L'Etica di Scientology

di Silvio Calzolari

INTRODUZIONE: L’INCESSANTE RICERCA

Gli esseri umani, per natura, vogliono la felicità e non la sofferenza. Animati da questo desiderio, ognuno di noi cerca di raggiungere la felicità e di liberarsi dalle sofferenze, e tutti ci sentiamo in diritto di farlo. In questo senso siamo tutti uguali: occidentali e orientali, ricchi e poveri, musulmani, cristiani, buddhisti, scientologist, credenti e non credenti. Siamo esseri umani, siamo uguali e condividiamo la stessa speranza di raggiungere la felicità. E qui entra in gioco la filosofia, perché l'uomo non è una creatura che vive nel mondo unicamente in modo materiale, ma ha la capacità di porsi delle domande che riguardano la sua stessa esistenza ed il fine ultimo della vita. Che cosa è l'uomo? Secondo Immanuel Kant (1724-1804) è “l'unica creatura” la cui destinazione non coincide con la sola vita naturale, ma con la realizzazione di quel “mondo migliore che egli ha nell'idea” [Filosofia moderna, Costantino Esposito, Pasquale Porro, Laterza, Bari 2009, pag. 447].

Kant, all'inizio della sua “Logica” [Critica della Ragion Pura, tr.it., cap. II, sez. I, Laterza, Bari, 2000, pag. 495], afferma che tre sono le questioni fondamentali della filosofia: che cosa posso conoscere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare? La prima domanda è puramente speculativa, la seconda è pratica, la terza è insieme speculativa e pratica. La risposta alla seconda domanda è l'obiettivo dell'etica che da sempre si pone il problema di quale sia, per l'uomo, il modo migliore di vivere e qual è questo modo migliore se non il raggiungimento della felicità per noi e per gli altri?

Molti filosofi parlano anche di “bene” o di “sommo bene”. Ma il “bene” raggiunto e posseduto, qualunque esso sia, non si identifica forse con la felicità? La domanda sull'etica riguarda, dunque, la felicità e comporta una riflessione sull'esistenza stessa dell'uomo e sul suo progetto esistenziale. La felicità è l'ideale di ciascuno di noi; ogni essere umano ne è alla ricerca. Anche gli asceti e i mistici di tutte le religioni - che per libera scelta si autoescludono dal mondo per vivere una vita di privazioni e meditazione - hanno la “vocazione” alla felicità. Affrontano la vita dell'ascesi per essere “felici”: felici di avvicinarsi a Dio, al trascendente.

Sapere chi è l'uomo e che cosa deve fare per raggiungere la felicità sono le questioni affrontate dalla riflessione filosofica e, in particolare, dall'etica, in ogni epoca e in ogni paese del mondo. Lo stesso santo e dottore della chiesa cattolica, il domenicano Tommaso d'Aquino (1225-1274), nel suo famoso trattato sul “male”, non aveva dubbi sull'universalità del desiderio di felicità: “… l'esperienza ci fa constatare che tutti gli uomini tendono alla felicità, e se questo desiderio è così universale, evidentemente è naturale.” [Questiones disputatae de Malo, q.13, a.3; q.14, a.4].

Da che cosa può nascere questo anelito? Probabilmente è una compensazione alla consapevolezza dei propri limiti imposti dal tempo e dallo spazio. Gli uomini hanno bisogno di sperare e con il cuore e la mente hanno sempre coltivato il desiderio di potersi liberare dal dolore, dalle privazioni e dalla sofferenza. Ma questa continua ricerca non oltrepassa le forze umane? Forse sì, se Kant stesso ci avverte che la ragione umana tende continuamente a oltrepassare le sue stesse capacità cercando di conoscere quello che va oltre i suoi confini [Critica della Ragion Pura, op.cit. cap. II, sez. I, pagg. 490-491]. Si può giocare con le parole e con i concetti sino a rimanerne storditi, ma di fronte alla condizione umana caratterizzata dalla coscienza del decadimento, dalla sofferenza, dalla malattia e dalla inevitabile morte, o si forza la ragione oltre se stessa, oppure l'uomo vedrà la propria esistenza sempre limitata e in difetto. È la consapevolezza della propria “storicità”, condizionata dal tempo e dallo spazio, a spingere l'uomo a riferirsi all'Assoluto, al trascendente, a Dio. È il sogno di poter uscire dalla condizione umana, di “uscire da se stessi” per poter partecipare a una felicità duratura, a un “Tutt'altro”, al mondo dello Spirito, che si ipotizza diverso dalla quotidianità terrena, al quale aneliamo e sentiamo di appartenere a pieno titolo, pur con le nostre limitazioni, differenze ed unicità. È un sogno che ha suggestionato da sempre e che continua a suggestionare uomini di fede, asceti, mistici, filosofi, artisti e poeti. È il richiamo di un “paradiso perduto”? la reminiscenza di una perfezione originaria? Non c'è limite al sogno dell'uomo che, da sempre, immagina più dimensioni di quelle fornite al suo universo fisico.

Ci si può chiedere, da che cosa sia mosso l'uomo che da occidente a oriente, sente questo impulso a svestirsi della propria caduca individualità per fare parte del Tutto, comunque esso si chiami. Lo fa per stanchezza di sé come individuo che non ne può più di lottare per mantenere quell'identità che, per altro, la vita stessa gli impone, oppure lo fa per obbedire a un richiamo della sua natura più profonda perché non si può vivere veramente che nella speranza della perfezione dell'Essere trascendente? Potremmo rispondere che un motivo non esclude l'altro. Potrebbero essere aspetti complementari della stessa condizione umana che legittima, sia l'esigenza di “uscire da se stessi” per anelare a dimensioni spirituali più elevate, sia i diversi e talvolta contrastanti modi di soddisfare questa esigenza, di interpretarla, di viverla, di darne testimonianza nel mondo dove si instaurano i rapporti tra gli individui e l'organizzazione della sfera umana con le sue gerarchie e le sue funzioni dalle quali nascono le organizzazioni sociali della famiglia, del gruppo, della nazione.

È in queste forme associative che il singolo inserisce e svolge la sua esistenza temporale; sono tutte forme che restano “sospese” nella sfera dell'umano in attesa che esso venga, in qualche modo, specificato nei riguardi dell'Assoluto. Ed è in queste forme e funzioni che l'etica svolge un ruolo di primaria importanza. Per questo le religioni hanno sempre avuto interesse per l'etica, e la filosofia ha da sempre ricoperto un ruolo primario nello studio dei principi etici che stanno alla base della ricerca spirituale dell'uomo, ma con un distinguo: la vita religiosa è una pratica totalizzante almeno nel rapporto con Dio, con l'Assoluto, e contiene dentro di sé l' etica, spesso come elemento fondante, anche se non ne è contenuta. Infatti, tutti i testi sacri includono parti di carattere etico (ad esempio, il “Deuteronomio” dell'Antico Testamento, alcune sezioni delle “Lettere” di San Paolo, molti versetti delle “Sura” coraniche, ecc.), anche se in alcuni pensatori lo spessore etico della religione può diventare talmente grande da costituirne il suo nucleo principale e da identificarsi con la sua stessa essenza (ad esempio, Baruch Spinoza, 1632-1677). L'etica filosofica invece, pur ammettendo possibile il rapporto con il trascendente, sembra piuttosto orientata sulle relazioni intersoggettive, o almeno, nel tempo, è stata concepita semplicemente come tale.

ETICA E MORALE NON SONO SINONIMI

Come molti altri termini tecnici del lessico filosofico europeo e occidentale, anche il termine “etica” deriva dall'antica Grecia. Aristotele (384/383 a. e. v. - 322 a. e. v.) scrisse almeno due opere con questo titolo, “ Etica Nicomachea” ed “Etica Eudemea” e forse anche una terza, la “Grande Etica”. In Aristotele, etica significa “scienza dell'ethos", dove per “ethos” s’intende il costume di un popolo, di un gruppo sociale, cioè: il modo di sentire comune, relativo alla condotta umana, normalmente espresso dal sistemo normativo e dalle leggi della polis.

La parola etica deriverebbe dall'antica voce sanscrita “svadha*” che significava “ciò che è riposto (dhā) in sé (sva)” ad indicare i costumi e le regole morali, considerate atemporali ed immutabili, tramandate dagli antenati e che andavano rispettate. Solo seguendo quelle norme l'uomo avrebbe potuto vivere felice, nell'armonia della Legge cosmica e divina. “Svadhā” era la tradizione custodita dagli antichi, ispirata ai valori, ritenuti assoluti, dello spirito (il buono, il bene e il bello estetico). Dal termine sanscrito, attraverso la caduta delle consonanti iniziali e mutamenti fonetici, sarebbero derivati i termini greci “éthos”, cioè costume ed il suo derivato “ethikòs”, ossia “che riguarda il costume”. In sintesi, sia la parola sanscrita che quella greca definirebbero una vera e propria “arte del vivere” basata sulle esperienze trasmesse dalla tradizione considerata sacra dalla propria comunità.

