Vita e morte dei «kagemusha»

di Silvio Calzolari, in Quaderni Medievali n. 3, Editrice Dedalo, Bari, 1982

Shingen, capo del clan Takeda, le cui vicende hanno ispirato Kagemusha, il più recente film di Akira Kurosawa, compare nelle cronache del tempo come abilissimo stratega e guerriero di grande coraggio e intelligenza. Tuttavia, secondo alcune dicerie popolari, anche lui, come altri condottieri del tempo, in certe occasioni, per prudenza, sarebbe stato sostituito da kagemusha ossia da controfigure, se non proprio da sosia. Bisogna ammettere che la storia ufficiale non parla di queste sostituzioni e, secondo i più autorevoli storici giapponesi (come Oku no Takahiro), non esistono documenti attendibili che le attestino. Per meglio analizzare questo aspetto piuttosto curioso e problematico della storia giapponese è nata l’idea di scrivere le pagine che seguono. Per il momento lasciamo questi kagemusha al loro mondo di ombra e di mistero. e volgiamoci ad osservare, nel modo più generale (trascurando tutto ciò che non sia fortemente significativo) il panorama del Giappone feudale; questo ci di aiuterà a comprendere meglio del alcuni aspetti dell'ultimo film di Kurosawa.

Dalla fine del '400 alla metà del '500 l'Impero del Sol Levante conobbe un periodo tumultuoso di continue battaglie e di perenne anarchia; gli storici giapponesi chiamano questo periodo Sengoku-Jidai, ossia «l'era del Paese in guerra». A Kyoto, l'antica città capitale, l'Imperatore, pur conservando la sua aureola di sovrano carismatico, era tenuto pressoché prigioniero dalle più potenti famiglie feudali della regione. Anche lo shogun (il governatore militare ereditario dell'Impero), aveva perso molto del suo prestigio e della sua potenza. La situazione giapponese del tempo era abbastanza simile a quella italiana: un certo numero di signorie pressoché indipendenti conduceva un gioco dall'alleanze ed aggressioni, ciascuna mirando ad ingrandirsi a spese dei vicini. In Italia si finì con l'asservimento allo straniero; il Giappone (più fortunato) al termine delle guerre civili raggiunse una fermissima unità di Stato e di governo, e iniziò quella. politica di isolamento (detta sakoku, «Paese in catene») che doveva concludersi nel 1854.

Nell'«era del Paese in guerra» il Giappone era dunque suddiviso in una dozzina di piccole e grandi signorie ciascuna gelosa della propria indipendenza, e spesso in lotta coi vicini. Le famiglie principesche dei Maeda e dei Mori dominavano a ponente del Paese; gli Hojo, gli Imagawa, gli Uesugi ed i Takeda avevano in mano il levante; a sud, nelle regioni del Kyushu, si erano fatti forti gli Otomo e gli Shimazu; mentre i Date occupavano vaste regioni del nord. I principi (daimyo, ossia «grandi nomi») di queste signorie, irrequieti ed ambiziosi, cercavano di consolidare e di estendere i loro dominii, valendosi ora della forza, ora di un accorto sistema di alleanze e coalizioni, ora dell’intrigo e dell’astuzia.

Fin dalla prima metà del XV secolo erano apparsi sulla scena i Portoghesi e gli Spagnoli, forestieri mai visti prima, dagli strani costumi e dalle stranissime usanze; religiosi e capitani di ventura, uomini di fede e uomini d'armi, accomunati dai Giapponesi sotto un'unica denominazione, quella di Nam ban-jin, «barbari del sud». Insieme al Cristianesimo furono introdotte nell'arcipelago le armi da fuoco. Gli archibugi furono importati per la prima volta in Giappone dal signore dell'isola di Tanegashima nel 1543, e furono subito molto apprezzati dai militari delle altre signorie. L'introduzione in Giappone di queste armi esotiche contribuì a modificare profondamente il tradizionale gioco delle forze, rivoluzionò le tecniche di combattimento e le strategie, segnò la fine d'un'epoca caratterizzata dal combattimento individuale.

