Ippolito Desideri

di Silvio Calzolari, Atti del Convegno dal titolo "Firenze, il Giappone e l'Asia Orientale" (Firenze, 25-27 marzo 1999), pubblicati da casa editrice "Olschki", Firenze, 2001

Ippolito Desideri

un gesuita del settecento sul «tetto del mondo»

Tra le pianure alluvionali indiane e le grandi distese di deserti sabbiosi dell'Asia centrale si leva un gigantesco fascio di montagne e altipiani che con la loro elevazione media di oltre 5000 metri costituiscono veramente il «Tetto del Mondo». Lungo il margine settentrionale si erge la catena del Kun Lun, a meridione quella maestosa dell'Himalaya con le sue quattordici cime che superano gli 8000 metri e con l'Everest, la montagna più alta della terra, protesa come a sfidare le stelle.

Dove, verso occidente, la catena è determinata dalla profonda doccia valliva dell'Indo, s'innalza un'altra catena maestosa: è il Caracorum, che sembra collegare gli altipiani del Tibet a quelli del Pamir. L'alta valle dell'Indo, con tutti i suoi affluenti, compresa tra gli opposti fianchi dell'Himalaya e del Caracorum, costituisce il Tibet occidentale. Oltre, verso oriente, si aprono le distese del Grande Tibet, desolate e disabitate per interi mesi di cammino, finché si giunge in una regione ricca di villaggi e piccole città strette attorno a Lhasa, la capitale sacra.

Il Tibet occidentale ed il Grande Tibet di Lhasa furono, nel XVIII secolo, il campo d'azione di un intrepido missionario italiano, il gesuita padre Ippolito Desideri. In verità, Ippolito Desideri non fu il primo viaggiatore occidentale a giungere in quelle regioni. Altri missionari l'avevano preceduto alla ricerca delle antiche comunità cristiane che si favoleggiava esistessero nelle terre sconosciute dell'Asia.

Nel 1500 in Europa era diffusa l'opinione che nell'Oriente esistessero popolazioni cristiane. La credenza era fondata sia sulle notizie tramandate da viaggiatori e missionari del medioevo (Giovanni del Pian de’ Carpini, Guglielmo di Rubruck, Marco Polo) che si erano imbattuti più volte nei cristiani nestoriani, sia su una antica leggenda, secondo la quale San Tommaso, uno dei Dodici Apostoli, si sarebbe recato in Cina, prima di ritornare a Meliapur, a sud di Madras, in India, dove sarebbe morto. La leggenda di San Tommaso sembrò trovare conferma anche in una testimonianza di San Francesco Saverio (1506-1552) che, come è noto, si recò in pellegrinaggio alla presunta tomba dell'apostolo prima di proseguire il suo viaggio nelle terre d'Oriente.

L'esistenza di un regno cristiano in Asia era poi testimoniata da un testo, ancora oggi abbastanza misterioso, la Lettera del prete Gianni diffusa in Occidente a partire dalla seconda metà del XII secolo. Le prime legazioni pontificie del XIII secolo si spinsero verso oriente alla ricerca di questo mitico regno. L'Europa era allora minacciata all’esterno da due uragani: i musulmani da sud ed i mongoli o tartari da est. Contro l'Islam si organizzarono le crociate, ma cosa fare contro le terribili orde di Ogadai, figlio di Gengis Khan, che avevano invaso la Bulgaria, la Polonia, la Slesia, l'Ungheria e si erano accampate (1241) in Austria e perfino in Dalmazia? L'Europa era terrorizzata dalle notizie sugli invasori. Si cercò così di scongiurare il pericolo favorendo contatti diplomatici, cercando amici e possibili appoggi. Il sogno non ebbe forse i risultati voluti ma tracciò un sentiero tra i popoli, arricchendo i domini della cultura con notizie geografiche, storiche, religiose ed etnografiche. Si venne così a gettare un ponte tra Occidente e Oriente.