Nel mondo induista, la nozione di etica era, però, resa anche con la parola “niti”, da “ni”, cioè “condurre”; da cui: “regole di condotta e di comportamento” utili sia al bene dell'individuo che della collettività. Da questa parola derivò il composto “nitishastra” - dove “shastra” ha valore di “compendio”, “trattato” - cioè “dottrina del comportamento” e “giustizia basata su regole sancite da accordi normativi”.

“Svadha*” e “niti” non erano sinonimi anche se i loro significati spesso si sovrapposero. “Niti” faceva parte di un sistema di filosofia “pratica” - nel senso della “praxis”, cioè dell'azione umana - derivante dagli insegnamenti del passato a cui, nel tempo, si aggiunsero indicazione del modo di agire, norme, prescrizioni e leggi necessari per orientare gli individui verso azioni ritenute positive, per dare un senso alla vita e realizzare e mantenere l'armonia sociale. Qualcosa di simile compare anche nel pensiero di Aristotele che preferì chiamare l'etica con il nome di “politica”, poiché riteneva che il bene della “polis”, oggetto della politica, comprendesse sia il bene dell'individuo - oggetto, in senso stretto, dell'etica - che della collettività, della casa comune (“oikos”). Per Aristotele il bene (to agathòn) non era qualcosa di astratto, era un beneficio concreto e l'etica (o la politica) dovevano servire a migliorare la “praxis”, cioè l'azione dell'uomo, per realizzare, attraverso la virtù, la perfezione che in ultima analisi avrebbe comportato la conquista della felicità (eudaimonia).

Nell'antico Induismo, come nel pensiero di Aristotele e, in seguito, in quello di molti altri filosofi, la filosofia nella sua parte pratica (cioè etica o politica), era un insieme di sapere e conoscenza (gnoseologia) unite ad indicazioni del modo di comportarsi e d'agire, cioè a norme e prescrizioni.

Il termine morale fu spesso usato come sinonimo di etica, in quanto la parola latina “mos” (genitivo “moris”), dal significato di “costume” o “modo di operare” era l'equivalente del greco “ethos”. Ancora oggi le due parole morale ed etica sono, nell'uso comune, considerate interscambiabili; in realtà, con la prima si dovrebbe definire l'insieme dei principi che regolano i nostri comportamenti e le nostre relazioni, mentre con l'altro le modalità della loro applicazione. In pratica la morale corrisponderebbe a dati di fatto, a norme e valori del singolo individuo, del gruppo o della comunità, mentre la parola etica (oltre ad avere questo significato) implicherebbe anche la riflessione speculativa, cioè razionale e logica, su queste norme e valori. Oggi, però, nell'uso comune si preferisce parlare di etica e, alla maniera inglese, di “ethics” relative ai differenti campi e deontologie: etica medica, del giornalismo, professionale, educativa....

In ogni modo, comunque si chiami, l'etica è una scienza e un'arte. È l'arte di dare un senso alla vita e di progettarne il futuro. Dona un senso perché, come abbiamo visto, l'uomo anela alla felicità. L'uomo è desiderio. Io sono desiderio. Ognuno di noi è desiderio. E la vera etica dà alcune indicazioni all'uomo su come può migliorare sempre di più se stesso, la società e l'ambiente che lo circonda. La ricerca del senso è appassionante perché orienta la vita e le dona pienezza. Chi rifiuta il senso e sceglie il non-senso piomba nel pessimismo distruttivo della non-eticità (preferisco questo termine a quello di immoralità) che fa diventare l'uomo un essere meno umano e dimentico della propria essenza spirituale.

L’ETICA DI SCIENTOLOGY

Nel rinato interesse che oggi si manifesta per la filosofia pratica (etica), una grande lacuna nel mondo accademico è costituita dal fatto che in genere si trascura, perché non si conosce o perché si preferisce non parlarne, l'originalità del paradigma etico proposto da Ron Hubbard (1911-1986). E la cosa è ben strana perché è un sistema etico di grande attualità che pone particolare attenzione alla concretezza esistenziale della condizione umana nell'integrità di tutte le sue dimensioni.

Lafayette Ronald Hubbard nacque a Tilden, nel Nebraska (Usa). Scrittore, filosofo, viaggiatore, artista, fotografo e ricercatore, Ron Hubbard non è persona che si possa facilmente classificare. Fu senz'altro un uomo geniale che seppe coniugare lo studio della filosofia occidentale e orientale con la passione per le ricerche sulla mente, lo spirito e la vita. La sua fama è legata allo sviluppo di Dianetics (1950), “lo studio e il trattamento di ciò che l’anima fa al corpo”, e di Scientology (1952), “lo studio e il trattamento dello spirito in relazione a se stesso, gli universi e le altre forme di vita.”

Prima di analizzare il paradigma etico di Scientology credo sia utile accennare a La Via della Felicità, un opuscolo che fornisce un codice morale non religioso e non dogmatico scritto da Ron Hubbard nel 1980 per aiutare l’individuo a innalzare il suo potenziale di sopravvivenza. I suoi principi non sono rivolti solo agli scientologist (che li accettano come parte del loro codice morale) ma a tutti gli uomini di buona volontà.

Proprio durante la ricerca finalizzata al perseguimento del miglioramento dell'uomo, Ron Hubbard, da sempre attento osservatore della condizione umana e della società, si rese conto della necessità di creare un codice morale laico, sebbene la religione di Scientology avesse già codici etici propri.

Ma qual è la definizione che Ron Hubbard dà alla parola felicità?
Per il fondatore di Scientology “La felicità consiste nel superamento di ostacoli non sconosciuti verso una meta conosciuta" [Dianetics, la forza del pensiero sul corpo, L. Ron Hubbard, New Era Publications International, Copenhagen 2007, pag. 50]. È interessante notare che per Hubbard la felicità non è un’emozione bensì uno stato o condizione dell'essere teso a raggiungere una migliore e più completa forma di esistenza.

Il predetto codice, composto da 21 articoli o precetti morali di comportamento ha avuto grande successo ed è stato accolto con favore da istituzioni pubbliche, forze dell’ordine, associazioni e gruppi. È stato tradotto in più di 90 lingue e ne sono state distribuite circa 100 milioni di copie in 170 paesi.

Ogni capitolo del vademecum de La Via della Felicità contiene e descrive regole di vita valide per tutti, al di là di qualsiasi barriera religiosa, etnica o culturale. Qui di seguito i 21 precetti: “Abbi cura di te stesso” (1), “Sii moderato” (2), Evita il libertinaggio (3), “Ama e aiuta i bambini (4), “Rispetta e aiuta i tuoi genitori” (5), "Da' un buon esempio" (6), "Cerca di vivere nella verità" (7), "Non assassinare" (8), "Non fare niente di illegale" (9), “Sostieni un governo che è stato creato e opera nell’interesse di tutti” (10), “Non fare del male a una persona di buona volontà” (11), “Proteggi e migliora il tuo ambiente” (12), “Non rubare” (13), “Sii degno di fiducia” (14), “Fai fronte ai tuoi obblighi” (15), “Sii attivo” (16), “Sii competente” (17), “Rispetta la fede religiosa degli altri” (18), “Cerca di non fare agli altri ciò che non vorresti che gli altri facessero a te” (19), “Cerca di trattare gli altri come vorresti che gli altri trattassero te” (20), “Fiorisci e prospera” (21).

Il codice non si limita a elencare una serie di azioni negative riprovevoli e da condannare come il furto, l’omicidio, la promiscuità, gli atti illegali e altro, ma raccomanda anche le azioni positive come la cura di sé, il rispetto dei genitori, l’aiuto ai figli, il dire la verità, la salvaguardia dell'ambiente, l’essere attivi, ecc. . Tutti i precetti sono spiegati con l'utilizzo di esempi pratici della loro applicazione nella vita quotidiana. Come espressione di tali principi, la Chiesa di Scientology ha, nel tempo, istituito alcuni enti laici attivi in vari settori della società che si occupano di campagne antidroga, di riabilitazione dalle tossicodipendenze, di recupero dei criminali, di migliorare le condizioni dell'ambiente. Molti altri volontari di Scientology operano per combattere l'analfabetismo, partecipano alle attività di soccorso dopo le calamità e si prodigano per la difesa dei diritti umani. L'approccio etico de "La Via della Felicità", all'apparenza un semplice codice, è innanzitutto empirico e pragmatico ed educa alla vera libertà responsabile che è capacità di scelta preferenziale.

