Peter Pan, Neverland ed il corvo gigante tra il "Cammino dei morti" induista ed il pensiero magico

(avvertenza:  Un  asterisco *, in alcune delle parole giapponesi e sanscrite, indica che la vocale precedente è lunga)

Un lettore dopo aver letto un passo del mio libro “Il Pensiero del Male nel Buddhismo. Storie di tentazioni e illusioni d’inferni” (Luni editrice, Milano, 2020), mi ha scritto per avere qualche chiarimento in merito ad una credenza dell’India antica relativa al cammino celeste che le anime dei defunti percorrerebbero, seguendo le stelle, per giungere nel regno dei morti del dio “Yama”, il supremo giudice dell’al di là (ne parlo a pag.182). Quel brano gli aveva fatto tornato alla mente il racconto di Peter Pan di James Matthew Barrie (1860-1937), nella sua interpretazione più mistica ed allegorica: ovvero quella del volante ragazzo visto come un angelo/essere celeste che guiderebbe i “bambini perduti” (“lost boys”) verso il magico regno di “Neverland”, la “Terra/Isola che non c’è”. Ma chi sono i “bambini perduti”? E l’“Isola che non c’è” è solo un sogno, una fantasia? È una specie di paradiso? O può essere paragonata al regno dei morti? O a cos’altro? Le domande sono intriganti. Ma, alla luce di alcune moderne interpretazioni del racconto di Peter Pan, piuttosto pertinenti. Infatti, recentemente, basandosi su una rilettura dei racconti di Barrie, si è cercato di identificare i “bambini perduti” con i bimbi sfortunati passati prematuramente a miglior vita.

I bimbi “perduti” che volando nel cielo notturno rischiarato dalla luce delle stelle, giungono nell’“Isola che non c’è”, altro non sarebbero che le anime di quei fanciulli risucchiate in una specie di mondo fantastico creato dalla loro stessa immaginazione. Sarebbero stati quei bambini a plasmare il magico regno di “Neverland” per non vagare nelle tenebre per il resto della durata della loro esistenza ultraterrena. Ma Peter Pan può essere considerato un “angelo della buona morte”? Chissà…., forse si, se leggiamo con attenzione un brano, in verità piuttosto controverso, del più famoso libro di Barrie (“Peter and Wendy”, 1911) nel quale Peter Pan sembra effettivamente aiutare i bambini ad affrontare la morte accompagnandoli nelle primi momenti dopo il decesso: “At first Mrs. Darling did not know, but after thinking back into her childhood she must remembered a Peter Pan who was said to live withe the fairies. There were odd stories about him,as that when children died he went part of the way with them,so that they should not be frightened. She had believed in hima t the time, but now that she was married abd full of sense of quite doubted whether there was any such person” (cioè: “All’inizio la Sig.ra Darling <la madre di Wendy; n.d.a.> non lo sapeva, ma dopo aver ripensato alla sua infanzia si ricordò di un Peter Pan che si diceva vivesse con le fate. C’erano strane storie su di lui, come quella che quando i bambini morivano faceva parte del cammino con loro, in modo che non si spaventassero. All’epoca aveva creduto in lui,ma ora che era sposata e piena di buon senso, dubitava che potesse esistere una persona simile”. La citazione è tratta dal primo capitolo (“Peter Breaks Through”,ossia: “Peter irrompe nella scena”) del libro “Peter and Wendy” (Hodden and Stougton, London, 1911). Se prendiamo per buona quest’affermazione, Peter sembrerebbe agire come un angelo che accompagna le anime dei defunti nell’al di là. Agirebbe come uno “psicopompo” (per utilizzare un termine caro agli storici delle religioni), che farebbe da guida ai bimbi nel momento della morte. Esseri simili (anche se non delegati specificatamente ai bambini) sono ben presenti nelle religioni di molti popoli; basti pensare all’eterea “Dae*na”, una donna incredibilmente bella e giovane, che nei miti zoroastriani, si manifesterebbe ai bimbi morti prematuramente e ai virtuosi quando inizierebbero ad ascendere la luminosa strada che porta al cielo (mentre, per chi non si fosse comportato bene apparirebbe come una vecchia, deforme e laida per trascinarli negli inferi); ma è anche l’angelo “Rashnu” che, sempre nelle tradizioni antico persiane, accoglierebbe le anime dei defunti seduto su un trono dorato, tenendo di fronte a se una bilancia per giudicare le azioni compiute in vita; sono gli angeli “Mubashshar” e “Bashir”, dell’Islam, che interrogano i credenti sulla loro fede; sono gli angeli custodi del mondo cristiano che accompagnerebbero fin dalla nascita ognuno di noi, e poi… non possiamo non ricordare anche l’Arcangelo Michele che proteggerebbe dal demonio le anime dei giusti lungo il tragitto che conduce al Paradiso. E questo solo per citare alcune delle infinite tradizioni. Qualcuno, considerando troppo traumatica l’identificazione di Peter con un “angelo della morte”, ha invece suggerito che i “lost boys” non fossero i bimbi scomparsi prematuramente, ma i figli “indesiderati” delle coppie, anche se Wendy ed i suoi fratellini (i compagni di Peter Pan nell’”Isola che non c’è”), diversamente dagli altri “bambini perduti”, furono accuditi da genitori amorevoli che, alla loro sparizione, caddero nella più profonda disperazione. Questa seconda ipotesi, che cerca di identificare i “lost boys” nei figli non desiderati dai genitori, potrebbe nascere da una precisa domanda che Wendy rivolse a Peter Pan per cercare di capire l’origine dei fanciulli “perduti”. La risposta del celeste ragazzo volante, in verità, non fu troppo chiara e lasciò spazio a varie interpretazioni: “They are the children who fall out of the perambulators when the nurse is looking the other way. If they are not claimed in seven days they are sent far away to the Neverland to defray expenses. I’m captain” (cioè: “Sono i bambini che cadono dalla carrozzina quando l’infermiera guarda dall’altra parte. Se non vengono reclamati entro sette giorni, vengono mandati lontano, nell’Isola che non c’è. Io sono il capitano”; in: J.M. Barrie, “Peter and Wendy”, op. cit. cap. 3). Ma allora chi erano i “bimbi perduti”? I bambini morti o quelli indesiderati? Chissà…. Tutto è lasciato nel vago. Col tempo si fece poi strada un’altra ipotesi. Forse erano i figli scappati di casa, i ragazzi in fase pre-adolescenziale privi di genitori; una specie di ragazzi “allo stato brado”, maleducati, spesso arroganti, che avrebbero goduto della più ampia libertà, ma che (talvolta) sembravano mostrare il desiderio dell’amore di una madre. Leggendo i racconti di Peter Pan traspare infatti che quei ragazzi fossero capaci di provare una profonda nostalgia per lo loro famiglie ormai lontane, e che non fossero in grado di rendersi conto della loro nuova esistenza; infatti ritenevano di essere stati abbandonati sull’isola magica.