In questo secolo turbolento alcuni condottieri, naturalmente i più energici e potenti, cominciarono a pensate fosse giunto il momento di unificare l'intero Paese sotto le insegne di un solo capo. Fra questi il primo ad emergere fu Oda Nobunaga (1534-1582). Gli Oda erano piccoli feudatari i cui dominii occupavano la verde pianura di Nobi, al centro del Giappone. Oda Nobunaga, dotato di grandi virtù militari, sottomise fin da giovane, con metodi brutali e spietati, gran parte dei daimyo suoi rivali, i Miyoshi, gli Uesugi, gli Asakura, ed altri ancora; annullò inoltre le aspirazioni dei Takeda, sconfiggendoli a Nagashino nel 1575. Oda Nobunaga morì a soli 48 anni, ucciso da Akechi, un suo generale ribelle. L’opera unificatrice fu però raccolta da un altro promettente generale, Hideyoshi (1536-1599), di umili origini contadine, e venne portata a compimento da Tokugawa Ieyasu (1542-1616), anche lui formatosi al servzio di Oda Nobunaga, ma rampollo di una grande famiglia, quella dei Minamoto. Ma qui siamo andati un po' troppo avanti. Torniamo agli anni delle guerre tra i vari clan per la supremazia sul Paese, ed alle vicende dei Takeda, protagonisti col loro capo Shingen dell'ultimo film. di Kurosawa.

Takeda Shingen nacque nel 1521 nel castello di Tsutsuji-qa-saki («il castello delle azalee») nella città fortificata di Fuchu (oggi Kofu) nella provincia di Kai (Koshu) ai piedi del sacro monte Fuji, dal lato settentrionale. Oggi al posto di questa abitazione fortiticata, distrutta dagli avversan dei Takeda nel ·tredicesimo anno di Tensh6 (1586), v'è un piccolo tempietto Shinto, chiamato Takeda Jinja, accanto a cui stanno le tombe della madre e della moglie di Takeda Shingen. Il futuro capo dei Takeda fu figlio primogenito di Takeda Nobutora, un daimyo tra i maggiori. Da bambino si chiamò Harunobu, ma nel 1551 entrò in religione, si rasò la testa, divenne bonzo buddhista, e da allora si fece chiamare Shingen, ossia «Fede profonda».

Le cronache raccontano che Takeda Shingen nel nono anno dell'era Tenmon (1540), all'età di diciotto anni, depose il padre intenzionato, pare, a diseredarlo, e assunse il governo dell'intera provincia di Kai. Nonostante la giovanissima età Shingen combattè e vinse numerose battaglie contro le potenti famiglie degli Oda, degli Imagawa, degli Hōjo, e contro Uesugi Kenshin, signore della regione di Eichigo, suo irriducibile nemico. Non è nostro scopo soffermarci sulle virtù militari del giovane capo dei Takeda; le sue imprese vengono celebrate nelle cronache delle guerre civili di quell'epoca. A noi basti sapere che, in una decina d'anni, Shingen estese i suoi dominii su un vasto territorio del Giappone settentrionale ed orientale; occupò infatti le provincie di Shinano, di Rida, parte del Kozuke, e l'intera provincia di Suruga: ebbe in mano cioè una grossa fetta trasversale dello Honshu, l'isola maggiore dell'arcipelago. I suoi dominii si estendevano dal Pacifico al Mare del Giappone (in termini italiani dal Tirreno all'Adriatico; dal Lazio alle Marche).

Il suo esercito era ritenuto imbattibile, la sua cavalleria la migliore. Il giovane capo dei Takeda era temuto sia per le sue fulminee azioni guerresche, sia per la sua abilità strategica. Shingen aveva suddiviso le sue forze in quattro unità di combattimento chiamate: Fu (vento), Rin (foresta), Ka (fuoco) e San (montagna}. Ciascun comandante delle quattro unità dell'esercito portava con sé uno stendardo, issato su una lunga asta flessibile, che portava scritto il motto caratterizzante la formazione. Questi motti erano tratti da L'arte della guerra, un trattatello d'arte militare cinese, scritto nel 500 a.C. da Sun Tzu, celebre generale del re Ho Lu dello Stato combattente di Wu, in cui si diceva che un buon militare doveva essere: «Rapido come il vento» (Fu), «Calmo come la foresta» (Rin), «Distruttore come il fuoco» (Ka), «Fermo come la montagna» (San).

