Il divino concepimento e la prodigiosa nascita del Buddha Skākyamuni: paralleli e assonanze con quella di Gesù

di Silvio Calzolari

(Continua da All'alba dell'era cristiana: le misteriose vie seguite dall'Induismo e dal Buddhismo per giungere in Occidente)

Veniamo ora a parlare di come alcuni studiosi occidentali, nel 1800 e agli inizi del ‘900, tentassero di attribuire al Buddha una nascita verginale, anche se, secondo le antiche narrazioni buddhiste, il Principe "Siddhārta" ("Colui che ha raggiunto lo Scopo"; da: "siddha", cioè: "compiuto"/"raggiunto" e "artha", che significa: "scopo". Il nome di nascita del Buddha) non sarebbe nato da una vergine. Vediamo di analizzare meglio la questione. Prima di tutto va detto che la storia terrena del futuro Buddha cominciò in cielo, nel regno celeste di "Tusita" (la "Sfera del Conforto", uno dei cieli degli dèi del "Regno del desiderio"; vedi il mio "Il Principio del Male nel Buddhismo", capitolo sulla cosmologia buddhista, op. cit. pp. 117-129), quando il Bodhisattva ("Essere pieno di Luce") "Svetaketu" ("Stendardo bianco"; talvolta chiamato "Deva Svetaketu", cioè: il "Divino Stendardo Bianco") ottenne, grazie ai meriti accumulati nel corso delle infinite rinascite precedenti, di nascere nel mondo degli uomini. Quell’Entità celeste: "guardando dall’alto la terra, valutò il secolo, il continente, il luogo, il regno, la casta (scelse di essere il figlio di un Sovrano del nobile clan degli "Shākya", e da questo derivò il suo appellativo di "Skākyamuni", cioè: "il Saggio degli Shākya") in cui sarebbe rinato, per essere il Buddha e per continuare ad aiutare tutti gli esseri senzienti a liberarsi dalle catene dell’ignoranza spirituale" ("Il Principio del Male nel Buddhismo", op. cit. pag.19). Poi, scelse anche la madre, la Regina "Māyā ("Illusione") e discese nel mondo. Quel nome, o quello di "Mahā Māyā (cioè "Grande Illusione"), oppure l’altro di "Mahādevī (la "Dea dell’Illusione") furono forse appellativi che, nel tempo, sostituirono il vero nome della madre del Buddha storico che purtroppo non conosciamo. Prima di lasciare il luogo divino, quel Bodhisattva, pose un altro Essere di Luce, "Maitreya" ("Colui che è amore"), sul trono, al suo posto. Secondo la tradizione, "Maitreya" dimorerà nel cielo di "Tusita" fino a quando non diverrà a sua volta il nuovo Buddha sulla terra (cfr.: Silvio Calzolari: "Maitreya, il Messia d’Oriente", in: "Oecumenica Civitas", Rivista del Movimento Ecumenico Italiano, Livorno, 2010, pp. 85-100). Ma quanti furono o sarebbero stati i Buddha? Non è facile orientarsi nel "mare magnum" delle tradizioni e delle teologie delle diverse scuole buddhiste. Il Buddhismo più antico (quello dei lignaggi "Nikāya" e del "Theravada") non considerò mai il Buddha come Dio, un "figlio di Dio", una divinità o un profeta, ma solo come un essere perfettamente realizzato, un maestro spirituale che dopo aver trascorso innumerevoli vite come Bodhisattva, avrebbe conseguito il "Risveglio" (la condizione che noi chiamiamo erroneamente: ("Illuminazione") nel corso della sua ultima nascita. Dopo la morte fisica ("Parinirvāna") quell’essere avrebbe fatto il suo ingresso nel "Nirvāna" (vedi: Silvio Calzolari, "L’Aldilà buddhista: il Paradiso del Buddha Amitabha", in: AA.VV., "Paradiso, Giardino di Speranza", Roma, Borla Edizioni, 2012, pp. 65-73). Va anche aggiunto che queste due antiche tradizioni non ritennero "Shākyamuni" come il primo o l’unico Buddha a manifestarsi storicamente e ne postularono altri sei (che, includendo anche quello della nostra era, furono chiamati i "Sapta Buddha": cioè i "Sette Buddha"); oltre a ciò ipotizzarono anche l’esistenza di un Buddha del futuro (il "Maitreya"). Le scuole successive del Buddhismo, come quelle numerose del "Mahāyāna" ("Grande Veicolo"; intorno al I° secolo dopo Cristo) o del "Vajrāyāna" ("Veicolo del Diamante"; il Buddhismo tantrico; intorno al IV°-V° sec. d.Cr.) trascesero la dimensione storica di "Shākyamuni" ponendolo in una condizione atemporale. Poi, col passare del tempo, postulando l’esistenza di in una infinità di mondi abitati, divenne illimitato anche il numero dei Buddha cosmici. Ma le cose furono ulteriormente complicate da altri testi dottrinali che affermarono che "Shākyamuni" fosse solo il quarto di quest’era fortunata che ne vedrà nascere più di un migliaio; e da altri ancora che invece parlarono di otto, diciotto o addirittura ventiquattro Buddha. Su una cosa i teologi di ogni scuola o movimento furono invece concordi: tutti sostennero che i Buddha si sarebbero presentati quando la storia del mondo lo avrebbe richiesto. Ma torniamo al nostro Bodhisattva "Svetaketu" che decise di nascere come uomo in uno sperduto regno dell’Himalaya. In un "Sūtra" (cioè: in un "testo sacro"; in pāli: "sutta"; lett.: "Filo del discorso"), l’"Acchariya-abbhuta Sutta" (ossia: "Narrazione delle mirabili e portentose qualità") che è la storia n.23 del "Majjhima nikāya" ("Discorsi di media lunghezza"; II° o I° secolo a.Cr.) si narrò di come la Regina "Mahā Māyā", donna colma di virtù, ma non più giovane (aveva superato i 40 anni; secondo alcune fonti ne avrebbe avuti più di cinquanta), dopo un sogno prodigioso, rimanesse incinta di Colui che sarebbe diventato il Buddha "Shākyamuni", il "Risvegliato" della nostra era. La tradizione narrò che "Mahā Māyā", con il suo sposo, "Suddhodana" (talvolta trascritto: Suddhodhana"; cioè: "Riso puro", o: "Bianco Riso"), Re della città di "Kapilavastu" (nel sud del Nepal), avessero provato molte volte ad avere un erede, ma senza alcun risultato. Per questo fu tristemente considerata sterile (opinione condivisa ancor oggi dalla maggior parte dei buddhisti birmani e del sud est asiatico; ne parlo nel mio libro a pag. 23). Secondo alcuni racconti agiografici invece, la Regina, dopo aver intrapreso una via di ricerca spirituale, avrebbe fatto voto di castità nei confronti del real marito. In verità, in India, la castità non fu mai vista come una condizione indispensabile per raggiungere la santità; come libera scelta è stata, da sempre, rispettata e ben considerata specialmente se praticata da uomini e donne nell’"ultima fase della loro esistenza", cioè in tarda età, secondo l’antica divisione della vita in quattro fasi ("āshrama"). La castità e la rinuncia implicano un grande sforzo interiore che sottintende ad un argomento molto amato in India, quello del "cammino" spirituale, della ricerca del distacco dalla vita materiale. L’astinenza dai desideri sessuali ed il rigido controllo della mente ("citta") e del cuore avrebbero favorito la completa dedizione alla realizzazione spirituale. Ma la castità è cosa ben diversa dalla verginità; se i biografi del Buddha avessero voluto realmente affermare che il giovane Principe fosse nato da una vergine l’avrebbero senz’altro scritto. L’unica ipotesi plausibile alla tesi della verginità di "Māha Māyā" è che qualcuno nel tradurre in lingue occidentali le antiche agiografie del Buddha scritte in sanscrito o pāli, abbia inteso il suo essere casta come una condizione verginale non solo spirituale ma anche fisica. Ma fu proprio questo il motivo? Forse lo fu, ma non solo.

Come vedremo nel proseguo di questo mio saggio, nella seconda metà del 1800, in Europa, la notizia della nascita verginale del Buddha si diffuse probabilmente a causa di un errore di traduzione dal tedesco al francese. Uno dei primi in Occidente a parlare della presunta verginità di "Mahā Māyā" fu l’indianista Emile Senart (1847-1928) in un articolo pubblicato sul "Journal Asiatique" del 1874. Nel suo saggio il Senart affermò che: "quella credenza, anche se non proprio un dogma, ma molto cara alle popolazioni della Mongolia, fu testimoniata da San Gerolamo; ed è sottintesa da tutte le versioni della leggenda della nascita del Buddha" ("Journal Asiatique", Paris, avril-may, 1874, pag. 384; ne parla anche Edward Joseph Thomas nel suo: "The Life of Buddha as Legend and History", Kegan Paul,Trench, Trūbner & Co., New York, 1932, nuova edizione: Asian Educational Services, New Dehli-Madras, 2000). Nonostante tutte le mie ricerche, non sono riuscito a trovare da dove, il Senart avrebbe tratto la "testimonianza" di San Gerolamo (347-420 d.Cr.). Fra l’altro, lo studioso francese, nell’articolo, fece riferimento anche ad una nota di un’opera dell’accademico tedesco Karl Friedrich Kõppen (1808-1863; "Die Religion des Buddha und Ihre Entstehung" «cioè: "La Religione del Buddha ed il Suo sviluppo", Ferdinand Schneider, Berlino, 1857: i, 76-77), che avrebbe accennato alla stessa testimonianza. Ma anche in quel testo non è riportata alcuna citazione di San Gerolamo e non si fa riferimento alla credenza della presunta verginità di Maria fra le popolazioni della Mongolia. La questione interessò, e non poco, il grande tibetologo ungherese Csoma de Kõrõs (Sandor Kõrõsi Csoma, 1784-1842), che nel 1819 intraprese un lungo viaggio a piedi verso il Tibet e l’Asia centrale sulle tracce delle sue "ancestrali radici". Quel grande viaggiatore e orientalista, che nel 1933, in Giappone, fu proclamato Bodhisattva nel corso di una elaborata cerimonia buddhista, scrisse molto e fece conoscere al mondo la lingua tibetana compilando grammatiche e vocaboli ancora oggi utilissimi. In Tibet ed in India studiò il Buddhismo in ogni suo aspetto ma le ricerche sulla verginità della Madonna, non portarono ad alcun frutto; tuttavia, in un articolo pubblicato a Calcutta, lo studioso fece una strana osservazione: "I do not find any mention in the Tibetan books made of Māyā Verginity, upon which the Mongol account lay so much stress" ("Asiatic Reserch" n. XX, pag. 299; articolo pubblicato a Calcutta nel 1836). Da dove quello studioso trasse il convincimento che i mongoli attribuissero una grande importanza alla verginità della madre del Buddha? Francamente non lo sappiamo, anche se probabilmente (come detto in precedenza) nacque da una cattiva traduzione di un articolo pubblicato in Francia nel 1824. La storia è interessante e merita senz’altro di essere ricordata, anche come monito per chi si cimenta nei lavori di traduzione. All’epoca di Csoma de Kõrõs, nel 1823, l’orientalista Julius von Klaproth (1783-1835) pubblicò, in lingua tedesca, un bel saggio sulla vita del Buddha tratta da rari manoscritti mongoli ("Asia Polyglotta", J.M. Eberhart, Parigi, 1823). L’anno successivo una traduzione in francese del testo apparve in una delle più importanti riviste di studi asiatici dell’epoca, il "Journal Asiatique", con il titolo: "Vie de Bouddha aprés les livres mongols" (in: "Journal Asiatique", 1824, pp. 9 e ss.). Nella traduzione del testo, perentoriamente si affermò che il Re "Suddhodana" avrebbe sposato "Māha Māya": "qui, quoique vierge, concut par l’influence divine un fils, le 15 du dernier mois d’été". Forse fu proprio questa notizia a trarre in inganno Csoma de Kõrõs". Infatti, nel saggio in tedesco del Klaproth, pubblicato nel 1923, non compare da nessuna parte la frase "sebbene vergine" (in francese: "quoique vierge"). Quella frase, senz’altro aggiunta dal traduttore del saggio, dette vita ad una serie di fraintendimenti che, in Occidente, inquinarono la storia della nascita del Buddha, facendola avvicinare a quella miracolosa di Maria, la madre di Gesù. Poco dopo un altro famoso orientalista, Isac Jacob Schmidt (1779-1847), missionario della Chiesa della Moravia, pubblicò, nel 1829, la traduzione di una antica cronaca mongola, l’"Erdenii tobci", scritta da Senang Sechen, nel 1662 ("Geschichte der Ost-Mongolen und Ihres Fürstenhauses, verfasst von Ssetsen Chungtaidschi der Ordens", St. Peterburg- Leipzig, 1829). In quel documento storico, l’antico cronista raccontò la storia delle popolazioni mongole orientali e si dilungò sulla vita del Buddha, ma senza fare alcun riferimento alla verginità di Sua madre. Anche se quel documento storico servì a fare chiarezza sulle credenze mongole relative alle modalità del parto della Regina, la falsa informazione della nascita verginale del Buddha era ormai diventata di pubblico dominio; piacque perché si avvicinava ai racconti dei Vangeli cristiani e trovò accoglienza specialmente in ambito teosofico. Ma non solo, perché ancora nel 1891, la "Revue de l’Histoire des Religions" pubblicò un articolo dell’orientalista Sylvain Lévy (1863-1935) dove, citando nuovamente San Gerolamo, si affermò che la Regina "Māyā" sarebbe stata vergine: "…. San Gerolamo ricorda così la Sua (n.d.a.: cioè del Buddha) nascita meravigliosa: «la costante tradizione dei Gimnosofisti pretende che il Buddha, il capo della loro religione, sia uscito dal fianco di una vergine»". (Sylvain Lévy, "Le Bouddha et les greecs", in: "Revue de l’Histoire des Religions", Ernest Leorux, Paris, 1891, tomo XXIII). Anche in questo caso l’autore non fornì una precisa indicazione da dove avesse tratto la citazione. Che dire… talvolta le notizie, anche se false, spesso sono difficili a morire….

