Miti lunari Ainu

di Silvio Calzolari, su "Il Polo", anno XXXVI, n. 4, dicembre 1980 pp. 105-108

Gli Ainu, dalle caratteristiche fisiche e culturali assai diverse dai loro vicini di stirpi mongoliche, abitavano un tempo, oltre che nella grande isola oggi chiamata Hokkaido, ma anticamente nominata Yezo, o Ezo, anche nella metà meridionale dell'isola di Sackalin (in giap. Karafuto), mescolati localmente con Ghiliaki, Oroki e altri gruppi etnici minori.

Fino al 1884, piccoli gruppi di Ainu vivevano anche nelle isole Curili, che congiungono con il loro arco la punta estrema della penisola della Kamcatka con l'Hokkaido, ma in quell'anno furono tutti trasferiti nell'isola di Shikotan, per disposizione del governo giapponese.

Oggi gli Ainu sopravvivono quasi unicamente in Hokkaido, dove occupano alcuni villaggi dispersi in varie parti dell'isola.

Col tempo gli Ainu si sono molto mescolati con i giapponesi, hanno perso la loro unità razziale; la loro lingua può dirsi praticamente morta.

L'isolamento degli Ainu è stato singolare sotto i profili razziale e linguistico, e il problema della loro etnogenesi continua da oltre un secolo ad appassionare antropologi, etnologi, e archeologi di ogni paese.

Culturalmente l'isolamento di questo popolo è stato però molto meno pronunciato, e alcuni studiosi hanno notato somiglianze sia con le culture tradizionali di certe popolazioni autoctone siberiane (Ghiliaki, Goldi, Jukagiri, e altri), sia con la cultura dei giapponesi che abitano la parte più settentrionale del Tohoku, l'isola principale dell'arcipelago.(1)

Sotto il profilo religioso gli Ainu possedevano una cultura particolarmente complessa sviluppatasi principalmente intorno ad un culto delle forze della natura. Il mondo non veniva distinto in vivente e non-vivente, e neppure in Uomo, Natura, Dio, ma soltanto in "ciò che ha essenza” (Ramat) e "ciò che non ha essenza” (Ramat-sak).

Tutto ciò che si muove o compie una qualche funzione, è dotato di questa forza vitalistica chiamata Ramat, parola carica di sensi: spirito, anima, principio del movimento, essenza.

Ramat è la forza del vento, il precipitare delle piogge, lo scorrere delle acque, il ciclo delle stagioni, il principio vitale degli uomini, delle piante e degli animali; Ramat è un'attitudine poetica verso la divinità presente delle cose.(2)

Senza Ramat, erano soltanto gli oggetti rotti, gli organismi morti, che devono essere riassorbiti nell'amorfo, per rimettere in ciclo la materia di cui sono costituiti; ciò che non aveva più alcuna funzione da svolgere.

Alcuni enti erano sentiti come dotati di un potenziale più alto di quintessenza divina, come veri e propri centri di forza, erano i Kamui, espressioni visibili del vitalismo della natura.

Lo spirito, l'anima, l'essenza dei monti s'impersona nell'orso, Kim-un-Kamui, "Dio che sta nei monti"; quello del mare nell'orca, un cetaceo di media taglia, assai battagliero e feroce, il Rep-un-Kamui, "Dio che sta nel mare"; quello dell'aria nel Chikap-Kamui, "Uccello Dio", sotto l'apparenza ora di questa, ora di quella specie.

Inoltre dobbiamo tener presente il sole, Chup-Kamui, "Sole-Dio", e le montagne stesse, Kim, considerate come luoghi sacri in quanto sedi degli dèi".(3) Anche la luna "Kunne-Chup", "Ombra-sole", era considerata con lirico senso panteista una divinità, sia pur minore, una divinità notturna che tremola e ondeggia leggera, e si specchia dal cielo sopra i laghi ghiacciati e le nevi dell’Hokkaido.

Secondo alcuni il sole era visto con tratti maschili e la luna con tratti femminili secondo altri era proprio il contrario e la luna, come per l'antica mitologia giapponese, era considerata una divinità maschile.(4)

Fra gli Ainu era diffusa anche una mitologia lunare connessa ad una figura umana visibile sulla luna, un portatore d'acqua punito ed esiliato sull'astro notturno; monito per gli uomini che dalla terra alzano gli occhi verso il cielo.(5) Vediamo adesso di analizzare qualche tradizione orale Ainu, che racconta di come quest'uomo fu trasportato sulla luna.

“Una volta, in tempi molto antichi, un padre chiese al figlio di andare al fiume ad attingere l'acqua, ma il giovane pigro e negligente, proprio non ne voleva sapere. Dopo lungo tergiversare, finalmente si decise ad ubbidire, ma prima di uscire dalla capanna, battè i pugni contro un palo (hashira) della porta d'ingresso dell'abitazione, mormorando: - Eh, Tu si che sei fortunato! Rimani sempre qui, e non devi obbedire a nessun ordine! Non hai necessità d'andare ad attinge l'acqua!,
Quando il giovane arrivò al fiume disse la stessa cosa ai pesci, e ad un salmone che sguazzava nella corrente: - Voi si che siete fortunati, non dovete ubbidire a nessun ordine!

Gli dèi si adirarono con questo giovane così restio ad ubbidire di buon grado agli ordini del padre, e lo vollero punire, così il salmone con un balzo improvviso schizzò fuori dell'acqua e trascinò l'incauto giovinetto nel mondo lunare”.(6)

In un canto degli Yukara (o, Yukar) veri e propri poemi epici trasmessi oralmente dai vecchi cantori della stirpe, raccolti con infinita pazienza dal professor Kindaichi Kyosuke, si narra la storia analoga di un giovane Ainu, che secondo quanto fu riferito dai salmoni, sarebbe stato rapito dalla luna, dopo che aveva battuto i pugni contro il focolare della sua abitazione, e si era rifiutato in malo modo d'andare al fiume ad attingere l'acqua. In questo modo il giovane non solo aveva disubbidito agli ordini dei suoi genitori, ma aveva anche mancato di rispetto verso lo spirito invisibile di Fuchi-Kamui, la divinità protettrice del fuoco e della famiglia che alita intorno al focolare di ogni casa Ainu.