Tra le molte alternative proposte all'uomo individualista di oggi (fragmented man) - che fin da piccolo è disorientato dallo spietato martellamento del consumismo che, talvolta, è addirittura elevato allo stato di virtù civica - l'opusco di Ron Hubbard indica la via che bisognerebbe sempre preferire per raggiungere, e far raggiungere a tutti, il vero benessere e la "felicità" in questo mondo. È la via che arricchisce l'essere anziché l'avere, che accresce l'amore, il rispetto di sé, degli altri e dell'ambiente, e la condivisione anziché il possesso.

Occorre, secondo Ron Hubbard, allenarsi a questi principi con semplicità e senza l'uso di dogmi religiosi. Quelli proposti da Ron Hubbard sono principi basilari, che ri-promuovono, in forma laica, una sorta di etica universale gravitante attorno alla cosiddetta "Regola d'Oro" basata sul rispetto della reciprocità: “Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”. Una regola ipotizzata dai filosofi di ogni tempo e dalle religioni di tutto il mondo. I principi proposti da Hubbard sono finalizzati all'innalzamento morale dell'uomo, al riconoscimento dell'altro in quanto uguale a noi, ma anche in quanto "diverso" ( elemento fondamentale per la costruzione di un'etica della pace).

Così, il codice morale laico di Ron Hubbard diventa azione e la teoria prassi, nel senso aristotelico della parola “praxis”. È una “Via mediana” di rettitudine morale e spirituale finalizzata al raggiungimento del bene più alto, la Felicità. È la Via dell'azione etica proposta come “scienza” dell'uomo, come mezzo per dare un senso sempre più forte alla propria esistenza.

Ma, in che modo l'etica può dare un senso alla vita? Lo fa perché ogni individuo desidera sopravvivere (“sopra” e “vivere”: cioè tendenza a vivere a un livello sempre migliore, ma non solo in senso di status sociale ) e l'etica gli indica che cosa fare e come procedere. Certamente la ricerca del senso è difficile, anche perché, ogni modo di concepire il senso della vita umana comporta inevitabilmente un problema di fede. Non necessariamente, come insegna Ron Hubbard ne “La Via della Felicità”, un problema di fede religiosa, ma quantomeno e semplicemente di fede nell'uomo, nel progresso e nel benessere della società.

Con questo vademecum, Ron Hubbard invita ad agire in senso etico, senza invadere il terreno religioso, perché quando gli individui non hanno più fede o stima in sé stessi e negli altri, perdono il senso stesso della vita, cadono nell'isolamento e precipitano nel rifiuto, nella ribellione, nella corruzione, nell'immoralità, nella depressione che può condurre alla malattia e anche alla morte. Sebbene la parte materiale dell’uomo vada incontro alla morte, è insita in esso la ricerca della sopravvivenza infinita, una spinta a vivere e a cercare la felicità, e di questo Ron Hubbard è ben consapevole: “Possiamo considerare che la meta della vita sia l’infinita sopravvivenza. Si può dimostrare che l’Uomo, come forma vivente, obbedisce in ogni sua azione e proposito a un solo comando: SOPRAVVIVI! Che l’Uomo stia sopravvivendo non è un’idea nuova. È un’idea nuova che l’Uomo sia motivato solo dalla sopravvivenza.” [Dianetics, la forza del pensiero sul corpo, pag. 26]

IL PARADIGMA ETICO DI SCIENTOLOGY

I primi decenni del secolo scorso sono stati fra i più importanti della storia del pensiero contemporaneo: segnarono la nascita della filosofia meta-realistica. Sono stati gli anni in cui Werner Karl Heisenberg ( 1901-1976) enunciò il principio di indeterminazione e il canonico Georges Lemaitre (1894-1966) formulò la teoria sull'espansione dell'universo; in quegli anni Albert Einstein (1879-1955) propose la teoria del “campo unificato” e Carl Gustav Jung ( 1875- 1961) la sua teoria analitica. In quel periodo Teilhard de Chardin (1881-1955) pubblicò le prime opere, Henri Bergson (1859-1941) sviluppò il concetto di “evoluzione creatrice”, Wilhelm Reich (1897-1957) elaborò la dottrina dell' “orgone” e il logico della matematica Kurt Gödel ( 1906-1978) formulò il “Teorema dell'Incompletezza”. E infine, nel 1927 si svolse il Congresso di Copenhagen che segnò la nascita ufficiale della teoria quantistica. In quegli anni gli uomini di scienza produssero dei veri e propri rovesciamenti epistemologici cercando di conciliare o di congiungere la realtà immanente che percepiamo con il principio trascendente da cui si suppone sia stata originata. Si cominciò ad indagare, con occhi nuovi, sul mondo dello spirito e quello della materia, ipotizzando che non fossero incompatibili l'uno con l'altro ma che formassero una sola realtà. In quest'ottica si formularono nuove teorie sul cervello, sulla mente e la coscienza. È proprio in questo periodo di grande fervore intellettuale che va inquadrata l'opera di Ron Hubbard, il quale cercò di applicare le nuove metodologie scientifiche non solo ai problemi psicologici, mentali ed etici dell'uomo, ma anche a quelli religiosi.

Secondo Ron Hubbard i componenti dell'universo fisico sono: materia, energia, spazio e tempo (dalle iniziali di queste parole deriva l'acronimo MEST che in Scientology viene usato per indicare l’universo materiale). L'universo fisico viene definito anche “cinetico” per sottolineare il continuo movimento delle forze che lo compongono. Scrive Hubbard: “Il cinetico di movimento totale o di maggior movimento viene denominato MEST. Questa parola rappresenta l’universo materiale o qualsiasi universo. È costituita usando le iniziali delle quattro parole: Materia, Energia, Spazio e Tempo.” [Scientology 8-8008, L. Ron Hubbard, New Era Publications International, Copenhagen 2007, pag. 15].

In ogni organismo vivente, però, sembra esserci qualcosa di più, qualcosa che possiamo ipotizzare sussista in forma separata e distinta; è un qualcosa che ogni religione e filosofia, da oriente a occidente, ha cercato di individuare e nominato in modi diversi: “anima”, “pensiero”, “spirito”, “soffio”, “energia vitale”, il “ch'i” ( nella moderna trascrizione pinyin: “qi”) della tradizione cinese, lo “pneuma” greco o il “prana” delle tradizioni induiste, l' “èlan vital” proposto dal filosofo francese Henri Bergson o l' “orgone” ipotizzato da Wilhem Reich.

I sintomi della vita e della morte sono costituiti rispettivamente dalla presenza o dall'assenza di questa energia vitale che anima il corpo. Questo "qualcosa" è una realtà che non si vede, ma che permette la vita; nelle dottrine di Scientology viene rappresentata con un simbolo: l'ottava lettera dell'alfabeto greco Θ (Theta).

Secondo Hubbard, il Theta è “il pensiero, la forza vitale, l’élan vital, lo spirito, l’anima o qualsiasi altra delle numerose definizioni gli siano state assegnate da migliaia di anni.” (Scienza della Sopravvivenza, pag. 4), ma è anche “La forza vitale, l’energia della vita, energia divina, élan vital o - sotto qualsiasi altro nome - l'energia peculiare della vita che agisce sulla materia nell'universo fisico e la anima, la rende mobile e la trasforma.” [Scienza della Sopravvivenza, L. Ron Hubbard, New Era Publications International, Copenhagen 2007, pag. 237]. E ancora "Il theta è pensiero, un'energia con un proprio universo, analoga all'energia dell'universo fisico, ma che solo occasionalmente presenta somiglianze con le leggi gravitazionali ed elettromagnetiche. Le tre principali componenti del theta sono affinità, realtà e comunicazione.” [Op. cit., pag. 216]. Ma Theta sarebbe anche: “ragione, serenità, stabilità, felicità, emozioni allegre, perseveranza e tutti gli altri fattori che l’Uomo di solito considera desiderabili” [Op. cit, pag. 226].

L’ultima definizione è, a mio avviso, di straordinario interesse per capire il valore che l'etica ha in Scientology: abbiamo infatti l'assimilazione della felicità che, come abbiamo visto è il fine di ogni ricerca etica, al mondo del Theta, cioè a quello dello Spirito. La felicità, in ultima analisi, non sarebbe altro che una condizione dello spirito vitale. In quest'ottica, risulta evidente perché ogni essere umano abbia come scopo quello della ricerca della felicità, abbia la vocazione alla felicità. Una persona che non si proponesse più questa ricerca, che non fosse più votato alla felicità, come vedremo in seguito, sarebbe, in una certa misura, privata del Theta, in pratica starebbe cessando di sopravvivere, di esistere a un livello superiore; in altre parole starebbe soccombendo.

