Recensione de "Il principio del Male nel Buddismo"

Il principio del Male nel Buddismo

di Fabrizio D’Agostini, Dott. in Filosofia del diritto

Penso che il libro “Il principio del Male nel Buddismo” di Silvio Calzolari si presenti come un classico che fornirà una grande quantità di materiale e spunti agli studiosi del settore.

Il libro inserisce il buddismo o meglio le plurime scuole buddiste all'interno di una sensibilità sociale e culturale apparentemente diversa da quella che si è sviluppata in occidentale (anche se esistono temi e modi di essere universalmente umani che si ritrovano anche nella Grecia arcaica e fino a quella del V/IV secolo a.Cr. e un rapporto con il divino per alcuni tratti simile).

La prima impressione è il modello dell'uomo come singolo che emerge dal libro. Il rapporto con le società e culture è sempre o quasi individuale, non emergono storie di popoli o civiltà, al massimo e marginalmente di regge o monasteri, ma si tratta sempre di individui singoli impegnati in ricerche spirituali come monaci o allievi di maestri o gli stessi maestri e risvegliati e paradossalmente anche dei, posto che gli dei fanno parte dell'universo fisico. Questi individui per lo più seguono un doppio itinerario, quello materiale di separazione da tutto quanto nella società è un ostacolo o un rallentamento e quello spirituale verso il "risveglio" e il doppio itinerario alla fine è intimamente unico, lo stesso. Dai racconti, la caratteristica di questo singolo è che procede nella vita circondato da una miriade enorme di entità spirituali, spiriti, esseri astratti, mentali, ma anche nell'apparenza reali, talvolta materiali, che rappresentano emozioni, passioni e sopratutto desideri e amici e nemici. Si tratta quasi sempre della  presenza del divino inteso come divinità che scendono dai cieli o salgono da quelli sotterranei (anche i cieli sono una miriade) loro sede e partecipano alla vita individuale e la promuovono o la condizionano o la contrastano (così analogamente gli appassionati dei o semidei dell'Iliade e dell'Odissea, partecipano alle vicende materiali degli uomini).

Il "modo" con il quale le entità spirituali, gli spiriti, le valenze mentali, le emozioni si manifestano è attraverso rappresentazioni, mutazioni, tentazioni, travestimenti, sogni e immagini mentali.

Nel libro questa esperienza è individuale come è individuale la strada e ricerca del "risveglio", ma ripetutamente si afferma che il risveglio, la buddità è presente in ogni individuo uomo o dio e che "tutti" possono raggiungere il "risveglio" ciascuno può essere Budda.

Poiché il destino di tutti uomini o dei è alla fine il risveglio attraverso un'infinità più o meno lunga di rinascite e morti (alla fine questo sembra ad un certo punto anche il destino di Mara) e la liberazione conseguente di tutti dalla samsara, con la conseguente liberazione del Mondo fisico, alcune conseguenze sembrano abbastanza immediate. La prima è che se il risveglio e la buddità sono insite nella natura umana o forse meglio nell'essere spirituale, tutto il mondo, nelle sue forme, comunicazioni o conoscenze scientifiche è apparente, non è "nella natura umana", è "contro la natura umana", non è "vero" e il "sonno", l'"inganno" dell'uomo. Il "risveglio" o meglio "il risvegliato" è quello che l'uomo è davvero (progressivamente anche il soggetto, l'essere vero, la copula, sembra svanire verso il nulla con un processo di trasformazione anche linguistico. È "l'immersione nel Nirvana". Quello descritto è un processo un "andare" verso che non è solo una soteriologia ma anche un'ontologia e l'intero mondo è transeunte (mi ha ricordato il libro dell'Apocalisse).

In sostanza quello che risulta è un mondo fisico in sé conchiuso: l'impressione è che "esista" (ma il termine è improprio) un infinito, un assoluto e che dentro questo mare immenso galleggino uno o più universi "fisici" che, circondati da immani catene montuose di ferro, sono in verità tenuti in piedi dalle emozioni umane, ma non sono completamente reali e isolati dall'infinito, ogni tanto lasciano, fra una vicenda e l'altra, trapelare l'infinito, l'assoluto. Nell'immediato della vicenda singola divengono attesa.

Gli universi fisici sono fisici secondo una nozione profondamente diversa contengono anche dei, divinità, spiriti, cieli, inferni, animali (il grande cobra che protegge la meditazione di Budda dalle intemperie) e alberi pieni di vita e spessissimo parte della vita degli uomini o alla vita degli uomini intrecciati e il susseguirsi dei racconti esprimono metamorfosi continue sia materiali che spirituali.

Mara fa parte di questi universi fisici trascorrenti e mutevoli. È l'"incarnazione" del male, ma non è un demonio, è un dio importante che domina nel Cielo del piacere. L'elemento, l'emozione con il quale domina i cieli, gli dei, entità spirituali, gli uomini e ogni vivente è il "desiderio", un vincolo che rappresenta la struttura dell'universo fisico, senza il quale probabilmente l'universo fisico non esisterebbe, altri anche in occidente nella filosofia religiosa hanno visto questo "desiderio" come spinta alla vita come modo di essere del mondo ed esperienza umana fondamentale (in sostanza Mara domina così e attraverso il desiderio crea il velo di Maja).