Nel villaggio di Penakore, nella provincia di Hidaka in Hokkaido, il professor Natori Takemitsu, raccolse un'altra antica tradizione da una vecchia Ainu di nome Yamashita, che ancora sapeva a memoria molte leggende del suo popolo. Secondo questo racconto, la figura umana visibile sul disco lunare sarebbe quella di una ragazza con il suo cane.

“Un giorno, una ragazza fu inviata dai genitori ad attingere l'acqua dal fiume. La giovane prese due secchie e con il cane uscì di casa.
Era il più bel chiaro di luna; e la ragazza fissando l'astro notturno esclamò: - Sei proprio fortunata! Ah, vorrei essere come te, e starmene tranquilla per sempre!
La luna che l'ascoltava la volle accontentare, e in un batter d'occhio, la trasportò nel suo mondo insieme al cane che l'accompagnava e le due secchie".(8)

Anche gli Ainu della penisola di Sachalin, (Karafuto Niitoto Ainu), secondo quanto riferisce Natori Takemitsu, erano convinti che la figura visibile sulla luna fosse quella di una donna rapita dall'astro notturno, mentre stava andando con due secchie ed un cane ad attingere l'acqua dal fiume.

"Una notte, una donna andò con un cane e due secchie ad attingere l'acqua dal fiume. La luna era calma e tranquilla nel cielo, e la donna provandone invidia le si rivolse dicendo: - Sei proprio fortunata! Te ne stai tranquilla lì nel cielo senza mai fare nulla, mentre io devo continuare a sgobbare!
La luna che l'ascoltava non perse tempo, e la trascinò nel suo mondo, insieme al cane e alle due secchie".(9)

Secondo un'altra leggenda, raccolta sempre da Natori Takemitsu durante i suoi viaggi nell'Hokkaido, la figura visibile sulla luna sarebbe quella di una giovane rapita mentre stava andando verso il fiume con una secchia, per ammorbidire nell'acqua alcuni pesci secchi.(10)

Gli Ainu identificavano la figura mitica che vive sulla luna con le macchie lunari, le zone oscure visibili sul disco luminoso dall'astro notturno durante il plenilunio; ed osservando questa figura traevano auspici per la pesca ed il raccolto. Così si raccontava che quando la figura umana era perfettamente visibile, e la si poteva distinguere in ogni dettaglio, la giornata dopo sarebbe stata propizia per la pesca (secondo quanto riferito a Natori Takemitsu da un Ainu di nome Noto Torio, del villaggio di Ibarado nella valle dello Ishikari); e si affermava che quando la ragazza della luna alza i suoi secchi in alto la stagione sarebbe stata favorevole alle coltivazioni. Se invece, la celeste figura abbassava i secchi, la piantagione, la coltivazione e la raccolta dei prodotti della terra sarebbero stati avversati da una stagione infausta e balzana, (secondo quanto riferito al prof. Natori Takemitsu da un Ainu di nome Uchi Ura, del villaggio di Ibarado).(11)

  1. F. Maraini, Giappone e Corea, Novara, 1978, pag. 112
  2. F. Maraini, Gli Iku-Bashui degli Ainu, Istituto Italiano di cultura in Tokyo, Tokyo, 1942, pp. 4-5
  3. F. Maraini, Gli lku-Bashui degli Ainu, op. cit., pp.4-5
  4. B.H. Chamberlain, The Language, Mythology and Geographical Nomenclature of Japan Viewed in the Light of Aino Studies, Memoirs of the Literature College, Imperia! University of Japan, N.i, Tokyo 1887 n pag. 19
  5. I. Elchiro, Tsuki to fushi. La luna e l'immortalità: in: I. Eichiro, Ningen to Bunka no Tankyu. Ricerche sull'uomo e sulla cultura, Bungei Shunju, Tokyo, 1970, pp. 146-148
  6. I. Eichiro, Tsuki lo fushi, op. cit., pp. 146-147; J. Batchelor, The Ainu and their Folk-Lore, London, 1901, pp. 67-68
  7. K. Kyosuke, Yukara, canto intitolato: Santa Torippaina; y. Bunkobon,Tokyo, 1936, pp. 35-36; I. Eichiro, Tsuki to fushi, La luna e l'immortalità, in: I. Eichiro, Ningen to Bunka no Tankyu, Ricerche sull'uomo e sulla cultura, Bungei Shunju, Tokyo, 1970, pp. 146-147
  8. N. Takemitsu, Tsuki to Wakamizu, La luna e l'acqua della giovinezza, in: Kitano Kaiho, n.1; gennaio 1933
  9. N. Takemitsu, Tsuki to Wakamizu, op. cit.; I. Eichiro, Tsuki to fushi, op. cit., pp. 153-156
  10. N. Takemitsu, Tsuki to Wakamizu, op. cit.; I. Eichiro, Tsuki to fushi, op. cit., pp. 146-147
  11. N. Takemitsu, Tsuki to Wakamizu, op. cit.

Summary

The Ainu, who live in the Hokkaido, have in their complex mytology also some lunar myths linked to the motif of a man or a woman living in the moon. The author analyses these myths basing himself on original studies of Japanese students, as Prof. Kindaichi Kyosuke and Prof. Natori Takemitsu.