Lo spirito è indicato in Scientology anche col termine di “Statico”, in quanto caratterizzato dall'assoluta mancanza di movimento e in completo equilibrio: "Uno statico di Vita non ha massa, né moto, né lunghezza d’onda, né ubicazione nello spazio o nel tempo." (I Fondamenti del Pensiero, pag 85), ma con: "… la qualità di creare o distruggere massa o energia, ubicare se stesso o creare spazio e ridisporre la relazione del tempo." [Dianetics 55! L. Ron Hubbard, New Era Publications International, Copenhagen 2007, pag. 48]. Il concetto di Statico, per certi versi, ricorda la “vacuità” (“Shū nyatā”) ipotizzata dal Buddhismo, ossia la “talità” (sanscrito: “tathatā”), che postula l'assenza di sostanzialità dei fenomeni (ma che non è il nulla giacché quest’ultimi appaiono in modo interdipendente), e non svuota le cose del loro contenuto, perché ne è la loro vera natura, come potenzialità.

Ma ancora di più ricorda la natura del “Tao” ( nella moderna trascrizione pinyin: “Dao”) dell'antica Cina come “Principio” (Legge) costante dietro ai cambiamenti delle cose e delle forme. Il “Tao” è la fonte spirituale, immutabile che non agisce e resta invariata, mentre determina e regola tutte le cose in mutamento nell'universo fisico. È un principio che non si limita a donare la vita alle creature, ma le sostiene, le protegge, le fa maturare, le rende felici, come fa una madre col proprio figlio. È lo stato primigenio inteso come il momento dell’unità al di là della molteplicità quando lo “yin” ( femminile, passivo, lunare, freddo, scuro, pesante) e lo “yang” ( maschile, attivo, solare, caldo, luminoso, leggero) sono armoniosamente congiunti e fusi insieme. È l’equilibro delle energie opposte, in un dimensione senza forma, senza spazio e senza tempo, ma con in sé le potenzialità di ogni processo dinamico di creazione e di distruzione.

Nel corso delle sue ricerche Ron Hubbard approfondì e precisò il ruolo di soggetto dello spirito e la sua relazione causativa con il corpo, postulando che l'uomo, come unità vivente, fosse un essere spirituale.

Il termine anima, tuttavia, aveva assunto così tanti significati nell'uso che ne facevano le altre religioni e confessioni che si rese necessario trovare una nuova parola che definisse esattamente quanto era stato scoperto. Hubbard coniò così il termine “thetan”: “Thetan è il nome assegnato all’unità consapevole di essere consapevole, la fonte della vita, la personalità… dell’Homo Sapiens. Deriva dal simbolo Θ, una lettera greca. Non è qualcun altro, una cosa che si ha, un’anima, uno spirito. È la persona.” [Scientology 8-80, L. Ron Hubbard, New Era Publications International, Copenhagen 2007, pag. 109].

In altre parole, il thetan non sarebbe altro che una declinazione del Theta o una sua flessione. Per Scientology l'uomo non è, dunque, un corpo e non possiede un'anima, è l'essere umano che è un'anima e il corpo è una sua “funzione”. Qualcosa di simile era già stato enunciato dal filosofo neoplatonico Plotino (204 e. v. -270 e. v.) che, nelle “Enneadi” (IV,3-10), chiamava “Anima del Mondo” il principio vitale da cui avrebbero preso forma gli uomini e il mondo sensibile. Per l'antico filosofo non sarebbe l'anima ad abitare il corpo ma il corpo ad essere presente nell'anima; il sensibile sarebbe nell'Uno, nello Spirito, anche se l'uomo non sempre sembra ne sia consapevole e, il più delle volte, si dimostra incapace di cogliere l'unità profonda esistente in tutto il reale e di ricondurre all'Anima Universale la molteplicità delle forme.

Scrive Hubbard: “Il thetan è immortale e dotato di capacità ben al di sopra di quelle pronosticate all'uomo fino ad ora” [Scientology 8-8008, L. Ron Hubbard, New Era Publications International, Copenhagen 2007, pag. 17]. Dopo la morte, questo Sé spirituale che si era identificato con un corpo e una forma, ritornerà in un altro corpo al momento della nascita. La morte non è la fine di un individuo, come la nascita non è il suo inizio.

L'asserzione non è nuova e sembra avvicinarsi agli insegnamenti di certe dottrine dell'Induismo, ad esempio in quelle espresse nella “Bhagavad Gītā” ( il “Canto del Beato”; 200-150 a. e. v.): in realtà noi non siamo un'onda individuale di consapevolezza separata dal mare della Coscienza Cosmica, ma siamo l'oceano stesso della coscienza. Ci consideriamo onde individuali soltanto perché ignoriamo la reale natura del Sé. Il thetan, partecipando alla natura dell'Armonia perfetta, che è sommo bene non può che essere “buono” e di conseguenza lo è, anche, per sua natura, l'uomo. Così, per Scientology tutti gli uomini sono intrinsecamente buoni anche se, talvolta, possono compiere azioni malvage che, in pratica, non sono altro che aberrazioni, allontanamenti dall'originario stato di bontà.

Secondo Hubbard “L’uomo è fondamentalmente buono. Fondamentalmente è ben intenzionato. Non vuole danneggiare se stesso o gli altri. [Introduzione all'Etica di Scientology, L. Ron Hubbard, New Era Publications International, Copenhagen 2007,pag. 20].

Nel Credo della Chiesa di Scientology è scritto che la salvezza spirituale dipende dalla conoscenza di se stessi, dai rapporti con gli altri (altro riferimento all'etica come “praxis”) e dal senso di appartenenza all'intero universo. Il percorso proposto da Ron Hubbard non è finalizzato all'espiazione delle colpe in vista di un’eventuale salvezza nell’aldilà, ma alla riscoperta della propria natura spirituale immortale nel corso di questa vita.

La meta finale è la salvezza, ottenibile percorrendo quello che in Scientology viene chiamato il Ponte Verso la Libertà Totale, cioè il simbolico tragitto che permette di attraversare l’abisso che separa un piano in cui la vita è caratterizzata dall’angoscia, dal dolore e dalla non-conoscenza, da quello più elevato in cui ci può essere gioia, conoscenza e libertà.

Ron Hubbard insegna che le aberrazioni e le condotte sbagliate nascono perché ignoriamo la nostra vera natura spirituale; ma ciò nonostante, grazie alla discriminazione della conoscenza, si può arrivare a coglierne l'essenza migliorando noi stessi, fino a raggiungere la piena consapevolezza della propria spiritualità. Il raggiungimento di questa condizione sarebbe fonte di espansione, di pienezza, di vera libertà e di felicità infinità. Nelle dottrine di Scientology, come nel Buddhismo della scuola “Cittamātra” ( Scuola della sola mente”), che si dice fondata nel quarto secolo della nostra era dal monaco Asanga su ispirazione dello stesso Bodhisattva Maitreya (“Colui che è amore”; il prossimo Buddha del futuro), esisterebbe uno stato di coscienza, chiamata "amala" (cioè: coscienza "pura", "incontaminata") che permetterebbe alla mente di trasformare il sé, cioè di liberare sé stessi da ogni tipo di oscuramento depositato nella coscienza “ālaya”, la “coscienza ricettacolo” - per certi versi simile alla “mente reattiva” descritta in Dianetics - nell'essenza più intima e spirituale. Il processo sarebbe simile a quello proposto dalla demiurgia della religione gnostica (“gnosi” etimologicamente significa conoscenza).

Scientology, come la scuola “Cittamātra” o la religione gnostica, si basa sull'esperienza religiosa personale per affrontare e risolvere le contraddizioni del dualismo materia-spirito e per cercare di liberare il thetan (lo spirito) intrappolato nel MEST; solo così l’uomo potrà raggiungere la libertà spirituale totale. Lasciamo da parte il misticismo e la potenzialità per l'uomo di raggiungere livelli di consapevolezza sempre più elevati, o espansi, per tornare al paradigma etico di Scientology, che, attraverso la riabilitazione dell'io spirituale dell'uomo, cerca di conseguire una trasformazione definitiva dell'individuo, della società e del mondo.

