Saggistica

La dimensione olistica nella meditazione di Evagrio Pontico e nella preghiera del cuore esicasta

di Silvio Calzolari

La dimensione olistica nella meditazione di Evagrio Pontico e nella preghiera del cuore esicasta, con divagazioni sulla "liturgia cosmica" di San Massimo il Confessore. E per finire, alcuni paralleli con la "scienza della mente" (abhidharma) del buddhismo e con la trasformazione delle facoltà sensoriali (pratyāharā) nelle dottrine dello yoga induista.

Il paradigma olistico

Quasi sempre, in Occidente, fin dal Medio Evo, il paradigma (inteso come schema collettivo di interpretazione della realtà) con il quale è stata costruita la conoscenza dell’universo e dell’uomo si è fondato su una serie di dicotomie: materia-spirito, materia-coscienza, mente-corpo, scienza-spiritualità, uomo-natura. La filosofia e la cultura occidentali sono state a lungo influenzate dall’antagonismo dei diversi elementi del mondo: umano e divino, ideale e reale, individuo e società, autorità e libertà, e così via. Da tempo, però, si è diffuso un paradigma nuovo basato non sull’antagonismo ma sulla mutua e reciproca corrispondenza, cioè sulla interdipendenza, di tutti gli esseri, dei fenomeni e di ogni cosa del mondo. La nuova cultura fondata sull’approccio olistico, considera o tende a considerare come punto di partenza l’unità sistematica globale. Il termine olismo (dal greco: olos, cioè: “tutto”, “intero”) fu coniato nel 1926 dal filosofo sudafricano Jan Smuts (1870-1950), per indicare che ogni cosa o organismo dovrebbe essere considerato nella sua totalità, cioè nella sua completezza, piuttosto che come una sommatoria meccanica delle singole parti.

Il silenzio del cuore - 5

di Silvio Calzolari

Capitolo 5

IL SILENZIO DEL CUORE,
Strategie d’uscita dal mondo: il Buddhismo Chan ed il Taoismo

Intorno al II secolo dopo Cristo, le dottrine del Buddha, insieme alle tradizioni yogiche indiane, iniziarono a diffondersi in Cina, dove si svilupparono in una forma particolare imperniata sulla pratica della meditazione (dhyāna) focalizzata sull’accesso diretto alla “natura Buddha originaria” (Buddha dhātu). Insieme a queste pratiche meditative furono trasmessi anche gli insegnamenti inerenti alla Bodhicitta, la Saggezza al di là delle parole e degli insegnamenti. I passaggi linguistici dalla parola jhāna (in lingua pāli) al suo omologo sanscrito dhyāna, e poi a chan (o: ch’an; antico cinese: channa; giap.: zen) richiamano abbastanza fedelmente i passaggi storici che condussero all’introduzione nel Celeste impero delle tecniche di meditazione profonda del Buddhismo. La scuola Chan, che col tempo diventò popolare tra i monaci, i poeti e gli artisti, elaborò nuove potenti pratiche meditative miranti alla realizzazione del vuoto, considerato fondamentale, ancor prima di ogni speculazione sull’impermanenza degli esseri e dei fenomeni. La tradizione fa risalire l’origine del Chan allo stesso Buddha che avrebbe ottenuto il “Risveglio”, seduto nella “posizione del loto”, sotto un grande albero di banjan (l’“albero della bodhi”).

Il silenzio del cuore - 4

di Silvio Calzolari

Capitolo 4

IL SILENZIO DEL CUORE,
tra esperienze meditative indiane, buddhiste e cinesi

Abbiamo accennato alle possibili influenze o convergenze tra le pratiche dei mistici d’Oriente e quelli d’Occidente. Saranno solo somiglianze? Chissà... tutto è possibile. In ogni modo è indubitabile che certe strane assonanze sembrano esistere tra la “preghiera del cuore” degli Esicasti e la pratica del dhikr dei sufi, o con certi sistemi meditativo-respiratori degli asceti induisti (o dei mistici del Taoismo cinese). Potremmo parlare di tradizioni religiose diverse ma con obiettivi spirituali simili da conseguire? Senz’altro sì, perché lo scopo di ogni pratica religiosa di ogni tempo e di ogni tradizione è sempre stato lo stesso, anche se espresso con parole diverse: raggiungere la “salvezza”, la liberazione, l’affrancamento dal dolore, dalla sofferenza e dalla morte, la beatitudine e la “realizzazione” spirituale. Le basi epistemologiche e teologiche di tutte le pratiche religiose sono senz’altro diverse, ma l’obiettivo finale parrebbe indubitabilmente unico.

Il silenzio del cuore - 3

di Silvio Calzolari

Capitolo 3

IL SILENZIO DEI SUFI,
la mistica del cuore e le tecniche del dhikr

Il dhikr (plur.: adhkar), la “menzione divina” o la concentrazione posta sulla presenza divina, è la continua recita di una breve orazione, accompagnata da una tecnica respiratoria, che si fonda su un preciso passo coranico: “Idhkuruni adhkurkum”, ossia: “ricordatevi di Me, io Mi ricorderò di voi” (Sura, II,152). Il termine dhikr, ha però, anche un significato diverso e, in verità, piuttosto vago. In tempi molto antichi, la radice d-h-k-r, pare significasse: “fecondare”, “rendere maschile”, “partorire maschi”. Probabilmente, prendendo per buona questa etimologia, in origine: dhikr volle indicare la “Parola che veicola i semi della coscienza divina” (Dizionario del Corano, a cura di Mohammad Ali Amir-Moezzi, Mondadori, Milano, 2007, pag. 203). Quel termine avrebbe così indicato le virtù generative del Principio primo, cioè di Dio, che compenetra la manifestazione universale, matrice delle forme del mondo. Ma, a parte questa particolare valenza, il significato principale di dhikr fu quello di “menzionare ad altri”, “ricordarsi” ed “invocare”. Nella pratica religiosa, consistette (come consiste tutt’ora) in una vera e propria concordanza tra un particolare ritmo respiratorio ed un ritmo di ripetizione verbale che avrebbe potuto essere effettuato sia a voce alta (dhikr della lingua) che interiorizzato (dhikr del cuore).