Ma anche ammettendo che fossero le anime dei fanciulli morti prematuramente o a causa di una caduta accidentale, non è facile rispondere alla domanda del mio lettore sulla possibilità di trovare nei racconti di Peter Pan un qualche riscontro con le antiche credenze induiste relative al viaggio dell’anima nell’al di là. Ma se di riscontri è difficile parlare, forse qualche assonanza ci può essere. Prima di tutto va ricordato che nelle antiche tradizioni induiste si credeva (e ancora in parte si crede, sia pure con molte sfumature) che le “anime” dei defunti (e quindi anche quelle dei bambini) qualche giorno dopo la morte, dopo un periodo di torpore, dovessero intraprendere il viaggio verso il Paese dei morti, cioè verso il regno australe del dio “Yama”, seguendo il corso di alcune particolari stelle poste lungo il loro cammino. Probabilmente, il mio lettore, ha colto una possibile somiglianza tra il racconto di Peter Pan e le credenze funerarie dell’India antica, da una risposta che il volante fanciullo avrebbe dato a Wendy, quando la giovane nella trasposizione cinematografica di Walt Disney (1953), gli chiese dove fosse situata “Neverland”. Peter, nel cartone animato, le rispose che la strada che avrebbe condotto in volo all’“Isola che non c’è” era: “.. second star to the right, and straight on till morning”, ossia: “la seconda stella a destra e poi diritto fino al mattino”. In realtà, la parola “stella” fu aggiunta da Walt Disney per rendere l’indicazione più chiara. Nel libro “Peter and Wendy” di Barrie (1911) manca la parola “stella”. La frase originale era questa: “second to the right, and straight on till morning”. Però è pur vero che Barrie sottolineò che “Neverland” sarebbe sorta “vicina alle stelle della Via Lattea e che potesse essere raggiunta sempre al sorgere del sole” (“Neverland is near the stars of the Milk Way, and it is reached always at the time of Sunrise”). L’indicazione astronomica è evidente. Anche nelle antiche tradizioni popolari Induiste, come in quelle di altre parti del mondo, la Via Lattea fu spesso considerata il percorso (in sanscrito:“Cha*ya*patha”) che avrebbero seguito le anime dei morti per giungere alla loro destinazione ultraterrena(cfr.: Giorgio De Santillana e Herta von Dechend, “Il Mulino di Amleto, Saggio sul Mito e sulla Struttura del Tempo”, Adelphi, Milano,1983,pag.296). Secondo la tradizione del “Garuda Pura*na”, un sacro testo induista (probabilmente del IV° secolo d.Cr.) che è una vera miniera di informazioni sul viaggio dei defunti nell’al di là, se una persona fosse morta con azioni malvagie sulla coscienza avrebbe avuto l’anima strappata dal corpo, con uncini e cappi, dagli “Yamadu*ta”, i servitori di “Yama”, il dio dell’oltretomba. Poi, quell’anima, dopo un periodo intermedio di letargo corrispondente al consolidamento del corpo eterico, il tredicesimo giorno dalla separazione dal corpo fisico, avrebbe iniziato un lungo viaggio verso sud, in direzione delle regioni di “Yama”, il “Signore dei morti delle regioni australi” (“Yama dakshina*pati”). In epoche successive, questa non meglio identificata destinazione fu spesso descritta come un reame sotterraneo.

Al contrario, le anime delle persone virtuose o dei bambini morti senza colpa, alla fine dei rituali funebri (“shra*ddha”), avrebbero cominciato il loro viaggio accompagnati dai “Gandharva” (volanti esseri celesti, ne parleremo in seguito), allietati da musiche e circonfusi di profumi, per recarsi al cospetto di “Yama”, nella sua versione più benigna, felice e sorridente. Da lì si sarebbero, poi, involate verso il regno degli antenati ("Pitr loka") del tutto simile al “Paradiso degli dèi” (“Devachan”). Sia il paradiso che l’inferno, con la successiva concezione ciclica dell’universo e con l’introduzione dei concetti di “trasmigrazione” delle anime e di reincarnazione, finirono per diventare stadi intermedi possibili tra una morte e la successiva rinascita; il “Karma” (atto mentale o fisico ed il risultato di tale atto; azione; legge di causa ed effetto) avrebbe determinato la natura del trascorrere dell’anima da una esistenza all’altra attraverso le rinascite nei “Tre mondi”(“loka”, cioè: regno”, “piano di esistenza”): cielo, terra (nuova esistenza possibilmente umana) o inferi (cfr. Silvio Calzolari, “Il Pensiero del Male nel Buddhismo. Storie di tentazioni e illusioni d’inferni”, op. cit., pp.271-277).

