Carlo Carafa, sull’onda dell’entusiasmo giovanile, l’aveva invitato a Napoli. Erano passati ben dieci anni ma Casanova non aveva dimenticato quell’invito….

Il Duca lo accolse con grandissima amicizia e lo presentò alla moglie e ai suoi numerosi amici. Casanova gli disse che era venuto a Napoli soltanto per fargli la visita che gli aveva promesso a Parigi. Il nobiluomo partenopeo lo volle assolutamente ospitare e accompagnandolo in un appartamento del palazzo, gli domandò dove fosse il suo segretario. Quando seppe che l’abate Alfani aveva assunto quel titolo per rimanere incognito a Napoli, esclamò: "L’abate ha fatto benissimo, perché con i suoi pretesi antichi (n.d.a.: cioè le false antichità) ha gabbato troppa gente, e qualcuno gli avrebbe forse giocato un brutto tiro” (Giacomo Casanova, "Storia della mia Vita”, op. cit. vol.II, pag. 155). Casanova venne così a sapere che colui che si vantava di essere suo segretario era in realtà uno spacciatore di oggetti falsi, un truffatore ed un mistificatore piuttosto conosciuto nella città partenopea.

In questa sede è inutile ricordare tutti gli episodi e gli incontri del soggiorno napoletano del nostro Casanova, come è inutile ricordare che rivide Lucrezia Castelli la donna che diciassette anni prima aveva amato a Roma. Nella città partenopea conobbe e s’innamorò anche di sua figlia Leonilda, avuta da Lucrezia e di cui niente sapeva (cfr. Silvio Calzolari, "Giacomo Casanova. Vita, Amori, Mistero di un libertino veneziano”, op. cit. pp.156-159).

Ma veniamo al racconto della forzata sosta del nostro Veneziano nella cittadina di Sant’Agata, durante il viaggio di ritorno a Roma.

Casanova, preceduto dal servitore Le Duc a cavallo, dormiva profondamente accanto a don Francesco Alfani in una comodissima carrozza trainata da quattro cavalli, quando, a mezzanotte, una scossa violenta lo svegliò di soprassalto. La carrozza si era ribaltata, fracassandosi, in mezzo alla strada maestra a quattro miglia da Sant’Agata. L’abate Alfani credendo di essersi rotto un braccio (che poi, per fortuna, risultò solo slogato) iniziò a lanciare grida strazianti, e Le Duc, tornato indietro a cavallo, li avvertì che i postiglioni si erano dati alla fuga e che si sarebbe allontanato per andare a cercare soccorsi. Doveva far presto perché quel luogo era pieno di bande di briganti a quel tempo assai numerose al confine tra gli Stati del Papa e del Re di Napoli. Casanova nella "Storia della mia Vita”, da abilissimo narratore descrisse con minuzia ogni momento di quella lunghissima notte: i gemiti, le preghiere e le bestemmie di don Alfani: "poiché queste tre azioni vanno spesso insieme, a Napoli come a Roma”; le paure del povero abate che "somigliava ad un delfino spirante sulla spiaggia, poiché stava immobile sul margine del fossato”, l’attesa snervante dei soccorsi, la forte tramontana che rese estremamente penosa la loro condizione: "Ad ogni minimo rumore, io gridavo: < Chi va là > minacciando di far fuoco su chiunque osasse avvicinarsi. Rimasi per due lunghe ore in quell’atteggiamento tragico comico; poi finalmente Le Duc giunse al galoppo e mi annunciò di lontano un drappello di contadini armati e muniti di lanterne” (Giacomo Casanova, "Storia della mia Vita”, op. cit. pag. 176). Ci volle circa un’ora per accomodare al meglio la carrozza; poi, dopo aver scelto tra i contadini due nuovi postiglioni e licenziati tutti gli altri, Casanova con il malconcio abate e Le Duc ripresero il viaggio verso la stazione di posta di Sant’Agata. Vi giunsero all’alba, e subito il nostro Veneziano fece un diavolo a quattro davanti alla porta del mastro di posta, per redigere un verbale dell’incidente e per far chiamare un carradore ad esaminare i danni della carrozza. Purtroppo l’asse era rotta e Casanova fu costretto a trascorrere un’intera giornata in quel luogo. L’abate Francesco Alfani, che pensava di aver bisogno di un chirurgo, andò a cercare un suo vecchio amico, il Marchese Berardo Galiani (1724- 1774); il nobiluomo informato della presenza Casanova s’affrettò ad incontrarlo per invitarlo a stabilirsi in casa sua, fino a quando non fosse stato possibile continuare il viaggio. Dalla "Storia della mia Vita” veniamo così a sapere che il Marchese Galiani, in quegli anni, abitava in una località situata a poca distanza dalla stazione di posta di Sant’Agata, e quel luogo non poteva in alcun modo essere la lontana Sant’Agata dei Goti. Nel 1760 Berardo Galiani abitava a Sessa Aurunca, in "Terra di Lavoro”, cioè nella "Campania felix”, una fertile regione tra la Campania e il Lazio. Si era trasferito a Sessa perché costretto ad abitare in campagna per poter affittare la dimora di Napoli (a Sant’Anna di Palazzo) e mantenere economicamente la famiglia.