Il silenzio del cuore - 2

di Silvio Calzolari

Capitolo 2

RESPIRARE DIO,
mistica del cuore, tra esicasmo e “corpi di luce”

Per realizzare in loro stessi il “lago interiore” del silenzio e della quiete (per usare le parole di Jean Guitton), i mistici di ogni fede e religione hanno da sempre fatto ricorso a particolari tecniche meditative spesso diverse nella forma ma simili nella sostanza. Anche nel Cristianesimo sono esistiti (e ancora esistono) numerosi insegnamenti che testimoniano dell’importanza del silenzio per la vita spirituale. Come abbiamo accennato nel paragrafo precedente, ne hanno parlato santi, asceti, mistici e filosofi.

Il silenzio del cuore - 1

di Silvio Calzolari

Capitolo1

AMORE E NECESSITÀ DEL SILENZIO

Il tema del “silenzio” è oggi sempre più attuale. Forse perché il mondo moderno sembra ormai soffocato dalle parole. Le parole, spesso vuote o usate a sproposito, sono un vizio della nostra società dove pare che si parli solo per parlare. Per l’uomo di oggi le parole sono logore, stancanti, avvizzite, invecchiate, avvilenti, senza peso, consumate, usurate, prive di significato. Il più delle volte, vengono usate per mentire, esasperare, ingannare, offendere, ferire, separare e dividere. È vero che talvolta cercano di esprimere anche sentimenti di fraternità e di amore; ma purtroppo, accade sempre più di rado.

Arpocrate, il "segno del silenzio" ed il fiore di loto: dalla mitologia dell'Antico Egitto al Buddhismo delle oasi dell'Asia centrale

di Silvio Calzolari

Parole, simboli e gesti sono gli elementi costitutivi di ogni fede. Tutte le religioni sono piene di simboli e di gesti corporei: basti pensare al “segno della croce” dei cristiani o alle “mudrā” (“sigillo”, “simbolo”, “gesto simbolico”) del Tantrismo induista o del Buddhismo. Il “segno del silenzio” (”Signum Harpocraticum”), cioè il gesto di portare l’indice (o il medio e l’indice) della mano destra alle labbra, ebbe le sue origini nella mitologia egizia e poi in quella greca e romana. Quel gesto contrassegnò “Arpocrate” che, come “Horus”, fu venerato (specialmente ad Alessandria, il centro culturale e religioso più importante del Basso Egitto) per essere figlio di “Osiride” e della dea “Iside”. Praticamente ignoto nell’antico Egitto, “Arpocrate” divenne estremamente popolare in epoca ellenistica quando addirittura si pensò che incarnasse la manifestazione del dio sole, cioè di “Horus” (“Colui che si trova in alto”) fanciullo. Il suo nome “Hor pa khred”, significò infatti: “Horus, il bambino”.

Il divino concepimento e la prodigiosa nascita del Buddha Skākyamuni: paralleli e assonanze con quella di Gesù

di Silvio Calzolari

(Continua da All'alba dell'era cristiana: le misteriose vie seguite dall'Induismo e dal Buddhismo per giungere in Occidente)

Veniamo ora a parlare di come alcuni studiosi occidentali, nel 1800 e agli inizi del ‘900, tentassero di attribuire al Buddha una nascita verginale, anche se, secondo le antiche narrazioni buddhiste, il Principe "Siddhārta" ("Colui che ha raggiunto lo Scopo"; da: "siddha", cioè: "compiuto"/"raggiunto" e "artha", che significa: "scopo". Il nome di nascita del Buddha) non sarebbe nato da una vergine. Vediamo di analizzare meglio la questione.

All'alba dell'era cristiana: le misteriose vie seguite dall'Induismo e dal Buddhismo per giungere in Occidente

di Silvio Calzolari

PREMESSA

Questo articolo e quelli che seguiranno sono nati per rispondere ai quesiti che alcuni lettori mi hanno posto dopo aver letto il mio libro: "Il Principio del Male nel Buddhismo. Storie di tentazioni e illusioni d’inferni", Luni Editrice/ICOO, Milano, 2020. Dopo la pubblicazione di quel libro ho ricevuto infatti numerose email con richieste di spiegazioni, bibliografie e approfondimenti. Non potendo rispondere a tutti personalmente ho deciso di fornire alcuni chiarimenti tramite il mio sito.

Peter Pan, Neverland ed il corvo gigante tra il "Cammino dei morti" induista ed il pensiero magico

Un lettore dopo aver letto un passo del mio libro "Il Principio del Male nel Buddhismo. Storie di tentazioni e illusioni d’inferni" (Luni editrice, Milano, 2020), mi ha scritto per avere qualche chiarimento in merito ad una credenza dell’India antica relativa al cammino celeste che le anime dei defunti percorrerebbero, seguendo le stelle, per giungere nel regno dei morti del dio “Yama”, il supremo giudice dell’al di là (ne parlo a pag.182). Quel brano gli aveva fatto tornato alla mente il racconto di Peter Pan di James Matthew Barrie (1860-1937), nella sua interpretazione più mistica ed allegorica: ovvero quella del volante ragazzo visto come un angelo/essere celeste che guiderebbe i “bambini perduti” (“lost boys”) verso il magico regno di “Neverland”, la “Terra/Isola che non c’è”.

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