L’argomento è interessante e meriterebbe di essere ulteriormente approfondito, però è ora di tornare alla nostra narrazione delle vicende della nascita del Buddha e a quelle della virtuosa Regina "Māha Māyā", che, come vedremo, virtuosa non era solo perché casta. La Regina, una notte, fece un sogno bizzarro. Sognò che un elefante bianco come l’argento e molto bello, si appoggiasse al suo grembo con la proboscide per metterla incinta. Ecco come narra il prodigioso evento il sesto capitolo di un altro testo agiografico sulla vita del Buddha, il "Lalita Vistara Sūtra" ("Sūtra dello Sviluppo dei Giochi", I° o II° secolo dopo Cristo; tradotto per la prima volta in cinese nel 308 d.Cr.): "Quindi, o monaci, passata la stagione fredda, nel mese di "Vishākā" (aprile-maggio), quando in cielo tornò la costellazione "Vishākā" (n.d.a.: un asterismo o gruppo di stelle del calendario lunisolare indiano; nella cultura tradizionale dell’India antica non esisteva una precisa distinzione tra astrologia e astronomia; ne parleremo più approfonditamente in seguito) proprio all’inizio della primavera quando la stagione è più rigogliosa, con gli alberi coperti di foglie e adorni dei fiori più belli, non fredda né calda, senza nebbia o sabbia, con il suolo ricoperto d’erba folta e morbida, il Signore dei Tre Mondi (n.d.a.: cioè delle "tre dimensioni", o: "sfere"; in sanscrito "tridhātu", ossia: Regno del desiderio, Regno della forma o dei Cieli e Regno del senza forma che comprende le quattro dimore divine), riverito da tutti, consapevole che il tempo fosse ormai giunto, nel quindicesimo giorno della luna, allora al suo pieno fulgore, nel periodo di congiunzione con "Pushyā" (una stella luminosissima dell’ottavo Nakshatra; ne parleremo in seguito), essendo disceso dal paradiso di "Tusita", pienamente consapevole, entrò nel grembo della madre, in quel tempo da lei dedicato al digiuno, attraverso il suo fianco destro. Prese l’aspetto di un piccolo elefante bianco a sei zanne, con la testa del colore del rubino; le zanne splendevano come l’oro, le membra e tutti gli organi erano senza alcuna imperfezione. Si appoggiò alla destra della Regina che dolcemente cadde addormentata nel suo giaciglio. Nel sonno, Mahā Māyā fece un sogno che poi così raccontò: «un elefante bianco come la neve o l’argento, con sei zanne, belle zampe, una proboscide superba, la testa tutta rossa, è come se fosse entrato nel mio grembo. Era il più bello degli elefanti, dall’andatura armoniosa e dalle membra del corpo dure come il diamante. E giammai, una tale felicità è stata da me immaginata, provata o goduta; al punto che, in uno stato di piacere per il corpo e di gioia per lo spirito, sono stata talmente assorbita nell’estasi della contemplazione» ("Lalita Vistara Sūtra", inizi del cap. VI). Leggendo la traduzione dell’antico racconto, un lettore mi ha scritto affermando che chissà cosa avrebbe mai pensato uno psicanalista se gli strizzacervelli fossero esistiti ai tempi della Regina! Un altro, mi ha suggerito che il concepimento onirico da parte dell’elefante fosse completamente diverso da quello riportato dalla tradizione evangelica, perché l’atto di "penetrazione dal fianco sarebbe stato una ferita alla purezza, che non ha riscontri nell’Immacolata (cioè: Maria, la madre di Gesù) che è tale prima del concepimento fino alla fine dei tempi". Mah…. Il problema del miracoloso concepimento della Madonna è assai complesso ed è stato oggetto di dibattiti (specialmente nella Teologia cattolica) fin dalle origini del Cristianesimo; questa non è la sede opportuna per approfondire l’argomento. Però, ai miei lettori, voglio ricordare che anche un importante Padre della Chiesa del IV° secolo dopo Cristo, Efrem di Siria (306-373 d.Cr.), ipotizzò una stravagante teoria sul divino concepimento di Maria, affermando che sarebbe stata "fecondata attraverso l’orecchio": "Gesù entrò per l’orecchio della Vergine e abitò segretamente nel suo ventre" (San Efrem, "Commentario al Diatessaron", cioè al "Vangelo dei Quattro", IV, 15.22.; Roma, Aracne, 2017. La citazione è anche in: Marcello Craveri, a cura di, "I Vangeli Apocrifi", Torino, Einaudi, 1990, pag. 157, nota n.4). E nello stesso paragrafo San Efrem aggiunse che: "La morte era entrata attraverso l’orecchio di Eva (Genesi,3, 1-6), per questo la vita entrò attraverso l’orecchio di Maria" (op. cit., IV, 15.22). Il commentario di San Efrem, fu scritto in siriaco, ma conobbe una grande diffusione anche in Persia, in Asia centrale ed in Armenia. E proprio in quest’ultimo Paese, quell’idea singolare (che nel mondo latino fu conosciuta con il nome di: "conceptio per aurem") trovò riscontro anche in un passo di un testo apocrifo conosciuto come il "Vangelo Armeno dell’Infanzia" (IV°-V° sec. d.Cr.), probabilmente di origine nestoriana: "Nel momento in cui la Vergine rispose all’angelo e acconsentì umilmente, il Verbo di Dio penetrò in lei attraverso l’orecchio destro e la natura intima del suo corpo, da Esso animata, venne santificata in tutti i suoi organi e i suoi sensi. Venne purificata come l’oro dentro il crogiuolo; Ella divenne un tempio sacro, immacolato, degna dimora della divinità. In quel momento la Santa Vergine iniziò la Sua gravidanza" ("Vangelo Armeno dell’Infanzia", V,9). La curiosa teoria passò attraverso Proclo (412-485 d.Cr.), San Zeno (300 d.Cr.?-371 d.Cr.) e Sant’Agostino d’Ippona (354-430 d.Cr.) nell’esegesi medievale e nelle tradizioni popolari. Come ha ben affermato lo storico dell’arte Luca Ribichini,: "La trattazione della simbologia sessuale dell’orecchio… risale dunque ai primi tempi del Cristianesimo. La Chiesa, tuttavia, preferì non pronunciarsi dogmaticamente sull’argomento e lasciò ad Ennodio (473-521 d.Cr.), Vescovo di Pavia fra il 513 ed il 521, la libertà di riprendere la tesi in chiave poetica con i celebri versi: «Gaude Virgo, Mater Christi; quae per aurem concepisti; Gabriele nunzio». Gesù fu dunque concepito dalla Vergine attraverso l’orecchio, a dimostrazione che la parola di Dio, se ascoltata, possiede la stessa forza di un seme fecondo" (Luca Ribichini, "Recondite Armonie a Rochamp. Tutta un’altra storia generativa, ipotesi di un ascolto", Gangemi Editore, Roma, 2013, pag. 129). Anche San Gaudenzio da Brescia (morto nel 411 o nel 412 d.Cr.) accettò tale estrosità: "... nessun altro è nato se non colui che, entrato attraverso le orecchie materne, ha colmato l’utero di Maria" ("De Diversis Capitulis", Omelia n.9; cfr.: Omelia n.13; in: Mariotti, D. Giovanni Maria, "Opere di San Gaudenzio, Vescovo di Brescia e Padre della Chiesa", Breno, Tipografia Camuna, 1913). Ma, al di là del significato letterale, assolutamente irreale, la teoria della "conceptio per aurem", fu probabilmente sostenuta, dai filosofi e dai Padri della Chiesa cristiani, in senso allegorico, per dare corpo e materia al racconto evangelico, e fu utilizzata per spiegare che la Vergine Maria avesse generato solo ascoltando la parola di Dio. La sua fecondità sarebbe stata ottenuta con l’ascolto, l’insufflazione o l’irradiazione del Verbo divino. D’altra parte, erano ben diffuse le teorie del filosofo Origene (morto all’incirca nel 254 d.Cr.) secondo le quali Maria avrebbe concepito Gesù solo grazie al potere del Verbo (dal latino: "Verbum") per il tramite dell’arcangelo Gabriele. E con il "Verbo" si volle indicare non soltanto la "parola" ma anche il pensiero, la razionalità e la sapienza del "Logos", cioè di Dio. Per Platone (428?-348 a.Cr.?) il Verbo fu l’energia stessa delle idee e stava all’origine dell’uomo e della vita. Invece, per alcuni filosofi gnostici (che cercarono di far rientrare Gesù e il Suo messaggio nelle teorie delle loro correnti mistiche) il divino concepimento di Maria altro non avrebbe voluto significare che la nascita della Saggezza nell’anima tramite il potere dello Spirito, così come era stato postulato dalla scuola di filosofia mistica di Filone d’Alessandria (il "Giudeo", 20 a.Cr.?-50 d.Cr.?). Sia come sia, la venuta al mondo di Gesù sarebbe stata la manifestazione della Sapienza divina racchiusa nella parola; sarebbe stata il "Verbo fatto carne" (Giovanni, 1,14). Concetto questo assai caro alla filosofia ellenistica dove il "Verbo fatto carne" fu identificato con Hermes, che rappresentò il "Logos spermatikos", ossia la parola seminale pronunciata da Zeus sull’Olimpo per creare il mondo materiale e quello immateriale.

Ma torniamo a parlare della "conceptio per aurem" che, nonostante fosse solo una allegoria, talvolta fu presa alla lettera, specialmente nel mondo dell’arte. Nella Cattedrale di Erfurt, in Germania, è conservato un dipinto a tempera su legno (datato tra il 1620 e il 1640) che mostra come lo Spirito Santo abbia operato sulla Vergine sotto forma di un lungo tubo o canna che dalla bocca di Dio Padre avrebbe raggiunto l’orecchio destro della Madonna. Anche nel chiostro del Duomo di Bressanone c’è un affresco del quattordicesimo o del quindicesimo secolo dove il Dio padre emana dei raggi di luce, su cui scivola il santo Bambino, preceduto da una colomba (simbolo dello Spirito Santo) che svolazza nei pressi dell’orecchio destro della Vergine (cfr.: Luca Ribichini, Recondite Armonie a Ronchamp… op. cit. pag. 129). Analogamente, nel museo di Villa Colloredo Mels, a Recanati, c’è un curioso affresco staccato dalla locale chiesa di Sant’Agostino, che rappresenta l’"Annunciazione", opera di Olivuccio da Ciccarello (1365-1439), dove si vede Maria che presta ascolto alle parole dell’angelo (riprodotte in forma di cartiglio) e lo Spirito Santo che, sempre come colomba, vola verso il suo orecchio. Ma come dimenticare l’"Annunciazione e i due Santi" di Simone Martini (1284-1344)? In questa bellissima tempera su tavola (conservata nella Galleria degli Uffizi di Firenze) il saluto dell’arcangelo Gabriele è riprodotto in uno scritto che entra direttamente nell’orecchio di Maria (cfr.: il IV cap. "il motivo della concezione auricolare", in: Ave Appiano Caprettini, "Il Motivo dell’Annunciazione, fra semiotica e iconografia", Giappichelli, Torino, 1979). Un’altra rappresentazione, assai curiosa e senz’altro più realistica, si può ammirare in un bassorilievo del portale nord nella "Cappella di Maria" ("Marienkapelle") a Wuerzburg, in Germania. Nel rilievo si vede, in alto, il Padre Eterno seduto su un trono celeste, con in basso l’arcangelo Gabriele che fa il suo annuncio a Maria rappresentata, seduta, al centro. In questo caso una specie di lungo tubo collega la bocca di Dio all’orecchio destro della Vergine, permettendo così il concepimento. Curiosamente, la parola di Dio, in prossimità dell’orecchio di Maria, assume le sembianze di una colomba. Che dire? Erano tentativi bizzarri per cercare di spiegare un fatto miracoloso assolutamente privo di spiegazione. Probabilmente, nello stesso modo, nell’India antica si cercò di rappresentare simbolicamente il concepimento del Buddha immaginando che un bianco elefante (e non una colomba, come nel Cristianesimo) fosse apparso in sogno alla Regina "Māya" per annunciare la nascita del Bodhisattva. D’altra parte ogni popolo e cultura ha i suoi simboli; la colomba per i popoli del bacino del Mediterraneo e del Medio Oriente fu da epoche immemorabili simbolo di amore e fertilità; mentre, nel Cristianesimo divenne il segno dello Spirito Santo. Invece, in India, quell’uccello (come il corvo) fu considerato come un messaggero di morte del dio "Yama", il Sovrano dell’Ade (cfr.: Mircea Eliade, "Dizionario dell’Induismo", voce: "Yama", Jaca Book, Milano, 2019). E come la colomba apparve nelle varie "Annunciazioni" e nelle rappresentazioni artistiche cristiane, così l’elefante apparso a "Māyā" fece la sua comparsa nei bassorilievi e nella statuaria buddhista. Famosi sono i bassorilievi dell’antica città di "Sārnāth" (nella regione dell’"Uttar Pradesh", vicino a "Varanasi"), ora nel museo di New Dheli; le sculture dello "Stūpa" della porta ad est del villaggio di "Sāncī" (nel "Madhya Pradesh") o quelle di "Bhāruth", sempre nel "Madhya Pradesh". Ben conosciuti sono anche i bassorilievi scolpiti sulle pareti del grande monumento buddhista di "Barobudur", in Indonesia (cfr.: Maria Mariottini Spagnoli, "A proposito dei rilievi di Barobudur raffiguranti la nascita del Buddha", in: "Rivista di Studi Orientali", vol. 50, fascicolo 1/2, Università "La Sapienza", Roma,1976, pp.179-195).