Nonostante alcune assonanze, risulta piuttosto difficile avvicinare la figura di Peter Pan, un eterno, efebico, volante fanciullo, agli “Yamadu*ta”, cioé agli inviati di “Yama” (cfr.: “il Pensiero del Male nel buddhismo”, op. cit. pp.183-184) che dopo aver soffocato l’ultimo respiro di chi muore, gli strapperebbero con un gancio l’anima per poi condurla lungo la tribolata via che porta al regno dei defunti. Gli “Yamadu*ta”, secondo l’antropologia religiosa dell’antico Induismo altro non sarebbero che le anime in pena di quei defunti che non riuscendo ad evolversi nella luce, vivrebbero prigionieri di una dimensione larvale, crepuscolare, sospesa tra il cielo e la terra. In pratica più che angeli o elfi, sarebbero spettrali esseri sottili. Per certi loro aspetti, ai nostri occhi potrebbero addirittura apparire come dei veri e propri demoni.

Forse, Peter Pan, potrebbe essere avvicinato ai “Gandharva”, gli incorporei esseri dello stato di sogno, simili ai nostri angeli che, circonfusi di luce, musica e profumi, si dice accompagnino in cielo l’anima del virtuoso. I “Gandharva” (di cui parlo nel mio libro: “Il Pensiero del Male nel Buddhismo, op. cit. pp.107-108) pare fossero dei veri e propri spiriti della natura, con il ruolo di musicanti alla corte del Dio “Indra”, e come tali, spesso, furono rappresentati sotto forma di uccelli, o in forme ibride metà uomo e metà uccello, per sottolineare la loro capacità di librarsi in volo. Inoltre, si ritenne che avrebbero avuto un ruolo importante nel concepimento; infatti svolsero il ruolo di “trasportare” le cose (informazioni, emozioni, passioni e altro) tra i diversi mondi celesti. Come veri e propri messaggeri del dio dell’Amore (“Kama”) avrebbero fatto avvampare di passione il cuore degli uomini e delle donne e avrebbero regolato la fertilità degli esseri. Così divennero anche entità legate al concepimento, inteso come “trasferimento” della fiamma della vita da un essere all’altro; avrebbero infatti “trasferito” il fuoco dell’amore e, nel caso di una nascita, il “karma” nel suo passaggio di vita in vita, fin nell’embrione.

Il paragone tra Peter Pan ed i “Gandharva” può apparire azzardato e senz’altro lo è, anche se (come vedremo) pare innegabile una certa assonanza, senz’altro soltanto casuale, tra le figure dei bimbi-uccello che Barrie descrisse in un breve racconto (“The Little White Bird”, “L’Uccellino Bianco”, 1902) ed i sottili aerei esseri semidivini dell’antica India.

Ma torniamo al nostro Peter Pan che in alcuni passi dei libri di Barrie, sembra avere una natura ambigua, oscura, se non proprio demoniaca. Infatti, Peter ha delle caratteristiche che sembrano avvicinarlo al dio greco di cui porta il cognome: “Pan”; il demone del meriggio dalla duplice natura umana ed animale. Come il dio” Pan”, Peter vive nella natura, suona il flauto, è dispettoso, talvolta malevolo, e può essere addirittura malvagio. Infatti non esita a dar la caccia ai pirati che solcano i mari intorno all’“Isola che non c’è” e nel quinto capitolo (“L’Isola diventa realtà”) del libro “Peter and Wendy” (1911) l’autore, sorprendentemente, ammanta il suo eroe di un ombra sinistra: “… When they (n.d.a.: i“lost boys”) seem to be growing up,which is against the rules, Peter thin them out…”. La frase può essere così tradotta: “… quando i bimbi perduti iniziano a crescere (n.d.a.: cioè: a diventare adulti), che è contro le regole, Peter li sfoltisce (li dirada)…”. Barrie non ha mai rivelato cosa avesse voluto intendere utilizzando il verbo “to thin out”, cioè: “sfoltire”. Avrà voluto dire che quei ragazzi sarebbero stati allontanati dall’isola? O cos’altro? Le ipotesi sono varie ed inquietanti. Si è perfino giunti ad ipotizzare che li avrebbe uccisi (per analizzare alcuni aspetti inquietanti di Peter Pan e del suo autore, consiglio di leggere: Piers Dudgeon, “Neverland, The Dark Side of Peter Pan”, Pegasus Books, New York, 2008).

Ma veniamo a parlare brevemente della vita di James Matthew Barrie per approfondire qualche aspetto della storia di Peter Pan e per cercare di trovare elementi che potrebbero avere assonanze, sia pur alla lontana, con alcune delle tradizioni filosofiche o spirituali trattate nel mio libro sul “male” nel Buddhismo.

James Matthew Barrie, l’autore di Peter Pan, nacque nel a Kirriemuir, in Scozia, da David Barrie, un tessitore, e Margaret Ogilvy. Fu il nono di dieci figli, e tutte le sue biografie affermano che fin da bambino amasse narrare le favole. Studiò a Glasgow alla Forfar Academy e poi alla Dumfries Academy. In seguito si iscrisse all’Università di Edimburgo, dove, nel 1882, si laureò. Dopo aver intrapreso l’attività di scrittore, si trasferì a Londra dove conobbe la famiglia Llwelyn Davies ed i loro cinque figli (George, John, Michael, Peter e Nicholas). Quando i genitori dei ragazzi prematuramente morirono, Barrie divenne il loro tutore. Quei fanciulli, forse, gli furono d’ispirazione per scrivere la favola di Peter Pan; qualcuno, addirittura ritiene che il nome del suo volante genietto derivasse proprio da uno di quei ragazzi: Peter Llewelyn Davies. Ma è anche probabile che Barrie creasse quel personaggio pensando al fratello maggiore, David, morto in un incidente di pattinaggio sul ghiaccio, il giorno prima del compimento del quattordicesimo compleanno. Barrie che aveva molto amato il fratello, forse suo malgrado, si trovò costretto a sostituirsi a lui per consolare la madre quasi impazzita dal dolore. Sia come sia, Peter Pan comparve per la prima volta, come personaggio minore, nella novella “The Little White Bird” (“l’Uccellino bianco”, 1902) che si svolge nei giardini di Kensington (Londra), dove Barrie immaginò che al centro di un lago esistesse la fatata “Isola degli Uccelli” (la futura ”Isola che non c’è”), governata da un corvo gigante, il “Re Salomone” (“King Solomon”) a cui rivolgevano le loro preghiere le donne che desideravano avere dei figli. Successivamente, il nostro autore sviluppò i temi trattati in questa novella nel lungo racconto “Peter Pan in the Kensington Gardens” (1906). Nella due opere, Barrie raccontò che il Re Salomone, in risposta alle preghiere delle madri, avrebbe inviato nelle loro case degli uccellini (spesso tordi, ma anche passerotti) che, dopo un periodo di ibrida incubazione, sarebbero diventati bimbi. Un bel giorno venne al mondo anche Peter Pan, che però dopo soli sette giorni nella sua casa di Londra, approfittando di una finestra lasciata aperta dalla madre, decise di tornarsene indietro, sull’isola nei giardini di Kensington. Il Re Salomone, contrariato, gli rivelò che in realtà lui non fosse un uccello, ma un bambino; quando Peter apprese la verità perse immediatamente la capacità di volare, ma poiché aveva disubbidito, abbandonando la sua vita da neonato, non sarebbe mai cresciuto e sarebbe rimasto nello stato in cui in quel momento si era venuto a trovare, ossia: metà bimbo e metà passerotto, o per meglio dire, usando le parole di Barrie: “betwixt and between”, ossia: “non proprio l’uno (cioè: umano) né l’altro (uccello).