Il primo europeo a penetrare nel Tibet centrale fu probabilmente il frate francescano Odorico da Pordenone, tra il 1318 e il 1330. Sembra, infatti, che il frate, dopo un soggiorno di alcuni anni con Giovanni da Montecorvino ed altri colleghi francescani a Pechino, abbia ripreso il cammino del lungo viaggio di ritorno in Italia procedendo a nord della Grande Muraglia, nella Mongolia interna, e per una via non meglio precisata abbia raggiunto Lhasa. Odorico è il primo occidentale che parli del «Gran Lama», il sommo pontefice di quelle terre e «capo di tutti gli idolatri». Dopo i viaggi del beato Odorico passarono quasi tre secoli prima che in Europa si sentisse parlare di nuovo del Tibet.
I gesuiti ebbero notizie del regno himalayano nel 1582. In quel tempo i missionari si trovavano ad Agra alla corte dell'imperatore Moghul, Akbar. Un eremita giunto da un pellegrinaggio al sacro lago Manasarovar raccontò di aver assistito, in una certa regione chiamata Bottan o Bothanti, a un rito in cui si offrivano pane e vino in vasi d'oro e le offerte venivano poi distribuite ai fedeli. Era forse una messa cristiana? Quel paese «freddissimo e quasi sempre coperto da nevi» era forse il regno del prete Gianni? I gesuiti progettarono di inviare due missionari in avanscoperta, ma il progetto non si potè realizzare perché il Provinciale di Goa richiamò tutto il gruppo.

Nel 1597 il padre Gerolamo Saverio S.J. con il fratello Benedetto Goes S.J. ebbero la ventura di accompagnare Akbbar in un lungo viaggio fino nel Kashmir. Qui udirono nuovamente parlare del «Paese delle Nevi», e cosa sconcertante furono informati dell'esistenza in quel paese di cristiani, con chiese e sacerdoti. Furono inviate, in quelle misteriose regioni, lettere in portoghese e persiano che non ebbero risposta.[1]

Nel 1601 il nuovo Visitatore delle Missioni, padre Nicola Pimenta, accogliendo le aspirazioni dei confratelli, decise di inviare qualcuno ad esplorare quel lontano e sconosciuto paese, identificato in parte con il Catai. Per l'impresa fu scelto fratel Benedetto Goes, buon conoscitore della lingua persiana.Il 29 ottobre del 1602 il padre gesuita partì da Agra con una carovana. Dopo aver attraversato l'Indostan in direzione nord-est , entrò nell'Afghanistan ed arrivò a Kabul, poi attraversò la catena dell'Indo-Kush. Disceso nel Badakshan, oltrepassò l'altipiano del Pamir e giunse a Yarkand. Imboccò qundi Ia cosiddetta Via dell’Oro, attraversò il deserto del Gobi e giunse alla Grande Muraglia. Quando arrivò nella città di Suzhou si accorse che il viaggio l’aveva condotto in Cina. Scrisse varie lettere a padre Matteo Ricci a Pechino, delle quali una pervenne a destinazione. Padre Ricci gli inviò un interprete cinese che parlava portoghese. L'inviato trovò il gesuita ormai prossimo alla morte che avvenne l’11 aprile 1607. Fratel Benedetto, durante il lungo viaggio, inviò molte lettere ai suoi superiori in India. In una di queste, del 1606, affermò chiaramente che il Tibet è un regno distinto dal Catai; in un’altra, inviata da Yarkand, sembrò, invece, confermare la presenza di cristiani in quelle lontane contrade.

Alle lettere del padre gesuita si aggiunsero anche la testimonianza di un certo Diego de Almeida che affermava di essersi recato in Tibet e di aver visto sacerdoti e cerimonie come quelle cristiane. Diego de Almeida era un commerciante e le sue deposizioni non furono prese troppo sul serio. Però, qualche anno dopo, intorno al 1620, un altro gesuita tentò l'impresa di arrivare nel Tibet partendo dal Kashmir. Non ci è stato tramandato il nome del viaggiatore, né sappiamo perché la missione fallì.[2]

Il Tibet fu scoperto dal missionario gesuita Antonio d'Andrade qualche anno dopo (1624). Suo compagno nell'impresa fu il confratello Manuel Marques. Partiti da Agra i due missionari, per la via di Garwal, giunsero a Tsaparang, capitale da del regno Guge, nel Tibet occidentale. Furono i primi europei ad attraversare l’Himalaya e a loro si deve anche la scoperta delle sorgenti del Gange. Si fermarono 25 giorni nella città e poi tornarono in India per organizzare una spedizione, che avrebbe avuto luogo l'anno seguente.

Nel 1625 il d'Andrade ritornò in Tibet con il Marques e altri quattro confratelli, con l'aiuto del re di Guge fondarono due missioni e furono autorizzati a predicare liberamente la loro fede. Il d'Andrade stese due relazioni dei viaggi, che quando furono pubblicate (la prima edizione è del 1626) suscitarono grade interesse ma anche accese polemiche: ancora nella Histoire Générale des Voyages, pubblicata in Francia nel 1749, furono trattate come fantasiose ricostruzioni, invenzioni piene di menzogne.