Il fattore unificante di tutto l'universo, lo scopo principale di tutte le forme di vita, sarebbe quello della sopravvivenza. E per sopravvivenza non s’intende soltanto la differenza tra vivere o morire. In Dianetics e Scientology, la sopravvivenza può essere definita come il “principio dinamico dell'esistenza”, suddiviso in otto impulsi o stimoli (le Otto Dinamiche), in ordine crescente di grandezza, verso una migliore e più completa forma di esistenza e di realizzazione dell'essere umano. Queste Otto Dinamiche possono essere visualizzate sotto forma di cerchi concentrici che si espandono, da un unico centro verso l'esterno, sette cerchi concentrici con l’ottavo non tracciato poiché è quello dell’infinito. Rappresentano la visione che Scientology ha del nostro universo e, in pratica, esprimono graficamente la crescente consapevolezza dell'uomo, come essere spirituale, a partecipare a tutti gli aspetti della vita. Ron Hubbard dette una descrizione dettagliata di queste dinamiche, nel libro Scienza della Sopravvivenza, completato nel 1951:

“PRIMA: la dinamica del sé, l’impulso verso la sopravvivenza individuale, la ragione tesa alla sopravvivenza individuale per se stessi.
SECONDA: la dinamica della sopravvivenza attraverso il sesso e i bambini.
TERZA: l’impulso verso la sopravvivenza attraverso i gruppi come membro del gruppo o per la sopravvivenza del gruppo stesso.
QUARTA: l’impulso dell’individuo a sopravvivere per l’Umanità o l’impulso a sopravvivere di tutta l’Umanità.
QUINTA: l’impulso dell’individuo a sopravvivere per la vita o l’impulso della vita a sopravvivere per se stessa.
SESTA: l’impulso dell’individuo a favorire la sopravvivenza del MEST, per il beneficio sia proprio, sia del MEST medesimo (manifestata nella tutela della proprietà in quanto tale, a chiunque appartenga).
SETTIMA: l’impulso del theta a sopravvivere; l’impulso dell’individuo a favorire la sopravvivenza del theta e a sopravvivere attraverso la sopravvivenza del theta.
OTTAVA: l’impulso verso la sopravvivenza tramite l’Essere Supremo. Il numero otto, disteso lateralmente, ci dà il simbolo dell’infinito.”

Da questa visione della vita come interdipendenza fra le varie dinamiche (questo concetto sembra riecheggiare, pur con tante differenze, la dottrina dell'”Origine dipendente”, cioè del Pratāītya-Samutpāda del Buddhismo) scaturì la prima definizione dell'etica di Scientology. Si tratta di una definizione assolutamente originale e soprattutto funzionale.

“L’etica, in realtà, consiste come possiamo ora definirla in Dianetics, di razionalità tesa verso i più alti livelli di sopravvivenza per l’individuo, per la razza futura, per il gruppo per l’umanità e per le altre dinamiche considerate collettivamente. L’etica è ragione. Il livello etico più elevato consiste in concetti di sopravvivenza a lungo termine che comportino la minima distruzione in tutte le dinamiche.” [Scienza della Sopravvivenza, pag. 149].

Ron Hubbard attribuisce alla parola etica un significato particolare, per certi casi diverso da quelli comunemente usati nelle varie filosofie o tradizioni religiose. L'eticità di un individuo viene giudicata in base alle azioni che compie per la sopravvivenza di sé stesso e delle altre dinamiche. Il bene è ciò che è costruttivo per la sopravvivenza, il male è ciò che le va contro.

Ron Hubbard non si dilunga su come l'etica sia stata tradizionalmente trattata da filosofi o religiosi, se sia o no materia contemplativa, su cosa sia filosoficamente il giusto e lo sbagliato. Per Ron Hubbard la funzione dell'etica - che, ricordiamo, è attività interamente fondata sulla ragione - è quella di garantire i più elevati stadi di sopravvivenza su tutte le dinamiche. L'etica non è quindi un insieme di norme, regole o comandamenti, ma il frutto più autentico della profonda comprensione e della interiorizzazione del senso stesso della vita espresso dalle Otto Dinamiche. Di conseguenza viene a cadere anche il concetto di peccato, così come insegnato dalle altre tradizioni religiose. Il peccato di per sé non esiste; possono esserci solo azioni più o meno dannose contro le varie dinamiche: contro l'uomo, la famiglia, la società, l'ambiente, l'umanità, la sua essenza spirituale, lo stesso Dio. Una parte dell'etica di Scientology si adopera, infatti, a insegnare all'uomo a riparare alle azioni dannose.

In Scientology l’etica è qualcosa di personale perché essere etici è una scelta che ogni individuo, in piena autonomia, può compiere. Per questo, secondo Ron Hubbard, l'etica è cosa diversa dalla morale e le due parole non possono essere usate come sinonimi. Con la parola morale, in Scientology, s’intende un insieme di norme di condotta concordate da un gruppo, una società o una nazione. Nascerebbe da esperienze accumulate dal passato e trasmesse nelle varie epoche. Proprio per questo, talvolta, può risultare inadeguata alle mutate condizioni di vita dell'uomo e della società, e spesso si dimostra inadatta a garantire elevati stadi di sopravvivenza sulle otto dinamiche.

Ecco come Hubbard definisce la morale nel libro Scienza della Sopravvivenza: “La morale dovrebbe essere definita come un codice di buona condotta, ricavato dall’esperienza della razza, al fine di servire da misura uniforme per la condotta d’individui e gruppi. Questa codifica ha il suo scopo. La morale consiste di fatto nelle leggi. … La morale è, in una certa misura, un arbitrario, poiché continua oltre il suo tempo. … tutta la morale ha origine dalla scoperta da parte del gruppo che certe azioni contengono più dolore che piacere. [Scienza della Sopravvivenza, pag. 150].

Questo, naturalmente, non vuole dire che Scientology non tenga di conto della morale, anzi un buon codice morale può costituire un ottimo fondamento per vivere in una famiglia, in una società o in una nazione. Uno scientologist dovrebbe sempre attenersi ai codici normativi della società in cui vive, anche se con la consapevolezza che, con il passare del tempo, alcune norme dei codici potrebbero diventare obsoleti o addirittura gravosi per l'individuo e la società. Così, pur nel rispetto dei codici morali vigenti, Scientology persegue i suoi ideali etici per promuovere la sopravvivenza su tutte le dinamiche, sapendo che chi vìola il proprio personale senso dell'etica, perde immediatamente il rispetto di se stesso e inizia a degenerare spiritualmente su tutte le dinamiche.

Il sistema etico di Ron Hubbard con le critiche a certi tipi di morale che possono divenire obsoleti e oppressivi sembra avvicinarsi a quanto proposto da Henri Bergson, nel suo paradigma etico. Di Bergson abbiamo già accennato parlando dello “slancio vitale” (élan vital) che si manifesterebbe nel continuo divenire degli esseri. Per il filosofo francese il divenire è la categoria suprema delle cose, è l'essere stesso della realtà, è l'”evoluzione creatrice”. Dentro il quadro dello slancio vitale, Bergson inserì anche il tema dell'etica nella famosa opera Le due fonti della Morale e della Religione [Le deux Sources de la Morale et de la Religion, Henri Bergson, Paris 1932]. Il primo capitolo del libro, che tratta dell'obbligazione morale, presenta due forme diverse e caratteristiche della società; la prima è definita “chiusa”, mentre l’altra “aperta”.
Per Bergson una società è “chiusa” quando quasi ogni specie di attività è regolata rigidamente da leggi morali e sociali e da rigidi codici religiosi. Per il filosofo francese un uomo che vive in questo tipo di società “oppresso da leggi e comandamenti” non può promuovere bene la propria spiritualità. Dall'altra parte c'è la società “aperta” e dinamica che consente il libero sviluppo della persona. In un certo senso, la società aperta di Bergson incarna gli ideali dell'Umanità nella sua totalità delle sue dinamiche. L'uomo anela a vivere in questo tipo di società pervasa dall'anima aperta dell'universo che si estende con i suoi benefici anche agli animali, alle piante e a tutta la natura. Ai due diversi tipi di uomini, Bergson applica due sistemi di morale, una “chiusa” e l'altra “aperta”. Quella “chiusa” è la morale ispirata dall'idea della sanzione temporale e basata sul timore di incorrere nelle pene previste per chi trasgredisce (giusto/sbagliato; premio/castigo). È la morale della pressione sociale che ha per fine la conservazione del potere da parte di certi gruppi sociali o religiosi; la morale “aperta” (che straordinariamente si avvicina al concetto di etica di Ron Hubbard) è invece quella che viene determinata dall'azione che si ispira all'idea di dedizione completa per tutta l'umanità e il mondo. È la morale basata sull'empatia e la condivisione. Non è che l'obbligazione (il codice normativo) scompaia nella morale aperta, piuttosto si trasforma: “In tutti i tempi – afferma Bergson - sono sorti uomini eccezionali nei quali si è incarnato questo tipo di morale aperta: in Socrate, Platone, Buddha…”. In altre parole, in tutti coloro che sono stati grandi propagatori di bene e “che per i loro contemporanei hanno costituito una potente fonte di ispirazione e amore”. [Le due Fonti della Morale e della Religione, tr. It., cap. terzo, pp. 205-261, Edizioni Di Comunità, Milano 1962].