L’ultimo versetto, quello della montagna, puo dirsi il filo conduttore della filosofia di Shingen. Il capo dei Takeda riteneva che la forza morale degli uomini, il loro coraggio, le loro, facoltà intellettuali, fossero elementi di primo piano per il successo in guerra; chi sapeva rendersi imperturbabile, «fermo come la montagna», non poteva venir distrutto dal nemico. Un aneddoto mette in luce la personalità del nostro condottiero. Quando un ufficiale gli chiese come mai non avesse costruito un castello per adibirlo a quartier generale, Shingen gli rispose: «Un comandante di uomini deve costruire un castello nel cuore di ciascuno dei suoi guerrieri; questo sarà più resistente di qualsiasi altro fortilizio materiale».

Nel 1572 Takeda Shingen, dietro invito dello shogun Ashi-kaga Yoshiaki (1537-1597) che intendeva sbarazzarsi di Oda Nobunaga, si mise in marcia dirigendosi verso la capitale imperiale. Invano Ieyasu, uno dei più validi generali di Nobunaga, cercò di sbarrargli il passo. Shingen sbaragliò le sue forze a Mikata ga Hara (23 gennaio 1573), invase con le proprie truppe la provincia di Mikawa e cinse d'assedio il castello di Noda, roccaforte dei partigiani di Yeyasu e ultimo ostacolo sulla strada per Kyoto. Il Mikawa Monogatari, cronaca giapponese del tempo, racconta che proprio durante l'assedio di questo castello, Shingen fu colpito a morte da un proiettile sparato per caso da una sentinella nascosta fra gli spalti. Abbandonato l'assedio, prima di morire Shingen esortò i suoi migliori generali ed il fratello Nobukado a tenere nascosta la propria fine, in modo da non compromettere l'autorità dei Takeda, che suo figlio Katsuyori, ancora troppo giovane, era incapace di far valere (da notare però che secondo altre cronache Shingen morì di malattia, forse di tisi).

Il film di Kagemusha si svolge negli anni cruciali fra il 1573 ed il 1575, e prende l’avvio proprio dalla morte di Takeda Shingen. La trama del film è ben nota; Shingen, desiderando ascoltare la musica di un flauto che qualcuno ogni sera suonava nel castello di Noda, si fece costruire una tenda in prossimità del maniero, e qui destino volle che fosse colpito dal mortale colpo d’archibugio. Affinché la notizia non trapelasse nelle fila del proprio esercito, e i nemici non profittassero della nuova situazione, la morte del capo supremo dei Takeda fu tenuta segreta, e si cercò di sostituirlo con un sosia. Anche Nobukado, fratello minore di Shingen, uomo colto e raffinato, aveva fatto talvolta da sosia al fratello, ma questa volta per impersonare definitivamente il signore scomparso fu scelto un altro kagemusha, un piccolo ladruncolo salvato qualche anno prima da una morte ignominiosa sulla croce per la sua somiglianza col capo dei Takeda. Il sosia, prima suo malgrado, poi sempre più consapevolmente, accetta di recitare questa parte pericolosa, e poco a poco finisce per identificarsi col personaggio Shingen. Il sosia viene presentato ai notabili di Corte, riuniti nel tempio di Suwa, durante una rappresentazione teatrale.

Il regista Kurosawa per questa scena ha scelto un brano tratto da Tamura, un dramma Nō che celebra le imprese di Sakanoue Tamuramaro, generale dell'esercito imperiale del secolo VIII che pacificò il Paese e sottomise i barbari popoli del nord. Dramma cerimoniale di buon auspicio, che vuole però ricordarci come la gloria umana non dia affidamento, perché la vita è come un sogno che passa con la velocità d'un lampo.

Dopo alterne vicende, che adesso non stiamo a ricordare, il sotterfugio viene scoperto, il sosia viene allontanato, ed il figlio di Shingen, Katsuyori, viene investito delle funzio0ni di capo del clan Takeda. Nella primavera del terzo anno di Tensho (1575) a Nagasbino, nella provincia di Mikawa, l’esercito Fu Rin Ka San dei Takeda, forte di 25.000 uomini, venne completamente distrutto dai battglioni di Oda Nobunaga e di Tokugawa Ieyasu equipaggiati con archibugi. Anche il piccolo sosia, che aveva seguito da lontano le truppe dei Takeda armato solo di una lancia, si scagliò urlando e trovò la morte sul campo di battaglia. Qualche anno dopo (1582), ma questo il film non lo dice, l'esercito dei Takeda fu nuovamente sconfitto da quello di Nobunaga e di Ieyasu a Temmokuzan (Kai); Takeda Katsuyori dopo la disfatta, si suicidò insieme al figlioletto Nobukatsu.