Ma perché Barrie dette al corvo gigante il nome del biblico Re Salomone? Beh.. anche questa volta l’autore di Peter Pan non fornì alcuna spiegazione. Forse fu solo una allegoria: come il biblico Re Salomone fu da tutti considerato il più saggio tra gli uomini, così il misterioso corvo gigante di “Kensington” sarebbe stato l’uccello detentore della più profonda conoscenza. O più probabilmente quell’uccello fu scelto per la sua complessa simbologia legata ai cicli di trasformazione e di passaggio da uno stato all’altro, dalla vita alla morte e viceversa, dal male al bene e dall’ignoranza alla conoscenza. Inoltre, in moltissime tradizioni religiose il corvo fu spesso ritenuto in grado di proteggere dalle negatività e di ampliare la coscienza; in altre fu invece visto come uno dei simboli stessi del demoniaco. Basti pensare ad un antico libro di incantesimi, il “Legemeton Clavicula Salomonis” (la “Chiave di Salomone”, un grimorio anonimo del 1600) dove vennero descritti ben 72 demoni che la tradizione occulta volle fossero stati evocati proprio dal biblico Re Salomone; il trentanovesimo era “Malphas”, che si affermò apparisse come un corvo gigante prima di assumere forma umana. Che il corvo di Peter Pan fosse “Malphas”? L’ipotesi è intrigante, ma assolutamente improbabile; “Malphas” fu infatti considerato un demone portatore di discordia e distruzione. Il corvo, come entità maligna, appare anche nelle immagini di Sant’Espedito (IV° secolo dopo Cristo); quel martire cristiano (IV° secolo dopo Cristo) è rappresentato infatti mentre calpesta un corvo. Ma non sempre nel Cristianesimo quel nero uccello fu un simbolo di malvagità. Nella Chiesa superiore del Monastero di San Benedetto a Subiaco (Lazio) c’è un chiostro chiamato il “Cortile dei corvi”, dove fino a poco tempo fra i frati allevavano quegli uccelli a ricordo di un corvo che salvò San Benedetto (morto nel 547 dopo Cristo) portando via col becco il pane avvelenato che un prete invidioso (tale padre Fiorenzo) aveva donato al Santo.

Ma allora cosa avrà voluto significare il corvo dei giardini di Kensington? Chissà… il corvo fu anche l’uccello sacro al dio Odino; inoltre, in tempi arcaici, la gente (nelle tradizioni celtiche e scandinave) era convinta che quando qualcuno moriva un corvo portasse in volo la sua anima nel regno dei morti e che, nello stesso modo, potesse anche riportarla indietro. Nei misteri del dio “Mitra”, quel nero uccello, come messaggero del divino, divenne il simbolo del primo grado iniziatico; nella mitologia dell’India più antica, si ritenne che il corvo fosse uno dei messi di “ Yama”, il dio dell’oltretomba, e anche la terribile “Dhu*ma*vati*” ( la “Fumante”), una dea venerata in alcuni arcaici riti tantrici che si svolgevano nei campi di cremazione, era spesso raffigurata come una vecchia dagli occhi sinistri ed il naso adunco, seduta sopra un corvo. Antiche leggende narrarono anche di un corvo gigante chiamato “Kakabhusandi” che si diceva facesse il nido sul mitico “albero dei desideri” (“Kalpataru”; l’”Albero della vita”, da qualcuno identificato con una specie di tamarindo), una pianta capace di soddisfare ogni richiesta, di donare felicità e ricchezze, di portare figli alle donne (altra strana assonanza con il racconto di Barrie) e di rispondere alle domande sul perché accadano le cose nel mondo. Inoltre, nelle cerimonie funebri dell’Induismo, i parenti dei defunti gettavano (lo si fa ancora oggi) nei corsi d’acqua riso e piselli bolliti, chiamando a gran voce i corvi; questo rito antichissimo si richiamava alla convinzione che le anime degli scomparsi, prima di intraprendere il loro cammino nell’al di là, potessero manifestarsi agli uomini sotto forma di corvi. Si narrava che il gracchiare del corvo: “ka”, “ka”,” ka”… fosse la voce degli antenati che si domandavano il perché della loro esistenza e della loro morte. Questa antica credenza sembra nascere dal fatto che la parola “perché” è detta in sanscrito: “ka”. E “ka”, la prima consonante di questa antica lingua sacra, è una forma interrogativa. Ma anche in altri Paesi il Corvo fu ritenuto sacro. In Cina, con i nomi di “Sanzu wu” (“Corvo tre zampe”) e di “Jin wu” (“Corvo d’oro”) divenne un emblema solare; come ben specificato dal nome fu raffigurato come un mitico animale a tre zampe che si ipotizzò vivesse nel sole o appollaiato sui rami di un albero di gelso in una fatata isola dei mari dell’est. Anche in Giappone il grande Corvo Imperiale, spesso raffigurato a tre zampe (a rappresentare: il cielo, la terra e l’umanità; oppure: la saggezza, la benevolenza ed il valore) fu considerato un simbolo solare, e come tale divenne un animale caro alla dea del Sole “Amaterasu O*mikami” (la “Dea in Ciel Splendente”). Fu chiamato “Yatagarasu” e fu venerato come espressione visibile della volontà della dea del Sole di intromettersi nelle vicende degli uomini. “Yatagarasu” significa: “Corvo dalle 8 spanne”; dove “Ya” è una antica lettura relativa al numero 8, considerato di buonissimo auspicio; l’ideogramma “ta” significa invece “spanna” ed è una unità di misura (“8 spanne” stava per: “molto grande”), e “karasu”, o “garasu”, invece significa: “corvo”.

