Il silenzio del cuore - 1

di Silvio Calzolari

Capitolo1

AMORE E NECESSITÀ DEL SILENZIO

(avvertenze: per il sanscrito, abbiamo utilizzato la trascrizione latina ufficiale, definita nel 1894 dal X Congresso degli orientalisti. Per la lingua “pāli”, a parte qualche eccezione sono state seguite le regole del sanscrito. Per il cinese abbiamo fatto ricorso al sistema E.F.E.O, con un’unica eccezione: la parola “Tao” che è stata lasciata nella trascrizione del sistema “Wade-Giles”. Per le poche parole giapponesi è stata seguita invece la traslitterazione “Hepburn”; invece per il tibetano abbiamo seguito il sistema “Wylie”, ormai accettato a livello internazionale.)


Il tema del “silenzio” è oggi sempre più attuale. Forse perché il mondo moderno sembra ormai soffocato dalle parole. Le parole, spesso vuote o usate a sproposito, sono un vizio della nostra società dove pare che si parli solo per parlare. Per l’uomo di oggi le parole sono logore, stancanti, avvizzite, invecchiate, avvilenti, senza peso, consumate, usurate, prive di significato. Il più delle volte, vengono usate per mentire, esasperare, ingannare, offendere, ferire, separare e dividere. È vero che talvolta cercano di esprimere anche sentimenti di fraternità e di amore; ma purtroppo, accade sempre più di rado. E poi… negli affari di cuore e negli affetti il silenzio può valere più di tante parole. Le parole consumano la nostra energia, anche se espresse mentalmente; il respiro viene ostacolato se si parla di continuo. Il parlare troppo innervosisce e rende ansiosi. Purtroppo, la nostra società, sempre più vuota di significati, cerca di dare un senso alla vita riempiendola compulsivamente con parole a vanvera, dibattiti inutili, talk show, maratone televisive e social network. La presenza alienante del brusio continuo e senza pause, diffuso ovunque da radio, tv e strumenti elettronici, oltre ad essere causa di molti disturbi psicosomatici, causa l’inquinamento sonoro che è una delle più grandi calamità del nostro tempo. Per molti, ormai assuefatti a tanto brusio di suoni e parole, il silenzio è diventato qualcosa di estraniante, che atterrisce e sgomenta. Come ben ebbe a scrivere il teologo Raimundo Panikkar (1918-2010): «gli uomini del XX secolo vivono il silenzio come qualcosa di invivibile e terrificante. L’uomo moderno non sa più stare solo, non sopporta il silenzio. Nell’immensa solitudine a cui la vita frenetica, il progresso e anche l’architettura contemporanea lo costringono, egli cerca nervosamente la folla e tenta di affogare il proprio sgomento immergendosi in rumori di ogni sorta» (Raimundo Panikkar, Il Silenzio di Dio, Borla, Roma, 1985, pag. 284).

Non a caso il filosofo Jean Paul Sartre (1905-1980), già verso la metà del secolo scorso, parlò del silenzio come di una realtà mostruosa: «… l’uomo si trova solo a girovagare per questo silenzio mostruoso, libero e solo, senza assistenza e senza scuse, condannato a decidere, senza appoggio di alcun genere» (Jean Paul Sartre, L’essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano, 1962). Per Albert Camus (1913-1960) invece, il silenzio divenne un’espressione del mondo irrazionale: «l’assurdo nasce dal confronto fra la necessità e il silenzio irrazionale del mondo» (Albert Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani, Milano,1980; le due citazioni sono tratte da: Massimo Baldini, Elogio del Silenzio e della Parola: i filosofi, i mistici, i poeti, Rubettino editore, Soveria Mannelli, CZ, 2005, pag. 112).