Ma perché nelle leggende della nascita del Buddha si narrò proprio di un elefante, e per di più bianco? Beh… l’elefante bianco è stato, da sempre, considerato sacro in molti Paesi asiatici, ed è simbolo di regalità e fortuna. Dobbiamo anche ricordare che, nelle tradizioni del Buddhismo (ne ho parlato anche a pag. 245 del mio libro) l’elefante divenne il simbolo della forza della mente e del potere sconfinato del Buddha; fu l’emblema della nobile dolcezza, della calma che pervade lo spirito di chi è sul sentiero del "Risveglio"; rappresentò la manifestazione concreta dello sforzo applicato alla volontà e alla capacità di analisi. Ma anche nell’Induismo (da dove nacque e si sviluppò il Buddhismo) fu un simbolo importantissimo. Talvolta, specialmente nelle rappresentazioni artistiche, l’elefante bianco divenne una immagine allegorica delle "nuvole" cariche di pioggia che vengono a rendere fertile la terra (simile, in questo, al simbolo del "drago" delle tradizioni cinesi); simboleggiò la fecondità e l’inesprimibile "forma" dell’acqua. Forse per questo un elefante bianco sarebbe apparso in sogno alla Regina "Māyā"; forse si volle rendere visibile l’immagine del Bodhisattva che, come avvolto in un involucro amniotico, avrebbe permeato il grembo della madre. Con il trascorrere del tempo il simbolo dell’elefante si arricchì di molti altri significati. I racconti mitologici dell’India arcaica narrarono che un elefante bianco ("Airāvata", o: "Airāvani"), con quattro zanne e sette proboscidi, fosse la celeste cavalcatura del dio "Indra". Invece, in altre tradizioni, l’elefante rappresentò "Ganapati", il "Signore delle Categorie", "Colui che toglie gli ostacoli", il Signore supremo che permette di stabilire le relazioni tra i diversi ordini delle cose, tra il microcosmo ed il macrocosmo. E forse non a caso, quel supremo essere trascendente fu spesso raffigurato come un uomo dalla testa di elefante ("Ganesha") simbolo dell’unità tra l’uomo ed il macrocosmo. La parte umana di "Ganapati" sarebbe stata il principio manifesto; invece il non manifesto, il macrocosmo, sarebbe stato rappresentato dalla testa del pachiderma. Ma c’è di più, molto di più…. Il termine sanscrito "elefante" ("gaja") ebbe il significato simbolico di "origine" ("ja") e "scopo" ("ga"). La parola "scopo" indicò la meta sognata da ogni ricercatore spirituale: quella dell’identificazione ("samādhi") con l’Assoluto; la voce "origine", invece, identificò il "Verbo" da cui sarebbe scaturita la sacra sillaba "Aum" (talvolta scritta: "Om") che racchiuderebbe in sé tutti i suoni ed i significati di ogni lingua, e che avrebbe emanato gli universi e le infinite cose. "Aum" sarebbe il "seme" da cui è nato il linguaggio e che contiene la totalità del sapere, della conoscenza. In altre parole, "Ganapati", raffigurato come un elefante, fu il simbolo del momento in cui il "Verbo", cioè la "Parola" (in sans.: "Vac"), il Principio, si sarebbe manifestato e avrebbe avuto origine l’esistenza (cfr.: Alain Daniélou, "Miti e Dèi dell’India", op. cit. pp. 334-335). Non a caso, l’"Aitareya A*rankyaka" ("Inerente ai luoghi", un testo sapienziale composto in sanscrito intorno all’XI°-IX° secolo a.Cr.), affermò che: "La Parola ("Vac") è tutto, e tutti i mondi sono contenuti in lei" (cfr.: Alain Daniélou, "Miti e Dèi dell’India", op. cit. pag. 299). Può sembrare strano, ma le parole dell’incipit del Vangelo di Giovanni (1, 1-5: "In principio era il Verbo, ed il Verbo era presso di Dio. Il Verbo era Dio… tutto per mezzo di lui fu fatto. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini") sembrano riecheggiare un famoso passo (12,5) del "Krishna Yajurveda Kathaka Samhita" (un testo sacro, contenente formule sacrificali, compilato tra il 1200 ed il 1000 a.Cr.): "In principio era Prajāpati, con lui era la Parola ("Vac"), la parola è il Brahman" ("Prajāpati vai idam agra asit, tasya vac dvitya asit, vac vai param Brahman"). Il termine "Prajāpati" ("Progenitore") è complesso e ricco di significati (fu applicato anche ad uno degli aspetti del dio "Shiva" e divenne un nome di "Vishnu") ma nei "Veda" venne ad identificare non solo l’aspetto creativo delle divinità, ma anche la Coscienza suprema, l’Assoluto indifferenziato, lo Spirito senza forma (cioè: il "Brahman"); il nome "Brahmā" fu la forma maschile, personificata, di questa Realtà trascendente onnipervadente. A livello simbolico va anche ricordato che "Sarvatī", la divina sposa di "Brahmā" fu considerata la dea della favella.

Ma, per tornare al nostro racconto, quale fu il motivo che avrebbe spinto l’elefante ad appoggiarsi, con la proboscide, al fianco destro della Regina? Nel caso specifico del sogno non lo sappiamo, ma se torniamo al mito di "Ganapati", le tradizioni raccontavano che la proboscide di quella divinità fosse lunga e storta, per avvicinarsi al mondo degli uomini e manifestare la sua potenza aggirando gli ostacoli. Poteva, così, essere rivolta a destra o a sinistra, suggerendo che, per raggiungere la meta, gli ostacoli potessero essere aggirati dalle due direzioni. Queste direzioni rappresentavano le due "vie" degli antichi rituali induisti, quelli della "mano destra" (solari e positivi) e della "sinistra" (oscuri e spesso legati alla magia tantrica). Infatti il lato destro, proprio perché avrebbe indicato il corso del sole e degli astri, fu ritenuto fausto, propiziatorio e di buon augurio. Da questa credenza nacque l’atto rituale di girare attorno, in senso orario ("pradakshina"; lett: "a destra"), ad una immagine di divinità, ad un luogo o a un fuoco sacro, alle reliquie di qualche santo, ma anche ad una persona da venerare con rispetto. Naturalmente esisteva anche una azione rituale contraria; quella del girare in senso antiorario ("prasaya"). Ma quest’ultima fu riservata ai riti funebri e alla magia nera. In un funerale tradizionale induista è da sempre esistito un rito (detto:" Antyesti", o "Antima Sanskar"; lett: "Ultimo sacrificio") dove l’erede maschio, dopo aver appiccato il fuoco alla pira funebre, deve compiere tre (o sette) giri antiorari attorno al corpo del defunto.

Lasciamo da parte questo triste rituale per parlare di un altro argomento assai controverso che, nell’antico Buddhismo, è stato motivo di numerose discussioni teologiche. Come avrebbe fatto l’elefante a pervadere il corpo della nostra Regina attraverso il suo fianco destro? Nella logica del mondo sarebbe qualcosa di impossibile, ma nella logica degli déi dell’India antica non esistette niente di impossibile; inoltre, l’elefante, come abbiamo sottolineato, fu considerato la divinità in cui coincidevano macrocosmo e microcosmo.

Ma, l’atto dell’appoggiarsi al fianco della Regina non avrebbe potuto essere interpretato come una ferita alla sua purezza o integrità fisica? Il già citato "Lalita Vistara Sūtra" (cap. V e cap. VII) affermò più volte che il Principe "Siddhārta" sarebbe stato concepito: "senza che il fianco destro della madre fosse stato ferito in alcun modo". E nello stesso modo sarebbe stato partorito: "al compimento dei decimo mese uscì dal fianco destro della madre, in perfetta coscienza e consapevolezza, senza aver toccato alcuna delle impurità del grembo materno, cosa mai successa a nessun altro essere vivente, perché tutti gli altri conoscono l’impurità di quel momento. Nacque, anche questa volta, senza ferire il fianco destro della madre, come era avvenuto quando vi era entrato". In pratica, come ho scritto nel mio libro, il futuro Buddha, si sarebbe come materializzato nel grembo della Regina per poi, smaterializzarsi al momento del parto, per tornare in forma umana alla nascita ("Il Principio del male nel Buddhismo…", op. cit., pag. 246). Il passo sopracitato del "Lalita Vistara Sūtra" ci fornisce altre due notizie piuttosto interessanti. La prima è che l’antica società indiana, come il successivo Buddhismo delle origini, non furono esenti dal considerare "impuro" il corpo femminile, specialmente nel momento del parto. L’altra è che il periodo di gestazione del Buddha durò ben dieci mesi. Ci sono stati molti fraintendimenti sulla durata di questa gestazione. In realtà i testi sanscriti parlano di "dieci mesi lunari", che corrispondono quasi perfettamente alle quaranta settimane o ai circa 280 giorni di gestazione di un parto normale.

Lasciamo, per il momento, da parte il racconto del "Lalita Vistara Sūtra", per analizzare, invece, il racconto della nascita del Buddha così come fu tramandato dal "Nidana Khāta" ("Storia del Lignaggio"), un tardo commentario del "Buddhavamsa" ("Cronache dei Buddha"). Il "Buddhavamsa" è un testo agiografico (probabilmente aggiunto al Canone buddhista tra il I° ed il II° secolo dopo Cristo) che descrive la vita del Buddha "Shākyamuni" e dei Buddha che lo precedettero. Il "Nidana Khāta" fu tradotto, per la prima volta in inglese nel 1878 dal grande orientalista Thomas William Rhys Davids (1843-1922) e da sua moglie (cfr.: "Buddhist Birth Stories,  Jātaka Tales, The Commentorial Introduction Entitled «Nidana Khāta»", trad.: T.W. Rhys Davids and Mrs. Rhys Davids, George Rutledge and Sons, London/ New York, 1878).

Torniamo, così, al momento del sogno della Regina Mahā Māyā, questa volta raccontato in una versione ancor più magica: «… A Kapilavastu era giunto il tempo del primo giorno di luna piena del mese di Āsalha (n.d.a.: tra luglio e agosto) e molte persone si apprestavano a celebrarla. Il settimo giorno di quel periodo, la Regina Māya, dopo essersi alzata di buon mattino, fece un bagno in acque profumate, mangiò cibo consacrato, praticò i voti dell’Uposatha (n.d.a.: in sanscrito: "Upavasatha", giorni in cui i devoti buddhisti da tempi immemori si dedicano all’osservanza rigorosa dei precetti e della purificazione di corpo e mente; generalmente i riti si svolgono una volta la settimana, in accordo con le quattro fasi della luna: nuova, piena e le due lune di mezzo), entrò nella camera da letto, si addormentò e fece questo sogno: le si avvicinarono i quattro Guardiani del mondo che dopo averla sollevata la trasportarono sulle montagne dell’Himalaya; poi la deposero sotto un grande albero di "Sal" (altro nome: "Shāl"; nome scientifico: Shorea robusta), alto ben sette leghe, che si ergeva sulla Pianura Cremisi, ampia 60 yojana (n.d.a.: unità di misura pari ad una distanza che, a seconda dei testi e delle epoche, poteva variare; generalmente indicava una distanza dai 6 a i 10 chilometri). Subito dopo le quattro divinità le si disposero rispettosamente attorno per vegliarla. Di li a poco, arrivarono volando le loro celesti compagne, le quattro Regine, che dopo averla nuovamente sollevata, la condussero sulle rive del lago "Anatatta", dove le fecero fare un bagno che la purificò da tutte le colpe umane (n.d.a.: di queste fate celesti, parleremo in seguito). Dopo averla unta con unguenti e profumi, la rivestirono di abiti celesti e l’addobbarono di fiori divini. Non lontano da quel lago si ergeva, sulla Collina d’Argento, un padiglione d’oro; in quel luogo, le celesti damigelle adagiarono Mahā Māyā con la testa rivolta ad est,, e si allontanarono. Solo allora, il futuro Buddha che aveva preso l’aspetto di un superbo elefante bianco, giungendo dal nord, si avvicinò al padiglione. Reggeva con la proboscide d’argento un bellissimo fiore di loto bianco (n.d.a.: simbolo dello "yoni", il sesso femminile; ma anche emblema di purezza. Quel fiore, infatti affonda le sue radici nel fango, ma ne esce immacolato sulla superficie dell’acqua in cerca di luce). Con un barrito di gioia si avvicinò alla Regina e per tre volte fece il giro in senso orario attorno al suo giaciglio, poi gentilmente le entrò in grembo dal fianco destro (n.d.a.: in alcune versioni della leggenda il Bodhisattva pervase il corpo della Regina sotto forma di una stella luminosissima di color rosa perla). Alla fine del sogno la Regina si svegliò ma l’elefante bianco era scomparso».

In questo racconto leggendario, gli agiografi aggiunsero alcuni elementi nuovi: la purificazione rituale e alcuni precisi riferimenti astronomici relativi alla date del concepimento del Buddha, fino ad allora mai riportati. Il Buddha sarebbe stato concepito nel periodo di luna piena dell’ottavo mese (chiamato "Āsalha") del calendario lunare. I commentari astrologici buddhisti sottolinearono che il divino concepimento sarebbe avvenuto nella fase dell’"Uttārasalha" (ossia nel periodo dell’"Āsalha" superiore") che corrisponderebbe al quindicesimo giorno di luna crescente dell’ottavo mese lunare. In quello stesso giorno i devoti del Buddha (specialmente della tradizione "Theravada") commemorano anche il cosiddetto "Giorno del Dharma" che ricorda il primo discorso che il Buddha avrebbe pronunciato nel "Parco delle Gazzelle" di "Isipathana" (o: "Sārnāth"), presso l’antica città di "Varanasi" ("Benares").