Lasciamo adesso queste note vicende storiche e cerchiamo di penetrare in un campo più incerto e mal conosciuto. Cosa era in realtà un kagemusha? Il termine kagemusha si può scrivere in giapponese con due ideogrammi assai diversi tra loro [cfr. figure 1 e 2]; tuttavia la prima grafia è quella generalmente preferita. L’ideogramma Ei, kage, significa «ombra», «silhouette», «riflesso», «figura», «immagine», talvolta «fantasma». Dunque kagemusha scritto nella prima grafia potrebbe intendersi etimologicamente come «il guerriero-ombra», ovvero «la controfigura del guerriero» (dove musha = guerriero). Ma questa interpretazione sarebbe parziale: il termine kagemusha suggerisce anche qualcosa di misterioso, di sconosciuto, forse di magico, ed ecco allora la seconda grafia.

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影 武 者陰 武 者
kagemushakagemusha
Ei, kage In, kage

L'ideogramma In, kage, è portatore di molti e importanti significati quali «ombra», «segreto», «inattività»; indica l’elemento Yin, l’essenza di ciò ch’è femminile, si riferisce al lato settentrionale delle montagne, alla zona umida delle valli mai sfiorate dal sole, a ciò ch’è «negativo», alla luna, alla notte. In questa veste grafica il termine kagemusha s’impone subito per un senso semantico più riposto: kagemusha è colui che vive all'ombra di un condottiero, è il suo factotum, è la controfigura ammantata di mistero, è un sosia creato per ingannare e disorientare i nemici.

Il kagemusha doveva naturalmente assomigliare il più possibile sia nel timbro della voce che nell'aspetto e nel portamento al proprio signore. La sua fedeltà doveva essere assoluta, fino alla morte. Secondo lo stesso Kurosawa «era una tradizione per i condottieri avere un sosia. Rischiavano infatti di essere uccisi, e di far crollare con la loro morte anche il loro clan; i condottieri dovevano perciò sopravvivere il più a lungo possibile… Shingen, il capo del clan Takeda, aveva perfezionato la tradizione dei sosia. Ne ebbe molti. Durante le battaglie non si sapeva mai se fosse lui o un altro, alla testa dei soldati. Era un fatto che rafforzava la sua personalità, il suo potere».

Un aneddoto conferma quanto sostenuto da Kurosawa. Nel 1561 Takeda Shingen e Uesugi Kenshin, signore della regione di Eichigo, si fronteggiarono più volte a Kawa-naka-jima («l’isola tra i fiumi»), una pianura compresa fra le rive del fiume Sai e quelle del fiume Chikuma, nel nord-est dello Shinano (oggi prefettura di Nagano). Nell'agosto di quell'anno, secondo le cronache dell'epoca, si svolse la più terribile delle battaglie, e le forze di Shingen furono quasi travolte da quelle di Kenshin. Shingen, prosegue il racconto, stava immobile, circondato dai suoi fedelissimi fitti come un bosco di bambù, dietro il centro degli schieramenti, con indosso l'armatura nera coperta da un rosso saio di bonzo. Kenshin mosse invece all’assalto al comando della sua cavalleria, si aprì una strada tra le schiere dei nemici e si trovò faccia a faccia con Shingen. Il signore di Eichigo, senza scendere da cavallo, cercò di colpire due o tre volte Shingen con la spada; il capo dei Takeda si difese con una specie di ventaglio da guerra in ferro molto spesso (Gumbai Uchiwa); taluni dicono che forse rimase ferito. Kenshin però esitò e non uccise Shingen. Terminata la battaglia il signore di Eichigo spiegò ai sui generali perché non aveva approfittato della situazione: «Naturalmente l’avrei voluto uccidere! Ma poi mi sono ricordato che Shingen, più di una volta, si è fatto, sostituire da kagemusha. Sarebbe stato veramente ridicolo uccidere un kagemusha al posto del vero Shingen!».