Ma lasciamo da parte i corvi e torniamo a parlare del nostro povero Peter Pan condannato a rimanere un eterno bambino. Il Peter di questi primi racconti ha poco in comune con il volante ed efebico ragazzo celeste che siamo abituati ad immaginare: è solo un neonato che a sette giorni di vita, di notte, volò via dalla sua casa per rifugiarsi nei giardini di “Kensington” che dopo l’ora di chiusura, proprio come nel film “Una Notte al Museo” (“Night at The Museum”, 2006) si trasformavano magicamente nel regno delle fate, degli elfi e dei folletti. Però, a dire il vero, non fu Barrie, il primo scrittore a immaginare che quei giardini fossero magici; le fate di quel grande parco furono, ben prima di lui, descritte da Thomas Tickell (1685-1740) in un lungo (e piuttosto noioso) componimento poetico: “Kensington Gardens” (1722).

Le fate che abitavano quei magici giardini, furono dapprima spaventate dalla presenza di Peter ma, a poco a poco divennero sue amiche e addirittura gli costruirono una specie di nido che gli servì come riparo e anche come imbarcazione per navigare lungo il “Serpentine Lake” che, ancora oggi, divide quei giardini da Hyde Park. Barrie paragonò le fate di quei giardini ai fiori: They dress exactly like flowers, and change with the season, putting on white when lilies are in blue for bluebells, and soon. They like crocus and hyacinth time best of all, as they are partial to a bit of colour, but tulips (except white ones, which are the fairy cradles) they consider garish and they sometimes put off dressing like tulips for days…..(cioè:“Si vestono esattamente come i fiori e cambiano con le stagioni, vestendosi di bianco quando i gigli sono in blu per le campanule, e così via. A loro piace soprattutto il tempo del croco e del giacinto, perché sono variamente colorati; ma i tulipani, tranne quelli bianchi che sono la loro culla, sono considerati sgargianti e a volte non si vestono come tulipani per giorni…” (“Peter Pan in the Kensington Gardens”, Hodder and Stoughton, London, 1906, cap. IV: “Lock-out Time”, cioè: Tempo di blocco”).

Ben presto il bimbo dimenticò la sua natura umana e visse allo stato selvaggio stando ben lontano dagli altri bambini che di giorno affollavano il parco. Fu allora che aggiunse “Pan” al suo nome: infatti come il dio greco “Pan”, anche Peter, amava suonare il flauto. Le fate deliziate da quel suono gli permisero di suonarlo durante le loro danze notturne e “Mab”, la loro Regina (“Mab Queen” che compare nella quarta scena del primo atto della tragedia: “Romeo and Juliet” di William Shakespeare, 1564-1616) gli concesse di esaudire due desideri. Il giovane, come primo desiderio chiese di poter rivedere sua madre nella casa che aveva abbandonato. Le fate lo accompagnarono in volo fino nel cuore di Londra e Peter la rivide addormentata nella cameretta dove lui stesso aveva dormito. Quando tornò nel giardino fatato aveva il cuore straziato dai sensi di colpa; così decise di utilizzare il secondo desiderio per tornare in maniera definitiva nella casa natale. Le fate, rattristate dalla notizia, decisero di salutare il loro giovane amico con una festa. Poi ne fecero un’altra e, di festa in festa, senza che lui se ne accorgesse passò moltissimo tempo. Nel frattempo sua madre dette alla luce un altro bambino. Quando le fate lo riaccompagnarono a Londra, si accorse che ormai sua madre non pensava più a lui e che, al suo posto, c’era un altro bambino. Contrariato, e arrabbiato con la madre che lo aveva dimenticato, si rifugiò di nuovo nei giardini di Kensington, dove decise di vivere per sempre, nel folto della vegetazione, con gli elfi ed il popolo delle fate.

Molto tempo dopo, sempre a “Kensington”, Peter Pan incontrò una bambina che si era “persa”: Maimie Mannering. I due divennero inseparabili, Peter se ne invaghì e addirittura le chiese in sposa. Però la giovane, che in un primo momento avrebbe addirittura acconsentito, lo disilluse decidendo di tornare dalla madre che si disperava per la sua scomparsa. In seguito, Maimie creò con il pensiero una capretta che Peter amò cavalcare nei giardini fatati.

Ma torniamo al racconto della vita del nostro autore.

Due anni dopo “The Little White Bird”, nel 1904, Barrie scrisse e presentò una commedia su Peter Pan al teatro del “Duca di York”, a Londra. La rappresentazione teatrale (“Peter Pan, or The Boy Who Wouldn’t Grow up”, cioè: “Peter Pan, Il Ragazzo che non voleva crescere”) ebbe uno straordinario successo; il pubblicò adorò la storia di quel bambino che non era mai cresciuto e che non voleva crescere, come amò la storia dei fratellini della Famiglia “Darling” (Wendy, John e Michael) che poi lo seguirono fino a “Neverland”. Il successo fu così grande che Barrie decise di trasformare la commedia in un vero e proprio libro che piacque immensamente ai lettori: Peter divenne un ragazzo incapace di diventare adulto; fu descritto come egocentrico e talvolta irresponsabile, con il potere di manipolare la realtà nel mondo fantastico e onirico dell’“Isola che non c’è”.