Il "Nidāna Katha" si dilungò anche sulle fasi preparatorie al divino concepimento e sulle abluzioni a cui la Regina fu sottoposta. "Māha Māyā", infatti, prima di accogliere in grembo il nuovo Buddha, dovette essere purificata nelle acque sante del lago "Anatatta" (sansc.: "Anavatapta"; cin.: "Anopo daduo"; giap.: "Anokudatsu"; il "Lago della Frescura," chiamato anche il: "Lago senza onde"). All’epoca della nascita del futuro Buddha, l’importanza e la santità di quel mistico lago, che si narrava fosse posto alla sommità di una altissima montagna a nord dell’Himalaya, era ben conosciuta. Si diceva che fosse situato proprio al centro del mondo e che le sue acque avessero la facoltà di rimuovere ogni colpa commessa dall’uomo. Secondo la geografia un po’ mitica del Tibet, da quell’ampio specchio d’acqua, dalle rive d’oro, d’argento, di smeraldo e di cristallo, sarebbero scaturiti ben quattro fiumi: il Gangā (Gange) ad est, il Sindhu (Indo) a sud, il Vakshu (Amu Darya) ad ovest, e lo Shitā (Tarim) a nord. Inoltre, secondo la tradizione, le acque limpide e freddissime di quel lago, sarebbero state abitate da un Re drago color dell’oro, ricordato anche nel primo capitolo del "Sutra del Loto" ("Saddharma pundarika Sūtra"; uno dei Sūtra più importanti del "Māha yāna", scritto tra l’inizio della nostra era ed il 150 d.Cr.). Col passare del tempo, il lago Manasarovar, ai piedi del monte Kailash, sacro al dio Shiva, fu ritenuto la manifestazione terrena di quell’uranico specchio d’acqua.

Sempre secondo il "Nidana Kātha", nello stesso momento in cui la Regina "Māyā" sognò l’elefante bianco, il Bodhisattva "Setaketu", che stava passeggiando tra i giardini di loto del paradiso del Cielo "Tusita", avrebbe abbandonato la sua condizione precedente per essere concepito nel grembo della madre con tutte le sue capacità cognitive e la completa "Coscienza" ("Citta"), associata alla gioia e alla felicità. Contemporaneamente l’universo sarebbe stato scosso da un violento tremore, la luce si sarebbe propagata ovunque e sulla terra si sarebbero manifestati ben 32 avvenimenti di buon auspicio (i ciechi avrebbero riacquistato la vista, i sordi l’udito, i muti la parola, e così via).

Dopo quel divino sogno, i Quattro Guardiani del Cielo sarebbero scesi nella camera nuziale della Regina per proteggerla, giorno e notte, da ogni negatività e dagli spiriti malvagi.

Anche secondo la tradizione dell’"Acchariya abbhuta Sutta", il 123° racconto del "Majjhima Nikāya", nello stesso momento che il futuro Risvegliato discese nel grembo della madre: "subito dal cielo giunsero i quattro Figli degli Dèi; da allora né uomo, né non uomo, né chicchessia poté più offendere il Bodhisattva o Sua madre". Ma chi furono questi quattro "Figli degli Dèi"? Con certezza non lo sappiamo. Nel "Majjhima Nikāya", i loro nomi non furono specificati; il "Nidāna Khata" li chiamò i "Quattro Guardiani" o i "Quattro Re del Cielo" ("Cāturmahārāja") mentre per il "Lalita Vistara Sūtra" furono i "Custodi delle quattro direzioni dello spazio". Forse fu per questo che qualche antica tradizione li identificò anche con i "Lokapāla", le divinità induiste poste a protezione dei punti cardinali. Di questi esseri celesti torneremo a parlare in seguito, quando avremo modo di descrivere il momento della nascita del futuro Risvegliato.

Ma torniamo al momento nel quale il Bodhisattva sarebbe entrato nel corpo della madre. Secondo il "Lalita Vistara Sūtra": "proprio in quella stessa notte, un mistico loto s’innalzò dalle acque inferiori, attraversò la terra e crebbe fino al Cielo del dio Brahmā (n.d.a.: una delle celesti dimore degli dèi; ne parlo nel: "Il Principio del Male nel Buddhismo", op. cit., pp. 129-144) per una altezza di 68 milioni di yojana. Nessuno vide il fiore di loto salvo il Sublime Maestro di tutti gli esseri (n.d.a.: cioè, il Bodhisattva) ed il grande dio Brahmā che è a capo di milioni di esseri. E quanto esiste nel mondo di energia, l’essenza stessa, anzi la quintessenza delle sostanze fondamentali per la vita nei tre milioni di mondi, tutto questo fu raccolto nel fiore di loto sotto forma di gocce di nettare. Il grande Brahmā, dopo averle riposte in un bel vaso di lapislazzuli, le offrì al Bodhisattva. Questi le accettò e le bevve per amore di Brahmā. Non esiste alcun essere al mondo che avendo bevuto una goccia di quell’elisir, la possa tranquillamente assimilare, con la sola eccezione di un Bodhisattva che sia giunto alla sua ultima rinascita e che abbia interamente percorso le dieci terre dei Bodhisattva ("dashabhūmi"; sono i "livelli" o le "tappe" successive che il Bodhisattva dovrà raggiungere e superare, entrando nel "sentiero della visione", "Darhanamārga", per diventare un Buddha pienamente "risvegliato") ("Lalita Vistara Sūtra", cap. VI).

Ma a parte quel nutrimento celeste, in che forma ed in che modo il Bodhisattva avrebbe potuto rimanere nel corpo della madre nel corso di tutta la gestazione? Anche a questa domanda embriologica il solito "Lalita Vistara Sūtra", trovò una risposta, sia pur fantasiosa: "… nel grembo della madre, nel quale era disceso attraverso il fianco destro, nello stesso lato, contemporaneamente si manifestò il Ratnavyūha, un tabernacolo di materiali preziosi (n.d.a.: "ratna" vale per "gioiello", invece "vyūha" significa: "ornamento"). Qui, dopo essere disceso dal cielo Tusita, il Bodhisattva rimase seduto nella posizione del loto (n.d.a.: "padmasana"), poiché il corpo di un Essere di Luce giunto alla sua ultima esistenza non appare come un embrione debole ed inerte, ma al contrario si manifesta nobilmente seduto, dotato di tutti gli organi completamente formati e con tutte le membra recanti i segni del corpo di un Buddha (n.d.a.: sono i trentadue segni maggiori che rivelarono il suo essere veramente un Buddha: la "Ruota" del Dharma impressa sulle piante dei piedi, una sorta di corona all’estremità del cranio, le dita delle mani coperte da un reticolo, le ciglia di un bue, quaranta denti perfetti e bianchissimi, la pelle dorata, il sesso coperto da una guaina, gli occhi color blu zaffiro, una protuberanza fra le sopracciglia… e molti altri segni particolari). È così che la madre Mahādevī lo vide giungere in sogno con il più bello degli elefanti…".

E fu così che la Regina continuò a vederlo per tutta la durata della gestazione. Ma come sarebbe stato possibile? Mah… le tradizioni agiografiche affermano che la Regina lo avrebbe potuto osservare perché la pelle del suo corpo era diventata estremamente chiara, traslucida e trasparente come una lastra del vetro più puro.

Ma riprendiamo la lettura del "Lalita Vistara Sūtra": "….il corpo del Bodhisattva nel grembo della madre era come un grande fuoco visibile dalla sommità d’una montagna durante una notte tenebrosa. Sarebbe stato visibile alla distanza di un yojana, o addirittura di ben cinque yojana. Era una figura perfetta, bella, luminosa, aggraziata, seduta nel tabernacolo con le gambe incrociate; risplendeva come oro puro incorniciato di lapislazzuli. Così la madre lo vedeva nel suo grembo. Come i fulmini che balenando dalle nuvole producono una fortissima luce, nello stesso modo il Bodhisattva nel grembo della madre, attraverso la sua maestà ed il suo splendore, illuminò interamente il primo tempio di gioielli, e poi il secondo ed il terzo di legno profumato e pietre preziose. E quindi fece splendere l’intero corpo della madre, e successivamente il trono su cui sedeva e tutta la sua regale dimora. E dopo aver reso splendente quella dimora, la grande luce uscì dal palazzo e irraggiò le regioni dell’est, le terre del mezzogiorno, dell’occidente e del nord, ma anche lo zenit ed il nadir e tutte le dieci direzioni dello spazio fino alla distanza di un krosa (n.d.a: circa due miglia). Tutte quelle regioni furono illuminate dal Bodhisattva che sedeva nel grembo della madre" ("Lalita Vistara Sūtra", cap. VI).

Nel periodo di gestazione, la Regina Māya osservò i cinque precetti fondamentali (n.d.a.: astenersi dall’uccidere, dal rubare, dal mentire; non tenere una sessualità scorretta o impropria, e non far uso di sostanze intossicanti del corpo e della mente), mantenne un’etica irreprensibile, seguì la via delle azioni virtuose (n.d.a.: non uccidere, non rubare, non avere rapporti sessuali promiscui, non mentire, non lusingare o parlare in modo irresponsabile, non diffamare, non essere ambigui, non essere avidi, non farsi prendere dalla collera, ed infine non nutrire visioni distorte), e: "giammai generò un pensiero di desiderio nei confronti di un uomo, come nessuno ne ebbe nei suoi riguardi". Ma cos’era esattamente il sacro tabernacolo, il "Ratnavyūha", che custodì il corpo del Bodhisattva all’interno dell’utero materno? Il "Lalita Vistara Sūtra" (capitolo quinto) cercò di rispondere anche a questa non facile domanda. Secondo quel testo, il "Ratnavyūha", prima della discesa nel grembo della Regina, sarebbe stato custodito gelosamente nel palazzo celeste del dio Brahmā.

Eccone di seguito la descrizione: "di forma attraente e piacevole a vedersi, è quadrangolare e poggia su quattro colonne. Alla sommità è abbellito da una struttura pari all’altezza di un bambino di sei mesi. Al centro del suo interno è posto un seggio che brilla ed emette luminosità come fosse di oro fuso privo di ogni contaminazione e impurità. La struttura è in preziosissimo legno di sandalo profumato. All’interno del tabernacolo c’è un secondo contenitore identico al primo; ma i due non sono collegati. E nel secondo c’è un terzo tabernacolo identico al primo e al secondo. È in questo terzo tempio, segreto ed interno, che è posto il trono dorato sul quale siede il Bodhisattva. Il colore del legno di sandalo delle sacre arche è simile a quello del più puro dei lapislazzuli. All’esterno, tutto intorno a quel tempio, fioriscono i fiori delle grazie e dei meriti del Bodhisattva giunti alla perfetta maturazione. L’intera struttura, solida e indistruttibile come il diamante, non provoca alcuna pesantezza al corpo della madre, ma al contrario dona leggerezza, piacere, agilità e benessere. In alcun modo quel sacro tempio provoca dolore agli organi interni.." ("Lalita Vistara Sūtra", cap. V).

In altre parole, per tornare al nostro racconto, il dio Brahmā avrebbe creato un tempio nel corpo della Regina e, in quel recinto, il Bodhisattva avrebbe atteso l’ora della sua nascita, seduto in preghiera e meditazione. In verità, questa sacra struttura ricorda molto il "Garbhagriha" ("garbha" vuol dire: "grembo", "utero", e "griha", vale per "camera"), cioè il "sancta sanctorum", l’ambiente più sacro dei templi induisti, di pianta generalmente quadrata e l’ingresso ad est; privo di finestre e con al centro l’immagine ("murti") o il simulacro della divinità principale del tempio.

A questo punto del nostro racconto, permettetemi una divagazione che forse potrà sembrare azzardata. Nel terzo capitolo del "Lalita Vistara Sūtra", alla fine di un lungo paragrafo dedicato alla Regina "Māyā" ci sono alcune odi (dalla settima alla ventesima) che sembrano, a tratti, riecheggiare le "Litanie Lauretane" (Loreto, secolo XVI°), antiche lodi recitate dai fedeli in onore della Madonna, la santissima madre di Gesù. Anche in questo caso sono solo assonanze, ma sono significative. Vediamone alcune tratte dal quell’antico testo in lingua sanscrita:

Ode n.7: "L’incantevole moglie di Suddodhana è la prima tra mille perché ha raggiunto la perfezione; rapisce il cuore come frutto di magia".

Questa strofa è particolarmente interessante perché parla della Regina come "frutto di magia"; il suo nome, "Māyā" (cioè: "Illusione"), secondo le tradizioni dell’Induismo, designò anche il potere miracoloso degli dèi di poter generare ciò che era al di fuori da ogni rigor di logica. In un passo precedente, nello stesso capitolo del "Lalita Vistara Sūtra", venne anche spiegato l’origine del nome della Regina: "Nessuno Le è pari, e poiché il Suo corpo pare il frutto di una illusione, è stata chiamata "Māyā".

Ma continuiamo con le odi:

Ode n.8: "La sua bellezza è perfetta come quella di una giovane figlia degli dèi; il suo corpo è perfettamente proporzionato e le sue membra sono prive di ogni difetto".

Ode n.9: "Nessuna divinità o essere umano può saziarsi della vista di Lei. Ella non conosce attaccamento né è offuscata dal desiderio. È amorevole, dolce, giusta e sommamente buona".

Ode n.10: "Modesta e casta, Ella segue la Legge ("Dharma"). Non conosce orgoglio o presunzione; è schietta e spontanea. Prova gioia nella rinuncia e ha pensieri di benevolenza.

Ode n.11: "Conosce le leggi del Karma, ha abbandonato la menzogna e dimora costantemente nella sapienza della verità. Corpo e mente sono perfettamente controllati. Degli innumerevoli difetti delle donne in Lei non c’è traccia.

Ode n.12: "Nei mondi degli dèi, in quello dei Gandharva ("Portatori di odori", una classe di esseri semi divini. Sono i musici degli dèi nei Cieli del dio "Indra") e nelle terre degli uomini non vi è donna pari a Lei. Come può esistere qualcuno superiore a Lei? Per questo è stata scelta per essere la Madre del Grande Maestro (il Bodhisattva)!

Ode n.18: "Così come Lei è sommo e giusto grembo, ugualmente il Venerabile (il Bodhisattva) risplende sovrano del mondo. Così sono uniti tra loro i due Esseri dotati delle supreme qualità: il Figlio e la Madre!