Scientology condivide con le altre religioni il convincimento che nessuna persona può essere spiritualmente libera se si occupa solo della prima dinamica. Un uomo, così orientato - anche nella ricerca religiosa, per esempio in certe forme di ascetismo dove si cerca solo il proprio avanzamento spirituale, la propria illuminazione o salvezza - perdendo il senso di responsabilità verso le altre sette dinamiche, sarebbe un enorme egoista. È, così, necessario, prima di intraprendere qualsiasi attività, prima di decidere quale linea di condotta seguire o quale decisione prendere (anche riguardante le semplici questioni quotidiane) analizzare e prendere in considerazione l'influenza che la nostra decisione avrebbe su tutte le altre dinamiche. Come abbiamo visto, lo standard consigliato è quello di seguire una condotta che apporti "il maggior beneficio al maggior numero di dinamiche". Una buona condotta etica sa coniugare la crescita personale con i benefici in tutte le dinamiche; mentre una azione non etica è quella che provoca la distruzione delle dinamiche. Per questo il fedele di Scientology è invitato a mettersi in sintonia con tutte le dinamiche. Per aiutarlo in questo cammino di "introspezione" è nata la "tecnologia dell'etica".

Ron Hubbard ne parla in un suo fondamentale saggio, Introduzione all'Etica di Scientology: “Questa catena di argomentazioni - riguardo all'etica - proseguì attraverso i secoli. Un filosofo dopo l'altro tentò di far luce sui soggetti dell'etica e della giustizia. Purtroppo, fino ad oggi, non era stata individuata nessuna soluzione funzionale, come dimostra il declino del livello etico della società. È ovvio, quindi, che il risultato raggiunto in questa materia non sia una conquista da poco. Non solo abbiamo definito i termini che Socrate tralasciò di definire, ma abbiamo anche una tecnologia funzionale che aiuta a togliersi dal fango e che chiunque può utilizzare. Le leggi naturali alla base di questo argomento sono state scoperte e messe a disposizione di tutti." [Introduzione all'Etica di Scientology, L. Ron Hubbard, New Era Publications International, Copenhagen, 2007, pag. 4]

In quest'opera Ron Hubbard non si limita a dare le definizione di etica e di morale, di bene e male, di giusto e sbagliato; non si limita a sottolineare il carattere razionale dell'etica o a descrivere le Otto Dinamiche, ma fornisce anche le giuste informazioni tecniche per riabilitare la condotta etica di ogni uomo. La “tecnologia di etica” vuole insegnare a leggere e a misurare le diverse condizioni di esistenza in modo che ciascuno possa operare positivamente e armoniosamente (cioè possa espandersi, secondo la terminologia di Scientology) in ogni dinamica, aumentando così il proprio livello etico. L'idea alla base del processo riabilitativo è che tutti, nonostante gli errori commessi, siano sempre in grado, e con le proprie forze, di cambiare e migliorarsi.

Ron Hubbard indica 12 “condizioni di esistenza” e fornisce i mezzi più adatti per operare in senso etico. Le 12 condizioni descrivono “stati operativi” dell'essere: più si opera a favore delle dinamiche e più si è etici, meno si opera a favore e meno si è etici. Hubbard analizza queste condizioni nel capitolo quinto del suo trattato sull'etica, per poi determinare le “formule” necessarie per cambiare in meglio le proprie condizioni, nei vari ambiti della vita, migliorando la qualità della propria esistenza, in altre parole innalzando il proprio livello di sopravvivenza.

“Un organizzazione, le sue parti o un individuo attraversano vari stati di esistenza. Se questi stati non vengono affrontati correttamente, portano al declino e alla miseria, alla preoccupazione e alla morte. Se li si affronta correttamente ne derivano stabilità, espansione influenza e benessere.” [Introduzione all’Etica di Scientology, op. cit., pag. 71]

Le 12 condizioni vanno dallo stato più basso, di confusione (definito stato di movimento casuale), al più alto, la condizione di potere, in cui niente è in grado di mettere in pericolo la sopravvivenza di chi vi si trovi. Tra questi due estremi vi sono tutte le altre condizioni o stati operativi (dal basso verso l’alto): tradimento, nemico, dubbio, rischio, non esistenza, pericolo, emergenza, normale operatività, abbondanza, cambio di potere. Le formule, ossia le procedure da utilizzare per migliorare la propria condizione di esistenza e, quindi, per operare sempre più eticamente, anche se sono nate per un impiego interno alla Chiesa di Scientology, possono essere usate da chiunque e in qualsiasi situazione. Attraverso queste procedure l'individuo è invitato a mettersi in sintonia con sé stesso, i suoi simili, il mondo e Dio.

Per certi versi la pratica di analisi introspettiva, finalizzata all'aumento del comportamento etico, insegnata da Ron Hubbard potrebbe avvicinarsi ad un “percorso verso la felicità” sviluppato negli anni '40 del secolo scorso da Yoshimoto Ishin ( 1916-1988), un uomo di affari giapponese, praticante buddhista della scuola Jōdo Shinshū. Questo processo di guarigione spirituale giapponese si basa sulla tecnica del “naikan”, cioè dello “sguardo Interno”, una forma meditativa d'introspezione (ma possono essere utilizzati anche dei questionari auto-esplorativi) utilizzata per ottenere il risveglio spirituale e diffondere la gioia e la felicità a sé stessi, agli altri e al tutto.

Il “naikan” si sviluppa dalla comprensione di due concetti basilari del Buddhismo. Il primo è quello dell'ignoranza (“avidyā”), che provoca la sofferenza derivante dal desiderio che, in pratica, è uno scollamento tra il modo in cui percepiamo le cose e il modo in cui effettivamente sono. L'altro è quello della interdipendenza. Generalmente, e in modo sbagliato, pensiamo che esistano persone e cose indipendenti l'una dalle altre e reali nella loro individualità. In realtà tutto è dinamico e interdipendente. Per il Buddhismo non è che i fenomeni e le cose non esistono; quello che non esiste sono le “qualità” che imponiamo su di loro. In altre parole, quando noi affermiamo che una cosa è cattiva, buona, bella o brutta, erroneamente crediamo che queste caratteristiche siano intrinseche al fenomeno; in realtà sono valide solo per noi e per chi condivide il nostro codice di riferimento (la stessa cosa avviene anche nei codici morali).

La sofferenza si produce quando le nostre idee o convincimenti non corrispondono alla realtà. Il problema in definitiva è cognitivo e la sofferenza deriva da cognizioni sbagliate. La causa prima della sofferenza sarebbe da ricercare nella mente. Per alcune dottrine del Buddhismo (ad esempio in quelle della già citata scuola “Cittamātra”), ma anche in Dianetics e Scientology, la causa della sofferenza risiederebbe in un aspetto particolare della mente definita dai primi coscienza ālaya, cioè coscienza ricettacolo, e dai secondi mente reattiva.

Naturalmente i due concetti non corrispondono perfettamente anche se sono in una certa sintonia. Nella coscienza ricettacolo si accumulerebbe tutto il karma creato nell'esistenza presente e in quelle precedenti; sarebbe presente come tracce mnemoniche (semi karmici) di cui l'uomo, generalmente, non è consapevole. In Dianetics e Scientology si parla invece, di due tipi di mente: una analitica e l'altra reattiva. La prima esercita le funzioni di coordinamento e di ragionamento per l'organismo, l'altra, che potremmo forse definire “inconscia” può indurre l'uomo a compiere azioni irrazionali, indipendentemente dalla sua volontà e solo sulla base di un meccanismo di stimolo-risposta. Questi stimoli sarebbero provocati da sollecitazioni (inconsapevoli) di tracce di memoria latenti (anche karmiche) spesso invalidanti e dolorose, conservate nella mente reattiva. Dianetics e Scientology chiamano queste tracce mnemoniche distruttive engram. Con le procedure di Dianetics si cerca di portarli alla luce per liberarsene e raggiungere lo stato di clear, cioè lo stato spirituale di chi si è liberato dalla mente reattiva, dai suoi condizionamenti.

La terapia “naikan”, attraverso una serie di domande - che per certi versi, nell'utilizzo, potrebbero avvicinarsi alle "Formule delle condizioni" proposte da Hubbard - invita ad esaminare sé stessi guardando alla propria condizione presente e ricordando le azioni passate che hanno lasciato una traccia, spesso, dolorosa nella mente. L'analisi è condotta osservando gli eventi accaduti, prima dalla propria prospettiva, per poi cercare di analizzarli con gli occhi degli altri. Secondo Yoshimoto Ishin, solo così, comprendendo che nessuno è indipendente o estraneo agli altri, l'uomo potrà aumentare di eticità e, di conseguenza, trasformare il suo atteggiamento verso le altre persone, la società ed il mondo. Le tecniche di riabilitazione del “naikan”, in modo assolutamente analogo a quello proposto da Scientology, vengono utilizzate nelle carceri giapponesi e nella cura della dipendenza da alcol, tossicodipendenza, dipendenza dal gioco e altro. Anche il percorso individuato dalla pratica del “naikan” ruota attorno all'eterno problema di quale sia per l'uomo il modo migliore di vivere, che è il tema fondamentale dell'etica.