Sull’onda di quel nuovo successo, Barrie nel 1911, scrisse un nuovo libro della saga: “Peter and Wendy” che raccontava di come Peter Pan, dopo aver riacquistato magicamente la possibilità di volare, amasse recarsi (dalla sua residenza nel giardino di Kensington) a far visita alla casa della famiglia Darling per ascoltare le favole della buona notte che la buona madre (Mary Darling) raccontava ai figli. Una volta, Peter, rischiò di essere scoperto e nella concitazione della fuga perse la sua ombra. Di li a poco, tornando furtivamente per recuperarla, svegliò la piccola Wendy che non soltanto non si impaurì ma addirittura lo aiutò a riattaccare l’ombra al corpo. Anche Wendy conosceva tante storie della buona notte; così Peter la invitò a visitare il regno fatato di “Neverland”. Sarebbe diventata la tata, o per meglio dire la “madre sostituta” dei “ragazzi perduti”. Wendy affascinata dalla storia di Peter accettò la proposta e, con i fratellini, prendendo per mano l’aereo fanciullo, s’involò nella notte rischiarata dalla luce delle stelle verso l’”Isola che non c’è”, situata in un luogo indefinito lungo la Via Lattea. In quell’isola Wendy ed i suoi fratelli vissero una infinità d’avventure: battaglie con i pirati di Capitan Uncino (Captain John Hook), traversie con tribù di pellerossa (“Redskins”) e con le sirene, scontri con un enorme e ferocissimo coccodrillo che aveva ingoiato la mano ed il polso con l’orologio di Capitan Uncino. Il “tik-tak” proveniente dall’interno del corpo del rettile ne segnalava la presenza e sembrava scandire inesorabilmente il trascorrere del tempo; ogni passo del coccodrillo significava infatti che la morte si stava avvicinando. Nell’isola fatata, Wendy con i fratellini incontrarono anche una piccola fata (chiamata: “Tippy Toe”, in una prima bozza dell’opera; poi: “Tinker Bell”; in italiano: “Campanellino”. Il nome di “Tinker Bell” derivò dal campanello: “bell”, di latta sui carretti degli stagnini:“tinker”, che percorrevano le nebbiose strade di Londra e di Edimburgo). “Tinker Bell”, disponibile e gentile verso Peter Pan, ma irascibile e vendicativa, una volta addirittura convinse i “last boys” a scagliare alcune frecce contro la povera Wendy, vista come una rivale. “Thinker Bell” comparve anche nella commedia del 1904 dove divenne la protagonista di una delle scene più importanti dell’opera. Ad un certo punto della rappresentazione la piccola fata doveva bere al posto di Peter, una bevanda avvelenata preparata dal Capitan Uncino. Ma, proprio quando sul palcoscenico del teatro, “Tinker Bell” stava esalando l’ultimo respiro, lo stesso Peter invitava il pubblico ad applaudire per testimoniare la propria fede nell’esistenza delle fate. A quell’esortazione moltissimi spettatori, adulti e bambini, battevano con entusiasmo le mani e la fata si rianimava dalla morte.

Ma torniamo al nostro racconto.

Dopo tante avventure, Wendy decise di tornare (con i fratellini) dalla madre, nella propria casa natale; il loro improvviso ritorno fu accolto dai genitori con gran gioia. Peter le promise che ogni primavera sarebbe andato a farle visita. Così, l’anno successivo tornò alla casa dei Darling. Tristemente disse a Wendy che tutto a “Neverland” era cambiato e che anche “Tinker Bell” era scomparsa perché: “The fairies are dying becouse people do not believe in them anymore” (cioè: “Le fate stanno morendo perché le persone non credono più a loro”). In un altro brano, addirittura, affermò che: “Wherever a child says <I don’t believe in fairies> there’s a little fairy somewhere that falls right down dead” (ossia: “Ovunque un bambino dice <Non credo alle fate> da qualche parte c’è una piccola fata che cade a terra morta”). Per Barrie, i bambini, muoiono diventando adulti e con loro muoiono le fate; ma subito vengono sostituiti da altri bimbi che con il potere della fantasia le fanno rivivere. Così anche le fate si succedono l’un l’altra in un ciclo senza fine e anno dopo anno, ritornano volando accanto a chi crede in loro, le ama e le accudisce. Solo così potranno continuare ad esistere. John Matthew Barrie pose la salvezza delle fate nel credere in loro (come quando fece dire a Peter Pan, rivolto al pubblico del teatro, di battere le mani per cercare di salvare “Tinker Bell”) e così facendo trasportò il mondo del soprannaturale nel potere d’immaginazione dei bambini (ma anche degli adulti). La vera magia, il miracolo, non fu tanto nella “resurrezione” di “Tinker Bell”, quanto nel crederla (o di farla credere) possibile. I desideri sono forme di energia e per chi ha fede si possono realizzare. È il cosiddetto “effetto Tinker Bell” studiato, fin dal 2002, da Frank F. Durgin, professore di neuroscienze, presso lo “Swarthmore College” in Pennsylvania (USA) (cfr.: Journal of Consciousness Studies, 9, N.5/6, 2002, pp.1-14). Qualcuno ha addirittura affermato che Barrie “con Peter Pan abbia creato un vero e propria nuova religione, basata sul potere dell’immaginazione, per i bambini del XX° secolo” (Carole G. Silver, “Strange and Secret People: Fairies and Victorian Consciousness”, Oxford University Press, New York-Oxford, 1999, pag.188).

Barrie, nell’aprile del 1929 cedette il copyright di tutte le opere di Peter Pan al “Great Ormond Hospital”, uno dei principali ospedali pediatrici di Londra. Morì di polmonite il 19 giugno del 1937 e fu sepolto a Kirriemuir, accanto ai suoi genitori e a due dei suoi fratelli.