L'accusa è stata ripetuta anche nei secoli successivi, fino alla metà del 1800 ed il motivo era semplice: nessuno, anche quando il Tibet era ormai relativamente conosciuto, aveva mai potuto osservare le strane cerimonie descritte dal d'Andrade. Ciò si può spiegare con la completa ignoranza dell'Occidente sui rituali dell'antica religione Bön, un animismo primitivo, molto affine allo sciamanesimo. Padre d'Andrade era penetrato nella patria del Bön e quando il viaggio fu organizzato l'antica religione era ancora fiorente. Era il territorio ad ovest del monte Kailasa, chiamato in tibetano Zan Zun, o Bön yul (Terra del Bön). Nel 1630, quando il d'Andrade era ormai tornato in India, la missione gesuita, durante una rivolta contro il re che aveva favorito gli stranieri, fu distrutta.

Dopo la morte del d'Andrade (1634) molti missionari dello stesso Ordine continuarono a recarsi a Guge, ma nel 1640, quando padre Staruslao Malpichi ed il solito fratel Marques furono entrambi imprigionati, ed il secondo addirittura morì in carcere, le missioni terminarono. Molto importante e degna di menzione è l'opera di altri due gesuiti, Giovanni Grüber, austriaco, e Alberto d'Orville, belga, che partirono da Pechino nella metà del 1661 per raggiungere l'India attraverso il Tibet. I due, durante il viaggio, raggiunsero Lhasa dove dimorarono circa un mese, amichevolmente accolti dal popolo e dal sovrano. Furono i primi europei ad entrare nella città santa del Lamaismo, a quel tempo ancora non proibita. Il Grüber, dopo il ritorno in Europa, si fermò nel 1665 a Firenze dove incontrò il Magalotti, che proprio da quei colloqui trasse argomento per un suo scritto.

Nonostante lo zelo dimostrato dai gesuiti nell'esercizio dell'apostolato nel Tibet, la Congregazione di Propaganda volle affidare ai PP. Cappuccini l'incarico di stabilirvi una Missione.

La proposta era venuta dal cappuccino francese Francesco Maria de Tours, già missionario in India. In conformità a tale decreto, nel 1704, partirono in sei da Roma, insieme allo stesso padre Francesco Maria. Durante il viaggio uno si ammalò e dovette tornare, altri due morirono. I tre rimasti stabilirono nel Bengala, a Chandernagore, una base di appoggio. Padre Felice da Montecchio, seriamente ammalato, si fermò per curarsi, gli altri, padre Franceseo Maria e padre Giuseppe da Ascoli, proseguirono per Lhasa, dove giunsero il 12 gennaio 1707. Qui non si fecero riconoscere come missionari e furono aiutati da un mercante armeno cristiano. Due anni dopo, nel gennaio del 1709, Francesco Maria de Tours, gravemente ammalato, abbandonò la missione e si diresse in India. Nel gennaio dello stesso anno giunsero a Lhasa altri due padri, tra questi era Domenico da Fano. I cappuccini presero una casa in affitto ma, visti i bisogni della missione che avevano in animo di fondare, padre Giuseppe decise di tornare in India per cercare aiuti. Purtroppo morì durante il viaggio. Dopo alcuni mesi anche padre Domenico lasciò la capitale del Tibet per tornare a Roma a chiedere finanziamenti al Pontefice.

Nel 1715, con gli aiuti finanziari richiesti, riprese la via per l'oriente.

È proprio in questo periodo che Ippolito Desideri, gesuita, col permesso del Generale dell'Ordine e la benedizione papale, si recò in Tibet. Ippolito era nato a Pistoia il 20 dicembre 1684, e aveva vissuto la sua fanciullezza in un palazzetto vicino alla Chiesa di San Prospero, sulla omonima via che dalla chiesa sale verso piazza San Francesco. Oggi la via si intitola a Pietro Bozzi e la casa che fu del viaggiatore è quella contrassegnata dal n. 6. Nel 1687 morì la madre e l'anno successivo, il padre, Iacopo, sposò Maria Costanza Dragoni, pratese.