Ode n.19: "Ovunque non v’è donna degna di portare nel grembo il più nobile degli uomini, tranne la Regina dalle qualità senza eguali e dalla forza di mille elefanti.

Ode n.20: "È in questo modo che la magnanimità degli dèi, insieme con i Bodhisattva che hanno ottenuto la grande Saggezza, lodano Māyā che possiede ogni eccelsa qualità e che è degna di essere la madre del figlio della stirpe degli Shākya".

L’ode n.18, in particolare, pare mostrare curiose assonanze con alcune espressioni utilizzate da teologi, poeti e scrittori cristiani per descrivere il sacro grembo della Vergine Maria ed il suo rapporto filiale con Gesù. Di questo, probabilmente, si accorse il grande tibetologo francese, Philippe Edouard Foucaux (1811-1894), uno dei primi a far conoscere il "Lalita Vistara Sūtra" in Occidente, che pensò bene di utilizzare il termine latino "vas" ("vaso"), proprio delle "Litanie Lauretane", per tradurre la parola "grembo" dell’antica ode sanscrita. Il "giusto grembo" divenne così il: "Vas convenable". Philippe Edouard Foucaux fu il primo, in Occidente, a tradurre completamente e a commentare il "Lalita Vistara Sūtra"; la sua traduzione fu condotta sul testo sanscrito (stampato a Calcutta nella "Bibliotheca Indica") e su quello tibetano (conservato nel "Kanjur", il Canone del Buddhismo del Tibet). L’importante lavoro fu pubblicato, con il testo tibetano a fronte, presso l’Imprimerie Nationale, in due volumi (Parigi, 1847-1848). I due volumi, negli anni seguenti, furono poi ristampati riveduti e corretti, con questo titolo: "Développement des Jeux: Contenant l’histoire du Buddha Cakya-Mouni depuis sa naissance jusqu’a sa predication", Leroux, Paris, 1884-1892.

Anche la Madonna (che, a differenza della Regina Māya, fu però ritenuta vergine), nelle "Litanie Lauretane" è descritta come: purissima, castissima, degna d’amore, dispensatrice di gioia, specchio di ogni perfezione, dimora della sapienza e della verità, Madre della divina grazia e soprattutto "Vas spirituale", "Vas honorabile" e "Vas insigne devozionis". Secondo la fede cristiana, infatti nel grembo di Maria, nel suo utero (la parola latina "vas", o "vasculum", significa letteralmente: "vaso", "recipiente"), la divinità, cioè Dio si sarebbe fatto carne. Quando quelle tre laudi furono tradotte in italiano, probabilmente per pudore o imbarazzo, il termine "vas" scomparve e fu sostituito da alcuni sinonimi considerati più adatti a descrivere la dimora visibile di Dio nel seno della Vergine. Così "Vas spirituale", divenne: "Tempio dello Spirito Santo", "Vas honorabile" fu tradotto con "Tabernacolo dell’eterna gloria" e "Vas insigne devozionis" divenne: "Dimora consacrata a Dio". Probabilmente qualcosa di simile accadde anche nella tradizione buddhista, ed il grembo (l’utero: "garbha") della Regina "Māya", nella devozione dei fedeli, si trasformò allegoricamente in un tabernacolo (il "Ratnavyūha"), ritenuto più adatto a contenere e proteggere il Bodhisattva durante la gestazione. E come accadde a Gesù nel seno di Maria, il "sommo e giusto grembo" della Regina "Māya" accolse, custodì e protesse il Principe "Siddhārta" fino al momento della sua nascita.

Da quanto fin’ora abbiamo avuto modo di evidenziare, tra il sacro concepimento del Buddha e quello di Gesù, a parte qualche assonanza, le differenze sembrano molte. Vediamone alcune. La prima, insuperabile, è la verginità di Maria. Forse, se un parallelo può essere fatto è con la storia di Sara, la prima moglie del patriarca biblico Abramo e madre di Isacco (che però non fu concepito verginalmente). Nel racconto della Bibbia, Abramo e Sara, a lungo, cercarono di avere un figlio, ma senza riuscirci. Poi, quando Sara fu in età da non poter più avere una prole, lo ottennero, grazie alla fede che smosse l’intervento divino (Genesi, 16; Isaia: 51,2). Possiamo trovare un altro parallelo nelle vicende di Elisabetta, cugina di Maria e moglie di Zaccaria, che in vecchiaia e ormai ritenuta sterile, dopo la visita dell’arcangelo Gabriele, rimase incinta e partorì Giovanni il Battista (Luca, 1, 26-27). E, un’altra assonanza ancora nello strano episodio del concepimento della Vergine Maria da parte di Anna, così come fu raccontato in un tardo Vangelo apocrifo etiopico (di quest’ultimo avremo modo di parlarne più approfonditamente in seguito).

La seconda differenza è che Maria, per il dogma cristiano è la "Madre di Dio", formula questa di valore immenso. Quel principio di fede, nacque in epoca piuttosto tarda, in oriente, in un angolo sperduto dell’Impero romano, a Edessa, quartier generale del Cristianesimo siriano, patria della prima Chiesa cristiana, dove trovarono origine la primissima versione dell’"Assunzione" al cielo di Maria, nonché la prima liturgia ed i primi Inni in suo onore. La fede mariana, proveniente da quella città, divenne come un fiume in piena quando, nel 431, ad Efeso la Madonna venne dichiarata "Theotòkos", ossia: Madre di Dio; colei che nel suo grembo verginale avrebbe generato il "Verbo fatto carne", la Seconda Persona della Santissima Trinità. Ma se Gesù fu ritenuto "Figlio di Dio" e "fatto della sostanza del Padre", lo stesso non accadde al Buddha "Shākyamuni" che non fu mai considerato alla stregua di un Dio, anche se in alcune tarde tradizioni fu quasi deificato.

Un’altra, grande, diversità si può riscontrare nelle modalità del parto. La nascita di Gesù, secondo i quattro Vangeli canonici, si svolse in maniera ordinaria e quotidiana, mentre quella del "Risvegliato" si colorì di elementi straordinari e prodigiosi. Ma come si sarebbero svolte quelle due nascite miracolose? Cominciamo da quella di Gesù.

Prima di tutto va notato che i Vangeli non ci forniscono alcuna indicazione dell’anno e del giorno di nascita di Gesù, anche se la maggior parte degli studiosi generalmente la collocano tra il settimo ed il quarto anno prima della nostra era. L’istituzione della festa liturgica del Natale e la sua collocazione al 25 dicembre del calendario solare romano (giuliano e poi gregoriano) è documentata solo a partire dalla metà del 300 dopo Cristo. Quella data, forse, fu scelta per cristianizzare la festa del "Sole Invitto" ("Sol Invictus") istituzionalizzata nell’antica Roma dall’Imperatore Aureliano (regnò tra il 270 ed il 275 dopo Cristo) al ritorno da una spedizione militare in Siria. Il "Natalis Solis Invicti" volle celebrare l’evento astronomico del Solstizio d’Inverno che nell’antica Roma aveva assunto un profondo significato spirituale, poiché, intorno al 25 dicembre, il Sole che "muore" e "rinasce", trionfando sulle tenebre della notte, sembrò confermare la sua natura di dio invincibile ed eterno. Le vicende astronomiche del sole furono vissute, nell’antica Roma (e non solo: basti pensare alle tradizioni dell’Egitto faraonico e a quelle legate al dio persiano "Mithra") come simbolo di morte e rinascita interiore e spirituale. Ma probabilmente il motivo che spinse i cristiani a scegliere quella data fu un altro ben più fondato nella tradizione evangelica. Infatti, secondo il Vangelo di Luca: "Al sesto mese, Dio mandò l’angelo Gabriele in una città della Galilea di nome Nazareth ad una vergine sposa di un uomo di nome Giuseppe della casa di Davide, il nome della vergine era Maria" (Luca, I, 26-27). Il sesto mese a cui si riferisce l’Apostolo Luca è quello di "Adar" del calendario luni-solare ebraico (mese che va dalla fine febbraio a fine marzo). La nascita di Gesù, dopo i regolari nove mesi di gestazione, sarebbe così avvenuta nel mese di "Kislev", ossia tra la fine di novembre e la fine di dicembre. Ma lasciamo da parte i problemi di datazione e torniamo alla nascita del Cristo.

Secondo il Vangelo di Luca, al seguito di un editto che ordinava il censimento delle terre, Giuseppe salì, con la sua sposa, Maria, che era incinta, nella Giudea, alla città di Betlemme. Mentre si trovavano là: "giunse per lei il tempo di partorire e diede alla luce il suo figlio primogenito. Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto all’albergo" (Luca, 2.4). Tutto qua; Gesù, il "Figlio di Dio", nacque come nascono tutti gli esseri umani e fu deposto in una mangiatoia. I pastori, accorsi al richiamo dell’angelo (unico elemento sovrannaturale della narrazione) trovarono Maria con il suo sposo Giuseppe, ed il bambino adagiato in una mangiatoia. Curioso è anche il fatto che l’angelo sia apparso ai pastori e non ai Sovrani o ai potenti della terra. Nel corso dei secoli, molti teologi e filosofi si sono domandati come fosse possibile che Dio per manifestarsi nella pienezze del "Verbo fatto carne" avesse scelto un modo così umile e per giunta insignificante per entrare nella storia dell’uomo. E qualcuno, nei Vangeli apocrifi e con il diffondersi della tradizione del presepe, cercò di rendere più idillica la scena narrata da Luca che per ben tre volte descrisse la realtà inequivocabile della "mangiatoia". Il "Figlio di Dio", descritto dall’apostolo Luca nel suo Vangelo, si manifestò al mondo non nella maestà, quanto piuttosto nell’umiltà e, come ogni neonato, nella totale dipendenza dalla madre.

In modo ben diverso venne al mondo il futuro Risvegliato. Come abbiamo già avuto occasione di scrivere, il futuro Buddha, decise di nascere nel clan degli "Shākya", una famiglia elevata di Re e guerrieri, che governarono il Regno di "Kapila" situato ai piedi delle montagne del Nepal con capitale "Kapilavastu" (in lingua pāli: "Kapilavatthu"), sul fiume "Rapti", a circa 80 Km. dalla città di "Gorakhpur". Secondo le agiografie, il bimbo sarebbe venuto alla luce durante il plenilunio del mese di "Vaishaka" (o: "Vishaka" o "Vishākhā, secondo le varie grafie; periodo: aprile-maggio) di un anno intorno al 563-566 a.Cr.. Ma le tradizioni furono molte e le date relative alla sua nascita possono ampiamente variare. A questo punto mi sia consentita una nuova divagazione, questa volta astronomica. "Vaishaka" fu, non solo il nome di una stella ma anche quello del 16° (o del 14° secondo altre tradizioni) "Nakshatra" del sistema astronomico indiano. I "Nakshatra", nel loro insieme, erano una divisione del cielo in 27 o 28 segmenti definiti da cerchi di declinazione, che partivano dal Polo e andavano a finire all’Equatore, a luogo di certe stelle determinate. "Vaishaka", si trova nella costellazione della "Bilancia" (tra i 20° 00’ della "Bilancia" e gli 03° 20’ dello "Scorpione") ed è l’astro più luminoso di un gruppo (cioè: di un "asterismo") di quattro stelle. Dal nome di quella stella derivò la parola "Vesak", a significare la "luna piena" del sedicesimo "Nakshatra", e quindi il giorno di nascita del Buddha che divenne la maggiore festività dei buddhisti.

Quando il futuro Buddha nacque, cinque secoli e mezzo prima di Gesù, in India si stava verificando una rivoluzione spirituale di assoluta importanza. Le varie divinità, con le loro infinite rappresentazioni, stavano lasciando il posto all’idea di un Assoluto indifferenziato con il quale (almeno in teoria) l’individuo avrebbe potuto entrare in contatto con l’ascesi e la meditazione. Le antiche divinità furono ancora ben presenti, ma si cominciò ad ipotizzare che oltre alle immagini e agli idoli vi potesse essere qualcos’altro che poteva essere espresso con nomi diversi. Con le nuove dottrine si diffuse anche il convincimento che il soggetto (l’individuo) potesse identificarsi con l’Assoluto e che l’"anima individuale" ("atman") fosse assimilabile allo Spirito universale ("Brahman"). Ma torniamo alla nascita del futuro "Risvegliato". Come ho avuto occasione di scrivere nel mio libro: "Quando si avvicinò il momento del parto, la Regina si mise in viaggio per raggiungere i suoi parenti nella città di Koli…. Durante il tragitto, decise di fermarsi a Lumbinī (oggi: Rumindei, nella provincia nepalese del Terai). Entrò in un giardino per riposarsi all’ombra di un boschetto di alberi Shāla, quando all’improvviso si manifestarono i segni della nascita. Un ramo si piegò su di lei; vi si aggrappò e, senza doglie, partorì in piedi" (Silvio Calzolari, "Il Principio del male nel Buddhismo", op. cit. pag. 20). Ed ecco come racconta quella nascita l’"Acchariya abhuta Sutta" ("Sutta" n.123 del "Majjhima-Nikāya"): "… se anche le altre donne partoriscono sedute o distese, non così fece la Madre del futuro Risvegliato: dritta, in piedi, Ella partorì. Quando il futuro Risvegliato uscì dal grembo della Madre, fu ricevuto prima dagli Dèi e poi dagli uomini. Quando il futuro Risvegliato uscì dal grembo della Madre, non toccò terra, ma quattro Figli degli Dèi, sostenendolo, lo presentarono alla Madre esclamando: «Salve Regina, il tuo Figlio possente è nato!». Quando il futuro Risvegliato uscì dal grembo della Madre, uscì puro, immacolato d’acqua, di muco, di sangue; uscì terso e puro di qualunque impurità. Come quando un gioiello è posto sopra un panno fino di Benares, né il gioiello macchierà il panno, né il panno sporcherà il gioiello, perché sono entrambi incontaminati, così è terso e puro il futuro Risvegliato. Quando il futuro Risvegliato uscì dal grembo della Madre, due fonti d’acqua sgorgarono dal cielo, una fredda e una calda; con quelle furono lavati il futuro Risvegliato e sua Madre. Appena nato, il futuro Risvegliato poggiando saldamente i piedi a terra, rivolto a settentrione, avanzò di sette passi e, mentre un bianco ombrello (n.d.a. "chatra"; simbolo di regalità ed uno degli otto emblemi di buon auspicio) calato dal cielo lo proteggeva, girando lo sguardo su tutto il vasto orizzonte esclamò: «Io sono il Sommo del mondo, Io sono il Signore del mondo, questa è la mia ultima nascita, non vi sarà più un’esistenza»! Quando il futuro Risvegliato uscì dal grembo della Madre, allora nel mondo si manifestò un immenso, eccelso, splendore che superò persino la magnificenza degli Dèi. E anche negli intervalli tra i mondi, che sono tristi, tetri, scuri e tenebrosi, in cui neppure questa luna o questo sole riescono a penetrare con la loro luce, si manifestò tale splendore. Anche gli esseri che erano nati in quei mondi, grazie a quello splendore, furono in grado di scorgersi l’un l’altro. E tutto l’immenso universo di centomila mondi ebbe come un fremito e si scosse, e da esso sorse un immenso splendore. Anche questo accadde grazie alle mirabili e portentose qualità del Sublime (n.d.a: cioè del Risvegliato)".