Il nostro autore non fu un teosofo, né un esoterista a differenza di molti folkloristi e scrittori suoi contemporanei (alcuni anche suoi amici, come Sir Arthur Conan Doyle, 1859-1930) che credettero nel soprannaturale, nel mondo degli spiriti, degli elfi e delle fate. In particolare, sembra che Barrie non nutrisse simpatie per lo spiritismo, tanto che si narra di come l’entusiasmo che Arthur Conan Doyle mostrava per le sedute spiritiche avessero creato una vera e propria incomprensione tra i due amici. Per questo Barrie avrebbe chiesto e ottenuto che quell’argomento non fosse mai discusso in sua presenza. La notizia è stata più volte testimoniata dallo stesso Conan Doyle. Ma corrispose alla verità? Non lo sappiamo con certezza e recentemente alcuni biografi di Barrie l’hanno messa in dubbio. Fra l’altro, nel 1918, l’autore di “Peter Pan” scrisse un’opera teatrale (poco conosciuta e a lungo dimenticata dalla critica), “A Well Remembered Voice” (“Una voce ben ricordata”) dove narrò le vicende dello spirito di un soldato ucciso durante la Prima guerra mondiale che tornò a far visita al padre durante una seduta spiritica. Un ben strano argomento per uno che non credeva all’esistenza del mondo degli spiriti!

Anche le tradizioni relative alle fate e agli elfi furono fortemente radicate nella tradizione culturale inglese (ma ancor di più in quella scozzese, gallese e irlandese) dell’età Vittoriana, e lo stesso Barrie, di origini scozzesi, certamente ebbe consuetudine con quei mondi. Tutto iniziò con i Romantici che avevano amato studiare le antiche tradizioni popolari; poi, alcuni scrittori contribuirono al risveglio delle antiche fedi precristiane. Fra questi dobbiamo ricordare: Thomas Crofton Crocker (1798-1854), Thomas Keightley (1789-1872), Allan Cunningham (1791-1839) e James Hogg (1770-1835). Ma non possiamo dimenticarci di Sir Walter Scott (1771-1832) che credette, proprio come un bambino, all’esistenza del cosiddetto “Piccolo popolo” composto di spiriti più o meno invisibili che avrebbero abitato un mondo parallelo a quello umano (cfr.: Carole G. Silver, “Strange and Secret People: Fairies and Victorian Consciousness”, op.cit. pp.9-10). Le credenze attuali nell’esistenza di questi mondi fatati (“Fairylands”) sono molto diverse da quelle che animarono l’epoca Romantica e quella Vittoriana. In quei particolari periodi storici, il “Piccolo popolo” fu per lo più considerato reale e si cercò di legittimare l’esistenza delle fate, delle ondine, degli gnomi e degli elfi attraverso la scienza, la religione e gli altri settori accademici e di studio; poi, sulla scia della riscoperta (1812) dei diari (“The Secret Commonwelth”) del misterioso reverendo presbiteriano Robert Kirk (1644-1692) che le leggende vollero non fosse morto ma rapito dalle fate, fiorirono i racconti di persone che affermarono di aver avuto incontri con quegli esseri straordinari (cfr.: Robert Kirk, “Il Regno Segreto”, a cura di Mario M. Rossi, Adelphi, Milano, 1980). I lettori dell’epoca furono attratti da questo genere di storie che furono estremamente popolari tra il 1840 ed il 1870. Un caso particolare fu quello di Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes e, come abbiamo detto, buon amico di Barrie (scrissero insieme addirittura una opera lirica comica: “Jane Annie”, 1893). Conan Doyle, Massone di rito Scozzese e convinto assertore della possibilità di dialogare con gli spiriti dei defunti e con le entità astrali, contribuì con varie opere a diffondere la fede nella reale esistenza delle fate. Seguendo le vicende delle cosiddette “fate di Cottingley”, pubblicò un saggio che fece clamore: “The Coming of the Fairies” (Hodder and Stoughton, London, 1922), dove narrò la storia delle due cugine Elsie Wrigth e Frances Griffith che (nel 1917) sarebbero riuscite a fotografare alcune misteriose apparizioni di fate lungo le rive di un torrente dietro la loro casa di Cottingley (vicino a Bradford). Nel libro furono pubblicate anche le foto (che, in seguito, si rivelarono false) delle presunte fate. Nell’introduzione Conan Doyle scrisse che non aveva alcuna intenzione di convincere chi non avesse creduto all’esistenza delle fate, ma che voleva dare una possibilità agli scettici di crederci.