Casanova aveva avuto occasione di conoscere Berardo Galiani nel 1743, nel salotto di Gennaro Polo, durante il primo viaggio del nostro Veneziano a Napoli (cfr.: Silvio Calzolari, "Giacomo Casanova. Vita, Amori, Mistero di un libertino veneziano”, op. cit. pag. 37). Il Marchese Galiani, famoso erudito, autore di trattati di architettura e traduttore (nel 1758) del "De Architectura” di Vitruvio, era il fratello maggiore di Ferdinando (il famoso "Abate Galiani” 1728-1787), celebre economista che Casanova incontrò a Parigi (1758) quando era Segretario del Conte Cantillana, Marchese di Castromonte, Ambasciatore straordinario del Re Borbone di Napoli presso la Corte di Francia.

Berardo Galiani, alla morte del padre (1748), fu investito del feudo e del titolo nobiliare; acclamato e lodato, ma pieno di debiti, dopo essersi sposato con Agnese, figlia di don Leone Mercadante e di donna Ippolita Gàttola di Sessa, dalla quale ebbe tre figlie, si trasferì a casa della moglie a Sessa Aurunca, dove ebbe occasione di incontrare nuovamente Casanova. Ma a cosa gli erano valsi gli studi? A cosa era servito tanto lavoro accademico? A cosa erano servite le lodi? Le traduzioni dei classici di Vitruvio, acclamatissime, non vendevano più di tanto ed i debiti continuamente aumentavano. Proprio nel periodo 1760-1761, quando Casanova, gli piombò a casa, la crisi economica sembrò raggiungere l’apice, come ben ci testimonia una lettera del 2 ottobre 1760, che il Galiani scrisse all’amico Domenico Amato: "Leggo nelle Vostre lettere sinceri compatimenti del mio stato, ma con questi non pago i debiti, né compro da mangiare. Un punto di religione, per non dire un sistema di fatalità, mi trattiene dall’ultima disperazione. È possibile che costì …. non si sia fin oggi capito il mio stato e che si creda di soccorrermi con un compatimento?... Quando in risposta io non riceva da costà competente somma per i presenti bisogni, converrà ch’io faccia forza, e venirmene a piedi, mentre non posso nemmeno affittare un calesse, e a suon di tromba vendere quel po’ di mobile per convertirlo in pane” (Berardo Galiani, "Raccolta di lettere autografe a Domenico Amato” (10/4/1760- 12/2/1761), ms. XIII B 37, Biblioteca Nazionale Centrale, Napoli). Casanova si rese subito conto delle tristi condizioni economiche dell’amico che ben si adattavano ad una celebre frase di Orazio: " ploravere suis non respondere favorem speratum meritis” (cioè: "... si lamentano che i loro meriti non abbiano incontrato il favore sperato”; Orazio, "Epistolario”, libro II, epistola I: "ad Augusto”). Chissà che il Marchese, orgogliosissimo anche se in bolletta ,non abbia confidato le sue preoccupazioni al nostro Veneziano. È solo una ipotesi; ma sembra possibile perché molte cose univano quei due grandi uomini: oltre all’amore per il bello, per il mondo classico e la poesia di Orazio, entrambi conoscevano bene il continuo critico bisogno di denaro; inoltre il Marchese, come Casanova, era uno studioso di esoterismo e come il nostro Veneziano aveva aderito alla Massoneria. A quanto ci risulta, Berardo Galiani dopo il 1762, si affiliò alla Libera Muratoria napoletana ed il suo nome compare tra i membri iscritti a piè di lista (ottobre 1768) della Loggia "Parfaite Union” ("L’Unione Perfetta”) all’obbedienza della Gran Loggia Provinciale del Regno di Napoli e di Sicilia dipendente dalla Gran Loggia d’Inghilterra ("Grand Lodge of England”). Il 1762 fu l’anno della svolta nella vita del Marchese ed anche la sua situazione economica andò lentamente ad assestarsi; in quell’anno fu nominato Ufficiale Maggiore della Segreteria di Stato e di Giustizia del Regno di Napoli e gli furono assegnati numerosi incarichi anche come esperto di studi d’architettura. Poi… inspiegabilmente si dimise e visse gli ultimi anni della sua vita a Sant’Agnello, nella penisola sorrentina, dove morì nel marzo del 1774.

