Minigonna e burqa non sono bandiere

Dalla minigonna al burqa

di Maria Cristina Carratù — la Repubblica (Firenze), 24 giugno 2018

Tre donne di religioni diverse, ebraica, cattolica e musulmana rispondono alle domande di Silvio Calzolari e di monsignor Paolo Tarchi sulla libertà di vestirsi e sulle distanze culturali.

Sono due pezzi di stoffa, sia pure di diverso metraggio, ma burqa e minigonna, ormai, sono soprattutto bandiere contrapposte in un furibondo scontro di civiltà.

Simboli poveri di un discorso pubblico (ovunque dominato dagli uomini) che semplifica per non dover distinguere, fra cultura e cultura, fra donna e donna. E magari scoprire che l'unica ambientazione possibile dell'universo femminile, ad ogni latitudine, è lo spazio della libertà. A conferma di come sia sbagliato, quindi, considerare minigonna e burqa i poli di un «arco di possibilità» (anziché quel che sono, cioè i «chiavistelli» di una ulteriore «prigione ideologica»), sono per l'appunto tre donne, molto diverse fra loro come Shulamit Furstenberg-Levi, Rita Torti e Sumaya Adbel Qader, rispettivamente docente di Filosofia del Rinascimento e storia ebraica, teologa cattolica, e attivista dei diritti nonché fondatrice dei Giovani musulmani d'Italia. Invitate a rispondere alle domande sulla condizione della donna secondo ebraismo, cattolicesimo, e islam, da Silvio Calzolari, docente di Storia delle religioni orientali e islamologia all'Issr di Firenze, e monsignor Paolo Tarchi, fiorentino, vissuto dal 2008 al 2011 a Londra, dove ha avuto l'idea del confronto minigonna/burqa osservando l'abbigliamento delle ragazze inglesi. Quel che ne è uscito, raccolto in Dalla minigonna al burqa? La donna nelle tre religioni monoteiste, introduzione di Tarchi, postfazione di Calzolari, è una soppressione di distanze. Pur partendo da storie personali, tradizioni culturali, fedi, stili di vita diversi, Shulamit, Rita e Sumaya concordano quasi su tutto, e cioè sul fatto che: nessun libro sacro impone la sudditanza della donna; la demonizzazione del corpo (femminile e non) non deriva da Dio, bensì da interpretazioni condizionate; ogni volta che si cristallizza l'immagine della donna in un cliché (burqa e minigonna compresi), c'è qualcuno che piega la religione a qualcosa che con la religione non c'entra. E molto, invece, con ciò da cui, in Oriente come in Occidente, le donne sono spesso ingabbiate: vale a dire, osserva Rita Torti, «una rappresentazione del mondo a una sola voce, quella degli uomini», prevalente sulla «piena espressione delle soggettività femminili». Capaci, se lasciate libere, di forme sempre diverse.
Velo compreso, con cui una donna musulmana evoluta, autonoma e progressista come Sumaya può decidere in piena libertà di coprirsi il capo. Ben sapendo, osserva Shulamit, che quel che si aspettano i cittadini (tutti) di una autentica «società pluralistica», non sono le ‘polarità' secche, ma «la convivenza...di abiti dai molti colori», dalle «tradizioni diverse, che coprano di più, e di meno», «senza moralismi su quale sia il modo giusto di vestirsi».

Fonte: la Repubblica - Firenze