Oggi, l’uomo pare ammalato di rumore. Troppi pensieri inutili gli ingombrano la mente e gli appesantiscono il cuore. Tutto questo porta stress, tanto stress… e porta disagio, alienazione e malattie del corpo e della psiche. Da qui la nostalgia del silenzio come dimensione di guarigione. Il silenzio può essere una alternativa, una terapia, una cura; è necessario ritrovare lo spazio della quiete e del silenzio fuori e dentro di sé. L’uomo, da sempre, anche inconsapevolmente, è alla ricerca del silenzio, e più si avviluppa di parole più, come il poeta francese Paul Verlaine (1844-1896), sembra gridare: «Datemi il silenzio! Datemi l’amore per il mistero!» (Paul Verlaine, Sagesse, 11, 3). E non può essere altrimenti, perché, come ebbe a scrivere lo scrittore e psicologo svizzero Max Picard (1888-1965): «il silenzio appartiene alla struttura fondamentale dell’uomo» (Il Mondo del Silenzio, Edizioni Comunità, Milano, 1955, pag. 5). Ma il silenzio non può essere solo esteriore. Il silenzio è, o dovrebbe essere, prima di tutto espressione di uno stato interiore. Non basta stare zitti, si deve decidere di vivere il silenzio; interiormente ci si deve orientare a non sprecare le parole. Si può, infatti tacere, ma essere rumorosi; possiamo tenere le labbra serrate ma avere la mente ed il cuore in tumulto. Ed è vero anche il contrario: si può parlare ed essere silenziosi, se le parole che vengono pronunciate provengono dal nostro silenzio interiore. Già nel IV secolo dopo Cristo, un padre del deserto del Cristianesimo egiziano, l’“Abba Poemen”, ribadì con autorevolezza che il silenzio non fosse solo quello delle labbra serrate:

«… alcuni monaci sembrano in silenzio, ma nel loro cuore giudicano gli altri; costoro nel silenzio parlano continuamente. Altri, invece, parlano da mattina a sera, ma in realtà custodiscono il silenzio, perché vivono nel silenzio della mente e del cuore, e nulla dicono che non sia di qualche utilità spirituale» (cfr.: Irénée Hausherr, Solitudine e vita contemplativa secondo l’Esicasmo, Queriniana, Brescia, 1978, pag. 59).

Il monaco “Poemen” cercò di insegnare ai suoi monaci a praticare “il silenzio della mente e del cuore”, ossia quello che si può ottenere abbandonando i pensieri negativi e non alimentando le passioni. Ed insegnò che essere silenziosi non vuol dire essere muti. Il “mutismo” è mancanza di parole e non ha niente a che vedere con il silenzio. Il silenzio è una vera e propria forma di comunicazione, invece il mutismo esclude da ogni comunicazione. Essere taciturni può essere dovuto a tristezza, depressione e imbarazzo, ma anche a collera, colpa, timore, rancore, invidia e addirittura odio. Secondo San Gregorio Magno (540?- 604):

«… esiste un silenzio rumoroso (che è quello del rancore, dell’odio e dell’invidia) che è un silenzio di dissipazione… i troppo taciturni quando vedono i mali degli altri, ma vogliono restare muti, sono come chi vedesse le ferite e non le lasciasse medicare. Così divengono responsabili della morte, perché non vollero tirar fuori quel veleno, che avrebbero potuto curare con le parole. Talvolta il troppo silenzio è una colpa, altrimenti il profeta non avrebbe detto: “Vae mihi, quia tacui” [nda: “Guai a me, perché ho taciuto”, Isaia,VI,5]» (San Gregorio Magno, “Moralia”, Paoline, Roma, 1965, pag. 239).

Della stessa idea fu anche il teologo Romano Guardini (1885-1968) quando ebbe a scrivere:

«Per esistere come persona, l’uomo deve anche saper tacere. Non essere muto. La mutezza è mancanza di parole, in cui la persona soffoca. Il tacere, invece, presuppone, la persona viva. Solo la persona può stare in quella raccolta calma che si chiama: silenzio» (Romano Guardini, Scritti filosofici, a cura di Guido Sommavilla, Fabbri, Milano, 1964, vol. I, pag. 9).