Ippolito entrò nel collegio gesuita di Pistoia e il 27 aprile del 1700 fece ingresso nel noviziato della Compagnia di Gesù, a Roma, in Sant'Andrea al Quirinale. Dopo due anni, il 28 aprile del 1702, pronunciò la sua professione religiosa e si trasferì al Collegio Romano, presso la Chiesa di S. Ignazio.

Era un uomo dall'intelligenza non comune e nutriva grandi interessi non soltanto per la filosofia e la metafisica, ma anche per la botanica e le scienze naturali. Ebbe anche una forte crisi religiosa, non vedendo chiaramente la strada da percorrere. Il 14 agosto del 1712 inviò una lettera al generale della Compagnia di Gesù, padre Michelangelo Tamburini, con la supplica di farlo andare in missione in Giappone. Voleva ripercorrere le orme di San Francesco Saverio; il Giappone lo affascinava come lo affascinava l'eroicità del martirio.

Il Preposito Generale, dopo aver ricevuto la lettera, lo mandò a chiamare e gli comunicò che la sua richiesta era stata accolta. La meta non era però il Giappone bensì il Tibet. Ippolito Desideri doveva continuare l'opera iniziata da padre Antonio d'Andrade. Perché il Generale inviò Ippolito Desideri in Tibet, quando questa regione era stata assegnata ai padri cappuccini?

Sull'argomento si sono fatte molte congetture ed ipotesi. Il giovane missionario partì alla fine del settembre del 1712 con il viatico spirituale del pontefice; un mese più tardi si imbarcò a Livorno per Genova e dopo altri quattro mesi di viaggio, arrivò a Lisbona. Era il 15 marzo del 1713. Sei mesi dopo era a Goa, in India, dove rimase per un po' di tempo in attesa di una conferma della destinazione. Era in India finalmente!

Dopo la conferma si imbarcò di nuovo su una nave diretta a Surat, e dopo un lungo e lento cabotaggio giunse a Bassaim, capitale della provincia portoghese del Nord. Qui il gesuita fu ospitato in una casa dei padri Cappuccini che lo trattarono con molta freddezza, il che è facilmente spiegabile se si pensa che tra i due ordini c'era stata una discordia sull'ottenimento della conduzione in esclusiva della Missione locale.

A Surat, dove il Desideri giunse agli inizi del gennaio 1714, il nostro viaggiatore iniziò a studiare il persiano. Poi alla fine di marzo iniziò il lungo ed estenuante pellegrinaggio a cavallo lungo le carovaniere imperiali che attraversavano la provincia di Gujarat per poi entrare nel Rajastan. In agosto giunse a Delhi e a metà di novembre a Srinagar. Troppo tardi, perché le prime nevi avevano già chiuso i valichi himalayani. Dopo sei mesi valicò l'Himalaya attraverso il passo dello Zoji-la, tra il Kashmir ed il Ladak, risalì tutto il corso dell'Indo nel Tibet occidentale, poi percorse le desolate distese degli altipiani, fino a Lhasa (18 marzo 1716). Erano passati dalla partenza da Roma più di tre anni.

L'arrivo del viaggiatore non passò inosservato: invitato da uno dei più importanti ministri di stato, Tondrup Tsering, a spiegare il motivo della sua visita, Desideri rispose che era un Lama cristiano giunto in Tibet ad insegnare la via della salvezza. Le risposte date dal missionario dovettero soddisfare l'alto funzionario perché questi gli assicurò amicizia e protezione. Il 28 aprile Desideri si recò in visita al primo ministro del re, Targum Treescj, e qualche giorno dopo il Padre fu ricevuto in udienza reale.

Al re, Lha-zang Khan, Desideri parlò con molta convinzione della propria fede e chiese di poterla predicare liberamente. Parlò con tanto ardore che il sovrano ne rimase meravigliato e concesse il favore richiesto. Lo esortò però a studiare bene la lingua tibetana perché doveva parlare di religione direttamente e senza bisogno di interpreti. Così iniziò l'avventura di Desideri nel Tibet.

Con lui nacquero gli studi tibetani. Il padre gesuita penetrò nei segreti del Buddhismo Mahayana, affrontò le opere di Nagarjuna, di Candrakirti, di Asvagohosa. Ma la cosa più notevole è che non si limitò soltanto a studiarle, ma cercò anche di confutarle. Nessuno si è mai cimentato in quest'impresa. Così, dopo essersi impadronito della lingua, scrisse dei testi di estremo interesse in tibetano: il T’o-rans (l'Aurora), lo Snin-po (L'Essenza della Dottrina Cristiana), il Byun k'uns (L'origine degli esseri viventi e di tutte le cose), il Nes legs (Il Sommo Bene) e lo Skye ha sna ma (Domande sulle vite passate).