Per il Buddismo, come per Scientology, il modo migliore di vivere è un problema gnoseologico che passa da un radicale riordinamento della nostra comprensione della realtà, poiché, come abbiamo visto, la sofferenza ha origine da una errata percezione di noi stessi e del nostro rapporto con gli altri, l'ambiente e l'universo. L'etica del Buddismo, come quella di Scientology, nasce e si sviluppa per rettificare le dissonanze spirituali nella propensione umana del desiderio e per riportarne l'armonia. Ma con una sostanziale differenza: nel Buddismo si tende, in ultima analisi, ad arrivare alla soppressione del desiderio come causa del dolore (che non è una qualità, un accidente della vita; in altre parole la vita non è qualcosa che ha il dolore ma è il dolore stesso), mentre in Scientology si cerca di rettificare le dissonanze spirituali (compresa quella del desiderio) perché divengano stimolo a operare armoniosamente nelle varie dinamiche.

LA SCALA DEL TONO EMOZIONALE

Questa analisi, che è anche etica, in Dianetics e Scientology viene formulata nella “Scala del Tono per esteso”, una scala da “Fallimento Totale” (- 40,0) a “Serenità di Essere” (40,0) [Scientology 0-8, pag 108] che traccia e codifica le emozioni e le propensioni spirituali da cui fluiscono le differenti qualità dell'azione. “La Scala del Tono [...] traccia la spirale discendente della vita, dalla piena vitalità e coscienza alla morte, passando per uno stato di semivitalità e semicoscienza.” [Self Analisi, pag 53].

Mostrando i toni emozionali consecutivi che una persona può sperimentare, la Scala del Tono spiega perché le persone si comportano in un certo modo e indica come comunicare con loro per aiutarli. È interessante sottolineare come Ron Hubbard, per indicare questi livelli emozionali, abbia utilizzato la parola "tono". È come se l'emozione fosse una nota musicale che vibra armoniosa nei livelli più alti per diventare sempre più distorta e stonata in quelli più bassi. Nei livelli più bassi della Scala la nota è quasi assente (ad esempio, il livello 0,0 corrisponde alla morte) e c'è una scarsissima propensione del desiderio. È il mondo dell'inutile, dell'apatia, del senza speranza, che sembrano non fornire alcuna base per un'azione etica. I livelli successivi quali afflizione, paura, ostilità nascosta, collera, antagonismo e altri) impediscono, quasi del tutto, ogni forma di libertà indispensabile per vivere eticamente.

Secondo Ron Hubbard la Scala del Tono presenta un aspetto cronico e uno acuto; in altre parole una persona può passare in pochi minuti da un livello emozionale all'altro, oppure rimane bloccato in uno a lungo. Per certi versi, e sempre con le dovute differenze, questo concetto si avvicina ad un'altra visione buddhista della vita, quella dei “dieci mondi” (in giapponese: “jikkai” ). I “dieci mondi”, come stati di vita potenziali inerenti ad ogni individuo, sono descritti nei trattati metafisici di alcune scuole del Buddhismo di tradizione “Mahāyanā” (Grande Veicolo), come ad esempio, negli scritti della scuola cinese “Tiantai” ( in Giappone: “Tendai”); ma sono anche il fulcro degli insegnamenti del bonzo giapponese Nichiren (1222-1282) che hanno come riferimento il “Sūtra del Loto” (in sanscr.: “ Saddharma- Pundarika Sūtra “, in giapp.: “Hokkekyō”). I “dieci mondi” indicano dieci stati o condizioni che una persona può manifestare o sperimentare di momento in momento nel corso della propria esistenza. Descritti sinteticamente, questi “dieci mondi” possono essere definiti come: “inferno”, “avidità”, “animalità”, “collera”, “umanità”, “cielo”, “apprendimento”, “illuminazione parziale”, “Bodhisattva” e “condizione del Budda”. Vediamo di spiegarli meglio: l'inferno è uno stato di sofferenza; con l'avidità si cade in preda ai desideri; l'animalità è il regno delle reazioni istintive e irrazionali, mentre la collera genera disordini e conflitti. Queste quattro condizioni dell'essere sono definiti i “quattro cattivi sentieri”, o i “sentieri dell'infelicità”. Dalla condizione di umanità in su le cose migliorano; poi, attraverso la conoscenza che scaturisce dall'apprendimento, l'uomo può arrivare allo stato di parziale comprensione della vita (illuminazione parziale) e in seguito, tramite continui sforzi personali alla condizione di Bodhisattva contrassegnata dall'empatia e dall'altruismo, dal provare gioia nell'aiutare gli altri. Infine, può giungere allo stato del Budda, definibile come una condizione di infinità liberta e di felicità assoluta. Potrebbe sembrare semplicistico ridurre l'intera gamma dell'esperienza umana a soli dieci stadi e forse lo è; vari sono stati i motivi che hanno portato a questa suddivisione e non è questa le sede adatta per analizzarli. Mi interessa invece sottolineare come queste 10 condizioni buddiste dell'essere mostrino anch'esse un carattere acuto ed uno cronico. Ognuno di noi può sperimentarlo, o verificarlo anche sulla Scala del Tono elaborata da Ron Hubbard. Credo che basti un esempio per capire quanto detto. Immaginate di aver vinto alla lotteria, siete felici, urlate di gioia; è la condizione di cielo, in cui si è temporaneamente gratificati dalla realizzazione di un desiderio, ma subito dopo il postino vi consegna una lettera con la richiesta di un enorme esborso per tasse… allora si scende verso al zona dell’antagonismo, della collera o persino dell’afflizione. In pochi minuti si passa da un livello all'altro, da un tono emozionale superiore a un tono inferiore, invalidante.

“L’emozione è tra le cose più esposte all’aberrazione.” scrive Hubbard nel libro Self Analisi, “Ci sono persone che hanno la sensazione di dover essere perennemente tristi, anche quando le circostanze in cui si trovano dovrebbero renderle felici. Ci sono persone che credono di dover essere felici indipendentemente dal loro ambiente e che tuttavia sono in uno stato miserevole. La maggior parte delle persone non provano emozioni ma mis-emozioni, nel senso che non reagiscono alle situazioni del loro ambiente con le emozioni che razionalmente dovrebbero mostrare.”

Le mis-emozioni di cui Hubbard scrive nel suddetto libro sono risposte emozionali aberrate, cioè non basate su quanto sta realmente succedendo nell’ambiente in cui la persona vive nel presente, ma emozioni che vengono imposte da quella parte di mente che non è sotto il controllo dell’individuo.

“Una mis-emotività inibita o eccessiva” scrive ancora Hubbard nell’opera citata, “è una delle cose più distruttive che possano capitare all’organismo umano. Una persona che sia in uno stato di tale aberrazione è incapace di sperimentare la felicità e così di godersi la vita.”

Il SISTEMA DI GIUSTIZIA DI SCIENTOLOGY

A fare da naturale complemento al sistema di Etica, in Scientology vi è anche un sistema di giustizia. In pratica, quando un individuo non riesce ad adottare una condotta etica, il gruppo di cui fa parte può prendere nei suoi confronti alcuni provvedimenti. Tuttavia queste azioni sono utilizzate solo in maniera propedeutica, riabilitativa e solo finché la persona sanzionata non sia migliorata a livello etico. Secondo Hubbard la giustizia è “l'azione che il gruppo intraprende nei confronti dell'individuo, quando egli non intraprende tali azioni (naturalmente ci si riferisce alla condotta etica) di propria iniziativa" [Introduzione all'Etica di Scientology, op.cit. pag. 3].

Secondo Ron Hubbard: “Il dizionario definisce la parola etica come: ‘Lo studio della natura generale della morale e delle specifiche scelte morali che devono essere fatte dall'individuo nei suoi rapporti con gli altri.’” Alla voce giustizia lo stesso dizionario riporta: “Conformità al diritto morale, o alla ragione, verità o realtà, oppure l'amministrazione della legge.” [Introduzione all'Etica di Scientology, op.cit. pag. 3].

Come si può notare nel modo di pensare comune questi due termini sono divenuti confusi. Da tempo immemorabile tutte le filosofie hanno affrontato questi argomenti senza mai risolverli. Che Hubbard vi sia riuscito, rappresenta una straordinaria conquista. La soluzione risiede, in primo luogo, nell'aver separato gli argomenti. È in questo modo che diventa possibile ottenere una tecnologia [l’applicazione pratica di una scienza in contrapposizione alla mera teoria] che possa funzionare per entrambi. “L’etica consiste semplicemente nelle azioni che un individuo intraprende su di sé. Si tratta di qualcosa di personale. Quando una persona è etica o ‘la sua etica è in’ lo è in maniera auto-determinata e lo fa da sé. La giustizia è l'azione che il gruppo intraprende nei confronti dell'individuo, quando egli non intraprende tali azioni di propria iniziativa”.