Si può rimanere muti per cattiveria, per colpa, debolezza, codardia o paura, ma si è silenziosi per concentrazione, attenzione, raccoglimento, preghiera e meditazione. Essere silenziosi, quindi, non vuole assolutamente dire essere muti. Il silenzio della concentrazione, dell’attenzione e della meditazione non disprezza le parole, ma solo quelle inutili, quelle dette a casaccio, irresponsabili, anonime, senza senso e vuote di significato. Il silenzio, anzi, ha in altissima considerazione la parola “essenziale”, evocativa. La parola evocatrice dei mistici e dei poeti, come le note della musica (che sono anch’esse un linguaggio), nascono dal silenzio, ed in esso si propagano. Il silenzio è lo spazio che quei suoni attraversano, ed è in esso che risuonano creando mondi ed universi. Le parole, come le note musicali, procedono dal silenzio, ed in esso ritornano. Max Picard affermò che: «ciò che c’è di essenziale in ogni parola è il suo silenzio», e ancora ebbe a dire che «il silenzio è l’ascesi della parola, perché la parola riposa su un fondo di silenzio» (Max Picard, Il mondo del silenzio, op. cit., pag. 5). Picard paragonò la parola evocatrice ad un iceberg che galleggia sull’acqua del mare del silenzio; per altri versi, potrebbe, invece, essere assimilata al fiore di loto che, nei miti cosmogonici dell’antico Egitto e in quelli induisti, emerse dalle silenziose acque dell’oceano primordiale per far schiudere, con il Verbo creatore, l’intero universo alla vita (cfr.: Silvio Calzolari in Arpocrate, il "segno del silenzio" ed il fiore di loto: dalla mitologia dell'Antico Egitto al Buddhismo delle oasi dell'Asia centrale).

Invece, il filosofo Jean Guitton (1901-1999) paragonò la parola ad un cigno che scivola sulle acque del silenzio:

«esiste un silenzio che è un elemento primordiale sul quale la parola scivola e si muove, come il cigno sull’acqua. Per ascoltare con profitto una parola, conviene dapprima creare in noi stessi questo lago immobile. E dopo aver ascoltato, occorre lasciare che le onde concentriche della parola si propaghino, si smorzino, spirino nel silenzio. La parola sorge dal silenzio e al silenzio ritorna» (Jean Guitton, La solitude et le silence, in: A.A.V.V., Le message des moines à notre temps, Foyard, Paris, 1958, pag. 263).

Senza il nostro silenzio la parola evocatrice (sia quella della poesia che di Dio, della Verità o del Trascendente, in qualsiasi modo sia nominato) faticherà a farsi strada nel cuore dell’uomo. Il mistico cristiano Isacco di Ninive (613?-700? d.C.) ben ebbe a scrivere: «Se ami la Verità, sii amante del silenzio; a somiglianza del sole, esso ti renderà luminoso in Dio e ti libererà dai fantasmi dell’ignoranza. Il silenzio ti unirà a Dio stesso» (Isacco di Ninive, Prima Collezione, 65; in: Un’umile speranza: Antologia, (a cura di) S. Chialà, Qjqajon, Monastero di Bose, Magnano (Bi), 1999, pag. 60). Anche per lo scrittore francese Ernest Psichari (1883-1914), in viaggio per i deserti della Mauritania, il silenzio fu “il gran maestro della Verità” («Mandami, o Dio, il segno adorabile della tua presenza; ora lascia agire il silenzio che è il grande maestro della Verità», in: Le voix qui crient dans la désert, Louis Conard, Paris, 1928, pag. 266).

Pure Sant’Agostino, nel suo Commento al Vangelo di San Giovanni affermò che: «la nostra anima ha bisogno di solitudine. Nella solitudine, se l’anima è attenta, Dio si lascia vedere. Ma la folla è chiassosa; per vedere Dio è necessario il silenzio» (Commento al Vangelo di San Giovanni, V,17,2; Città Nuova editrice, Roma, 1968, pag. 405). Il silenzio di Sant’Agostino, come quello dei padri del deserto, dei mistici o dei poeti, non è qualcosa di inerte, di ostile e di alienante, ma è un silenzio che genera e che rigenera, che possiede forza, vita ed energia; non è il nulla angosciante descritto Sartre, ma il mezzo indispensabile per entrare in comunione con la fonte stessa della creazione, con l’universo e con Dio: «Se a Dio tu pensi, lo odi in te; se tu tacessi e fossi quieto, parlerebbe senza tregua» (Angelo Silesio, Il Pellegrino Cherubico, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1927, v.330).