Per difendere il suo dominio fatto di desiderio, Mara, con le sue tre figlie, con i sui eserciti di demoni, aggredisce Budda seduto sotto l'albero. Straordinaria l'impossibilità di danneggiare fisicamente Gautama e quindi l'inutilità della forza che viene adottata al massimo livello possibile solo per spaventare e il vero attacco infatti è quello delle emozioni umane e legata all'emozioni umane vi è l'azione, il karma. Il male è una forza inane per quanto grande ed esteso nei confronti del Budda.

Si apre nel libro una serie di vicende straordinarie che hanno tutte fondamento nel tentativo di Mara, diretto o tramite le figlie, di impedire il risveglio del Budda e così dell'uomo, inganni, bugie, trucchi e, dall'altro, passione, emozione lussuria e il desiderio in tutte le sue forme, una costante "persecuzione", che tuttavia non può reggere allo strumento della "conoscenza". Tutte le volte che il Budda riconosce dietro i mostri o le bellissime fanciulle, Mara, si arrende i mostri svaniscono le fanciulle diventano vecchie orrende e entrambi Budda e Mara riconoscono la verità della realtà che diviene comune. Mara non molla mai e segue passo passo il Budda anche dopo il risveglio attendendo il momento per tentarlo di nuovo. Il male fa parte del reale e vi partecipa. Ma prima del Risveglio Mara cercando sempre la vittoria sul Budda seduto sotto l'albero, trasferisce sul piano giuridico la controversia (cosa questa che la dice lunga sul diritto) e poiché il "posto" sotto l'albero rappresenta il  dominio del cielo del desiderio di Mara, il suo cielo, Mara accusa Gotama di usurpazione e Gotama risponde che ancora prima vi era il Budda e sfidato a provarlo richiama il testimone dal sottosuolo. Mara perde anche la causa giuridica e si arrende.

Mentre la vicenda di Mara e del suo rapporto con il Budda continua emerge il valore e l'importanza della comunicazione. Anche quando Mara e i demoni posseggono gli individui, occupano il loro corpo, gli individui sono in grado appena se ne accorgono (ancora la conoscenza!) di ordinare di cessare la possessione e uscire e sempre l'azione, il karma diviene comunicazione. Il legame fra comunicazione e realtà condivisa è continuo. Nemici, opposti, avversari ma, prima o poi, con la comunicazione condividono la stessa realtà. Gli inganni di Mara non resistono. Tutto il male finisce per presentarsi come non conoscenza della realtà comune, ignoranza.

Altre metamorfosi attraversano il racconto del male e l'apoteosi finale è la metamorfosi di Mara. Era già avvenuto che re e sovrani maligni dopo eoni di tempo e migliaia di rinascite erano divenuti monaci dediti al bene e che divinità e esseri maligni erano divenuti divinità protettrici (nella Grecia l'esempio più famoso è la trasformazione delle Erinni persecutrici e accusatrici di Oreste che dopo la perdita della vertenza con Oreste si trasformano in Eumenidi, divinità protettrici di Atene). Ma la conversione di Mara, del dio del male, contiene una metamorfosi più profonda che non riguarda la sorte del male personificata nel dio, ma la struttura stessa del mondo. Il male e il bene appaiono all'improvviso vicinissimi, la colpa si sfuma (a parte i terribili inferni cinesi e giapponesi) e il contrasto sembra svanire. È in sostanza la fine del desiderio e di tutte le emozioni collegate dalla lussuria alla sete di potere e nella personificazione del rapporto i due esseri, Budda e Mara, sembrano divenire amici. Forse cautamente perché basta un poco di ignoranza per dividerli e contrapporli, ma in grado di prendere insieme il té e valutare insieme la proposta del Budda di scambiarsi i ruoli, terribile per il discepolo e rifiutata da Mara perché non sarebbe cambiato nulla. Ma lo scambiarsi dei ruoli contiene alla fine la conclusione: comunicano, hanno ormai le stessa realtà e mentre la realtà materiale diviene trasparente e lascia emergere gli accordi, ora nasce l'affinità. Diventano simili e la similitudine, l'affinità contengono anche lo svanire del sé. Il sé infatti alla fine svanisce si dissolve nel Nirvana. È quanto per ora sa il buddismo. Questo svanire è un uscire dall'"alto" dall'universo fisico. Forse vi è dell'altro, una superiore e diversa consapevolezza ancora inattingibile, forse esistono universi spirituali ancora da scoprire. Certo la conclusione del rapporto di Mara con Budda, contiene una complessiva conoscenza che impone responsabilità (Budda rimane a predicare dopo il suo risveglio) e impone controllo del mondo.

All'inizio della notte il risveglio del Budda, sotto l'albero del Bodi, è la fine dell'oblio e l'improvvisa conoscenza delle migliaia di vite passate. Il risveglio dunque comincia con tale conoscenza, comincia superando l'oblio imposto nello spazio fra la morte e la rinascita a ciascun essere ancora legato alla samsara . Attraversare tornando il fiume Lete.

Vi sono contraddizioni soprattutto concettuali nel Buddismo: l'anima coincide con la personalità individuale come in Aristotele o è l'essere stesso come in Platone? Come può esserci possessione se il sé non esiste ed è solo apparenza causata dalle emozioni? Cosa viene posseduto?

I temi e le riflessioni si moltiplicano e il commento del libro "Il principio del Male nel Buddismo" tende a diventare esso stesso un libro poiché il libro attraversa e espone una materia che rappresenta il più profondo, ampio e interminabile discorso sull'essere incarnato, sull'uomo, sulla vita e sul Mondo.