Va sottolineato che (come Gesù nacque in una stalla) la nascita miracolosa del "futuro Risvegliato", non sarebbe avvenuta nella comodità di una Reggia ma in una radura tra gli alberi di "Shāla" quasi a sottolineare il legame tra la Regina e la vegetazione sacra e feconda. Nell’India antica, l’albero di "Shāla" ("Sāla", o: "Sal"), era consacrato al dio "Vishnu"; più tardi nel Buddhismo, per la sua brevissima fioritura, divenne invece il simbolo della caducità delle cose.

Nel trascorrere dei secoli quella nascita si arricchì di particolari strabilianti e di vicende mirabolanti e al Buddha furono attribuiti vari poteri miracolosi. Anche se, più di una volta, il Principe "Siddhārta" negò di essere un dio e affermò di essere solo un "Buddha", cioè un "Risvegliato", nella letteratura e nelle credenze popolari niente riuscì a fermare l’idea che la Sua nascita potesse essere realmente simile a quella degli altri esseri umani. A questo desiderio di "mirabilia" dette voce il solito "Lalita Vistara Sūtra". Secondo quell’antico testo agiografico, quando giunse il giorno della nascita del Bodhisattva, nel parco della Reggia della Regina "Māyā" si verificarono una serie di prodigi. Gli stagni ed i laghetti si coprirono di fiori di loto di vari colori: rossi, blu, gialli e bianchi, e acque calde e profumate iniziarono inspiegabilmente a scorrere ovunque. Le piante fiorirono e molti cuccioli di leone e di elefante scesero dalle pendici dell’Himalaya per scorrazzare nel parco come animali domestici. Nei cieli, la luna, il sole, le stelle, i carri celesti ed i pianeti rimasero immobili; era il periodo della congiunzione dell’asterismo "Pushyā" (avremo modo di parlarne in seguito). Proprio al momento della congiunzione, la Regina "Māyā" avendo percepito che il tempo del parto fosse arrivato, si recò dal suo regale sposo, informandolo che aveva deciso di mettersi in viaggio verso un luogo che le era apparso più volte in visione e che sembrava un vero e proprio "giardino delle delizie". La Regina lo aveva identificato con il parco di "Lumbini". Il Re acconsentì e "Māyadevī", su di un carro regale, partì verso quella località con un numeroso seguito di dame, di cortigiani e soldati. Arrivati che furono nel parco, la Regina scese dal palanchino e iniziò a passeggiare da un boschetto all’altro fino ad arrivare ai piedi di un enorme albero di "Sal": "... era il più prezioso tra i grandi alberi preziosi, dai rami robusti, con belle foglie e gentili, tutto ricoperto di fiori divini che emanavano i profumi più soavi, ai cui rami erano sospesi preziosi tessuti di vari colori. L’albero splendeva per lo scintillio delle varie pietre preziose che lo adornavano dalla radice del fusto fino ai rami e alle foglie. I suoi rami erano proporzionati e ben distesi; era radicato in un terreno liscio come il palmo della mano e coperto da un soffice tappeto di erba verde come la coda dei pavoni e soffice al tatto come la seta. Era lo stesso albero al quale si aggrapparono le madri dei precedenti Jina, lodato dai canti degli dèi, bello, privo di ogni imperfezione e assolutamente puro…" ("Lalita Vistara Sūtra", cap. VII). I "Jina" (cioè: i "Vittoriosi") erano Coloro che nel corso della storia del mondo avevano vinto l’ignoranza e la sofferenza; erano i vari Buddha nati prima di "Shākyamuni", tutti nati ai piedi di quel magico albero.

Subito l’albero, per porgerle un saluto, s’inchinò alla Regina abbassando i suoi rami e "Māyādevī" ne afferrò uno con il suo braccio destro, poi: "allungò il corpo, diresse lo sguardo verso il cielo, in segno di benedizione, e rimase immobile, così il futuro Buddha uscì dal suo fianco destro e senza ferire il corpo della madre…" ("Lalita Vistara Sūtra", cap. VII). In quel momento si verificarono una serie di prodigi, la foresta si ammutolì e tutto si fermò e sembrò cristallizzarsi, il corso impetuoso dei fiumi si arrestò e le belve feroci si acquietarono. Poi, mentre sulla jungla si levò una brezza profumata di sandalo, una legione di divine entità celesti, le "Apsāra", le dee delle nubi e delle acque, discesero dal firmamento per porsi al servizio della Regina. I quattro "Guardiani del mondo" premurosamente sostennero il neonato con le loro mani, e subito apparvero "Shakra", il Signore degli dèi (cioè: il dio "Indra", Sovrano di un paradiso posto sulla sommità del mitico monte "Sumeru") e "Brahmā" (l’Essere immenso; il creatore personificato) per riverirlo e coprirlo con una veste dorata divina. Il futuro Buddha, a differenza di Gesù, non fu toccato da alcun essere umano, ma fu accolto dalle divinità. Nello stesso momento della nascita del Buddha sarebbero miracolosamente venuti al mondo anche l’albero della "Bodhi" (sotto il quale il Principe "Siddhārta" avrebbe ottenuto il "Risveglio"), "Yashodhāra" (chiamata anche: "Rāhulamātā", sua moglie e madre di "Rāhulā", l’unico figlio del Buddha), il suo cavallo (il fido "Kanthaka"), il suo elefante preferito, il suo auriga ("Channa"), ed il suo compagno di giochi ("Kāludāyī Thera), figlio di uno dei Ministri del Re "Suddhodana". Quando il divino fanciullo pose i piedi per terra (perché miracolosamente subito crebbe e camminò) sbocciarono dal terreno dei grandi fiori di loto e sgorgarono dal cielo due flussi d’acqua, uno freddo e uno caldo, che furono utilizzati dai Re dei "Nāga" per lavarlo e aspergerlo ritualmente. I "Nāga", nella mitologia dell’India antica, erano una classe di esseri assimilati al regno animale, pur avendo caratteristiche divine; si ritenne che governassero sul mondo sotterraneo e sulle acque. Solitamente furono rappresentati come serpenti, anche se avevano fama di poter assumere forme umane. Dopo quel bagno divino, i quattro "Guardiani del mondo" (talvolta chiamati i "Figli degli dèi") lo asciugarono e lo ricoprirono di fiori freschi e profumati. Ma chi furono queste quattro entità guardiane?

È giunto il momento di parlarne, anche perché alcuni storici della religione del XIX° secolo, in Occidente, li identificarono in modo piuttosto fantasioso con i "Magi" che, nelle varie tradizioni cristiane, sarebbero andati a rendere omaggio a Gesù pochi giorni dopo la nascita. Il nostro sanscritista Giuseppe De Lorenzo ((1871-1957) nella sua traduzione in italiano del "Majjhima Nikāya", basandosi su alcune ipotesi del filosofo e teologo Rudolf Seydel (1835-1892; cfr.: "Die Buddhalegende und das Leben Jesu nach den Evangelien", op. cit., seconda edizione, pag. 35) non ebbe alcun dubbio al riguardo. E nonostante le grandi differenze storiche e culturali, ritenne che la visita di quei quattro "Guardiani del mondo" avesse una qualche strana assonanza con quella dei "Re Magi". Vediamo di capire meglio la questione. Come abbiamo già avuto occasione di dire, le quattro entità celesti furono talvolta identificate con i "Lokapāla", le divinità induiste poste a protezione dei quattro punti cardinali; nel Buddhismo corrisposero invece ai "Quattro grandi Re celesti" ("Mahārājakayika", o: "Caturmahārāja"). Fin dalle più arcaiche ere, in India si ritenne che queste quattro divinità risiedessero sulle pendici del mitico monte "Sumeru", l’"Axis Mundi", a guardia dell’universo. Ogni guardiano sarebbe stato accompagnato da una sposa celeste e avrebbe governato un popolo di entità semidivine. Ecco, di seguito, i nomi delle quattro divinità, con le direzioni, i pianeti e le spose corrispondenti (sono le stesse dee che apparvero in sogno alla Regina "Māyā" sulle rive del mitico lago himalayano):

"Kubera" (che nel Buddhismo divenne: "Vaishravana"), fu ritenuto il guardiano del nord e fu posto a capo dei quattro Re; fu associato alla ricchezza e alla luna (considerata come un pianeta) ed ebbe come sposa "Kuberajājā" (o: "Bhadrā). "Yama" (nel Buddhismo: "Virūdhaka"), il Re degli avi e dei morti, divenne il guardiano del sud; fu associato al pianeta Giove ed ebbe come compagna "Varahajāyā"; "Indra" (nel Buddhismo: "Dhrtarāstra"), il Re del Cielo ed il protettore dei coraggiosi, fu considerato il guardiano dell’est; fu associato al Sole, ed ebbe come moglie "Shacī" (chiamata anche: "Indrani"), una delle dee della bellezza. Ed infine: "Varuna" (nel Buddhismo: "Virūpāksa"), il Signore delle acque ed padrone del destino divenne il reggente dell’ovest; fu associato a Venere ed ebbe come sposa "Varunajāyā". A complementare questa suddivisione a protezione dell’universo, il dio "Brahmā" divenne il custode della sommità del cielo, cioè dello zenith; invece il nadir fu protetto da "Ananta", che altri non era che il potente dio "Vishnu".

Nei testi e nell’iconografia induista e buddhista questi "Guardiani" delle direzioni dello spazio furono sempre descritti e rappresentati come un gruppo di quattro celesti entità; come fu quindi possibile per il Seydel e il De Lorenzo identificarli con i "Re magi"? I "Magi" della tradizione evangelica non furono solo tre? In verità, nel Vangelo di Matteo (2,1-10) si parla assai genericamente dei "Magi"; non sono riportati i loro nomi e non si dice nemmeno quanti fossero: "Dopo che Gesù nacque a Betlemme in Giudea, al tempo del Re Erode, ecco giungere a Gerusalemme dall’Oriente dei Magi, i quali domandavano: «Dov’è il neonato Re dei Giudei? Poiché abbiamo visto la sua stella in oriente e siamo venuti ad adorarlo» … Ed ecco: la stella che avevano visto in oriente li precedeva, finché non andò a fermarsi sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella furono ripieni di straordinaria allegrezza; ed entrati nella casa videro il bambino con Maria sua madre e si prostrarono davanti a lui in adorazione. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Quindi, avvertiti in sogno di non passare da Erode, per un’altra via fecero ritorno al loro Paese".

Nella tradizione cristiana, il numero ed il nome dei "Magi" che sarebbero andati a portare i doni a Gesù furono tratti da tarde fonti apocrife come il "Protovangelo di Giacomo" (dal II° al IV° sec. d.Cr.?; cap. 21-23); il "Libro dell’Infanzia del Salvatore" (dal IX° al XIV° sec. d.Cr.; cap. 89-91); il "Vangelo dello pseudo-Matteo" (VIII°-IX° sec. d.Cr.?; cap. 16-17); il "Vangelo Arabo dell’Infanzia del Salvatore" (metà del VI° sec d.Cr.; cap. 7-9); ed infine il già citato: "Vangelo Armeno dell’Infanzia" (IV°-V° secolo d.Cr.; cap. V.10). Ed anche se comunemente si ritenne che i "Magi" fossero solo tre, alcuni testi affermarono che fossero quattro o addirittura sei. Infatti, in alcune grotte abitate dagli anacoreti cristiani in Cappadocia (X°-XIV° sec. d.Cr.) furono raffigurati in numero di sei (cfr.: Heinrich Pfeiffer, "L’Iconografia dell’Infanzia di Gesù", in: "Theotokos", Rivista interdisciplinare di Mariologia, anno IV n.1, Roma, 1996). Il Seydel per accostare i "Re Magi" ai "Lokapāla" o ai "Caturmahārāja", si appellò a queste (e ad altre) fonti alternative. Ma anche il De Lorenzo notò che tra quei personaggi del mito c’era una certa somiglianza e che persino la differenza del loro numero fosse superabile, perché: "...in origine, come si vede in un affresco all’ingresso della catacomba di Domitilla, i Re Magi erano ancora quattro; poi, quando la Chiesa, per amor di trinità li ridusse a tre, furono sostituiti dai quattro arcangeli, come si vedono nel mosaico di Santa Maria Maggiore a Roma, e in quello di Sant’Apollinare Nuova a Ravenna" (Giuseppe De Lorenzo, "I Discorsi di Gotamo Buddha del Majjhimanikayo", 3 voll., Sutta n.123, Laterza, Bari, 1916; Vedi anche la nuova edizione italiana in tre volumi, Luni Editrice, Milano, 2019). Forse la Chiesa stabilì che i "Magi" dovessero essere solo tre, perché tre furono i doni che portarono (oro, incenso e mirra), e molto probabilmente (come lo stesso De Lorenzo sottolineò) il loro numero fu scelto anche in un’ottica simbolica trinitaria.