Barrie, con Peter Pan riportò, agli inizi del 1900, la tradizione delle fate nel teatro, e anche se pare non fosse uno studioso di esoterismo, nel creare “Neverland” sembra abbia attinto a piene mani ad alcune dottrine del pensiero magico. La sua “Isola che non c’è”, ad una prima analisi, appare come un luogo creato dai sogni di Peter Pan, un prodotto dell’immaginazione, dove, fino a che ognuno dei suoi ospiti (i “lost boys”) e dei suoi lettori rimane con il cuore di un bambino e crede in quell’illusione come fosse qualcosa di reale, Peter Pan regna sovrano e fa da padrone di casa. Non a caso l’isola magica si risveglia dal suo profondo letargo ad ogni ritorno di Peter. Il volante ragazzo altro non sarebbe che l’archetipo dei “ragazzi perduti”, il primo a disobbedire, in nome della libertà (espressa dalla possibilità di volare) ad un sistema normativo imposto dal corvo in nome di una non meglio precisata legge metafisico- generativa. Ma “Neverland” potrebbe anche essere il concretarsi di una forma-pensiero, creata dalla fantasia dei bambini, che dopo aver preso vita è diventata tanto potente da condizionare la loro stessa esistenza. In altre parole, la loro fantasia potrebbe aver influenzato la realtà quotidiana, creandone a poco a poco un’altra parallela, immaginaria, ma ugualmente reale. Per gli studiosi di scienze magiche, l’”Isola che non c’è” avrebbe le stesse caratteristiche di una forma “eggregorica”. Ma che cosa è un “eggregore”? Nel pensiero magico si ritiene che quando molte persone pensano allo stesso modo una stessa cosa, capita che possano emanare un’entità sottile che svincolata dal mondo del pensiero (che l’ha creata) passi alla dimensione reale, e che questa possa addirittura influenzare i pensieri dei soggetti che l’hanno creata (sia nel bene che nel male). L’”Isola che non c’è” si trova nella mente di chi crede nella sua esistenza. Esiste nelle fantasie bambini, è una sua proiezione, e la mappa della mente dei fanciulli è uguale a quella dell’isola fatata, senza confini.
Permettetemi ora una breve divagazione che spero non mi attiri le critiche di qualche ortodosso studioso di religioni. L’ipotesi che l’”Isola che non c’è” sia una proiezione mentale, una specie di universo interiore, mi ha fatto “volare” con il pensiero ad alcuni insegnamenti del Buddhismo “Maha*ya*na” (il “Grande Veicolo”) secondo i quali l’intero universo sarebbe costituito da stati della mente; tutta la realtà, da quella infinitamente positiva a quella estremamente negativa, altro non sarebbe che un prodotto delle illusioni della mente che però noi consideriamo reali tanto quanto la vita che viviamo nel nostro regno di esistenza. I paradisi (con i loro angeli ed i loro dèi), gli inferni (con “Yama” e la sua corte) e i cosiddetti “stati intermedi” (ad esempio, lo stato di “bardo” del “Libro dei Morti” tibetano) potrebbero essere solo metafore di condizioni mentali o frutti dell’immaginazione. Tutta la nostra realtà risiederebbe così all’interno della mente, e sarebbe la mente a farcela sperimentare come se fosse realmente esistente. Però, la loro natura sarebbe di assoluta vacuità in quanto semplici apparenze relative e temporanee.

Ma lasciamo da parte il Buddhismo per tornare al nostro Peter Pan….

L’“Isola che non c’è” è un luogo che si trova nella mente dei bambini, è una immagine creata dal potere dell’immaginazione; per questo, con la fantasia, può essere fatta vivere, può cambiare e addirittura può essere fatta morire. Ed infatti, a secondo della loro sensibilità ed età, quell’immagine, negli scritti di Barrie, sembra variare da un bimbo all’altro, anche se, in ultima analisi, rimane sempre più o meno un’isola. Così, per esempio, in “Peter e Wendy”, l’isola immaginata da John Darling “aveva una laguna con fenicotteri che vi volavano sopra”(“had a lagoon with flamingos flying over it”), mentre quella del fratellino minore Michael “aveva un fenicottero con lagune che volavano sopra” (“had a flamingo with lagoons flying over it”), e così via. Pur nelle loro discrepanze ognuna di quelle immagini di sogno apparve ai bimbi assolutamente concreta e reale.

L’immaginazione è lo strumento che avrebbe determinato anche la formazione degli esseri fatati dei giardini di Kensington e di “Neverland”, che altro non sarebbero che proiezioni mentali e psichiche di coloro che ci hanno creduto e che, eventualmente, continuano a crederci. Per il “pensiero magico” tutti gli esseri fatati ed incorporei vivrebbero nel cosiddetto “stato del sogno” e per loro il tempo non sarebbe una condizione coercitiva (infatti Peter Pan non cresce e non invecchia) perché non opererebbe su di loro come su un normale corpo fisico. Come Peter Pan anche le fate, gli elfi, le figure angeliche e quelle spettrali sarebbero solo frutto della fantasia umana. In questo modo, i fantasmi e gli stessi “Yamada*tu”, delle tradizioni induiste, potrebbero essere considerati come proiezioni psichiche di individui profondamente attaccati all’illusione del corpo fisico e non disposti ad abbandonarlo.

Curiosa fu la spiegazione che Barrie dette all’origine delle fate; ecco come ne descrisse la loro nascita nel racconto “The Little White Bird”: “…When the first baby laughed for the first time, his laugh broke into a million pieces and they all went skipping about. That was the beginning of fairies” (ossia: “Quando il primo bimbo sorrise per la prima volta, il suo sorriso si frantumò in un milione di pezzi e tutti andarono in giro saltellando. Questa fu l’origine delle fate”. Cfr.: J.M. Barrie, “The Little White Bird”, in: The Works of J.M. Barrie, Hodder and Stoughton, London, 1923, pag.151).

Le fate, ma anche lo stesso Peter Pan, vivono e si rivestono delle forme proiettate all’esterno dall’immaginazione di chi ci vuol credere, adulti e bambini. Per Barrie l’uomo può credere o non credere, ma se crede anche l’impossibile può diventare possibile, come nel caso del battito delle mani del pubblico che, ad ogni rappresentazione in un teatro di Londra, fece tornare in vita “Tinker Bell”.

Breve bibliografia orientativa in aggiunta ai volumi già citati nel testo:

Barrie, James Matthew, “L’Uccellino Bianco” (a cura di: Giovanna Machi), Marsilio, Venezia, 2020
Barrie, James Matthew, “Peter Pan nei Giardini di Kensington” (a cura di Carla Vannuccini e di Giovanna Machi), Marsilio, Venezia, 2007
Barrie, James Matthew, “I Romanzi di Peter Pan: Peter e Wendy e Peter Pan nei Giardini di Kensington” (tr. di Pina Ballaro e Alba Montovani), Mondadori, Milano, 2018
Birkin Andrew, “J.M.Barrie and The Lost Boys”, Yale University Press, New Haven/London 1979 e nuova edizione del 2003
Dudgeon Piers, “Captived: J.M. Barrie, The Du Mauriers and The Dark Side of Neverland”, Vintage Books, New York, 2009
Dudgeon Piers, “J.M. Barrie and The Boy who Inspired Him”, Thomas Dudde Books, New York, 2016
Machi Giovanna, “James Matthew Barrie, l’Ombra di Peter Pan”, Clichy, Firenze, 2017

Silvio Calzolari