Si parla di kagemusha anche in relazione a Taira Masakado (?-940), giovane aristocratico ambizioso che fomentò una vera e propria rivolta in alcune distanti province giapponesi, che istituì ad Ishii (Shimosa) un governo provvisorio, e che si proclamò addirittura (caso unico) «Nuovo Imperatore dei Taira» (Heishin-O). Benché ben presto perdesse «impero» e vita, le sue gesta si colorarono di leggenda, e lui stesso nella fantasia popolare divenne quasi invulnerabile. Questo condottiero si sarebbe servito durante le battaglie di numerosi kagemusha. Del fatto si parla anche nel capitolo ottavo delI'Omi Genji Senjin Yakata (Conflitto ad Uji) di Chikamatsu Hanji, una composizione drammatica derivata dal teatro delle marionette (Gidayu Kyogen) appartenente al genere Gundan, ossia Scene di combattimento, rappresentata per la prima volta ad Edo (l’odierna Tokyo) nel 1770. Dice il protagonista: «Io [Sasaki] ho seguito la consuetudine antica del generale Taira Masakado. Un paio di kagemusha mi accompagnano ovunque. Per tutti è assai difficile riconoscerci... ».

Pure Sanada Yukimura (1570-1615), figlio di Sanada Masayuki, un feudatario che aveva servito Shingen prima della rovina della famiglia Takeda (1582) pare tenesse numerosi kagemusha al suo seguito; il fatto viene confermato da una poesia popolare conservata nella raccolta Yanai Bako (La scatola di salice, 1783): «Kagemusha wo / zeni mo kazuhodo / dashite mise». Cioè: «[Yakimura] mise in mostra / tanti kagemusha quante erano / le monete [del suo stemma]». Per comprendere la poesia occorre ricordare che lo stemma della famiglia Sanada era composto da sei monete poste una accanto all'altra, disposte su due file. Sanada Yukimura si sarebbe dunque servito di sei kagemusha, e forse proprio valendosi di questi riuscì, quasi contemporaneamente, a sbaragliare gli eserciti di Date Masamune sulla collina di Chausu-yama a sudovest del Tennoji (vicino ad Osaka), e ad ingaggiare battaglia con l'esercito di Ieyasu in una località molto distante sulla Strada per Nara (Nara Kaido).

Dopo il 1615 e fino al 1868, il Giappone conobbe un lungo periodo di pace e tranquillità. Il Paese fu governato dalla dinastia degli shogun di famiglia Tokugawa, che risiedevano a Edo (Tokyo); l'imperatore, sovrano carismatico privo però di effettivo potere politico, risiedeva invece a Kyoto. Quando lo shogun usciva dal castello di Edo si faceva accompagnare da un gruppo di venti o trenta samurai appiedati chiamati okachi. Questi samurai indossavano un vestito molto simile a quello portato dallo shogun: un abito nero senza alcuno stemma o emblema, tenuto a posto da una fascia di color giallo-rosso (munehimo). L'identificazione dello shogun, che fra l'altro ben poche persone conoscevano di vista, veniva resa in questo modo estremamente difficile.

L'okachi-gumi, ossia il «gruppo dell'okachi», si ridusse ben presto a semplice polizia stradale, con il compito di controllare le vie lungo le quali doveva passare lo shogun. L'epoca dei samurai e dei kagemusha stava ormai volgendo al termine.


Nota bibliografica

Sulla storia del Giappone feudale: PAPINOT E., Historical and geographical dictionary of Japan, Yokohama 1910, ristamp. da Tuttle, Tokyo 1972; SANSOM G.B., Japan: a short cultural history, Tuttle, Tokyo 1973; DRAEGER D.F., Classical Bujutsu, vol. I, Weatherhill, New York - Tokyo 1973; Maraini F., Giappone e Corea, De Agostini, Novara 1978.

Sulla vita di Takeda Shingen: Oku no Takahiro, Takeda Shingen, Yoshikawa Kobunkan [Jimbutsu Sosho, 19], Tokyo 1968; Inonue Yasushi, Fu Rin Ka San, in «Shosetsu Shincho», ottobre 1953 - dicembre 1954.

Sui castelli medievali giapponesi: Sato Hiroshi, Nihon Jokakuzu Shuse, Seibundo, Osaka 1972 (ediz. numerata in 300 esemplari).

Sui kagemusha: non esiste una seria trattazione dell'argomento. "Vedi l'articolo di Inagaki Fumiyo in Kagemusha, edito dalla casa editrice Toho (Tokyo, 1980) in occasione dell'uscita del film omonimo di Kurosawa.

La citazione del regista Kurosawa nel presente articolo è tratta dall'intervista Kurosawa, ultimo samurai, in «Tuttolibri», n.s. VI, numero 241, 18 ottobre 1980.