Ma chi furono realmente i "Magi"? Per rispondere a questa domanda dobbiamo rivolgerci nuovamente ai Vangeli apocrifi. Vediamo cosa scrisse di loro il "Vangelo Armeno dell’Infanzia": "in quel tempo… un angelo del Signore andò al Paese dei Persiani per avvertire i Re Magi ed ordinare loro di andare ad adorare il bambinello appena nato. Costoro, dopo aver cavalcato per ben nove mesi avendo per guida la stella, giunsero alla meta proprio nel momento in cui Maria era diventata madre. È da sapere che allora il Regno Persiano dominava sopra tutti i Re d’oriente per il suo potere e le sue vittorie. I Re Magi erano tre fratelli: Melchiorre, che regnava sui Persiani, Baldassarre, che regnava sull’India, e Gaspare, che dominava sul Paese d’Arabia" ("Vangelo Armeno dell’Infanzia", V.10). Molte leggende accompagnarono il viaggio dei "Magi" verso Occidente, tra queste una delle più importanti fu quella relativa alla "stella" che avrebbe annunciato la nascita di Gesù. Forse, proprio in quell’evento astronomico fu probabilmente colta un’ulteriore assonanza con il racconto della nascita del Principe "Shākyamuni". Infatti, secondo le agiografie il Buddha sarebbe nato quando in cielo si levò la brillante stella "Pushya" (il "Nutrimento", il "Fiorire", il "Fiore").

A questo punto del mio racconto chiedo ai miei lettori di perdonare un’altra breve, ma necessaria, divagazione su quel magico astro. Secondo la mitologia dei "Veda", "Pushya" era il sole al crepuscolo che spinge i viandanti a cercare rifugio per la notte, ma era anche la stella che dava il nome all’ottavo "Nakshatra" del sistema astronomico indiano. "Pushya", dalla quale derivò anche il nome del "Nakshatra", era una luminosissima stella della costellazione del Cancro (da 3° 20’ in Cancro a 16° 40’ sempre in Cancro). Secondo gli astronomi buddhisti birmani sarebbe appartenuta invece alla costellazione dell’Idra" (cfr.: Silvio Calzolari, "Il Principio del Male nel Buddhismo…", op. cit., pag. 28). "Pushya" fu raffigurata graficamente da una luna crescente (simbolo di nutrimento materiale e spirituale) posta sulla punta di una freccia (ad indicare il raggiungimento di una condizione di benessere). Ma fu anche rappresentata dalle mammelle della mucca (anch’esse simbolo di nutrimento), o dall’immagine di un albero celeste, con vari rami, ad offrire protezione, e buoni frutti karmici, a chi fosse nato in quel giorno fortunato. Forse, con quel simbolo grafico si volle raffigurare anche l’albero al quale si sarebbe aggrappata la Regina "Māha Māya"….

I testi sacri induisti narrarono anche che "Pushya" fosse la residenza celeste di una importante divinità Vedica: "Brihaspati", la personificazione del pianeta Giove, il "Signore dell’Intelligenza" ed il "Precettore degli dèi" ("Devatā tattva"). Questo mitico essere, menzionato nel "Rg Veda" come "nato in cielo con sette frecce e sette raggi" (IV, 50.4), in tempi ancestrali, avrebbe insegnato agli uomini l’astronomia e l’astrologia e avrebbe controllato il movimento dei pianeti. Secondo le leggende "Brihaspati" sarebbe stato rivale di "Shani", la personificazione del non benevolo pianeta Saturno. Il conflitto tra i due pianeti avrebbe avuto inizio quando Giove si sarebbe rifiutato di dare i suoi insegnamenti al giovane Saturno. "Shani" avrebbe così deciso di incarnarsi in un essere umano. E divenne "Sauri". Poi, di nascosto, andò ad ascoltare le lezioni di "Brihaspati". Scoperto e allontanato, il giovane Saturno sarebbe stato allora educato da "Shukracharya" (il pianeta Venere). Da qui sarebbe derivata la rabbia di Saturno verso Giove. Per questo, secondo gli antichi astronomi indiani, quando il pianeta Giove attraversa il segno di Saturno (cioè: il "Capricorno") si indebolirebbe perdendo parte dei suoi influssi benefici (cfr.: Dennis Harness, "The Natshatra. The Lunar Mansion of Vedic Astrology", Lotus Press, Twin Lakes, Wisconsin,1999).

Veniamo ora alla "stella" che guidò i "Re Magi". Su quest’evento astronomico sono stati scritti fiumi di inchiostro e non è questo il momento di approfondire l’argomento. Ne farò solo una brevissima sintesi. Per secoli si ipotizzò che fosse una cometa, forse quella di "Halley", e come tale è stata spesso rappresentata nei presepi di tutto il mondo. Ma, oggi, gli astronomi giudicano questa teoria assolutamente improbabile. Chi la fece diventare una cometa fu "Giotto" (1267-1337) affrescando la scena dell’"Adorazione dei Magi" nella Cappella Scrovegni di Padova. Quel grande pittore raffigurò, con verosimiglianza, una bellissima cometa perché nel 1301 aveva visto il passaggio della cometa di "Halley", e probabilmente fu ispirato da quella visione. Secondo altre teorie (abbastanza condivise da astronomi e studiosi) si sarebbe invece trattato di una sovrapposizione di astri che avrebbero rischiarato il cielo di una luce quasi sovrannaturale. Infatti, nella primavera del settimo anno prima della nostra era, Giove e Saturno entrarono in congiunzione e vi rimasero per circa un anno, avvicinandosi tra di loro per ben tre volte. Prima di uscirne furono poi raggiunti da un terzo pianeta: Marte. Tutto questo accadde mentre i pianeti erano nella costellazione dei Pesci; in seguito Giove entrò in quella dell’Ariete. Il primo a suggerire che i "Magi" fossero stati guidati da questa triplice congiunzione astrale fu Giovanni Keplero (1571-1630) nel suo "De Anno Natali Christi" (1614). Il grande astronomo tedesco arrivò a formulare quell’ipotesi dopo anni di calcoli e considerando che la durata dell’evento astronomico richiese mesi, e quel periodo di tempo era assolutamente compatibile con l’organizzazione di un lungo viaggio. D’altra parte, è ormai ben testimoniato che lo strano fenomeno celeste avesse attirato l’attenzione degli astrologi persiani, che da sempre avevano ritenuto la congiunzione Giove-Saturno foriera di importanti sommovimenti religiosi o sociali (cfr.: Edward Steward Kennedy, David Pingree, "The Astrological History of Mash’allah", Harvard University Press, Cambridge Mass, 1971).

Ma lasciamo questo interessantissimo argomento per tornare alla nostra domanda iniziale. Chi furono i "Magi"? Il termine "mago", come oggi comunemente si intende, non corrisponde affatto al significato originario della parola. L’antica voce persiana "māgh" (latino: "magus") indicò i membri di una casta sacerdotale ereditaria della religione Mazdea che, nell’Iran più antico, si occupò di astronomia, astrologia e divinazione dei sogni. I "Magi" credevano nel Dio unico "Ahura Mazda" (il cui culto fu riformato intorno al VII° o al VI° secolo avanti Cristo da "Zarathustra") e nell’idea che il tempo ciclicamente si rinnovasse. Ma se in tempi arcaici lo scenario cosmico persiano fu dominato dall’idea che tutto sarebbe stato destinato a nascere, divenire e ritornare (una idea simile alla teoria induista dei "kalpa", cioè dei lunghissimi cicli di tempo in cui la vita si manifesta), con "Zarathustra" qualcosa di capitale fu introdotto nella storia dell’umanità: il tempo lineare. Il tempo che inizia, prosegue, matura, decade e che poi precipita verso una fine irrevocabile che segnerà la resa dei conti tra il Bene ed il Male. Poi, al termine di una lunga guerra universale la Luce vincerà e le Tenebre non ritorneranno. Allora, e solo allora, l’intero cosmo sarà ordinato in una gerarchia immutabile, non ciclica ma eterna, e "Ahura Mazda", l’onnisciente Signore del mondo, instaurerà sulla terra il suo regno che durerà per sempre. Questa dottrina escatologica condusse il Mazdeismo alla costante attesa di un divino Salvatore del mondo (il "Saoshyant"), cioè di un vero e proprio Messia, che avrebbe condotto l’umanità al rinnovamento dopo l’oscurità della decadenza. In verità, secondo le dottrine mazdee, tre sarebbero stati i "Salvatori" che, a distanza di un millennio l’uno dopo l’altro, avrebbero fatto la loro comparsa sulla scena del mondo. Tutti e tre sarebbero nati da vergini scese a fare il bagno nelle acque del mitico lago "Kansaoya" che custodirebbe il seme (nel senso non solo fisiologico ma anche spirituale della parola, cioè: la "quintessenza") di "Zarathustra", raccolto dall’angelo "Neryosang" e conservato da "Ardvī Sūra, cioè da "Anāhītā", la dea suprema delle acque celesti. Come ho detto la tradizione mazdea conobbe una serie di tre "Saoshyant" ciascuno chiamato a chiudere gli ultimi tre millenni della storia del mondo. L’ultimo dei tre sarebbe stato destinato a compiere ciò che l’escatologia zoroastriana chiamò la "Trasfigurazione ed il Rinnovamento dell’umanità" ("Frashkart") cioè, "l’apokatastasis", la restaurazione di tutte le cose nella loro integrità prima dell’irruzione delle forze del male nella storia dell’umanità. Gesù avrebbe potuto essere uno dei tre "Saoshyant"? Alcuni astronomi persiani e caldei, osservando i segni celesti, probabilmente lo credettero e forse per questo i "Magi" si misero in cammino per andare ad adorarlo. Chissà... però, curiosamente, un paio di secoli dopo la nascita del Bambino di Betlemme, nei monasteri buddhisti posti lungo le vie carovaniere dell’Asia centrale, certi elementi del mito del "Saoshyant" confluirono anche nelle dottrine del "Maitreya", il Buddha del futuro (quello che il nostro "Shākyamuni" lasciò nel Cielo di "Tusita") che alla fine dei tempi si manifesterà per sconfiggere le tenebre e trasformare il mondo in luce e amore. Purtroppo non posso qui tentare di tratteggiare un più completo studio comparativo a cui inviterebbero le infinite analogie esistenti tra quei mitici personaggi.

Torniamo così alla nascita del nostro Buddha "Shākyamuni" che abbiamo lasciato in compagnia dei quattro "Guardiani del mondo". Secondo il "Lalita Vistara Sūtra", proprio in quei momenti, dal cielo sarebbe disceso un prezioso parasole a proteggere il Buddha che, volgendosi a 360° in tutte le direzioni dello spazio:

"avrebbe fatto sette passi rituali verso levante dicendo con voce di leone: «Io sarò Colui che è causa di tutte le pratiche che hanno la virtù come loro radice»; poi volgendosi verso meridione, fece altri sette passi, ed esclamò: «Io sarò degno delle offerte degli dèi e degli uomini»; poi, rivolto a occidente, fece sette passi, e con voce da leone esclamò: «Nel cielo sono l’Essere supremo, sulla terra sono il Sublime; questa sarà la mia ultima nascita. Io metterò fine alla nascita, alla vecchiaia, alla malattia e alla morte». Poi, rivolto a settentrione e dopo aver fatto altri sette passi disse: «Io sarò il supremo tra tutti gli esseri». In seguito, rivolto verso le regioni inferiori, con un grido disse: «Distruggerò il demone e le sue schiere, ed in favore degli esseri che dimorano negli inferi, al fine di estinguere il fuoco infernale, farò cadere la pioggia della grande nuvola del Dharma (n.d.a.: cioè, dell’insegnamento del Buddha), grazie al quale saranno ricolmi di gioia». Ed infine, rivolto in alto, verso il cielo, e fatti altri sette passi, esclamò: «È verso l’alto che tutti gli esseri guarderanno rivolgendosi a me»".

Non appena il Buddha ebbe pronunciata quest’ultima frase, sempre secondo la tradizione del "Lalita Vistara Sūtra", i cieli si sarebbero rallegrati e migliaia di divinità avrebbero esclamato a gran voce: "Ecco l’Essenza stessa della Saggezza nata dalla completa maturazione delle azioni del Bodhisattva". In quell’istante tutti gli alberi dei "tremila mondi" si sarebbero ricoperti di fiori e di frutti.

Non c’è che dire, è proprio una bellissima storia! Anche se sembra non esserci alcun riferimento che ci possa richiamare alla mente l’episodio della nascita di Gesù. Ma è proprio così? Forse sì, se ci limitiamo alla lettura dei quattro Vangeli canonici. Ma se invece ci rivolgiamo ai cosiddetti Vangeli apocrifi le cose sembrano cambiare, e qualche assonanza pare ci sia. Così, nel già citato Vangelo apocrifo di Matteo (detto dello "pseudo Matteo") si affermò che Gesù, quando era ancora nel grembo di Maria, avrebbe emesso una luce che illuminò la caverna dove riposava Sua madre, e che, subito dopo nato, si sarebbe immediatamente alzato: "…l’angelo… ordinò alla donna (n.d.a.: cioè, a Maria) di scendere dal giumento e di entrare in una grotta sotto una caverna nella quale non entrava mai la luce, ma c’erano sempre tenebre, non potendo entrare la luce del giorno. Non appena la beata Maria entrò nella grotta, tutto si illuminò di splendore, quasi fosse l’ora sesta del giorno. La luce divina illuminò la grotta in modo tale che, sia di giorno che di notte, fino a quando vi rimase la beata Maria incinta di Gesù, la luce non mancò. Qui generò un maschio, circondato da angeli, mentre cresceva. Quando nacque stette subito ritto sui suoi piedi, e gli angeli vennero ad adorarlo cantando: «Gloria a Dio nel più alto dei Cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà»" ("Vangelo dello pseudo Matteo", XIII,2).