Il gesuita non si accontentò di criticare le dottrine del Buddhismo ma cercò anche un punto di comune intesa con la filosofia occidentale, e pensò di averlo individuato nella giusta interpretazione del concetto di «vuoto» (sunyata). «Avete ragione» affermò il Desideri «tutto è vuoto, in quanto nulla ha in sé la ragione del proprio essere. Universale vacuità significa universale dipendenza. Anche noi diciamo la stessa cosa: non esiste cosa alcuna che non sia dipendente, in quanto tutto dipende dalla Causa Prima. In questo senso anche noi accettiamo la sunyata (vacuità), accettiamo la dipendenza di tutte le cose perché non esiste cosa che non sia creata da Dio, non esiste cosa che abbia in sé la ragione del proprio essere. Così anche voi [...] dovete arrivare alle stesse conclusioni, cioè dalla sunyata dovete risalire a Dio [...] dovete risalire […] dall'impermanente al permanente, dal contingente al necessario, dal relativo all'Assoluto». Fra l'altro Desideri fu il primo a dare l'interpretazione corretta dell'invocazione om mani peme hum: «la formula è rivolta a Cenreezij, Avalokitesvara, il patrono del Tibet, e ha il seguente significato "O Tu che porti un gioiello nella mano e stai assiso sopra il fiore di Loto"».

Il gesuita visse nel Tibet in un periodo estremamente interessante, quando cinesi e tartari si contendevano il paese (1717-1720). Le sue notizie sono di prima mano e documentate. Desideri descrisse il terribile assalto dei guerrieri tartari e il sacco del Potala, il palazzo del Dalai Lama. Narrò anche delle controversie tra le varie sette del Buddhismo che spesso degeneravano in autentiche persecuzioni. Il Re Lha-zang Khan, probabilmente per contrastare l’ingerenza politica del Gelug-pa (i «gialli») favorì i Nying ma-pa (gli «antichi» o lama «rossi»). Quando gli Zungari conquistarono Lhasa e le provincie limitrofe, i monaci della Setta Gialla sfogarono la loro rabbia sui rivali e dettero inizio a una vera e propria caccia all'uomo che ebbe momenti di estrema violenza. La persecuzione contro i monaci «rossi» continuò per ben tre anni, fino a quando nel 1720 non intervennero i cinesi. I Lama Nying ma-pa vennero uccisi o si salvarono con la fuga, i palazzi del loro ordine vennero distrutti e saccheggiati. In quel periodo, Desideri aveva stretto amicizia con un Lama della Setta Rossa, che abitava nel monastero di Lungar, nella provincia di Takpo. Il nostro gesuita aiutò il religioso prestandogli denaro per fuggire.

Prima di questi drammatici eventi fecero la loro seconda entrata nel Tibet i cappuccini. Questa volta arrivarono con i loro abiti religiosi: erano padre Domenico da Fano insieme al padre Francesco Orazio da Pennabilli (che in seguito si impadronirà completamente della lingua tibetana tanto da comporre opere di apologetica) ed il padre Giovanni Francesco da Fossombrone. La presenza di un gesuita a Lhasa era preoccupante. L'incarico era stato concesso al loro ordine. Cosa ci faceva in Tibet un gesuita? Così padre Domenico scrisse al Procuratore dei Cappuccini in Italia perché chiarisse la questione con la Propaganda Fide.

Comunque il rapporto con i padri cappuccini non fu spiacevole, e si trasformò addirittura in amicizia con il degenerare della situazione politica locale. Durante il sacco della città di Lhasa, mentre Ippolito Desideri si affannava nello studio della lingua e dei testi sacri nel monastero di Sera, i padri per evitare di essere condotti prigionieri in Zungaria dai guerrieri tartari, si affrettarono a lasciare la città.

Ben presto però gli eserciti passarono anche davanti al monastero dove Desideri continuava i suoi studi e il nostro gesuita, che aveva goduto dell'amicizia del re, osteggiato dai Gelug-pa, si trasferì nel villaggio di Trong-gnee, nella provincia di Takpo Khier, dove i cappuccini avevano fondato una piccola residenza e dove fu accolto con grande amicizia. Fu proprio in questo romitaggio che probabilmente elaborò la sua teoria del «vuoto» (sunyata) di cui abbiamo già parlato.