Ma torniamo alla narrazione delle vicende di Casanova a Sant’Agata…

Il Galiani ordinò anzitutto che la malconcia carrozza fosse trasportata nella sua rimessa, poi, prese a braccetto Casanova e lo condusse nella sua abitazione. Il Marchese, secondo il racconto della "Storia della mia Vita” era: "... un signore dotto quanto cortese e assolutamente napoletano, cioè molto alla buona. Non aveva lo spirito vivacissimo di suo fratello che avevo conosciuto a Parigi…. Ma era dotato di un sano criterio ,formato dallo studio e dalla meditazione dei classici antichi e dei moderni. Era specialmente un gran matematico, e stava in quel tempo commentando Vitruvio, di cui pubblicò più tardi un’edizione” Giacomo Casanova, "Storia della mia Vita”, op. cit. pag. 176). Poi, il nostro Veneziano fu presentato a sua moglie (n.d.a.: Agnese Mercadante): "… quella donna aveva qualcosa d’angelico e, attorniata da tre o quattro bambini ancor piccini, formava con loro una sacra famiglia” (Giacomo Casanova, "Storia della mia Vita”, op. cit. pag. 176).

L’abate Alfani fu messo a letto, e venne chiamato un medico, che dopo averlo visitato lo consolò assicurandolo che si trattava di una semplice lussazione guaribile in pochi giorni. A mezzogiorno accadde un fatto curioso… una carrozza si fermò davanti alla porta di casa Galiani; era l’antico amore del nostro Casanova, Lucrezia Castelli, in arrivo da Napoli. Lucrezia era una sincera amica della moglie del Galiani. Perché quel viaggio? Si trattò di un caso? O forse qualcuno l’aveva avvisata della disavventura di Casanova ? Chissà…. . Anche stavolta il Veneziano le offrì tutto il suo amore e si sbilanciò con una promessa di matrimonio, ma la gentildonna gli dimostrò l’impossibilità della cosa: "< Compra dei beni nel Regno > mi disse lei < e verrò a vivere con te senza bisogno del consenso di un prete, a meno che non nascano figlioli >. Dovetti riconoscere che Lucrezia era molto ragionevole. Avrei potuto facilmente comprare una terra in quel di Napoli, esservi ricco e vivere felice; ma il pensiero di stabilirmi per sempre in un luogo qualunque mi era talmente ostico, e il bisogno di adottare un sistema di saggezza era tanto contrario al mio carattere, che ebbi il buon senso di preferire la mia follia vagabonda a tutti i vantaggi che quell’unione mi avrebbe offerti. E Lucrezia non se ne ebbe a male” (Giacomo Casanova, "Storia della mia Vita”, op. cit. pag. 177).

Dopo cena il nostro Veneziano si accomiatò da tutti e partì all’alba, con il fido Le Duc ed il malconcio abate Alfani, per essere a Roma il giorno dopo: "…Mi rimanevano da percorrere soltanto quindici tappe, su una strada bellissima” (Giacomo Casanova, "Storia della mia Vita”, op. cit. pag. 177). Il viaggio da Sant’Agata di Sessa proseguì fino a Garigliano, Terracina, all’estremo confine degli Stati del Papa, e Piperno (oggi: Priverno). Poi, alla vigilia del Carnevale, finalmente, il nostro Veneziano raggiunse Roma.


Note

Sul Marchese Berardo Galiani le notizie sono piuttosto scarse. Si veda: "Notizie del marchese B. Galiani di mano del fratello Ferdinando”, scheda manoscritta custodita nella Biblioteca Nazionale di Napoli (XII B 66, fra le carte di Gian Vincenzo Meola).

Fausto Nicolini, "La Famiglia dell’abate Galiani”, in: "Archivio Storico Italiano”, LXXVI (1918), vol.II, pag.156

Voce: "Berardo Galiani”, a cura di M. Pecoraro, in: "Enciclopedia Filosofica”, Sansoni, Firenze, 1967
F.Diaz/L. Querci: "Ferdinando Galiani, Opere”, in: A.A.V.V., ”La Letteratura Italiana”, vol.46, tomo IV, Ricciardi, Milano, 1975

Sulle vie di comunicazione tra Roma e Napoli nel 1700, si veda l’opera del famoso pittore inglese William Brockedon (1787-1854): "Handbook for travellers in Italy, from London to Naples” ("Guida per i viaggiatori in Italia, da Londra a Napoli”), London, M.A. Nattali, 1835 (a pag. 179 si parla della stazione di posta di Sant’Agata di Sessa e all’inizio della quinta parte (cap. VIII) c’è una carta geografica con il percorso lungo la via Appia (dove è ben visibile Sant’Agata di Sessa).

Si veda anche: James August Galiffe (?- 1854): "Italy and its Inhabitants: an Account of a Tour in that Country made in 1816 and 1817”, 2 volls, John Murray, London, 1820 (nel cap. XXII del secondo volume, alle pp. 322-325, si può leggere una interessante descrizione della stazione di sosta di Sant’Agata di Sessa).

Silvio Calzolari