L'ideale per un individuo non etico sarebbe quello di prendere coscienza della propria situazione, per poi intraprendere un percorso di iniziativa etica, perché “… l'etica è innata nell'individuo, a tal punto che quando questa va fuori strada, egli cercherà sempre di compensarne la mancanza." [Introduzione all'Etica di Scientology, op.cit. pag. 4]. Ma l'uomo non sempre ha la forza di mettersi in discussione e di iniziare un cammino di reintegrazione e, se il suo comportamento danneggia in un certa misura la sopravvivenza del gruppo, diventa necessario ricorrere alle procedure di giustizia.

Secondo Ron Hubbard, nel tempo queste procedure possono portare alla riabilitazione: “A lungo andare le nostre procedure di giustizia riabilitano per davvero. Disciplinano solo coloro che fanno del male agli altri ed offrono loro un metodo per cambiare, in modo che anch'essi alla fine possano vincere… ma senza farci del male.” [Introduzione all'Etica di Scientology, op.cit. pag. 294].

Per Hubbard la giustizia non deve mai essere fine a se stessa, strumento di repressione o vendetta, perché nessuno è fondamentalmente malvagio e “ci si può fidare di un individuo nell’ambito dell’etica e, quando gli viene insegnato ad adottare una condotta etica, la giustizia smette di avere tutta l’importanza che le è stata attribuita.” [Introduzione all'Etica di Scientology, pag. 7]

Secondo Ron Hubbard, qualunque uomo, può, dunque, "risalire la china" e giungere alla piena consapevolezza di sé come essere spirituale, ed è in questa prospettiva che i valori etici saranno ristabiliti nella loro dimensione più autentica. Ma quali sono i valori autentici dell'etica? Ricordiamo quanto finora detto: Ron Hubbard ritiene che l'etica sia: “Razionalità volta al più alto livello di sopravvivenza per l’individuo, la razza futura, il gruppo, l’Umanità e le altre dinamiche considerate collettivamente.” [Introduzione all'Etica di Scientology, op.cit. pag. 18] e che, di conseguenza, l'eticità di un individuo debba venir giudicata sulla base delle azioni che compie per la sopravvivenza di sé stesso e quella delle altre dinamiche. Abbiamo anche visto come sulla "Scala del Tono" [cfr. Scienza della Sopravvivenza] una persona inizi a compiere azioni distruttive, quindi poco etiche o non etiche del tutto, dal livello 2,0 in giù: “…ogni creazione porta con sé una piccola quantità di distruzione.” E ancora: “…ciò che conta è la proporzione tra creazione e distruzione”. [Scienza della Sopravvivenza, pag. 141]. Ne consegue che lo stato di sanità mentale di una persona dipenderebbe dalla sua capacità di poter creare o distruggere qualcosa, e non solo come illusione o ipotesi. Naturalmente quel creare e distruggere è riferito all'operatività dell'uomo sulle Otto Dinamiche. La citazione precedente è tratta da una conferenza che Hubbard tenne nel suo Corso di Dottorato di Filadelfia (1/12/1952). In quell'occasione Hubbard parlò dell'etica nell’universo fisico e si pose la domanda, forse come provocazione, se al di fuori delle Otto Dinamiche potessero esisterne altre, accennando alla IX e X dinamica, che associò rispettivamente all'estetica e all'etica. Hubbard prese lo spunto parlando di Friedrich Nietzsche e del suo paradigma etico presentato in Così parlò Zarathustra (1881-1885). In quel libro il filosofo tedesco demoliva l'ordine etico per sostituirlo con uno nuovo basato esclusivamente sul principio dell'assoluta libertà. Per Nietzsche il superuomo è colui che accetta tutto e non oppone alcun rifiuto a quello che la vita gli offre: il bene come il male, il bello come il brutto, la creazione come la distruzione. Per Ron Hubbard, sarebbe stato proprio quel cattivo ideale, e non la sifilide, a condurre Nietzsche alla pazzia; la stessa cosa potrebbe accadere a chiunque cercasse di metterlo in atto come filosofia di vita. Questo perché, per Hubbard chi è solo capace di creare e non è anche capace di distruggere, come colui che è solo capace di distruggere e non di creare, non è etico, anzi deve essere considerato alla stregua di un folle che cerca di andare contro le leggi che governano la nostra realtà.

Ipotizzando la possibilità che qualcuno possa mettere in pratica il paradigma di vita proposta da Nietzsche, dovremmo postulare l'esistenza di altri sistemi - quelli, per esempio, dove si ipotizza che possa esistere una IX e X Dinamica - che sarebbero, per l'uomo, di sconosciuta entità e quindi inimmaginabili. Ma è possibile postulare qualcosa fuori da quello che possiamo immaginare? Possiamo immaginare qualcosa che va oltre a tutto quello che l’universo fisico ci consente?

Ho accennato in precedenza alla condizione di intrappolamento e di prigionia dell'uomo nell'universo fisico, e “Intrappolato” è anche il titolo di un capitolo di un’opera di Hubbard, Dianetics 55!, nel quale, fra l'altro, viene affrontato il tema della libertà nell'universo MEST e di come l'individuo possa liberarsi dalle catene della materia, dell'energia, dello spazio e del tempo. Le tesi di Ron Hubbard sembrano riprendere alcune credenze dell'antico Gnosticismo: quelle delle anime prigioniere nel mondo fisico e del loro desiderio di tornare all'Essere, da dove sono venute e dove desiderano tornare per vivere in eterno: “... L'intrappolamento è l'opposto della libertà. Una persona che non è libera è intrappolata. Può essere intrappolata da un'idea, può essere intrappolata dalla materia, può essere intrappolata dall'energia, può essere intrappolata dallo spazio, può essere intrappolata dal tempo o può essere intrappolata da tutte queste cose […]. Non può cambiare, non si può muovere, non può comunicare, non può provare affinità e realtà. Si potrebbe dire che la morte stessa sia l'intrappolamento estremo dell'Uomo. Quando un uomo, infatti, è completamente intrappolato è morto […]. Qualsiasi procedimento che conduca a una maggiore libertà per tutte le dinamiche è un procedimento valido. Va ricordato comunque che un individuo opera su tutte le dinamiche. La repressione della Terza o Quarta Dinamica da parte di un individuo conduce a una libertà minore per l'individuo stesso. Così il criminale, diventando libero in modo immorale, danneggia il gruppo e l'Umanità, diventando quindi lui stesso meno libero. Di conseguenza non esiste libertà alcuna in assenza di affinità, accordo e comunicazione (con le altre Dinamiche). Quando un individuo se ne allontana, la sua libertà viene nettamente ridotta e egli si ritrova a far fronte a barriere gigantesche [...]. Una volta raggiunta la comprensione si ottiene la libertà. È necessario ristabilire una comunicazione sufficiente a permettere all'individuo, completamente avviluppato nei meccanismi dell'intrappolamento, di salire a un livello di comprensione più elevato. Una volta raggiunto, il suo intrappolamento ha termine.” [Dianetics 55!, pagg. 97,98]

Ma è possibile andare oltre? È possibile ipotizzare altre dinamiche oltre l'Ottava? La logica insegna che comunque ci si rigiri dobbiamo sempre seguire le regole che ci sono inerenti; sfuggire alle regole vorrebbe dire infrangere le leggi che regolano il nostro universo. E la cosa sembra, francamente, piuttosto ardua.

La questione fu affrontata dal già ricordato logico matematico Kurt Gödel nel suo famoso “teorema di incompletezza”, enunciato nel 1931: i problemi che rendono incompleto il sistema possono essere espressi ma non risolti nel sistema. Come possiamo, all'interno del nostro sistema cognitivo, cercare di risolvere questioni che vanno oltre i normali parametri logici ? Finché rimarremo ancorati al nostro mondo fisico, pur essendo esseri spirituali, vivremo sempre nella parzialità, ossia non avremo un punto di vista esterno da cui poter giudicare il sistema. L'unica ipotesi che, forse, potremmo formulare è quella della possibilità di poter saltare da un sottosistema del nostro universo mentale e quindi spirituale ad un altro più vasto, qualcosa di simile al “mondo migliore che ogni uomo ha nell'idea” ipotizzato da Kant . Ma cos'è questo mondo migliore? L' Infinito? il Paradiso? Il Nirvana? La Soluzione finale? O un residuo della non-soluzione? Perché, forse, in ultima analisi, non è niente di ciò che potrebbe essere immaginato a partire dal sistema stesso.

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Silvio Calzolari
Istituto Superiore di Scienze Religiose
della Toscana