Frattanto a Roma, il 12 dicembre 1718, la Sacra Congregazione di Propaganda Fide emanò un decreto con il quale la Missione in Tibet era affidata esclusivamente ai padri cappuccini. I gesuiti furono aspramente rimproveratl per aver messo piede in un territorio che non era più di loro competenza. Nell’aprile del 1721 il nostro missionario ricevette così dal Padre Generale l'ordine di lasciare il Paese. Il 28 dello stesso mese il Desideri, a malincuore, parti da Lhasa e dopo un lungo viaggio che lo riportò in India s'imbarcò sulla nave francese «Danae» (gennaio 1727) diretta in Europa. Prima di partire, verso la metà del dicembre 1726, si recò a pregare sulla tomba di San Tommaso, a Meliapur.

Il nostro gesuita nell'agosto del 1727 arrivò in Bretagna e poi, via terra, raggiunse Parigi e Marsiglia, da dove si imbarcò nuovamente per Livorno. Fu accolto trionfalmente a Pistoia e gli furono tributati onori a Firenze dal granduca Giangastone, figlio di Cosimo III.

Il 18 gennaio dell'anno successivo parti per Roma dove fu ricevuto dal Generale dell'Ordine. Fu assegnato alla Casa Professa e lì morì in solitudine il 13 aprile del 1733 a causa di un non meglio identificato «mal di petto». Aveva 48 anni. Dal Diario del Sagrestano della Chiesa del Gesù sappiamo che fu sepolto nella tomba dei Padri.

Nella Casa Professa il Desideri scrisse le memorie del suo viaggio, la famosa Relazione dove si dilungò con abbondanza di particolari sulle terre del Tibet. Fu il gesuita, certamente, il primo a parlarci del Ladak, percorso nella sua estrema parte occidentale, e fu il primo a descriverci la capitale Le con le regioni circostanti. Molto scrisse il Desideri della vita materiale di quelle genti, dei loro costumi, del loro mondo culturale e religioso.

L'opera, vivente il Desideri, non fu mai pubblicata. Anzi, fu riposta negli archivi e dimenticata. Solo 142 anni dopo, nel 1876, Carlo Puini, del Reale Istituto di Studi Superiori di Firenze, ne scoprì una copia nella Biblioteca Rossi-Cassigoli, a Pistoia, e la propose all’attenzione degli studiosi. Poco più tardi, dopo l'acquisto da parte della Biblioteca Nazionale di Firenze, ne pubblicò un ampio esame critico.

Trent'anni dopo, Filippo De Filippi collazionò i vari manoscritti esistenti e ne curò la traduzione in inglese. Dal 1954 al 1956 l'orientalista Luciano Petech ha pubblicato in edizione critica tutte le opere italiane del Desideri, con la Relazione, le lettere e altri scritti poco noti. Padre Giuseppe M. Toscano ha invece, in parte tradotto le opere tibetane del missionario gesuita. L'opera benemerita è stata finanziata dall'IsMEO (Istituto per il Medio ed Estremo Oriente) di Roma.


NOTE:

[1] «Mini quoq. dum in Cascimire agebam, nunciatum est, esse in Regno Rebat, multos Christianos et Ecclesias cum Sacerdotibus et Episcopis. Ad hos ego e Cascimire litteras scripsi tribus viis lingua Lusitana et Persica» (Lahore 26 luglio 1598. Sta in: De rebus Japonicit; Indicis et Peruanis Epistulae recentiones, a J. Hayo S. C. coacervatae, Antverpiae, 1605, £ 797). La lezione Rebat è stata ritenuta grafia erronea per Tebat.

[2] Lettere annue d’Etiopia, Malabar, Brasil, e Goa dall’anno 1620 fin’al 1624, Roma, Corbelletti 1627, p. 162.

Bibliografia consigliata: A. Luca, Nel Tibet Ignoto, Bologna, E.M.I. 1987; G. Dainelli, Esploratori e Alpinisti nel Caracorum, Torino, UTET 1959; C. Puini, Il Tibet (geografia, religione, costumi) secondo la relazione di viaggio del P. Ippolito Desideri; 1715-1721, «Memorie della Reale Società Geografica Italiana», X, 1904; F. De Filippi, An Account of Tibet: the travels of Ippolito Desideri of Pistoia, London 1931, 2a ed. 1937; G. M. Toscano, Alla scoperta del Tibet, Bologna, E.M.I. 1977.