Secondo lo stesso Vangelo apocrifo, tre giorni dopo la nascita la beata Vergine Maria sarebbe uscita dalla grotta, e dopo essere entrata in una stalla, avrebbe deposto il santo Bimbo in una mangiatoia dove un bue e un asinello lo avrebbero adorato ("Vangelo dello pseudo Matteo", XIV,1). Sempre in quel Vangelo possiamo trovare un’altra strana assonanza con il racconto del "Lalita Vistara Sūtra": un albero di palma avrebbe piegato la sua chioma, ad un cenno del bambino Gesù, per ristorare Sua madre, con i suoi frutti: "… Durante il viaggio, Maria, stanca per il troppo calore del sole del deserto e vedendo un albero di palma disse a Giuseppe: «Mi riposerò all’ombra di quell’albero». Giuseppe, allora, la condusse alla palma e la fece scendere dal giumento. Maria alzò lo sguardo e vide che la palma era piena di frutti. Allora disse a Giuseppe: «Desidererei prendere qualche frutto». Giuseppe le rispose: «Ma come? Mi meraviglio! Non vedi quanto è alta la palma? Invece dovremmo preoccuparci per l’acqua; non ne abbiamo più per noi e i giumenti». Allora, il bambino Gesù che riposava con il viso sereno sul grembo della madre, disse alla palma: «Albero, piega i tuoi rami e ristora mia madre con i tuoi frutti!». Subito la palma piegò la sua chioma ai piedi della beata Maria; da essi raccolse i frutti e tutti si rifocillarono….. Poi, Gesù ordinò alla palma di cercare con le sue radici una vena d’acqua, affinché fluisse in superficie. Subito, dalle radici della pianta scaturì una fonte di acqua limpidissima e tutti ne bevvero" ("Vangelo dello pseudo Matteo", XX,1-2).

Questo gentile episodio, non solo sembra avere qualche assonanza con l’episodio della nascita del Buddha nel giardino di "Lumbini", ma richiama alla mente qualcosa che gli assomiglia, che si trova nel "Corano". Sei secoli dopo Cristo, secondo il sacro testo dell’Islam, le doglie avrebbero spinto Maria, la madre di Gesù (che per il mondo islamico è solo un profeta e non il "Figlio di Dio") a cercare un rifugio ai piedi di una palma; sfinita dal parto e spaventata del proprio stato la donna desiderò morire. Allora, il neonato le avrebbe parlato: "Non rattristarti, perché il Signore ha fatto sgorgare un ruscello ai tuoi piedi; scuoti l’albero di palma ed essa lascerà cadere su di te datteri maturi. Mangiane dunque e bevi, e asciuga i tuoi occhi" (Sura n.19,24-26).

Anche il "Protovangelo di Giacomo" (anche di questo testo abbiamo già parlato), pare ricordare alcuni episodi della nascita del Buddha narrata dal "Lalita Vistara Sūtra". Vi si racconta, infatti, che Maria (e non Gesù), a soli sei mesi, avrebbe fatto "sette passi" verso la madre (di nome Anna), e che al momento della nascita del santo Bambino tutte le forze della natura e le attività umane si sarebbero arrestate, come se le immagini di un film si fossero improvvisamente bloccate su un singolo fotogramma.

Dal protovangelo di San Giacomo: "… così la bambina (n.d.a.: cioè, Maria figlia di Anna) si fortificava giorno dopo giorno. Quando ebbe sei mesi, sua madre la appoggiò per terra, ed essa subito si mise ritta. E fatti sette passi tornò in grembo ad Anna che subito la riprese in braccio…." ("Protovangelo di Giacomo", VI,1). E ancora: "… finalmente Giuseppe trovò una grotta e vi condusse Maria… poi uscì per cercare a Gerusalemme una ostetrica ebrea. Improvvisamente, mentre era in cammino, si accorse di qualcosa di straordinario che così raccontò: «Io, Giuseppe, camminavo e non camminavo. Guardai nell’aria e vidi l’aria colpita da stupore; guardai verso la volta del cielo e la vidi ferma, e vidi gli uccelli immobili in cielo; guardai la terra e vidi un vaso giacente e alcuni operai immobili con le mani nel vaso; ma quelli che masticavano non masticavano, quelli che stavano cercando di prendere il cibo non lo alzavano dal vaso; quelli che lo stavano portando alla bocca non lo portavano. I loro volti erano tutti rivolti in alto. Ecco delle pecore spinte invano, perché erano ferme; il pastore aveva alzato la mano per percuoterle, ma la mano era rimasta immobile a mezz’aria. Guardai la corrente del fiume e mi accorsi che era ferma, e vidi le bocche degli agnelli poggiate sull’acqua; ma non bevevano. Fu un istante, poi tutte le cose si misero in moto e ripresero il loro corso" ("Protovangelo di San Giacomo", XVIII). Non c’è che dire quest’episodio sembra davvero ricordare l’ammutolirsi della natura alla nascita del Buddha!

Infine c’è uno curioso episodio narrato dal cosiddetto "Vangelo etiopico di Anna, madre di Maria", tradotto, nel 1932, dall’egittologo Ernest Alfred Wallis Budge (1857-1934) e studiato con interesse da Zacharias P. Thundy nel suo libro "Buddha and Christ…" (op. cit., London, 1993, pag.88). In quel saggio il Thundy fa un interessante parallelo tra il "bianco elefante" che venne in sogno alla Regina "Māyā"per renderla madre, e una "colomba bianca" che discese dal cielo per far concepire l’anziana Anna, sposa dell’altrettanto vecchio Gioacchino, e madre della beata Vergine Maria. Ecco il brano in questione che ho tratto dall’opera del Budge: "… (Dio) apparve, di notte, (ad Anna) in sogno, sotto forma di un bianco uccello (n.d.a.: una colomba) che scese su di lei dal cielo. Quell’uccello esisteva, fin dall’inizio dei tempi, nella gloria dei Cherubini…. Era lo Spirito della Vita sotto le sembianze di un bianco uccello; si posò sopra Anna e s’incarnò nel suo grembo nel momento in cui la Perla (n.d.a.: cioè: il seme) uscì dai lombi del suo sposo Gioacchino e, come accade durante l’unione carnale, fu accolto da Anna. Così nacque la nostra Signora, la beata Maria…" (cfr.: Budge, E.A. Wallis, "Legends of Our Lady Mary The Perpetual Virgin and Her Mother Hanna", The Medici Society Ltd, London, 1932, pag. 19). Che il "bianco elefante" si fosse trasformato in una candida colomba? Non possiamo saperlo; certo è però che i due racconti sembrano stranamente simili.

Ma torniamo alla leggenda della vita del Buddha.

Il quinto giorno dopo la nascita, come ho narrato nel mio libro ("Il Principio del Male nel Buddhismo", op. cit., pag. 23), presso la Corte degli "Shākya", si svolse una speciale cerimonia chiamata "Jatakarana"; in quell’occasione, per purificare la madre ed esorcizzare il bimbo e l’ambiente famigliare dalle forze malvagie si accesero fuochi speciali e si recitarono particolari formule rituali. Poi, nel tempio, si svolse la cerimonia dell’attribuzione del nome ("Namakarana"). Il divino fanciullo ricevette il nome di "Sarvāthasiddha" che significa: "Colui che ha raggiunto lo scopo" (semplificato, poi, in "Siddhārta"). Ma il giovane fu conosciuto anche come "Gautama" (o: "Gotama"), che era l’appellativo di un antico Sovrano del clan famigliare. Fu durante, o poco dopo, quelle cerimonie che, secondo il "Sutta Nikāya" ("Nālako Sutta", 3,11) ed il "Lalita Vistara Sūtra" (cap. VII) un vecchio e saggio anacoreta, di nome "Asita", sarebbe giunto a Corte per rendere omaggio al neonato Principe. Il "Sutta Nikāya" ("Raccolta dei discorsi") è una sezione del "Sutta Pitaka" ("Raccolta dei Testi brevi") che fa parte del quinto libro del "Khuddaya Nikāya" ("Collezione minore") del Canone in lingua "pāli".

L’episodio di "Asita" merita di essere ricordato perché è simile a quello evangelico di Simeone (Luca, 2, 25-33). Secondo il mito, che s’intreccia con la storia, quell’anacoreta (che sarebbe vissuto in una grotta sulle pendici dell’Himalaya) scrutando il firmamento e ascoltando l’universale giubilo delle divinità, avrebbe deciso di recarsi alla Corte del Re "Shuddodana" per vedere con i suoi occhi il giovane Principe. Così, insieme a "Naradatta", il figlio di sua sorella, s’involò verso la città di "Kapilavastu". Ho scritto "s’involò" non a caso, perché i due sarebbero arrivati nella città capitale proprio volando! Poi, a piedi, sarebbero entrati nella dimora del Re che li accolse con tutti gli onori. Il Sovrano mostrò all’anziano maestro il piccolo, che stava dormendo, ma che subito si svegliò. "Asita", lo guardò con stupore e poi si inginocchiò davanti a lui. Poi, dopo avergli girato attorno, offrendogli il lato destro, lo strinse al petto e restò pensieroso. Dopo un lungo silenzio, iniziò a piangere con copiose lacrime. Il Re, preoccupato, gli chiese perché piangesse; forse il piccolo correva qualche pericolo? "Asita" lo tranquillizzò e poi gli spiegò il motivo di quel pianto: «Perché, o Re, io sono ormai vecchio, Il giovane Sarvāthasiddha otterrà la saggezza suprema, quella perfetta del Buddha. E, dopo averla ottenuta, farà girare la Ruota suprema del Dharma che non è mai stata messa in movimento né da uno Shramana (in "pāli": "Samana"; cioè. "Cercatore della Via", asceta, recluso), né da un Brahmano (n.d.a.: sacerdote, liturgista induista), né da un Deva (n.d.a.: divinità, dio), né da un demone, né da nessun altro nel mondo per quanto potesse essere in armonia con la Legge universale…. O grande Re, nello stesso modo in cui il fiore di Udumbara (n.d.a.: un tipo di ficus che non produce fiori) appare assai di rado nel mondo, così pure, dopo infiniti eoni di tempo, i Bhavavat (n.d.a.: i "Beati", ossia: i Buddha) si manifestano nel mondo. Senza alcun dubbio, questo giovane Principe conseguirà le qualità perfette e compiute di un Buddha, poi avendole ottenute, farà passare migliaia di esseri sulla riva che è al di là dell’esistenza ciclica, e li farà dimorare nell’immortalità! Quanto a me, non vedrò mai questo gioiello che è il Buddha. Ecco perché, o Re, piango e, con spirito prostrato, sospiro profondamente, perché non riuscirò ad ottenere la liberazione dalle sofferenze ("Lalita Vistara Sūtra", cap. VII). Così, al Re stupefatto, predisse che quel fanciullo sarebbe diventato il più grande Maestro spirituale mai conosciuto dall’umanità. Poi, dopo essersi allontanato dalla Reggia, l’anacoreta ordinò a suo nipote di cominciare fin da allora a prepararsi ad accogliere, nel futuro, l’insegnamento del Buddha. Lo stesso racconto fu tramandato anche dal "Nidana Khata", e poi da "Ashvaghosa", l’autore del "Buddhacarita" ("Poema sulla vita del Buddha"), vissuto nel primo secolo della nostra era.

Questo è invece il racconto del Vangelo così come narrato dall’Apostolo Luca:

"Ora, c’era in Gerusalemme un uomo chiamato Simeone: era un uomo pio e giusto ed aspettava la consolazione di Israele e lo Spirito Santo era su di lui. Anzi, lo Spirito Santo gli aveva rivelato che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore. Andò dunque al Tempio, mosso dallo Spirito; e mentre i genitori portavano il bambino Gesù per fare a suo riguardo quanto ordinava la legge, egli lo prese tra le braccia e benedì Dio dicendo: «Ora, o Signore, lascia che il tuo servo se ne vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza che tu hai preparato davanti a tutti i popoli; luce che illumina le genti e gloria del tuo popolo, Israele». Ora, suo padre e sua madre rimasero meravigliati di quanto era stato detto di lui. Simeone li benedì ed a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è posto per la caduta e per la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione, sicché una spada trapasserà la tua anima, affinché vengano svelati i segreti di molti cuori" (Vangelo di Luca, 2,25-34).

Ad una prima lettura sembra esserci effettivamente una certa somiglianza tra la profezia del vecchio "Asita" e quella di Simeone; anche se, a mio avviso, il senso logico e quello teologico sono proprio opposti. Nei racconti buddhisti, "Asita" pianse e si rammaricò di non poter vedere compiuto il ministero di "Shākyamuni"; nel Vangelo di Luca invece, il vecchio Simeone pianse di gioia perché aveva visto il Messia, come gli era stato predetto. Inoltre, il tema del vecchio saggio che predice ad un neonato (o ad un fanciullo) un futuro di gloria spirituale, è ricorrente in molte religioni e mitologia. In ogni modo, il racconto di "Asita" è molto simile a quello del Vangelo ed il divario sembra restare inferiore all’accordo. Nel primo, come nel secondo, racconto si narra di un vegliardo che giunse in modo miracoloso (anche se con modalità del tutto diverse) presso il neonato, lo sollevò fra le braccia e si proclamò felice di aver avuto la possibilità di vederlo. Una derivazione dei due racconti potrebbe essere verosimile.

Ma siamo ormai giunti al termine di questo lungo articolo.

Sette giorni dopo aver dato alla luce il Buddha, la Regina "Māha Māyā" morì nella dimora terrena e rinacque nel Cielo di "Trāyastrimsha", nel Cielo delle "Trentatre Divinità". Sette anni dopo il "Risveglio", il Buddha ascese a quella dimensione astrale per predicare i suoi insegnamenti alla madre.

Silvio Calzolari

(continua…)